Roma, 6 aprile - N.R. - Ieri Craxi ha rilanciato la sua campagna sulla droga, volta ad imporre una immagine "forte" più che a guadagnare strumenti efficaci. La posta in gioco (illusoria) per i socialisti sono i voti di quegli strati sanfedisti che ritengono che con carabinieri, le manette e le carceri per i consumatori possa essere affrontato un problema drammatico di portata immensa che implica potere, danaro e violenza.
Ormai è chiaro che vi è uno scontro tra due posizioni di valore ideale oltre che di portata empirica, per affrontare la questione droga. Da una parte il proibizionismo, cioè la repressione dei deboli, dall'altra l'antiproibizionismo. I socialisti hanno scelto - per immagine, per tattica, per strumentalità, spero, e non per convinzione - la leadership di una frontiera che in altri tempi era dei fascisti; noi radicali stiamo esplorando fino in fondo le ipotesi antiproibizioniste insieme a qualificati esponenti di tre continenti con i quali abbiamo fondato la Lega Internazionale.
Siamo, dunque, socialisti e radicali, avversari politici e fortemente contrapposti per ragioni anche teoriche. La polemica quindi non solo è naturale ma, direi, necessaria. Quel che invece non è consentito è l'insulto, la diffamazione, la insinuazione. Il senatore Casoli si chiede: "da dove arrivi a questi gruppi politici, che si dichiarano poveri, il mare di quattrini necessario per una simile campagna"; l'onorevole Andò dal suo canto allude oscuramente: "c'è chi teme che passata la nuova legge, i loro nomi vengano alla luce. Non vogliono ed allora la mettono in politica...".
Di queste affermazioni altro non si può dire che sembrano fatte da tardi epigoni di Pecorelli. E ciò tanto basta a qualificarle.