"Le posizioni del Presidente del Consiglio in tema di legislazione sull'aborto continuano ad apparirci incomprensibili e distraenti. Oltre al Parlamento, in modo massiccio, è stato il popolo italiano, per via referendaria, a respingere ogni confusione fra imperativi morali, religiosi, filosofici, più o meno fondati, e diritto positivo; fra doveri di coscienza e poteri dello Stato; fra divieti che creano una giungla incontrollata di licenze e di tragedie, e regolamentazioni e controlli sociali e istituzionali di comportamenti diffusi in una determinata epoca ed in una determinata società, per superarne o curarne le cause e depotenziarne gli effetti.
La legge vigente, certamente, non è un esempio di chiarezza, di limpidità, di rigore. E', anzi, ipocrita e non sempre efficace. Il monopolio dato alla sanità pubblica delle operazioni di interruzioni di gravidanza, congiunta con le modalità di obiezione di coscienza da parte dei medici, costituisce una norma aberrante, che in primo luogo il PCI ed il femminismo demagogico e inconcludente hanno voluto e difeso con l'inganno e la disinformazione nei confronti della proposta referendaria, la seconda, del PR.
Ma non credo che sia in questa direzione che Giuliano Amato sembra preoccuparsi. Il voler associare giuridicamente, obbligatoriamente, il padre presunto alla decisione di interruzione volontaria della gravidanza significa tentare di trasferire il dramma della coscienza della donna in conflitto e dramma giuridico, con lo Stato quale terzo, e sociale.
D'altra parte ogni volta che problemi di coscienza legati al dramma della libertà e della responsabilità nella vita, si tratti di divorzio, di aborto, di droga, di obiezione di coscienza, la tentazione statalista, proibizionista, intollerante si manifesta in ogni settore della vita politica e civile.
Non è, comunque, dal Governo che si possono assumere iniziative estranee ai suoi patti costitutivi, alla volontà del Parlamento, ai pronunciamenti inequivoci dell'80% almeno del corpo elettorale".