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Segreteria Rinascimento - 29 maggio 1997
Da "L'Opinione" del 29 maggio 1997 - pag. 4

PANNELLA E IL FANTASMA DELLA VERITA'

Di Paolo Pillitteri

Non c'è come vivere al nord (Padania e dintorni) per comprendere, almeno nei suoi aspetti più inquietanti e perturbanti, il significato dell'ambiguo piacere della virtualità. Prendiamo al Lega, il Referendum, il giorno dopo il referendum col profluvio di immagini, dichiarazioni, tavole rotonde, talk show e comizi medianici ispirati al film demenziale ante litteram, Helazapopping. Chi vive da Bologna in giù non può neanche immaginare al iato che, per chi sta al nord, ha scisso la realtà dalla sua rappresentazione, questa, del buon senso. Costui, per dirla con Manzoni, c'era ma se ne resta nascosto per paura del senso comune. E cos'è il senso comune se non per una finzione (fiction) della realtà rappresentata come tale pur sapendo che ne è, appunto,. Un simulacro gradito alla platea, e a chi ne determina e orienta i giudizi? Per chi infatti si fosse avventurato lungo i percorsi cittadini nordici di domenica scorsa alla ricerca dei leggendari gazebo, avrebbero notato, di particolare, soltanto qualche camicia

verde intorno alla "gabina", pochi votanti e qualche curioso. Insomma, una domenica "bestiale" come tutte le altre al di sopra di Bologna, con in più e di diverso un cielo imbronciato e quelle macchie verdi metropolitane che da circa un anno sono il segnale, il segno, la macchia pittorica di quella magica parole multiuso e iper abusata, "malessere del nord", con la quale si vuole inquadrare e motivare socio politicamente il fenomeno leghista - secessionista e grazie al quale, invece, si alimenta, si legittima e si giustifica una voglia di separazione etnica, razzista, egoistica e "menefreghista" (nell'accettazione squisitamente fascista) che è, in verità, assolutamente minoritaria(20/2% per cento) nella stessa valle del Po. Ritornato a casa, il nostro domenicale viandante, ha assistito in tv ad una vera e propria metamorfosi di quanto aveva visto poche ore prima con i suoi propri occhi e, dopo un attimo di straniamento, si è lasciato lentamente catturare dalla spalmatura elettronica di quel referendum, cioè

dalla sua rappresentazione che da fiction è diventata realtà. Si dice: è la forza del medium, è la potente dell'immagine televisiva, è la legge dello spettacolo. Forse. Ma è legittimato chiedersi perché un simile spettacolo, vale a dire una finzione della realtà e dunque una bugia, possa avere una diffusione e un'accoglienza (audience) così ampia e legittimante tale da suscitare emozioni e reazioni, dall'ultimo cittadino al Primo, passando per il Presidente della camera, del Senato, dei Ministri, dei Partiti e dei gruppi parlamentari. E che, soprattutto, un tale spettacolo sia rappresentato soltanto in un paese come il nostro, posto che da nessun altro ci giungano notizie di una virtualità talmente onnipotente da imporsi come evento dal giorno. Il piacere della virtualità non poteva non trovare il suo climax nell'esplosione delle cifre sui votanti, saltellanti come uno jo jo fino al fixing maroniano dei quattro milioni e ottocentotrentatremila e alla solenne presa d'atto di Bossi: "La secessione c'è, la Pada

nia sene va". Naturalmente molti giornali hanno ironizzato brillantemente sui gazebo e sulle comiche modalità di votazione e , altrettanto ovviamente le istituzioni e i partiti hanno irriso al referendum (che avevano, peraltro, "autorizzato", tanto, dicevano, non conta niente) pur aggiungendo, all'unisono, la parola magica "malessere del nord". Il risultato complessivo è stato quello di una successione virtuale finché si vuole, ma pur sempre ratificata da un referendum, governato da ministri e guidato dal leader Umberto. Ma quel che conta è che la stragrande maggioranza degli abitanti da Bologna in su, tutti telespettatori, hanno visto la rappresentazione della secessione e molti di loro sono ancora convinti che qualcosa del genere deve essere successo, se lo dice la televisione, se c'è stato un referendum seppure strano ma giustificato dal mitico "malessere". Ora attribuire tutta la colpa ai media è, più che ingiusto, errato giacché se non ci fosse stato quel referendum sui generis neppure i media ne avrebb

ero parlato e così via. La responsabilità della virtualità ad effetto secessionistico è, come sappiamo, politica e, prima o poi, qualcuno che ha cavalcato la tigre leghista proverà nelle ossa ammaccate gli effetti del suo machiavellismo tendente, dal '92 in poi a strumentalizzarla ("tanto non conta, è politicamente virtuale" ecc.) a valicarne gli istinti, per poi riassorbirne, nel cosiddetto alveo democratico, i voti e le spinte eversive. Come se l'eversione, la sovversione, la radicalizzazione fossero contrattabili a livello di proposte federaliste e simili. Cosicché alla realtà del nord è subentrata la sua virtualità, che non ne è il fantasma ma la tecnica di comunicazione e realizzazione di un progetto politico di divisione della Nazione, con ricadute su Bicamerale, Parlamento, Governo, Magistratura, Prefetti, Regioni, Comuni ecc. non difficili da intravedere. Come si dice: chi è causa del suo mal L'unico leader politico che ha saputo dare una risposta precisa, funzionale, creativa e drammatica all'explo

it mediaticopolitico leghista, è stato Marco Pannella. Come un fantasma, come un profeta disarmato ha indicato con quel suo lenzuolo parlante il significato politico, la tragica realtà intorno al "fantasma della legalità, della democrazia dei referendum, quelli non virtuali ma censurati, dei Riformatori, dell'informazione". E' stata la sua, non solo una brillante trovata e un efficace cuop de théatre, ma l'unico vero, forte intervento in controtendenza che è sceso sullo stesso terreno sfruttato dal movimento leghista col beneplacido "machiavellico" di tanti, ma differenziandosi come il Convitato "di pietra", con la sua sola simbologia: un fantasma che lancia accuse dure, drammatiche, giuste facendo chiaramente capire che c'è un fantasma che si aggira nel nostro Paese, il fantasma della libertà.

 
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