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Conti Alessandro - 28 febbraio 1994
LETTERA DEL MINISTRO DELLA CULTURA FRANCESE AL QUOTIDIANO "LE MONDE"

Jacques Toubon

Ministro della cultura e della francofonia

"Le Monde" 24.2.1994

Se è vero come diceva Churchill, che gli imperi di domani saranno imperi dello spirito, allora le lingue terranno il primo posto in questa geopolitica.

La Francia malgrado la sua fama culturale, è oggi sorpassata da Paesi che consacrano budget considerevoli alla diffusione della loro lingua. Il Giappone ad esempio ha ben valutato i rischi di marginalizzazione che potrebbe far correre alla sua lingua e alla sua economia la generalizzazione dell'inglese nelle nuove tecnologie; sviluppa quindi importanti programmi di ricerca per impedire che, in un mondo in cui la comunicazione passa per le macchine, l'inglese elimini il giapponese.

I Paesi anglosassoni, lungi dall'accontentarsi della rendita di posizione della lingua inglese, in particolare nelle industrie culturali, spiegano sforzi considerevoli, come hanno provato i recenti negoziati commerciali multilaterali, perché la loro lingua comune conservi le posizioni che ha e conquisti nuovi spazi. Numerosi Paesi dell'Europa continentale hanno adottato leggi moderne sulla loro lingua. Le coscienze linguistiche si svegliano e la promozione delle lingue nazionali diventa una posta in gioco essenziale, sentita come tale sia dagli intellettuali che dall'opinione pubblica.

Fino a oggi, a dispetto delle professioni di fede, la Francia ha accordato un'importanza secondaria alla sua lingua, i cui difensori hanno dato l'impressione di combattere battaglie di retroguardia. Ed era in effetti sbagliare lotta il compiacersi nel purismo o dare la caccia ai prestiti stranieri: una lingua deve essere viva, arricchirsi di rapporti esterni a condizione che siano correttamente assimilati, ma anche di tutte le invenzioni del linguaggio popolare, di quello delle periferie ad esempio.

E' al contrario legittimo denunciare la propensione facile a rinunciare alla lingua nazionale e a privarci del potere, come nel Golem, di nominare le cose e di farle esistere. In certi ambienti è troppo spesso prevalsa l'idea che il prezzo da pagare per inserirsi nel mondo moderno, per il commercio, per gli scambi scientifici, fosse l'abbandono della lingua francese, da confinare prima o poi negli usi domestici, locali, subalterni. Persino i servizi pubblici hanno spesso rinunciato alla lingua della Repubblica, con la più grande disperazione dei nostri amici francofoni, costernati di tanta incoscienza. L' esperienza dimostra, quando si esaminano le pratiche linguistiche dei nostri partners e concorrenti, che noi siamo ormai gli unici a considerare l'uso della lingua nazionale come un ostacolo alla riuscita delle imprese.

Chiunque può rendersi conto che l'uso di una lingua straniera non è innocente. In molti casi diventa uno strumento di dominio, un agente di uniformazione, un fattore di esclusione sociale e, quando la si utilizza per snobismo, una lingua per disprezzo. Rifiutare di creare, di comunicare nella propria lingua, è d'altronde privarsi del proprio genio, della propria capacità di esprimere il pensiero creatore. Come ha scritto Régis Debray, in materia di creazione, l'internazionale è il contrario dell'universale, ed è solo esaltando le individualità che si ottiene il meglio di ciò che unisce gli uomini.

Ecco perché deve essere messa in valore la ricchezza di tutte le lingue. Il pluralismo linguistico deve essere preservato e organizzato. Tra paesi europei di lingua diversa, è necessario saper resistere alle seduzioni degli argomenti in favore di un'unica lingua veicolare che comporterebbe alla fine il deprezzamento di tutte le lingue, tranne una, al rango di lingue locali. L'Europa, per meglio costruirsi, deve mettere a frutto l'eredità incomparabile rappresentato dalla diversità delle sue lingue e dal genio delle creazioni nazionali. Nella stessa Francia, ci guadagneremmo se un numero maggiore di genitori prendessero coscienza che l'avvenire sta meno nell'apprendimento precoce da parte dei bambini di un inglese impoverito, facile da assimilare ad ogni età, che nell'apprendimento più approfondito del tedesco, dello spagnolo, dell'arabo, del giapponese, dell'italiano, del portoghese o del russo. Compete ai poteri pubblici contribuire a far vivere questo plurilinguismo.

Una causa nazionale

Sono queste le ragioni per le quali il governo fa della politica della lingua francese una causa nazionale.

Una legge, prolungamento naturale della revisione costituzionale che ha consacrato il francese come lingua della Repubblica, renderà attuale la legislazione del 1975 e stabilirà le regole di buon senso che devono imporsi per l'uso del francese in Francia. Legge di servizio e non di costrizione, essa stabilirà le esigenze elementari che consentiranno al consumatore, allo stipendiato, al cittadino di essere perlomeno informato nella sua lingua, senza ovviamente impedire l'uso delle lingue straniere. Essa suppone che ogni settore professionale si interessi alla sua applicazione in modo che ognuno possa prendere coscienza della sfida e collabori a raccoglierla.

Inoltre, si sta instaurando una strategia delle industrie della lingua: si tratta di dare alla Francia i mezzi per mantenere il suo posto nelle nuove tecnologie, fonte di posti di lavoro, della traduzione automatica, della riconoscenza vocale, dell'ingegneria linguistica. Una politica delle pubblicazioni universitarie e scientifiche in francese, indispensabile affinché il nostro paese conservi la padronanza della valutazione della sua ricerca, è in corso di definizione. Saranno fatte proposte ai nostri partner affinché i paesi europei riflettano insieme sui modi di sviluppare il plurilinguismo europeo, generalizzare e diversificare l'apprendimento delle lingue europee, diffondere le pedagogie dell'intercomprensione, in modo che ogni nazione, maggiormente conscia della sua ricchezza linguistica, possa meglio aprirsi agli altri, senza il tramite riduttore di un linguaggio "internazionale". Rinnovata e rilanciata dal summit delle Isole Mauritius, la francofonia multilaterale, alla quale partecipano quarantasett

e paesi che vi vedono una alternativa all'uniformazione del mondo, prende in mano il suo destino, quello di una delle aree geolinguistiche che faranno il mondo di domani.

Sono queste le grandi linee di una politica che non saprebbe essere nostalgica del passato o timorosa ma generosa e rivolta verso l'avvenire. Restare fedeli al nostro genio per meglio aprirsi agli altri; restare fedeli alla nostra cultura ed all'universalità che è il messaggio millenario della Francia. E poter cosi rispondere all'attenzione di chi, come gli scrittori algerini, agli avamposti della lotta per la libertà, hanno proclamato senza inibizione: "La lingua francese ci traduce più di quanto ci tradisca (1)."

(1) Mouloud Mammeri

 
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