di Sergio D'Elia
Signore e signori, vi ringrazio per avere accettato il nostro invito a partecipare al Congresso di fondazione della Lega per l'abolizione della pena di morte nel mondo entro il 2000, che promuove una campagna parlamentare e civile, denominata: Nessuno tocchi Caino. Lo scopo della nostra azione è ottenere in via istituzionale e di diritto - cioè formale, giuridica e obbligatoria - quei mutamenti nei sistemi legislativi, in particolar modo penali, atti ad abolire la pena di morte in un tempo determinato. Noi intendiamo vedere scritto nei testi fondamentali della comunità internazionale e degli Stati un nuovo diritto della persona: un diritto civile storicizzato, sintesi evolutiva del nostro tempo. Entro il 2000, il diritto a non essere uccisi a seguito di una sentenza o misura giudiziaria, deve potere divenire necessità non solo individuale ma dell'intera società.
A questo scopo siamo riuniti: per decidere insieme le scadenze e gli obiettivi politici e giuridici da perseguire - con tappe intermedie precise - fino all'abolizione.
Prima di descrivere le altre caratteristiche della nostra campagna, vorrei aggiungere che essa si riferisce alle esecuzioni legali e non a quelle extragiudiziarie che pure costituiscono un grande problema: l'abitudine di uccidere i propri avversari senza l'impaccio del processo e della legge è presente sia nei paesi che hanno abolito la pena di morte sia in quelli che la mantengono, e costituisce pertanto un ordine di problemi di complessità diversa da quella che noi abbiamo scelto di affrontare.
Quali sono le linee conduttrici della nostra strategia abolizionista?
- Nessuno tocchi Caino, abbiamo detto, ovvero una campagna per difendere chi è sicuramente colpevole, per non cadere più nella trappola di dovere sottrarre allo Stato la vita di un presunto innocente alla volta. Noi intendiamo affermare a voce alta - a fronte di chi dice che la difesa di un innocente può mettere in crisi il sistema esecuzionista - che questo ormai non è più vero, non lo è mai stato, e rischia di diventare un alibi già tutto consumato. Mi riferisco alla recente sentenza della Corte Suprema americana che ha affermato che l'innocenza effettiva di un condannato non è di per sé un diritto costituzionalmente rilevante, che un processo che si sia svolto nel pieno rispetto delle regole può assumersi il rischio dell'esecuzione di un innocente.
- Il principio che deve diventare diritto positivo e legge penale è che la vita di un cittadino non è disponibile allo Stato, per nessuna ragione e a seguito di nessuna legittima sentenza.
Non affermiamo questo in nome di un generico diritto alla vita, come è scritto nelle convenzioni internazionali e nelle Risoluzioni delle Nazioni Unite.
Noi dobbiamo superare il sistema dei diritti umani: la vita del più colpevole deve essere sottratta allo Stato in ragione di un nuovo diritto della persona, un diritto civile da conquistare, come si è conquistato il diritto di voto, il diritto di non essere schiavi, il diritto di non essere torturati.
Questo vale soprattutto per i sistemi democratici dove è ancora applicata la pena di morte: per gli Stati uniti, ma anche per il Giappone che ha ripreso le esecuzioni dopo tre anni e mezzo di sospensione, suscitando vaste reazioni della popolazione e dei buddisti, sulla nonviolenza dei quali la campagna abolizionista conta molto.
Uno dei primi obiettivi da perseguire è l'organizzazione nei parlamenti delle obiezioni alle riserve che i governi pongono alla ratifica dei Patti internazionali. Un esempio è quello degli Stati uniti che, nel ratificare il Patto internazionale sui diritti civili e politici ha posto la riserva (si è cioè riservato la possibilità) di non rispettare il punto del patto dove si vieta la sentenza di morte nei confronti dei minori di diciotto anni e delle donne in stato di gravidanza.
E' inaccettabile che l'adesione a un Patto internazionale possa avvenire negando un punto fondamentale del patto stesso. Dobbiamo impegnare i nostri governi a rifiutare l'adesione a quei paesi che con le loro opposizioni snaturano il senso stesso del mettersi insieme.
- Un altro argomento delle campagne contro la pena di morte che ha perso molto del suo peso, è se essa sia o no un deterrente. In realtà, si comincia col dire: "Uccidiamolo, servirà da esempio", e si finisce col sostenere: "Chi ha ucciso deve essere ucciso". La pena di morte come deterrente è un vero e proprio alibi destinato a rendere abituale l'esecuzione e quindi a snaturare l'intenzione iniziale. In realtà l'unica deterrenza è la prevenzione del crimine; una giustizia che funzioni; la certezza della pena; l'individuazione del colpevole e che esso venga certamente assicurato alla legge. Ovviamente, fino a quando nelle democrazie più avanzate detenere un'arma sarà diritto costituzionale di ogni cittadino come il diritto di voto (come dire: liberi di votare, liberi di sparare) sarà difficile assicurare alla legge tutti i colpevoli perché il numero dei potenziali assassini sarà tale da renderlo impossibile.
Per questo giudichiamo molto positivamente la decisione assunta da Clinton di limitare la vendita e la concessione delle armi ai cittadini.
E siamo giunti ad un'ultima considerazione di strategia generale.
La campagna abolizionista non può essere condotta con argomenti proibizionisti che collochino i paesi che la praticano (il 56 per cento della comunità internazionale) fuori dal consorzio umano, né può essere che la pena di morte divida il mondo fra civili e incivili. La pena capitale non è una questione di civiltà, e a dimostrazione di questo basta osservare il mondo islamico, dove - in alcune parti - il Corano coincide con la legge penale. In questi luoghi si applica la legge del taglione come limite posto alla richiesta di risarcimento del danneggiato, ma soprattutto come liberazione del reo dalla propria colpa.
"C'è una vita nel taglione", recita il versetto del Corano nella Sura 2.
In questa pur terribile catena di sangue, ci sono tradizioni e culture molto forti che non possono essere liquidate né con l'accusa di inciviltà né con un generico richiamo al diritto alla vita: in questa tradizione, la morte si pone come una nuova possibilità di vita e come un passaggio liberatorio. Per certi aspetti, abbiamo osservato qualcosa di analogo anche da parte di alcuni assassini occidentali che hanno chiesto di essere uccisi per liberarsi da se stessi e dal rimorso. La loro richiesta è stata accettata dalle istituzioni democratiche!
L'Islam non è solo la legge del taglione, ma molteplici sono le interpretazioni del Corano sulle questioni di vita e di morte. Il Corano è in grande misura l'interpretazione del Corano, individuale e diretta, nel rapporto tra Dio e chi crede in Dio.
Ciò che in ogni caso va guadagnato in tutte queste situazioni è:
- la garanzia di un pubblico processo
- il diritto alla difesa
- il diritto a più gradi di giudizio
- la riduzione dei reati punibili con la pena capitale, fino all'abolizione...
Insomma, una strategia progressiva, nessun gradualismo, ma una rigorosa regolamentazione, che vale di più di qualunque petizione di principio contro la pena di morte.
Mi auguro che questo congresso compili uno scadenzario dettagliato delle azioni e degli obiettivi politici e giuridici intermedi da qui al 2000. Il dilagare della pena di morte nel mondo, la sua ripresa un po' ovunque ci spinge a considerare che la prima delle richieste da tentare sia una moratoria delle esecuzioni per almeno tre anni. Richiesta da avanzare presso le Nazioni unite, con una pressione concertata dei Parlamenti - ove questo sia possibile - e dell'opinione pubblica. La nascita del Tribunale internazionale sui crimini di guerra nella ex Iugoslavia, che esclude in ogni caso il ricorso alla pena capitale, ci aiuta enormemente in termini di diritto internazionale.
Qua mi fermo perché questo punto sarà esaminato in particolare nell'intervento di Emma Bonino, segretario del Partito radicale che fino qua ha condotto con noi questa campagna, e a cui va il nostro ringraziamento.
Vorrei solo aggiungere che mi sembrerebbe opportuno proporre a questa assise una modifica della denominazione della associazione che stiamo costituendo: da "Lega" in "Nessuno tocchi Caino - Campagna internazionale per l'abolizione della pena di morte entro il 2000". "Nessuno Tocchi Caino" é il nome che é già conosciuto ovunque e "Campagna", per indicare il ritmo, la velocità e la programmazione degli obiettivi intermedi e finali, le tappe giuridiche, politiche e legislative che deve conquistare la nostra azione.
Dunque, "Nessuno tocchi Caino - Campagna internazionale per l'abolizione della pena di morte entro il 2000", condotta dall'opinione pubblica, dall'impegno civile e militante, dai parlamentari abolizionisti di tutto il mondo.
Vi auguro buon e proficuo lavoro in queste dieci ore che ci aspettano.