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Partito Radicale Rinascimento - 2 luglio 1997
Da "La Stampa" del 2 luglio 1997 - pag. 2

NEGRI IN CELLA, "MA VOLEVO TORNARE A PARIGI"

Il capo di Autonomia Operaia arriva a Rebibbia: chiedo l'indulto per una generazione di militanti

"Sono l'ultimo giapponese di una guerra già finita"

PARIGIROMA Il passamontagna, professore, si ricorda? La sua frase diceva più o meno così: "Sento il calore della comunità operaia ogni volta che mi calo il passamontagna". E lui secco: "Ora vorrei sentire il calore dei miei amici, togliendomelo". A trentamila piedi di altezza, dentro a un cielo bucato dal Monte Bianco, Toni Negri sospira: "Adesso davvero ci siamo... Non si torna più indietro". Perché, ha avuto qualche esitazione? "Sì che l'ho avuta. Quando sono arrivato all'aeroporto e ho visto le telecamere, gli amici, mi sono detto: adesso torno indietro. Ho pensato a Alberto Sordi in quel film, si ricorda? Gridava: ''Lavoratoriii!'' e se ne scappava da un'altra parte". Ride: "A quel punto davvero sarei diventato veramente il più grande eroe d'Italia...". Non torna esattamente da eroe il professor Toni Negri, 14 anni di latitanza, 13 di condanna per "concorso morale" nell'omicidio di un maresciallo dei carabinieri. Già scontati 4 anni e mezzo nelle carceri speciali. Residuo pena dopo 14 anni di latitanz

a parigina 3 anni e 11 mesi. E perciò, quando alle 12,56 scende dalla scaletta del volo Alitalia AZ 319, sulla pista di Fiumicino lo aspettano sei telecamere, due fotografi, quattro auto della polizia. Scende, non guarda nessuno, si infila nella Croma blindata. Destinazione: Rebibbia. Non torna da eroe, ma torna intero. Specie quando dice: "E' tempo che si chiudano le ferite degli Anni 70". Specie quando ripete: "Sono l'ultimo giapponese che ritorna dopo una guerra già finita". Specie quando dice: "Certo, sono stato vinto". L'ultimo giorno parigino di Toni Negri, jeans, maglione, giacca blu, scarpe da vela, inizia assai presto. Sotto al suo appartamento, in avenue Denfert Rochereau, ci sono gli amici rifugiati politici. Compare alle 7,50 in punto, con l'avvocato Daniel Voguet. In tasca ha il biglietto aereo di andata e ritorno. Per ottimismo o cosa? "No dice lui perché costa meno". Ci sono gli abbracci e le promesse: "Scrivimi". "Ti darò notizie". Ci sono le ultime disposizione: "Mi raccomando seguite l

a spedizione dei mobili e dei libri". Ha la faccia tirata: "Non ho dormito molto stanotte. Però ho dormito profondo", dice mentre sale sul Mercedes metallizzato che correrà per 50 minuti fino ai cristalli dell'aeroporto Charles De Gaulle. Lì, all'imbarco B26 lo aspetta un funzionario di polizia di Parigi: "Buongiorno professore", gli dice mentre cerca di dribblare le molte telecamere in attesa. Vanno spediti al checkin e poi ancora al gate. "Non si può riprendere, spegnete le tecamere", prova a dire il funzionario. Ma Negri è già passato oltre il cancello e si è voltato un solo istante per l'ultimo saluto. In volo c'è una specie di baraonda mediatica. A intervalli regolari i giornalisti e gli operatori fanno mucchio intorno al posto 16 D, dove l'antico capo di Autonomia Operaia racconta gli ultimi scampoli della sua decisione. "Sì, è la decisione giusta, anche se sento già una tremenda nostalgia di Parigi, dei compagni che ho lasciato laggiù...". Gli chiedono di tutto: quali libri porterà in carcere? Scriv

erà per qualche giornale come Adriano Sofri? Ricomincerà a fare politica? "Io torno per compiere un gesto politico. Chiedere l'indulto per una generazione di militanti politici, dopo che per quattro legislature il Parlamento italiano ha fatto finta di niente". Succede nella baraonda del volo che persino cinque posti più in là sia seduto il senatore di alleanza nazionale Romano Misserville, e che nella confusione finisca per sedersi accanto a Negri (con i fotografi che chiedono: "Potete darvi la mano?") dopo aver detto che sì "è tempo dell'indulto per tutti, anche per i detenuti di destra come Francesca Mambro e Giusva Fioravanti". Negri chiede: "Posso rimanere qualche minuto da solo?". E la traversata torna un po' più normale. Guarda fuori, chiude gli occhi, si rilassa. Solo all'inizio della discesa verso Roma, Negri torna a parlare. Al giornalista che gli ha appena ricordato la sua frase forse più celebre, quella del passamontagna, aggiunge stupito: "Stiamo parlando di una cosa che sembra scritta nel se

colo scorso". L'ha scritta lei, professore. E lui: "Sì, nel secolo scorso...". Dunque è il passato che (finalmente) passa ad accompagnarlo negli ultimi cinquanta secondi dell'atterraggio. Ha paura? "No". E neppure stanchezza? "La stanchezza verrà dice . Ma sarò piuttosto stanziale nei prossimi tempi. Sa com'è fatto un carcere, no?". Quanto tempo ha messo in conto? "No lo so". I suoi avvocati dicono da tre a sei mesi. "Io non faccio calcoli, preferisco non aspettarmi nulla, così quello che verrà sarà buono. Per una volta".

Pino Corrias

 
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