INTERVISTA A MARCO TARADASH
"L'Informazione" - Martedi, 23 agosto 1994
di Paola Motta
"Quello che è oggi potere deve diventare libertà. Per questo ho proposto l'antitrust anche sui giornali che porti allo smantellamento del potere industriale e finanziario sulla proprietà editoriale". Il riformatore Marco Taradash, presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, è da tempo che insiste su una normativa antitrust che riduca le grandi concentrazioni editoriali e televisive. A settembre presenterà una proposta di legge sulla materia. "Questo non significa però istituire - come ho detto - una Commissione parlamentare che controlli l'operato dei direttori dei quotidiani, sarebbe una soluzione dirigista che richiama una mentalità autoritaria. Dobbiamo favorire il progressivo abbandono dell'editoria da parte degli uomini di Confindustria e del grande capitalismo a livello nazionale e locale. Non solo gli Agnelli che hanno direttamente e indirettamente "Corsera, Stampa, Messaggero", ma anche quei giornali monopolistici a livello locale che sono di proprietà della Confindustria o di qualche grosso
industriale locale".
Meno monopolio e più libertà, dunque?
"Non dimentichiamo che nella Prima Repubblica era indispensabile per il grosso industriale possedere il giornale, perchè attraverso di esso si facevano quei favori ai politici che consentivano di risparmiare qualche soldo di tangente, miliardi s'intende. Bisogna capirlo una volta per tutte: la proprietà del "Corriere" da parte di Agnelli o di "Repubblica" da parte di De Benedetti è componente della corruzione "ambientale" della prima Repubblica".
Ora tutti si dicono paladini dell'antitrust, da Bossi a D'Alema, voi Riformatori come lo intendete?
"Noi vogliamo sganciare i giornali dal grande capitale. Per la televisione invece: abolizione della pubblicità in Rai e limitazione a due delle reti nazionali (la terza rete potrebbe essere chiusa); per la televisione privata la mia proposta è: la prima rete con tutta la pubblicità che riesce a fare, per la seconda il privato deve rispettare un tetto pubblicitario del 40%. E' inutile dire che quel privato non può possedere un giornale".
Un ribaltamento completo della Mammì.
"Sì, comunque si può uscirne gradualmente, fissando un primo termine nel '96, un secondo nel '98 e poi nel 2000. Bisogna uscirne senza distruggerne le aziende. Ma senza sacrificare all'economia di alcune aziende, l'economia più importante che è quella delle libertà".
Come Riformatori come farete a mettere alle strette Berlusconi sull'antitrust?
"Deve prevalere quella parola che Berlusconi usa spesso: il buonsenso. Un presidente del Consiglio che voglia governare alcuni anni il Paese non può pensare di farlo sotto la continua spada di Damocle del controllo monopolitico della televisione pubblica o privata: non è accettabile sotto il profilo democratico".
Sperate nel buonsenso altrui?
"E' Berlusconi stesso a giudicare questa situazione anomala ed è nei suoi interessi modificarla. Noi sosterremo con forza questa posizione, ma senza dimenticare che la Fininvest ha svolto una funzione positiva nel Paese per liquidare il monopolio videocratico Dc - Psi - Pci".
L'ultima vicenda che sa di vecchio, è quella delle cento nomine e promozioni decise da Gianni Locatelli direttore generale uscente e bloccate dal suo successore?
"E' stata la regolarizzazione di una prassi che io ritengo irregolare. Sotto il profilo formale ha ragione Locatelli, sotto il profilo sostanziale è stata invece l'ennesima occasione per dimostrare che la Rai non è un'azienda, ma un carrozzone. Si è trattato di nomine che regolarizzavano posizione acquisite di fatto: dopo tre mesi che uno svolge - e nessuno glielo impedisce - una determinata funzione, anche se nessuno l'ha promosso, può fare ricorso e ottenere la nomina: questo è il meccanismo che è invalso in Rai, un meccanismo che consente ogni favoritismo e la creazione di lobbies".
Come spiega la levata di scudi di molti giornalisti della Rai?
"E' inevitabile che una corporazione diventata nel vecchio regime una casta, faccia muro per difendere il proprio potere. Ma all'interno dell'azienda non tutti la pensano così".
E la polemica sugli stipendi altissimi?
"Il problema è: come si forma la busta paga degli stipendi Rai? Non certo attraverso la trattativa aziendale normale, bensì attraverso tutta una serie di voci che si accavallano e sedimentano. Mi hanno detto che le buste paga di alcuni giornalisti sono lunghe tre pagine: promozioni, straordinari, notturni e una miriade di voci che risentono delle fasi della lottizzazione, delle fortune o sfortune legate a questo o quel padrino politico. Alla fine si hanno stipendi che non hanno nulla a che fare con il merito e la funzione svolta".
Ma che immagine può avere il cittadino dell'azienda di Viale Mazzini?
"Bè, io sono abituato a non guardare i telegiornali Rai per avere notizie, li sorveglio e ogni volta assisto al teatro del potere, ogni telegiornale ne è la rappresentazione quotidiana. Basti pensare alla stagione dei Congressi, il numero infinito di troupes, le inquadrature particolari..."
Presto saranno nominati i nuovi direttori di testata. Cosa si aspetta?
"Mi auguro che siano persone per bene e con senso morale. Un criterio che vorrei fosse seguito è quello di non trasferire direttori Fininvest alle direzioni Rai, neppure i direttori dei giornali Berlusconiani. E' questione di prudenza".
Quali sono le prime cose a cui dovrebbero pensare i neo-nominati?
"Tre telegiornali uguali non hanno alcun senso, bisogna ripresentare la loro funzione in vista dei risparmi aziendali. E' necessario un direttore che voglia imporre logiche esclusivamente professionali e di servizio pubblico, cominciando a colmare quelle che sono le carenze, dare spazio ai temi trascurati nel passato, l'economia ad esempio non è molto trattata, l'ambiente pure è sottozero. Io proporrò, attraverso la Commissione di vigilanza, che la Rai dedichi molto spazio alla discussione della Finanziaria in Parlamento".
Locatelli ha affermato che è stato A.N. a volere il "nuovo corso" in Rai, è vero?
"Che A.N. si stia dando da fare e che lo faccia senza criteri e rispetto delle regole è vero. Ci sono uscite ogni giorno da Minculpop. Sono i rappresentanti di un 15% del Paese che hanno ancora quel tipo di cultura e di stile e che quindi guardano in termini dirigistici a problemi che possono essere risolti soltanto in termini liberistici. La stampa, non c'è dubbio è un potere, ma non può essere modificata introducendo in essa controlli statali. Ai poteri si risponde trasformandoli in libertà".