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Agora' Agora - 24 luglio 1994
CONDANNATI ALLA PENA DI INFAMIA

di Sergio D'Elia

Pubblicato su L'Opinione, 24 luglio 1994

»Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi dell'opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di "collaborazione" che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi [i magistrati] chiamano un "infame" .

Ad un anno dalla morte di Gabriele Cagliari, in questo passo della sua ultima lettera, troviamo ancora conforto alla ragione che ci ha fatto considerare il decreto sulla limitazione della custodia cautelare e dell'avviso di garanzia un atto di civiltà giuridica, oltre che un atto di giustizia, postumo, nei suoi confronti. Perchè, se non vogliamo essere demagogici, la questione vera della carcerazione preventiva riguarda proprio gli inquisiti eccellenti di Tangentopoli, non è rappresentata dai guaglioni napoletani arrestati per scippo o estorsione.

Perchè, con il suicidio, Gabriele Cagliari si era ribellato a un vero e proprio retaggio della storia, a cui era stato condannato: la pena d'infamia, e la gogna che è propria dell'infamia. L'infamia inflitta attraverso l'avviso di garanzia notificato dalla televisione; la custodia cautelare che equivaleva a mesi di gogna; ma anche la collaborazione, forma attiva dell'infamia, a cui l'inquisito era costretto e che non veniva esatta neanche nel Medioevo.

La pena d'infamia era la sanzione inflitta ai "dignitari", ai ceti abbienti di un tempo, e comportava la perdita di una serie di diritti civili, l'esclusione dal proprio ceto di appartenenza, l'assimilazione a coloro che sul piano della dignitas non avevano nulla da perdere, appunto gli infami. La pena d'infamia corrispondeva alla pena di morte nei confronti dei ceti emarginati, la cancellazione del reo in quanto "persona" dalla faccia della terra. Oggi, l'avviso di garanzia, l'inchiesta e il carcere sono usati nei confronti degli inquisiti di Tangentopoli come marchio d'infamia che li fa precipitare, immediatamente, al grado più basso della società. La collaborazione coi magistrati, l'essere infame del gergo carcerario, assicura la certezza che da quella caduta non ci si possa più sollevare.

La delazione determina la rottura dei rapporti di status, costringe - come ha scritto Cagliari - gli inquisiti a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con il loro "ambiente". Mentre l'inchiesta e il carcere creano una massa di morti civili, di interdetti dai pubblici uffici, dalla possibilità stessa di lavoro nelle aziende private.

Su tutto questo, il colpo di spugna operato dal decreto Biondi era necessario. Per fermare il corso di una storia dell'infamia che aveva ripreso a scorrere oggi, se non coi codici, le procedure e le rappresentazioni di un tempo, sicuramente con le stesse dinamiche e finalità distruttive.

I più sono convinti che, in questi due anni, i magistrati abbiano perseguito comportamenti illegali, il furto, la concussione... Quello che non avevano mai fatto per decenni!

Nessuno considera che in realtà i magistrati, spesso per propria impostazione ma anche per investitura pubblica e politica, più che i reati di corruzione, abbiano perseguito la Corruzione, sicchè invece di produrre prove e fare subito i processi, abbiano in realtà offerto degli esempi alla pubblica riprovazione.

I più sono contenti che, in questo modo e non dalla politica, un "sistema" venga cambiato o, addirittura, messo fuori legge. Nessuno considera che la "rivoluzione dei giudici", quella sorta di lotta di classe condotta attraverso la pena di infamia, la esposizione pubblica dei vecchi dignitari e, organizzata dai media, la riprovazione popolare dei loro comportamenti, hanno prodotto un degrado forse irreparabile della nostra cultura giuridica e del nostro sistema di democrazia politica.

Il conformismo terrorizzante del "nuovo", prodotto da Mani Pulite, ha ora affossato il decreto Biondi. Su questa strada, il "partito degli onesti" e della "società civile" farà strame di stato e di diritto, di legalità e di umanità, di società e di persone. Per questo, non ci resta che richiamare due parole di Gabriele Cagliari che lo hanno segnato e che potranno segnare chiunque. Le parole sono "dignità" e "infamia".

 
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