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Agora' Agora - 9 ottobre 1993
DEMOCRAZIA ACQUISITIVA di Antonio Martino
Intervento per la Convenzione Nazionale Partito Democratico

Hotel Ergife Roma, 9 ottobre 1993

La democrazia acquisitiva

Sono convinto che la causa vera, unica dei nostri problemi è costituita dall'ab bandono delle regole di una società liberale e dall'adozione su larga scala ed in misura crescente dei vizi della democrazia acquisitiva. In una società liberale, dove l'ambito dell'azione pubblica è rigorosamente delimitato e circoscritto e dove massimo è lo spazio offerto alle iniziative individuali, private, volontarie, il consenso popolare è lo strumento per la realizzazione di alcuni grandi pro getti di interesse generale. La democrazia acquisitiva ribalta questo concetto, il consenso diventa il fine dell'attività politica, la spesa pubblica lo strumento per la sua acquisizione. La democrazia acquisitiva finisce così per porre in es sere una ridistribuzione massiccia di potere e di reddito a favore del settore po litico ed a danno della società spontanea. Lo statalismo si diffonde come una metastasi, invadendo tutti gli aspetti della nostra vita.

I dati del dissesto

I guasti dello statalismo sono sotto gli occhi di tutti: nei venti minuti di questa mia chiacchierata il settore pubblico italiano spenderà 34 miliardi e duecento milioni, incasserà 27 miliardi e quattrocento milioni e contrarrà nuovi debiti per 6 miliardi e ottocento milioni. Vengono in mente le argute parole di Oscar Wilde: "il tempo è spreco di denaro".

Dal punto di vista del dissesto della finanza pubblica, gli anni Ottanta sono sta ti i peggiori nella Storia d'Italia. Nell'ultimo decennio, dal 1983 al 1992, il prodotto interno lordo è cresciuto di circa 900 mila miliardi, le spese del setto re pubblico di oltre 540 mila. La crescita della spesa pubblica ha cioè assorbito oltre il 60% dell'aumento del reddito.

Nel decennio in questione (1983 92), le entrate totali del settore pubblico si sono più che triplicate, passando dai 257 mila miliardi del 1983 agli oltre 710 mila del 1992, un aumento di oltre 450 mila miliardi in soli dieci anni. Per comprendere l'enormità di questo aumento, basti pensare che nel 1960 le en trate totali del settore pubblico furono pari al 31% del prodotto interno lordo, nel 1980 al 34,6% in vent'anni l'incidenza aumentò di 3,6 punti. Dal 1980 ad oggi sono passate dal 34,6 del pil al 47,3% quasi tredici punti in più in dodici anni.

Sempre nell'ultimo decennio, il debito complessivo è passato dai 430 mila mi liardi del 1983 al milione e settecentomila miliardi del 1992. L'aumento del debito è stato cioè di quasi 370 mila miliardi superiore all'aumento del pil. In un decennio, i risanatori della finanza pubblica hanno contratto debiti per un milione e duecentoquarantamila miliardi, quasi 124 mila miliardi di nuovi debiti all'anno!

Quanto ai confronti internazionali, basterà ricordare che il disavanzo annuo dell'Italia è da solo maggiore della somma dei deficit degli altri undici paesi della Comunità europea, e che, ai tassi di cambio attuali, il debito pubblico ita liano è pari ad oltre due volte e mezzo l'intero debito estero di tutti i paesi del l'America Latina congiuntamente considerati.

Questa montagna di debiti ha sclerotizzato l'economia: pensate a quante im prese piccole, medie, grandi o gigantesche si sarebbero potute creare se quel milione e mezzo di miliardi fosse stato destinato a scopi produttivi. Il dissesto pubblico ha quindi anche ridotto il numero delle iniziative, proteggendo le im prese esistenti dalla concorrenza dei produttori potenziali. Vorrei che se ne ri cordassero i fautori di una legislazione anti trust.

Lo statalismo ha distrutto opportunità di lavoro e prodotto disoccupazione dif fusa. Il risparmio destinato a finanziare la dissennatezza pubblica è stato sot tratto agli investimenti produttivi, la creazione di nuovi posti di lavoro è stata insufficiente. Il dissesto pubblico ha creato oltre seicentomila nuovi disoccupa ti in soli dieci anni, e la tendenza, come sappiamo, è ulteriormente peggiorata nell'anno in corso.

Il fatto è che la crisi finanziaria è esclusivamente determinata dalla crescita della spesa. Se dal 1980 al 1992 le spese totali del settore pubblico fossero non rimaste costanti, nè cresciute in proporzione all'inflazione, ma aumentate in misura ancora maggiore, in rapporto alla crescita del reddito ma non di più, nel 1992 il bilancio avrebbe avuto un attivo di oltre 56 mila miliardi invece di un passivo di quasi 156 mila ed il debito pubblico avrebbe rappresentato il 28% circa del p.i.l. anziché oltre il 111 %. Un provvedimento modestissimo di con tenimento della rapidità di crescita della spesa avrebbe risanato in un decennio la finanza pubblica, dando vita per la prima volta nell'intera storia della Re pubblica Italiana ad un attivo totale di bilancio. Non sarebbe stato necessario licenziare neanche un dipendente, nè rinunziare ad uno solo dei tanti programmi del nostro benemerito settore politico, per riequilibrare i conti pubbli ci.

Si potrebbe continuare a lungo.

Consentite anzitutto a me meridionale di ricordare che proprio nel Mezzogior no, dove maggiore è stato l'intervento pubblico, più evidenti ne sono le conse guenze negative. Nel Mezzogiorno, come nel resto d'Italia, lo statalismo ha prodotto distorsione nell'uso delle risorse, disgregazione del tessuto sociale, sprechi, corruzione diffusa, al costo di una fiscalità oppressiva, iniqua, farragi nosa, caotica e indegna di un Paese civile.

Ma mi limiterò soltanto a tre ulteriori considerazioni.

Anzitutto la socialità dello statalismo. In passato chi criticava l'invadenza pubblica veniva accusato di essere senza cuore, di voler "rimettere in discussio ne le conquiste dello stato sociale". Oggi la musica è cambiata, e non si vede come si possano qualificare sociali le larghezze di un settore pubblico che spende come un marinaio ubriaco: un sistema che prende a tutti, anche ai po veri, per dare a tutti, anche ai non poveri, e che tassa anche i diseredati per fi nanziare a suon di migliaia di miliardi i profitti di imprenditori non propriamen te poveri. E' forse opportuno ricordare che la difesa delle regole del capitalis mo concorrenziale non ha nulla da spartire con la tutela degli interessi dei ca pitalisti attuali. E' arrivato il momento di porre fine alla scandalosa prassi dei "trasferimenti alle imprese", delle migliaia di miliardi che ogni anno lo stato preleva dalle tasche dei contribuenti per distribuirli a vario titolo agli impren ditori. L'Italia di oggi ricorda l'analisi che Salvemini facev

a del fascismo: "Nell'Italia fascista, diceva Salvemini, il profitto è privato e individuale, le perdite sono pubbliche e sociali". Dovremmo Accordare il suggerimento di Adam Smith: "la bassa rapacità e lo spirito di monopolio dei mercanti e dei manifattori, i quali non sono nè dovrebbero essere i reggitori dell'umanità (...) possono essere facilmente impediti dal turbare la tranquillità di ogni altra ca tegoria di cittadini."

Spendiamo cifre colossali per "prestazioni sociali", cifre che, se andassero di rettamente ai poveri, li trasformerebbero in benestanti; di fatto queste somme servono per alimentare una classe politico burocratica parassitaria e solo le briciole raggiungono chi ha veramente bisogno. E non dimentichiamo che l'i nefficienza nella fornitura di servizi pubblici penalizza due volte i poveri, che sono costretti a pagare con l'imposizione servizi che vengono forniti in misura inadeguata e non possono permettersi il ricorso ad alternative private.

In secondo luogo, la vecchia critica che veniva mossa dai male informati ai li beristi, secondo cui a questi mancherebbe il senso dello stato, si ritorce, alla luce dell'esperienza, contro gli statalisti. E' evidente, infatti, che lo statalismo

ha distrutto lo stato: abbiamo oggi troppo stato in termini di costo, troppo poco stato in termini di risultato. La ragione è evidente: uno stato che ha la pretesa di provvedere a tutto ed a tutti, fallisce anche nei suoi compiti istituzionali.

Non credo sia necessario ricordare la situazione della giustizia, sia civile che penale, o dell'ordine pubblico per sottolineare la latitanza dello stato proprio nel suo ambito. Ed è difficile considerare libero e civile un Paese che riesce ad essere contemporaneamente permissivo e liberticida, un Paese che non ci pro tegge dai criminali, ma in compenso lascia marcire in galera migliaia di nostri concittadini innocenti.

Lo statalismo ha prodotto corruzione diffusa. Consentitemi di ripetermi: se uno spende 10 ed incassa 100, si tratta di un buon affare; se uno spende 100 ed incassa 10, si tratta di un cattivo affare; se uno, per poter incassare 10, fa spen dere 100 ad altri, si tratta dell'intervento pubblico e della sua inseparabile compagna, la corruzione. Fra contraenti privati la corruzione è quasi impossibi le: nessuno spenderebbe di suo 100 per poter incassare una mancia di 10. La corruzione è possibile solo se la tangente viene incassata da persona diversa da quella che sopporta l'intero costo dell'operazione, l'ignaro contribuente. Lo statalismo è condizione necessaria e forse addirittura sufficiente di corruzione. Questo ci conduce ad una prima conclusione: la moralizzazione effettiva della nostra vita pubblica richiede anzitutto una decisa e drastica privatizzazione della società e de politicizzazione della vita.

Questa è la motivazione più forte a favore delle privatizzazioni, non il benefi cio per l'erario, non gli enormi guadagni possibili in termini di efficienza, non il potenziamento della Borsa o la diffusione della proprietà azionaria, quanto soprattutto la moralizzazione della nostra vita pubblica, cioè il divorzio dell'e conomia dalla politica.

In secondo luogo, il danno che la corruzione arreca alla collettività non è affat to rappresentato da quanto incassato dal corrotto (10), ma da quanto il contri buente è stato costretto a sborsare (100) per consentire al corrotto di percepire la tangente. In altri termini, l'intervento pubblico non solo costituisce condizione necessaria di corruzione, ma ne misura anche la portata. Non la tangente è la misura del nostro danno, ma lo spreco: la spesa pubblica superflua o arta tamente gonfiata a livelli molto superiori a quelli strettamente necessari. Il che ci consente di pervenire ad una prima importante conclusione: il dissesto fi nanziario dello stato è quasi interamente imputabile alle distorsioni della de mocrazia acquisitiva, all'intreccio fra statalismo e corruzione che caratterizza il nostro tempo.

Infine, ma più importante, lo statalismo ha compromesso la libertà individuale. Se le tendenze prevalse nell'ultimo continuassero anche nel decennio in corso, nel 2000 il prelievo tributario medio sarebbe di poco inferiore al 60% e la spe sa pubblica 5% del reddito nazionale. Ammesso che quell'esito sia possibi le, sarebbe la fine del nostro benessere e della nostra libertà. Che senso, infatti, avrebbero le libertà "politiche" in un paese in cui i tre quarti del reddito venis sero utilizzati dai canali politico burocratici e solo il restante quarto affidato alle decisioni dei singoli, delle famiglie e delle imprese?

Non illudiamoci: votare ogni quattro anni non basta a fare libero un Paese! La libertà individuale può essere messa in pericolo sia da un dittatore che dallo strapotere di una maggioranza democratica. Sono oggi più che mai di attualità le parole di Tocqueville:

"Vi sono molti oggi che s'adattano volentieri a questa sorta di com promesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e ri tengono di aver garantito sufficientemente la libertà degli individui col darla in tutela ad un potere nazionale. Per quel che mi riguarda, ciò non mi basta affatto: la natura del padrone mi interessa assai meno del do vere dell'obbedienza."

Cerchiamo di non dimenticare che la libertà cosiddetta "economica" è il conte nuto della libertà senza aggettivi; che la libertà puramente "politica" è un ecto plasma, un contenitore vuoto; e che il controllo della produzione della ricchez za non è altro che il controllo della vita umana.

L'importanza delle regole

Se le cose stanno in questi termini, non siamo n presenza della patologia di un sistema altrimenti sano, ma dell'esito inevitabile di una concezione inaccettabi le dei rapporti fra i cittadini e lo Stato e del ruolo che esso deve assumere nel l'ambito dell'economia del Paese. O . , se si trattasse delle deviazioni di una visione accettabile del ruolo dello Stato, quelle deviazioni sarebbero suscettibi li di essere corrette senza rinunziare alla impostazione generale. Dal momento che, invece, si tratta del funzionamento fisiologico, "normale", prevedibile e previsto, della democrazia acquisitiva, i problemi non possono essere risolti se non si abbandona la vecchia impostazione e se non si ripristinano regole cor rette nei rapporti fra l'attività di governo e l'attività economica.

Dobbiamo riscoprire l'importanza delle regole, la saggezza del Federalista: "Se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo

diverrebbe superfluo. Ma nell'organizzare un governo di uomini che do vranno reggere altri uomini (..) si dovrà mettere il governo in grado di con trollare i propri governati, e quindi obbligarlo ad autocontrollarsi."

Molto si potrebbe dire al riguardo, ma mi limiterò ad una sola delle tante pro poste di ingegneria costituzionale volte a ricondurre lo stato nel suo ambito legittimo.

La fiscalità occulta

Quando, il 23 novembre 1986, assieme a Sergio Ricossa e Gianni Marongiu, partecipai, a Torino, alla "marcia dei contribuenti", dovetti sopportare assieme agli altri le contumelie che i benpensanti pensarono di scaricare addosso alle nostre tesi. Oggi, quando una fiscalità oppressiva e penalizzante ha stroncato lo sviluppo, scacciato dal mondo del lavoro i nostri giovani, messo in ginoc chio larghi settori produttivi e compromesso gravemente la nostra libertà, la bontà di quelle tesi non può più essere messa in dubbio.

Dell'insensatezza del nostro sistema fiscale, indegno di un paese civile, si po trebbe parlare per ore, ma mi limiterò ad un solo aspetto che reputo particolar mente significativo: la mancanza di trasparenza. Nel 1992 il settore pubblico è costato, in media, oltre 15 milioni per ogni italiano, oltre 60 milioni per la fa miglia media di quattro persone. Come ha fatto lo stato ha prelevare una cifra così ingente dalle tasche degli italiani? La risposta è semplice: con la frode. In fatti, circa l'ottanta per cento della spesa pubblica è stato finanziato con impo ste occulte: il deficit, i contributi sociali "pagati dal datore", le ritenute alla fonte, le imposte indirette, sono tutte forme di imposizione di cui il contribuen te ultimo non si rende conto. Per o i milione di imposte pagate consapevol mente il fisco gliene ha sottratti altri quattro senza che il contribuente se ne ac corgesse.

La mancanza di trasparenza è essenziale alla sopravvivenza della democrazia acquisitiva La prassi di acquistare consenso con la crescita della spesa pubbli ca, infatti, può funzionare solo se la collettività non si accorge di quanto que sto mercimonio le costa. Se gli elettori si rendessero conto che il benevolo al truismo dei loro eletti costa cifre da capogiro è assai dubbio che ne sarebbero entusiasti. Com'è ovvio, tuttavia, questa forma surrettizia di espropriazione di reddito non è compatibile con le regole di una società liberale.

Bisognerebbe, quindi, passare dall'attuale sistema di "sostituti di imposta", che ha fatto dei datori di lavoro degli esattori di imposte non pagati, ad uno in cui il datore versa per intero anche le somme destinate al fisco ai lavoratori, e que sti provvedono a versarle all'erario. Da un punto di vista pecuniario non cambierebbe nulla il gettito per il fisco resterebbe invariato, come pure il costo del lavoro e la remunerazione netta. Tuttavia, la differenza sarebbe enorme, per ché i lavoratori scoprirebbero l'entità del prelievo che grava su di loro. E' pro babile che se lo scoprissero non lo consentirebbero, ma è proprio questo il grande vantaggio della trasparenza in materia fiscale. Infatti, un sistema politi co che preleva dalle tasche del contribuente ben oltre la metà del reddito in modo surrettizio, consapevole del fatto che, se il contribuente si rendesse con to dell'entità del costo dello statalismo gravante su di lui, non lo consentireb be, non è soltanto un sistema politico fraudolento, è anche

un sistema politico antidemocratico. Democrazia significa, fra l'altro, che il popolo controlla l'o perato del proprio governo; ciò è impossibile quando il costo dell'attività del governo viene occultato agii occhi del contribuente. Chi crede nella democra zia non può rinunziare a questo che è principio etico fondamentale: le imposte devono essere visibili.

Per una socie liberale

La democrazia acquisitiva ha fermato la crescita economica, punito l'operosità e premiato l'inefficienza, diffuso disoccupazione, penalizzato le attività pro duttive, criminalizzato il lavoro, il risparmio e l'investimento. L'abuso della politica ha disgregato il tessuto sociale, mettendo una categoria contro l'altra, una regione d'Italia contro l'altra, ha impedito il corretto funzionamento dello stato nei suoi compiti essenziali, ed ha condotto alla burocratizzazione della società ed alla politicizzazione della vita. Oggi questo sistema annega nella corruzione e nel discredito generale. E' arrivato il momento di voltare pagina E' arrivato il momento di dar vita ad un soggetto politico che sappia far pro prie le ragioni della libertà, ponendo termine ai vizi della democrazia acquisiti va

Sale dal paese una richiesta di liberalizzazione e di pulizia che non risparmia nessuno. La storia ci offre una occasione senza precedenti per costruire una nuova civiltà liberale, fondata sul rispetto dell'individuo e sul contributo che solo la sua libera creatività può dare al progresso umano. Spetta a noi non sciupare, per miopia o per viltà, questa grande occasione.

 
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