Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena, interviene sulla questione della carcerazione dei tossicodipendenti: »Sul piano normativo la questione di fondo è una scelta politica culturale tra proibizionismo e antiproibizionismo
ROMA - In un'intervista pubblicata da La Stampa, Nicolò Amato parla del problema della carcerazione dei tossicodipendenti, tornata alla ribalta in seguito alla disponibilità mostrata dal presidente del Consiglio, dopo l'incontro con i deputati della Lista Pannella, a rivedere le norme sulla punibilità dei consumatori di droghe illegali. Amato ammette che i tossicodipendenti in carcere sono 15.000 (il 33% del totale dei detenuti) ma quelli che rispondono solo di detenzione e spaccio di lieve entità sono poco più di un migliaio. La stragrande maggioranza è responsabile di reati contro il patrimonio: »Nessuno risponde di semplice consumo . Secondo Amato, che non fa alcun cenno al meccanismo della "dose media giornaliera" che può trasformare qualunque consumatore in spacciatore, l'aumento dei tossicodipendenti in carcere è dovuto alla diffusione della droga e non alla legge 162 che, peraltro, non ha avuto alcun rilevante effetto deterrente. Discutere solo delle leggi sfugge però alla questione vera che, dice Ama
to, è quella della loro attuazione. »Sul piano normativo - aggiunge poi il direttore generale delle carceri - c'è solo un problema di fondo che avrebbe un'incidenza determinante, ma è una scelta politica culturale delicatissima ed è la scelta tra il proibizionismo e l'antiproibizionismo . Amato ammette che se la droga fosse legalizzata si ridurrebbero i reati commessi per procurarsela e aggiunge che il proibizionismo si giustifica solo se alla repressione corrisponde prevenzione e riabilitazione, cosa che, nella situazione carceraria delineata dall'intervista, non sembra assolutamente possibile.