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Notizie lista Pannella
Agora' Agora - 1 maggio 1996
L'OPINIONE - 1 MAGGIO 1996

Abbiamo rivolto alcune domande a molti protagonisti di quello che è stato il Partito Radicale sino al 1988, quando fu superata la sua forma di partito nazionale ed elettorale. Un viaggio che non vuole essere solo retrospettivo, dentro la forza politica che per oltre un decennio condusse una guerra partigiana alla partitocrazia, ma anche guardare al metodo e alle lotte radicali i questo lungo passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, in una fase nella quale i valori laici e garantisti sono spesso additati come negativi e minoritari.

Queste le cinque domande rivolte ai nostri interlocutori:

1) Partito radicale: un partito da ricordare, da aiutare o da reiventare?

2) I radicali hanno retto all'impatto col sistema maggioritario, del quale sono stati i primi promotori?

3) Come è possibile salvare il patrimonio delle battaglie radicali?

4) Italia laica: esiste ancora?

5) Virtù e limiti della politica di Pannella, dal superamento del Pr alla Lista Pannella.

Oggi rispondono Adelaide Aglietta, Mauro Mellini e Giuseppe Rippa, nei prossimi giorni numerose altre opinioni.

RIPPA: LE BATTAGLIE RADICALI SI RINNOVANO CON I REFERENDUM.

1) Il Partito Radicale va certamente ricordato come la punta organizzata del movimento dei diritti civili che ha rifornito l'Italia nella stagione più cupa della partitocrazia, di iniziative oltre che di istanze democratiche. Ad esse si deve se al regime è stato impedito, durante l'unità nazionale, di chiudersi in una tragica perfezione, serrando il paese in una tenaglia fra consociativismo ed emergenza degli anni di piombo. Un partito, quello radicale, oggi tutto da reinventare anche perché mai in passato si è davvero realizzato, secondo i caratteri stabiliti dal suo statuto. Chi - come noi - intendeva farlo, prima al Congresso di Napoli nel '76 e poi a Bologna nell'82, quando ci dividemmo da Pannella per fondare il Movimento Federativo Radicale, è stato criminalizzato e isolato.

2) Non è tanto questo il problema, anche perché mi pare evidente che così non è stato nè poteva essere. Importa piuttosto stabilire se si è riusciti o meno a introdurre nel sistema politico i caratteri del maggioritario. Come dimostra la legge Mattarella, che conserva la quota proporzionale permettendo ai partiti di persistere nel gioco di veti reciproci e di continuare a formare governi di coalizione, è ancora tanto il lavoro da fare in questa direzione. Le resistenze che si frappongono sono ancora molto forti e possono perfino determinare il regredire verso modelli e prospettive da Prima Repubblica. Difficilmente, comunque, si potrà negare che il maggioritario (con la sua naturale appendice istituzionale del presidenzialismo) costituisce la premessa capace di rompere la proiezione dello schema consociativo, che continuamente ritorna a galla.

£) Indubbiamente nella cultura politica italiana è sempre esistita una visione laica dello Stato: essa risiede anzi alle origini stesse della nostra identità come nazione. Durante la Repubblica, con l'interconnessione fra le forze escluse dal Risorgimento, rappresentate da Dc e Pci ed entrambe portatrici di una cultura antistatuale ed antiistituzionale, è stato impedito nei fatti alla coscienza laica di esprimersi in modo politicamente compiuto. E' così venuta meno nel nostro Paese, nel nostro Paese, la presenza di un grande partito liberaldemocratico al pari delle democrazie di stampo angloamericano. A questo si deve inoltre aggiungere l'inquinamento di una componente cosiddetta laico-cattolica che, di per sè non significa nulla, ma che ha sempre rivestito un ruolo fondamentale dentro le istituzioni e nella gestione degli apparati e degli enti dello Stato. Un grande compito attende perciò il radicalismo italiano: quello di dare risposta ad un'esigenza che crediamo diffusa nel Paese, il quale più volte ha di

mostrato - nei grandi appuntamenti delle lotte civili - di esser pronto a recepire le ragioni di un moderno liberalismo.

4) Innanzi tutto perseverando nel ricorso al referendum, che rimane la strada maestra attraverso la quale questo patrimonio ha potuto insediarsi nel Paese. Certamente esso è stato sottoposto ad un uso distorto, facendone uno strumento di contrattazione fra i partiti, piuttosto che il viatico di cambiamento rispetto alle rigidità del sistema di potere dominante, come pure hanno dimostrato i referendum elettorali sottoscritti in massa dagli apparati Dc e Pci. Da sempre, del resto, si è mirato alla sua delegittimazione, quasi mai rispettando le chiare indicazioni popolari (il referendum sulle trattenute sindacali è quanto mai esemplare di tale atteggiamento da parte delle élites burocratiche e corporative). A questo punto occorre, pertanto, compiere un ulteriore passo per favorire la partecipazione dei cittadini al processo decisionale. Lasciando sempre al Parlamento il primato della produzione legislativa, si potrebbe definire un'ipotesi di referendum propositivo, o per lo meno, di indirizzo, che ponga tuttav

ia le Assemblee nella posizione di dover tener conto della sovranità popolare. In modo tale da consentire con il Paese reale una dialettica meno astratta di quella realizzata fino ad oggi.

5) Nessuno può disconoscere a Pannella il merito di aver assicurato, con la sua azione il formarsi ed il consolidarsi della battaglia radicale, nella sua definizione storico-politica degli anni '70. Il suo limite è consistito nel non aver considerato che nella società di massa contemporanea, nessuno può realmente fare da solo e avere invece continuato a proiettare sulla politica radicale una strumentazione fondamentalmente carismatica. Ciò ha contribuito a isterilire senza rimedio la stessa possibilità di crescita di un'autonoma classe dirigente. Al contrario c'è sempre bisogno di una classe dirigente, se si vogliono avviare processi dialettici all'interno dei luoghi di confronto. E' evidente che il movimento dei diritti civili aveva inventato importanti spazi di democrazia e sarebbe spettato al partito radicale, attraverso le sue battaglie, distinguersi nettamente dal modello centralista e favorire quell'esaltazione dell'individuo che è l'esatto opposto del sistema degli apparati. Purtroppo, però, non si è

neppure consentito di tentare di far crescere attorno alle battaglie civili e democratiche, quelle forme di associazionismo che avrebbero fatto maturare, coltivando e selezionando situazioni e persone, un nuovo modello di formazione politica. Non dottrinaria, né tantomeno chiusa e burocratica, ma capace invece di porsi al servizio del movimento, organizzando la società civile e la libera espressione dei cittadini. Se già prima occorreva, ancor più oggi occorre dar vita ad un vero partito democratico, in grado di selezionare una classe politica non più prodotto della gestione di potere, nè di apparati burocratici e centralisti.

MELLINI: UNA CLASSE DIRIGENTE CONSUMATA DAL PANNELLISMO

1) E' un partito da eliminare perché sopravvive solo come un equivoco. Quello che mi chiedo è perché scioglierlo nel 1988, per dare vita a quella "cosa" transnazionale e transpartitica un po' fine a se stessa. In pratica è stata una fuga nella metapolitica di Pannella, convinto che in Italia il regime durasse almeno altri 20 anni. Io nel 1992 ho scritto un libro: "Il partito che non c'era", nel quale sostenevo che per dare l'avvio alla trasformazione della politica italiana serviva il Partito Radicale, purtroppo ucciso dal suo stesso padre. Ciò che resta oggi è una specie di club Celentano, tenuto in vita solo dalla grande abilità tattica di Pannella, a cui non corrisponde più nessuna strategia.

2) Il passaggio al maggioritario non mi ha mai convinto del tutto, perlomeno in questa fase politica. Ritengo che per accelerare un'autentica trasformazione un simile percorso potrebbe essere controproducente. Ho votato contro al referendum che ha gettato le basi per l'attuale legge elettorale, ricca di contraddizioni e forse in grado di favorire un sistema bipolare, ma non un sistema bipartitico.

3) Prima di tutto bisogna spazzare via questo equivoco delle riforme istituzionali. Non possono essere la panacea a tutto. Credo che oggi bisogna ritornare ai partiti e abbandonare la grande illusione della Repubblica presidenziale. Queste, al limite, è una fase successiva. Prima bisogna snellire le strutture dello Stato. Bisogna arrivare al vero federalismo, non come quello di Bossi che risale al Medio Evo, ma un federalismo fondato sulla chiarezza del diritto.

4) Purtroppo quello italiano è un laicismo senza coscienza e senza cultura. E' stato schiacciato dall'ideologia marxista, grazie all'interpretazione che Togliatti ha dato del pensiero di Gramsci. Sto rileggendo alcuni saggi di Sciascia e mi sono chiesto perché lo scrittore siciliano è stato tanto demonizzato dal Pci. La risposta credo sia questa: nelle sue opere non è mai citato Gramsci. Questa è la dittatura culturale che abbiamo subito per decenni. E' la grande sconfitta dei laici in Italia, che hanno lasciato al marxismo tutti i centri vitali della società...

5) Marco Pannella ha avuto grandi intuizioni, ma nessuna strategia politica. Ha avuto un'abilità tattica eccezionale, contraddistinta da un atteggiamento di amore e odio nei confronti del Partito radicale. La sua principale preoccupazione all'indomani di qualsiasi successo politico è stata quella di evitare che il movimento si sviluppasse, come partito e come organismo. Non si è mai fidato di nessuno, anche di persone di cui è impossibile diffidare, come Spadaccia. Ha distrutto o consumato tutti i suoi uomini. Nel Partito Radicale è passata una quantità di persone che poteva rappresentare la classe dirigente di un grande partito, che invece sono stati sprecate, disperse, demonizzate.

AGLIETTA: SI ALZI LA VOCE DEI LAICI

1) Certamente il Partito Radicale come è stato fino al 1989 è da ricordare come patrimonio importante e singolare nel panorama politico italiano. La realtà che lo ha sostituito, il Prt, è una cosa completamente altra, che opera sui diritti umani con forse maggior efficacia della maggioranza delle organizzazioni. Rifare il Partito Radicale così come storicamente è stato credo non sia all'ordine del giorno, anche se l'esigenza di una realtà politica capace di coniugare laicamente valori di libertà e senso dello Stato è ogni giorno più pressante.

2) Il Partito Radicale non era più presente sulla scena politica italiana in quanto soggetto politico ed elettorale: è scomparso nel momento in cui si erano create le premesse per realizzare quella che è stata una delle sue istanze principali. I radicali organizzati nella Lista Pannella pare a me che non abbiano retto all'impatto del maggioritario (presunto tale).

3) Esiste un'Italia laica? Mi pare che quasi tutte le forze politiche rischino di ridurre il laicismo ad un contenitore vuoto. Io sento l'esigenza che l'Italia laica, se c'è e certamente c'è, si dia una possibilità ed un luogo di riflessione e che faccia sentire la sua voce forte e chiara.

4) Organizzandole e sostenendole, chi crede e ovunque sia.

5) La politica di superamento del Partito radicale ha avuto il pregio di impedire una deriva democratica del partito. Purtroppo per fare questo si è praticamente spazzata via la maggior parte del gruppo dirigente, che rappresentava un patrimonio non indifferente di intelligenza e coerenza personale e politica profondamente radicale. L'invenzione della Lista Pannella, che ovviamente non poteva che rifarsi alla realtà radicale, ha avuto il pregio di inventare una formula che visualizzava il maggioritario e di non disperdere una parte della militanza radicale. Ma il suo grande limite a mio giudizio è stato di non voler essere il motore per far nascere tempestivamente una realtà politica adeguata al maggioritario. E' rimasta uno strumento politico privo di dialettica interna, totalmente affidato nel bene e nel male al proprio leader. In realtà credo che questo fosse il fine, mi pare anche teorizzato, della creazione della Lista Pannella. Ma non c'è leader per quanto grande che non abbia bisogno di avere con sé

una squadra leale, capace di autonomia e di dialettica. O almeno a me così pare.

 
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