Roma, 4 giugno 1994
"Fini ha fatto una constatazione: esistono periodi della storia nei quali il valore della libertà è posposto rispetto a quello del "progresso sociale". Il che, in questo secolo, e in questi giorni, è tragicamente vero. Lo è stato per il fascismo, per un paese che Mussolini chiamava: "la grande proletaria". Fini è oggi criminalizzato per quella constatazione: non perché egli sia sempre lo stesso che fu contro il divorzio, contro l'aborto, contro l'abolizione del finanziamento partitocratico delle forze politiche, contro ogni riforma elettorale, non perché è per la pena di morte, perché è un proibizionista, non solamente in tema di lotta alla droga ed alla criminalità, perché è andato con le migliori intenzioni di questo mondo alla corte di Saddam e Milosevich, questi massacratori della libertà e dei loro popoli. Non perché si converte alla liberaldemocrazia in una vigilia elettorale, non perché è un trasformista.
Chi è che lo criminalizza? Lo criminalizza chi, oggi, non si limita a constatare che "accade" che la libertà sia ritenuta secondaria rispetto ad altri valori politici, ma chi opera perché così sia e continui ad essere; chi è stato ferocemente, per un settantennio (e non per il ventennio), affermatore della "dittatura del proletariato" o di altre tragiche panzane del genere, o amico o sodale di costoro. In nome della libertà!
Chi è, oggi, con Fidel Castro? Chi è, oggi, con le feroci dittature del terzo mondo (perché "anticolonialiste"), del medio oriente (perché antiisraeliane), dell'Estremo Oriente, a cominciare dalla Cina? Chi continua ad essere per le "libertà borghesi" fin quando sono utili alla causa, salvo - come per il regime partitocratico, per la RAI-TV, - anche quando nemmeno servono, se non a squalificare chi si illude di servirsene. L'intolleranza dilaga più che mai. Quasi quanto nel periodo fascista, in cui si assassinavano, nella resistenza al fascismo, coloro che non erano d'accordo con i patti Stalin-Hitler".
MARCO PANNELLA