"IL GIORNO" di domani (preghiera di citare) pubblicherà un articolo di M.P. del quale anticipiamo alcune parti.
Il "no" danese a Mastricht è scattato per il passaggio al campo contrario alla ratifica di una parte marginale, ma consistente e determinante, dei federalisti e democratici di Danimarca. La Unione europea è infatti sempre meno federalista e sempre meno democratica, sempre più di carattere confederale e tecnocratico: non è nemmeno più un embrione di uno Stato di diritto. Lo stesso Parlamento Europeo ha finito per divenire proprio quello che gli antieuropeisti e gli antifederalisti volevano: un avallo ed un alibi per le scelte delle partitocrazie e delle burocrazie nazionali, internazionali e per l'estendersi del potere reale dei grandi complessi militar-industriale, agro-alimentare, finanziari operanti nel mondo.
Quel che si prepara a dicembre, con il Consiglio Europeo di Edimburgo, ed a giugno prossimo con quello "danese" molto probabilmente sarà un peggioramento ulteriore delle prospettive e della natura del Trattato di Mastricht (che, sia detto per inciso, ha trovato negoziatori "italiani" corrivi e rassegnati).
L'Italia, da una parte, i federalisti ed i democratici europei (politicamente esistono ancora?), devono chiaramente far intendere che siamo giunti alla vigilia di un punto di nonritorno del nostro dissenso, della nostra fiducia. Noi dobbiamo riprendere a scegliere l'Europa, non continuare a subirne una versione grottesca e perdente. Questo vale anche per il Parlamento Europeo che troverebbe nel rifiuto di approvare il bilancio della Comunità, fino in fondo, la sua residua speranza di credibilità e di ripresa.
E' l'ora di riaprire un grande dibattito "nazionale" sull'Europa e sull'intera nostra politica comunitaria e internazionale.
Nel frattempo - quanto meno - dovremo sin d'ora comunicare che saremo deliberatamente - come già' per l'Atto Unico del Lussemburgo - gli ultimi a ratificare Mastricht. O a non farlo.