GIORNALISTI: A RISCHIO LA LIBERTA DI STAMPA
Si moltiplicano attacchi e denunce da parte dei magistrati per la pubblicazione di notizie giudiziarie
Di Giovanni Maria Bellu
ROMA La paura esiste da sempre, è quasi un "tratto del carattere della categoria il sospetto c'è da qualche mese: forse sta accadendo qualcosa ai giornalisti alla libertà di stampa in Italia. Non è il referendum del prossimo 15 giugno sull'abolizione dell'Ordine nazionale. Non è nemmeno un disegno di legge. Si tratta di episodi apparentemente autonomi che però col tempo hanno assunto la forma d'una prassi giudiziaria. Segnali ambigui. Forse per questo tra i giornalisti solo di recente si è consolidato il sospetto di una vera offensiva contro il diritto di cronaca. "Si assiste ha scritto la Federazione nazionale della stampa nel documento sulla "vertenza informazione" al massimo livello mai raggiunto dell'attacco sferrato da settori della magistratura e della politica al dirittodovere di informare e al diritto dei cittadini di essere informati". Una analisi confermata dai legali che si occupano dei reati di stampa. Giovanna Corrias Lucente, che assiste i giornalisti di Repubblica e del Messaggero parla di
una "forte pressione" sulla stampa e dice di aver potuto constatare che i buoni rapporti tra giudici e magistrati degli anni caldi di Tangentopoli sono un ricordo. Annuncia Paolo Serventi Longhi segretario nazionale del sindacato dei giornalisti. "Abbiamo deciso di costituire un osservatorio per seguire le vicende di giornalisti coinvolti in casi giudiziari. Giungono da molte procure della Repubblica segnali preoccupanti". La cronaca giudiziaria è come sempre la prima linea. Ma con alcune varianti rispetto al passalo e alle "tradizionali" incriminazioni per diffusione di notizie coperte da segreto o per reticenza. In primo luogo il fatto della pubblicazione della notizia "segreta" offre sempre più spesso l'occasione a pubblici ministeri molto creativi per contestare reati gravissimi quali il favoreggiamento il peculato e la corruzione. Poi i dirigenti di alcuni uffici giudiziari con circolari interne tentano di limitare la possibilità materiale di raccogliere le notizie. A Roma il nuovo procuratore della R
epubblica Salvatore Vecchione ha emanato una circolare e che vieta ai pubblici ministeri di avere rapporti coi singoli giornalisti e istituisce un "ufficio per i rapporti con la stampa" subito ribaltezzato "ufficio veline". Esiste poi un fenomeno tutto nuovo: le querele per diffamazione ma più spesso le azioni civili avviate direttamente da magistrati contro giornalisti. E' un campo delicatissimo imbarazzante, nel quale un conflitto politico e culturale tra categorie rischia di essere "processualizzato". L'azione penale - che pure viene esercitata con crescente frequenza e durezza (a Venezia Maurizio Dianese cronista del Gazzettino, è stato incriminato nientemeno che per favoreggiamento degli autori della strage di Piazza Fontana) ormai non è che un aspetto dell'offensiva. Viene colpita la professione in quanto tale. Nel marzo scorso a Napoli un cronista è stato pedinato per giorni e giorni da una squadra di agenti di polizia giudiziaria che volevano risalire ai suoi informatori. Alcuni giorni fa a Palermo
il redattore dell'Ansa e collaboratore di Repubblica Francesco Viviano ha scoperto che il tabulato con tutte le telefonate partite dal suo cellulare è stato acquisito dalla magistratura. A Roma Antonella Stocco giornalista del Messaggero, indagata per reticenza e violazione del segreto d'ufficio, si è vista requisire l'agenda telefonica che è stata fotocopiata e acquisita agli atti del processo. Sembra che lo spirito della nuova normativa sulla privacy riguardi i giornalisti solo come potenziali "violatori" non come professionisti come professionisti ai quali la legge riconosce un, sia pure debolissimo, segreto professionale. Giuliano Pisapia, presidente della commissione Giustizia della Camera, ha una sua ipotesi di risoluzione del conflitto: l'istituzione in tutte le procure di uffici stampa. Una limitazione, certo, ma che secondo i1 parlamentare avrebbe almeno il vantaggio di spostare l'attenzione dal momento dell'indagine a quello del dibattimento "che è poi il momento in cui si accerta la verità". E se
, come è certo, i giornalisti continuassero ad acquisire notizie aggirando i vari uffici stampa? Secondo Pisapia, il cronista schiacciato tra l'incudine del suo giornale che vuole le notizie e il martello del magistrato che deve tutelare il segreto - non andrebbe comunque punito: "Si potrebbe prevedere una sanzione pecuniaria a carico dell'editore. In questo modo sarebbe il direttore del giornale ad accollarsi il rischio della pena". Una proposta non condivisa dall'avvocato Oreste Flammini Minuto: "Questa logica dice va del tutto ribaltata. Voi giornalisti dovreste semplicemente chiedere l'esenzione da qualunque pena. Cercare notizie è il vostro mestiere, dovreste aver licenza di uccidere. A dover essere punito è il pubblico ufficiale che viola il segreto". Ma questo non accade mai. Salvo rarissime eccezioni il giornalista è portato sotto processo "in concorso" con ignoti. E spesso questo "ignoti" sono colleghi o collaboratori del magistrato che indaga. Nella maggior parte dei casi il processo (ma spesso
non ci si arriva) si conclude con l'assoluzione. L'azione penale risolve in una forma di intimidazione. "Non siamo più certi dice Serventi Longhi di poter svolgere liberamente la nostra professione".