COMUNICATO STAMPA DEL PARTITO RADICALE
Roma, Budapest, Bruxelles, Praga, Bucarest, 22 settembre 1992.
Nella disattenzione generale, la Grecia sta concentrando ai confini con la Repubblica di Macedonia ingenti forze militari e sta bloccando nel porto di Tessaloniki il greggio regolarmente comprato dalla repubblica ex-jugoslava. Intanto, per bocca del suo ministro degli Esteri, la Grecia dichiara che per risolvere il "problema" basterebbe che la Macedonia cambiasse nome. Mancano pochissimi giorni al blocco totale di tutte le attività industriali del paese. Tra una settimana decine di migliaia di operai si troveranno sulla strada, senza lavoro, senza mezzi di sussistenza. Un terreno eccellente per chi vorrà usare, come è stato fatto altrove, le tensioni etniche latenti per "una politica del tanto peggio tanto meglio".
Rimasta finora un'isola di pace nell'inferno dell'ex-Yugoslavia, la Repubblica macedone è oggi doppiamente colpita. Da una parte sopporta un embargo di fatto, conseguenza della politica criminale del regime di Belgrado, dall'altra subisce le conseguenze politiche, economiche e sociali del ricatto ad opera della Grecia nei confronti degli altri paesi della Comunità europea che tardano a riconoscere la nuova Repubblica. E questo mentre la Macedonia, secondo il rapporto Badinter, era tra le Repubbliche ex-Yugoslave quella che piu' corrispondeva ai criteri fissati per il riconoscimento internazionale, riguardo al rispetto dei diritti della persona e delle minoranze.
Prima che sia troppo tardi, occorre che uno o piu' paesi, tra quelli della Comunità o quelli che si sono allineati al suo comportamento irresponsabile, rompano questa omertà.