[Cora Fax]Sul fallimento della guerra alla droga, ormai riconosciuto da più parti, Perot e sopratutto Clinton perdono un'occasione per mettere in difficoltà il presidente Bush. Ma c'è chi si attende dal prossimo presidente - chiunque sarà - cambiamenti di rilievo.
WASHINGTON - Droga e criminalità sono da decenni all'ordine del giorno negli Usa. Milioni di consumatori di eroina e cocaina, miliardi di dollari il giro d'affari dei narcotrafficanti, un milione di persone nelle carceri, quasi tutte per reati legati alla droga. Una situazione simile a quella provocata dal proibizionismo sull'alcool degli anni '30, sullo sfondo di una guerra alla droga proclamata quasi dieci anni fa, che non ha portato nessuno dei risultati promessi, e che oggi viene considerata fallimentare anche da molti sostenitori della prima ora.
Ciò nonostante gli sfidanti di Bush non hanno voluto affrontare e incalzare su questo terreno il presidente uscente, né durante la prima fase della campagna elettorale né nel primo dei dibattiti televisivi di chiusura.
Bill Clinton, forse timoroso di perdere i consensi della middle-class più moralista e disinformata dalle campagne propagandistiche condotte in questi anni a sostegno della "guerra alla droga", e forse imbarazzato da vecchie questioni di spinello, ha voluto fugare ogni sospetto su un suo possibile atteggiamento liberal. »Sono totalmente contrario alla legalizzazione delle droghe. Ho un fratello cocainomane, in questo momento in disintossicazione. E se la droga fosse liberamente in vendita, a quest'ora sarebbe morto ha detto il governatore dell'Arkansans, dimostrando deboli conoscenze scientifiche, ma al tempo stesso rassicurando quanti temono che l'avvento di un democratico - dopo dodici anni di dura e cocciuta intransigenza su questo fronte - possa rappresentare una svolta nella direzione delle idee di Milton Friedman, il più lucido antiproibizionista statunitense.
Da parte sua Bush ha dato l'impressione di poter rivendicare qualche progresso nella "guerra alla droga" anche se gli americani manifestano ormai una certa insofferenza verso un refrain spesso ascoltato in questi dodici anni, cui però continua a corrispondere un fiume di droga che circola liberamente per il paese. Un refrain i cui costi economici crescenti e i deludenti risultati rende sempre meno credibile.
E sull'insofferenza ha fatto leva Perot, che già all'apertura della campagna elettorale, qualche mese fa, aveva espresso con brutalità la sua strategia antidroga: estendere con metodi e tecniche militari la "guerra alla droga" anche all'interno del paese, considerando nemici degli Stati Uniti »quei personaggi che non sarebbero in grado di svolgere un lavoro di infimo grado in una catena di fast-food, e che invece, vendendo droga, vanno in giro su Mercedes e Bmw. Ragazzi che non sarà così semplice far smettere .
Qualunque sia l'esito del 3 novembre, appare pressoché certo che la politica della droga Usa dovrà cambiare. I costi crescenti e gli scarsi risultati della "guerra alla droga" impongono al prossimo presidente un colpo d'ala. E non è detto - come ha previsto Friedman in un intervista di qualche mese fa - che il proibizionismo negli Usa resista inalterato per tutto il mandato del prossimo presidente.