Roma, 20 maggio 1994
Signor presidente, signor presidente del consiglio, colleghe e colleghi deputati,
la formazione del suo governo ha portato alla ribalta, prepotentemente, i temi della politica estera: e io assolutamente non intendo riferirmi ancora alle perplessità sollevate dalla composita maggioranza che giunge oggi a governare il paese. Problemi, in questo senso, vi sono, ma essi sono stati deplorevolmente ingigantiti da una stampa internazionale tradizionalmente - e colpevolmente - attenta alle vicende italiane solo in chiave folkloristica o macchiettistica.
Le sue dichiarazioni sulla politica estera pongono altri interrogativi: e penso subito al manifestarsi di un clima, di una cultura, di accentuazioni che paiono da attribuirsi ad un desiderio insieme vago, impreciso e ambizioso, di adeguarsi al clima internazionale imperante, come nel timore di non essere aggiornati e di restare scavalcati dall'incalzare delle vicende: lei ha con insistenza rivendicato un non meglio specificato "ruolo italiano da protagonista", e sottolineato la preoccupazione di sollevare pi alta "una voce italiana", in Europa e dovunque nel mondo ci sia richiesto o auspicabile: magari affidando alle qualità professionali della nostra diplomazia la promozione di tale ruolo di protagonismo internazionale.
Sulla questione dell'immagine del nostro paese lei ha avanzato una richiesta di fiducia, per la quale si è fatto mallevadore garantendo la più lineare continuità di principi e di valori con il passato. Ebbene, signor presidente, a nostro avviso questa attestazione di continuità insufficiente e inadeguata, ma anche quella richiesta di protagonismo è sbagliata e pericolosa.
Lei ha fatto cenno alla situazione del Medio Oriente all'Africa, alla Bosnia. Sono vicende per le quali è assurdo pensare di far ricorso all'esperienza della diplomazia, alla continuità dei valori o al nuovo protagonismo. Ci troviamo qui di fronte ad episodi di una pi vasta crisi, di un vuoto che è la manifestazione - palpabile ormai - dell'assenza di un ordine che sia sancito dalla Comunità internazionale e garantito da appropriati strumenti di intervento. Se questa è la situazione, non ci si può limitare a deplorare che l'ONU o l'Unione Europea non siano "in grado" di "metter fine" a tanto disordine. Occorre che ciascuno agisca, ed agisca nella consapevolezza che oggi non vi è grande problema che possa essere risolto sul piano nazionale, magari facendo ricorso ad un protagonismo tutto bilaterale: la pace, le libertà, gli equilibri culturali e civili del mondo, e persino la conservazione attiva dell'ambiente, devono ormai essere affidati a strumenti che facciano perno sulla Comunità dei popoli, e dunque sul
l'ONU o sulla Unione europea. Come riformatori e radicali noi abbiamo lavorato intensamente, a sostegno del Segretario generale dell'ONU Boutros Ghali, per la costituzione del tribunale ad hoc per i crimini nella ex Jugoslavia e poi per la costituzione del tribunale internazionale sui crimini contro l'umanità, già invocato per bloccare i crimini in Ruanda. E' lo stesso spirito che informò a suo tempo la campagna radicale sullo sterminio per fame nel mondo, i cui esiti vennero stravolti dalla partitocrazia del PCI, del PSI come della DC, con le conseguenze che tutti conosciamo e che Tangentopoli ha finalmente messo in luce.
Se non si parte, subito, avendo chiara l'assoluta necessità di lavorare per il rafforzamento del diritto internazionale, per la costituzione di segmenti di giurisprudenza sovrannazionale, dotati degli strumenti necessari - anche "militari" - per farla rispettare in ogni parte del globo, c'è il rischio, signor presidente, di avviare una "politica estera" tardiva, inadeguata, inutile, e anche pericolosa. Se vi è bisogno, anche noi la chiediamo, di una pi forte, decisa iniziativa del nostro paese: ma non in senso bilaterale, da "grande potenza", un ruolo per il quale del resto il nostro paese non è assolutamente attrezzato; quanto invece per rafforzare le grandi istituzioni inter- e sovrannazionali: c'è ad esempio urgente bisogno che l'Italia solleciti all'ONU la costituzione del tribunale permanente sui crimini contro l'umanità. Occorre insomma che la nostra politica estera prenda efficaci - tempestive - iniziative in coerenza con la proclamata difesa dei diritti umani e senza riguardo per la difesa di interes
si spiccioli. Non si dovrà ad esempio lasciar cadere la richiesta di incontri ufficiali e al pi alto livello con il Dalai Lama quando, da noi invitato, verrà in Italia a metà giugno, come è successo vergognosamente in passato; e ricordiamo che il Dalai Lama, premio Nobel per la pace, rappresentante e testimone della resistenza nonviolenta del suo popolo contro il genocidio fisico e culturale in corso, in quanto tale ha incontrato ufficialmente decine di capi di stato e di governo, fra cui i presidenti Bush e Clinton, Mitterrand e Major, il Papa, il parlamento europeo . L'Italia non può e non deve farsi paladina dello status quo a tutela delle buone relazioni commerciali con l'ultimo grande totalitarismo nazional-comunista, quando ci implica fare carta straccia dei diritti civili e umani. Solo su queste linee il suo governo potrà far fede all'ispirazione liberale cui lei si è richiamato.
Anche in Europa. Attenzione, qui, ai "rovesciamenti di alleanze" che ci sono sempre stati deleteri, e sono sempre stati rinfacciati al nostro paese. Anche noi riformatori e federalisti abbiamo criticato Maastricht: ma ci siamo battuti, e ci batteremo, per impedire che sulle macerie di Maastricht si levi una diaspora insularistica: magari cogliendo ad alibi un allargamento dell'Europa verso l'est inteso come la costruzione di un semplice "spazio europeo", una zona di libero scambio: concezione sempre tenacemente avversata dai grandi europeisti italiani, fossero De Gasperi o Spinelli o lo stesso Gaetano Martino. Il grande problema dell'Europa, irrisolto ma non per questo meno necessario e urgente, resta la costruzione dell'Unione federale. Ed è in chiave di federalismo europeo, di rigoroso riconoscimento dei diritti propri dei cittadini europei anche ai membri delle minoranze italiane di Slovenia e Croazia e degli esuli da quelle regioni - non certo nei termini aberranti di una ridiscussione delle frontiere -
che va affrontata la ridiscussione del trattato di Osimo.
Su un tema vorrei in ultimo sollecitare la sua attenzione. L'Italia non ha ancora ratificato il secondo protocollo aggiuntivo all'accordo internazionale sui diritti civili e politici relativo all'abolizione della pena di morte, e non ha potuto farlo perché il nostro paese mantiene ancora la pena di morte nell'ordinamento giudiziario militare. Per la ratifica, avrebbe dovuto far ricorso all'istituto della "riserva". Nell'ultima legislatura, come federalisti, abbiamo assunto in merito una iniziativa che la fine della legislatura ha purtroppo troncato. Intendiamo riprenderla per consentire all'Italia di firmare, senza alcuna riserva, l'accordo sottoscritto. E' possibile attendersi che il suo governo chieda la sollecita iscrizione all'o.d.g. della questione?
Ritornando - per concludere - sulla questione dell'immagine del nostro paese, io sono certa - signor presidente del consiglio - che sarebbe estremamente importante se il suo governo offrisse - nel corso di un dibattito parlamentare sulla politica estera da aprirsi prima delle elezioni europee - pi ampi dati di indirizzo sui quali avviare un confronto specifico e articolato. In tale sede molte differenze, o almeno incomprensioni, potrebbero essere se non altro smussate: è infatti proprio delle grandi democrazie rette con sistemi politici tendenzialmente bipartitici, e con alternanza di governi, che maggioranza e opposizione trovino sul terreno della politica estera occasioni forti di una "grande coesione" nel nome degli autentici, non mistificati, interessi del paese. Forse è difficile sperarla qui da noi, ma è necessario cercarla con tutte le nostre forze.