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Agora' Agora - 3 giugno 1994
INTERPELLANZA AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, AL MINISTRO DELLA DIFESA E AL MINISTRO DELL'INDUSTRIA.

Premesso che

- le mine anti-uomo, per l'entità della loro diffusione nel mondo, sono diventate, cumulativamente, un'arma di distruzione di massa. Autorevoli ricercatori calcolano che ve ne siano da 85 a 100 milioni sparse in 60 paesi. Come le altre armi di questo genere - nucleari, chimiche, batteriologiche - anche le mine uccidono indiscriminatamente soldati, bambini, contadini, donne incinte; e colpiscono, uccidendo o mutilando, molto più i civili che i militari, non solo nel corso dei conflitti ma in pratica indefinitamente, restando attive, pronte a esplodere, anche dopo la fine delle ostilità;

- ad aver creato questa situazione sono sia la larga disponibilità della tecnologia produttiva (costruiscono mine ben 48 paesi), sia il costo molto basso di questi ordigni (fino a tre dollari l'uno). Queste due condizioni hanno fatto sì che quantità imponenti di mine anti-uomo si siano rese disponibili non solo agli eserciti regolari degli Stati, ma anche a movimenti impegnati in guerre civili, così come a fazioni e clan in lotta armata tra loro. In questi casi la semina di mine è avvenuta e avviene in modo selvaggio, secondo le esigenze tattiche del momento, e senza che nessuno abbia cura di prendere nota dei luoghi e della disposizione degli ordigni, in modo da facilitare un' eventuale bonifica;

- un vero e proprio incubo diventa appunto la bonifica, in particolare nei casi appena ricordati, quando centinaia di chilometri quadrati devono essere battuti metro per metro. Il risultato è che per rimuovere una mina del valore di poche migliaia di lire occorre spendere tra i 300 e i 1000 dollari. Perciò in Cambogia, dove ci sono tra i 4 e i 7 milioni di mine inesplose per nove milioni di persone, rimuovere una mina costa da uno a quattro volte il reddito medio annuo di un abitante. Solo per rimuovere le mine lasciate dagli iracheni, il Kuwait ha speso ottocento milioni di dollari e perso 84 vite umane - quasi quante sono state le vittime americane nella guerra del Golfo. Le terre rese incoltivabili dalla semina di mine in Angola costeranno quest'anno 32 milioni di dollari di aiuti alimentari. In Mozambico la guerra civile ha reso inagibili tutte le maggiori rotte di comunicazione terrestri, costringendo a ricorrere ovunque possibile al trasporto aereo - a un costo per tonnellata 25 volte maggiore;

- drammatiche sono le implicazioni sanitarie della questione. Le mine anti-uomo, specie quelle a frammentazione, causano brutte ferite, di difficile cura. Ricorrono le cancrene, le operazioni multiple e le amputazioni, che mettono a dura prova sistemi sanitari quasi sempre rudimentali: si stima che ogni vittima di mine, per le risorse mediche che assorbe, sia la causa indiretta di una morte in più nei paesi più poveri. E' anche facile capire che cosa significhi vivere da disabili in un'economia rurale dove le protesi ortopediche sono un lusso al di fuori della portata di tutti. Già oggi c'è una persona mutilata per l'esplosione di mine ogni 236 in Cambogia, ogni 470 in Angola, ogni 1000 nel nord della Somalia, ogni 2500 in Vietnam;

- la comunità internazionale sta cominciando a prendere delle contromisure. Il 16 dicembre del 1993 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità una risoluzione non vincolante a favore di un bando generale all'esportazione di mine. Già nel 1992 il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato, su iniziativa del senatore Patrick Leahy, una moratoria unilaterale di un anno all'esportazione di mine americane. Alla fine del 1993, il presidente Clinton ha esteso tale moratoria di altri tre anni e si è rivolto agli altri paesi produttori perché facciano altrettanto. Diversi paesi, tra cui la Francia, la Germania, la Grecia e il Sudafrica, hanno aderito all'iniziativa americana;

- l'Italia invece non ha compiuto un simile gesto di responsabilità. Ciò appare tanto più grave e preoccupante in quanto l'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali di mine anti-uomo. Secondo la relazione ufficiale del governo l'anno scorso l'Italia ha esportato 30.000 mine anti-uomo a un paese non identificato per un valore di 264 milioni di lire. E si noti, in aggiunta, che sia la Grecia che il Sudafrica costruiscono mine su licenza italiana;

- l'Italia, inoltre, non ha mai ratificato la Convenzione sulle Armi Inumane del 1981, che pure ha firmato. Tale Convenzione contiene un protocollo sulle mine terrestri che ne vieta l'impiego contro le popolazioni civili. Si noti che, particolarmente negli USA, è vivo il dibattito intorno all'opportunità di rafforzare la convenzione stessa: l'amministrazione propone di bandire la costruzione di tutte le mine che non contengano meccanismi per agevolarne l'individuazione o per l'autodistruzione, mentre il senatore Leahy è a favore di un bando totale alla produzione di mine anti-uomo e sta intanto tentando di far passare in Congresso una moratoria di un anno alla produzione americana;

- va osservato, per ben valutare quale debba e possa essere la posizione del nostro paese, che nonostante la sua posizione di primo nel mercato mondiale delle mine anti-uomo sopra ricordata, l'Italia non ha un interesse economico quantitativamente e qualitativamente molto rilevante nel settore. Secondo i dati ufficiali del governo, l'Italia ha esportato mine per 300 milioni nel 1990, per 18,7 miliardi nel 1991, per 13,8 miliardi nel 1992, e per 1,8 miliardi nel 1993. Secondo dati elaborati da Giuseppe Catalano e Francesco Terrieri dell'IRES Toscana, nel 1992 gli occupati in questo settore, che comprende anche le mine anti-carro e quelle navali, erano circa 150 in quattro industrie (BPD, Tecnovar, Valsella e Whitehead) e davano luogo a un fatturato di circa 20 miliardi di lire. Un economia come quella italiana, con 25 milioni di occupati che hanno prodotto nello stesso anno 1992 un milione e mezzo di miliardi di lire, può dunque permettersi di convertire parzialmente o totalmente uomini e impianti oggi ad

detti alla produzione di mine;

tutto ciò premesso, gli interpellanti chiedono di conoscere:

1) se il governo intenda promuovere l'adesione italiana alla moratoria sull'esportazione delle armi, aderendo all'invito del presidente Clinton;

2) se il governo intenda presentare al parlamento il disegno di legge di ratifica della Convenzione sulle Armi Inumane e sollecitarne la più celere approvazione, eventualmente con emendamenti restrittivi;

3) se e quali iniziative, più ampiamente, il governo intenda assumere perché - con atti unilaterali e con adeguate azioni nelle sedi internazionali - l'Italia possa assumere un ruolo di primo piano non più nell'alimentare ma nel debellare il flagello costituito dalla diffusione e dall'impiego delle mine anti-uomo.

BONINO, MELANDRI, VASCON, NAPOLITANO, FORMIGONI, BASSI LAGOSTENA, MELUZZI, STRIK LIEVERS, BERTOTTI, DE JULIO, AYALA, CALDERISI, CORLEONE, TARADASH, MASI, MORSELLI, SPINI, VITO, VIGEVANO

 
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