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Spadaccia Gianfranco - 9 gennaio 1988
Il nuovo Gattopardo
intervista a Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: All'indomani della conclusione del Congresso del Pr di Bologna (gennaio 1988), Gianfranco Spadaccia spiega, nel corso di un'intervista, il significato delle più importanti decisioni assunte in quella sede. (Notizie Radicali n· 1 del 9 gennaio 1988)

Questa scelta del partito transnazionale transnazionale ha destato molte perplessità, non solo nell'opinione pubblica ma anche al congresso. I comunisti da 40 anni hanno rinunciato ad un'idea di internazionale. L'internazionale socialista ci sembra ormai un patto di consultazioni: non si riesce perciò a capire in che misura in una società complessa come la nostra il Pr pensi di fare un salto di queste dimensioni, e soprattutto su quale programma. Questa non è stata un'idea improvvisa; il Pr non ha mai avuto l'aggettivo »italiano nella propria denominazione, nel recente passato ha anche avuto un segretario non italiano, Jean Fabre. Le battaglie che abbiamo fatto sono sempre state internazionaliste, come la fame nel mondo. Oggi riteniamo che il salto anche organizzativo sia necessario ed urgente. Certo noi veniamo da due sconfitte su questo terreno: la lotta contro lo sterminio per fame e il progetto di rilancio degli Stati Uniti d'Europa. La conclusione che ne abbiamo tratto è che ci sono problemi che per l

a loro natura, sovranazionale e internazionale, non possono essere neppure pensati in termini nazionali. Mi riferisco ad esempio ai problemi ecologici, dalla scomparsa delle foreste nell'Europa centrale alla desertificazione in Africa, dal problema della lotta allo sterminio per fame a quello dei rapporti fra mondo industrializzato e paesi del terzo mondo, ai problemi della criminalità e della droga. Ma c'è anche un problema, vitale, di democrazia. Perfino in Inghilterra, il paese più antifederalista e più antieuropeo, la confindustria inglese spinge verso il mercato unico. Quindi noi avremmo un'accentuazione dei processi di liberalizzazione internazionale, avremmo uno spossessamento ulteriore dei controlli democratici dei Parlamenti nazionali, e avremmo invece una crescita dei poteri tecnocratici delle grandi lobby di interessi e delle burocrazie internazionali, sia di quella comunitaria sia di quelle delle internazionali dei partiti che costituiscono la cristallizzazione delle impotenze nazionali. L'esigen

za di uscire da una prospettiva nazionale è sentita anche altrove, e insieme si possono trovare forse risposte comuni. Non vediamo perché dobbiamo dialogare solo con le forze politiche italiane e non anche con le forze politiche degli altri paesi europei: infatti, anche quando avessimo smosso l'Italia, saremmo riusciti ad avere il 5, 10% della soluzione di questi problemi.

Negli ultimi tempi il Pr ha avuto due fenomeni: da un lato, soprattutto dopo i referendum, abbiamo assistito ad una caduta dell'ipotesi dell'area laico-socialista, nel senso che c'è un ulteriore processo insieme di fermentazione e di coagulo intorno ai repubblicani o ai socialisti. Il progetto radicale di raccogliere il 20% intorno a un'ipotesi unica non ha avuto effetto. Dall'altro lato si sono riaperti dei timidi canali di comunicazione con i comunisti. Visto il clima politico italiano di oggi, non c'è il rischio che la vostra sia una fuga sui problemi europei, tenendo anche conto del contributo che i radicali hanno dato in passato a livello di movimento (penso al divorzio, all'aborto...) e riprendendo le tue precedenti affermazioni vorremmo anche sottolineare qualche altra perplessità. Il Pr ha infatti il merito di alcune intuizioni notevoli, per esempio sul bipolarismo est-ovest e sul riconoscimento delle contraddizioni nord-sud. Rispetto ai recenti fenomeni di immigrazione, pensate che un partito transn

azionale possa affrontare meglio i problemi connessi? O non rischiate anche in questo caso di operare una »fuga ? Non mi sembra che siamo gente che fugge. Abbiamo anche ribadito che la non presentazione alle elezioni riguarda il Pr »in quanto tale . Chi pensa che i radicali sono in vendita o sono facilmente svendibili rimarrà deluso. Abbiamo messo in campo una totale disponibilità, che naturalmente presuppone analoghe disponibilità. Chi vede in questo una forma di suicidio o di disperazione o di fuga sbaglia. Certo è che quando uno rischia di rimanere impantanato in una palude, piuttosto che rimanere nella palude e cercarvi lì la soluzione o l'appiglio, è meglio uscirvi, magari spingendosi al largo, in mare aperto. Non è fuga, ma la ricerca di altre priorità, è il riportare il dialogo con le altre forze politiche da stagnanti rapporti di forza ad alcuni contenuti di lotta politica, ad obiettivi e valori precisi.

Se capiamo bene voi non escludete che non il Pr in quanto tale ma i singoli esponenti radicali continuino a lavorare a questo progetto dell'area laico-socialista. Per una legislatura abbiamo fatto crescere un dialogo, delle nuove possibilità di rapporto, a sinistra e non solo a sinistra e a un certo punto questi fili sono stati interrotti. Per esempio noi abbiamo cercato il dialogo con tutte le forze laiche, quindi anche con il Pri. Siamo stati noi, per fare un altro esempio, ad accelerare il fenomeno verde, senza alcuna gelosia di bottega, anche se ci è costato qualche iniziale inimicizia. I fatti ci hanno dato ragione. Questo ha fatto nascere dei rapporti positivi con i verdi. Non abbiamo intenzione di rompere con il Psi. E anche verso il Pci si possono forse superare antiche contrapposizioni. Tornando alla precedente domanda, l'Italia non è un paese razzista perché finora non ne ha avuto motivo, ma non è neanche vaccinata contro il razzismo. Cosa succederà quando il fenomeno dell'immigrazione aumenterà ul

teriormente? Altre nazioni, magari apparentemente più razziste della nostra, sapranno meglio di noi affrontare il problema. Quanto all'Europa, c'è chi teme una sorta di supernazionalismo europeo, di neo-imperialismo europeo: ci possono essere tentazioni in quel senso, ma non dobbiamo aver paura della costruzione di nuovi poteri e di batterci per dare a questi poteri basi e controlli democratici. Oggi cerchiamo di attualizzare le intuizioni di Spinelli. Una proposta che facciamo è quella di creare un altro referente rispetto a quello attuale: il presidente della commissione esecutiva, allora, non sia nominato dai governi ma sia eletto dal parlamento europeo e dai parlamenti nazionali. Siamo di fronte alla crescita di un fenomeno tecnocratico e allo svuotamento dei controlli dei poteri democratici in Europa e vogliamo creare un referente diverso da quello intergovernativo e partitico nazionale delle burocrazie delle 3-4 internazionali dei grandi raggruppamenti partitici. Vogliamo creare un serio referente parl

amentare, come fonte di legittimità democratica delle istituzioni e dei poteri comunitari. Per questo stiamo considerando anche seriamente l'idea di Giscard di un co-presidente del consiglio dei ministri della Cee eletto dal Parlamento europeo, dai Parlamenti nazionali, e che non sia un presidente solo semestrale ma rimanga in carica per l'intera legislatura del Parlamento europeo. Sono sbocchi politici precisi. Su questo è possibile fare referendum in più paesi. Contemporaneamente vogliamo ancora riprendere il discorso della lotta alla fame nel mondo, come problema europeo.

Rispetto al quadro di novità di cui parlavi prima, c'è stato il dibattito, in occasione dell'ora di religione, sul Concordato. Anche da parte comunista si sono cominciate a vedere alcune revisioni di posizioni. Voi avete creato la Lega anticoncordataria... No, l'abbiamo prospettata, aspettavamo che a questo appuntamento arrivasse la Sinistra indipendente. Ci eravamo rivolti in particolare a Luciano Guerzoni, a Pierluigi Onorato... Probabilmente hanno influito i nostri cattivi rapporti con »Repubblica , cui molti esponenti della Sinistra indipendente collaborano, o hanno influito gli scontri sul referendum della giustizia. Molti di loro erano per il »no . Abbiamo aspettato perché non abbiamo voluto far cose che lasciassero escluso questo settore del movimento anticoncordatario quale si è espresso nel Parlamento. Quindi con Teodori e Strik Lievers ci siamo limitati a raccogliere le prime adesioni, non disperiamo che con i liberali su un versante, con i compagni di Democrazia proletaria dall'altro, con alcuni s

ocialisti, con esponenti del mondo cattolico e non, si possa riaprire il discorso anticoncordatario. C'è stato un accenno interessante dello stesso Craxi quando scopri che si doveva rivedere il trattato, anche se poi è stato tutto riassorbito con la pessima soluzione dell'ora di religione. Per quanto riguarda il Pci ci sono stati accenni cauti, ma interessanti, da parte di Occhetto. Nel dibattito sull'ora di religione, l'ho sottolineato in Parlamento, Occhetto si è riferito al detto cavouriano »libera Chiesa in libero Stato . Occhetto non è uno sprovveduto ed è evidente che questo motto non è applicabile a soluzioni concordatarie. A me è sembrato allora un modo per riaprire, sia pure con cautela, anche all'interno del Pci, questo discorso. Purtroppo il guaio in questo paese è che la lentezza con cui i processi politici vanno avanti è spaventosa. Di Bruno Zevi non condivido molte posizioni, però mi ha detto una cosa molto giusta: che si sta verificando esattamente l'opposto di quello che veniva teorizzato nel

Gattopardo. Lì si diceva: »Occorre che tutto cambi (sul piano politico), perché nulla cambi (sul piano sociale e della civiltà del paese) , mentre oggi si è verificato esattamente l'opposto: in questa società in quarant'anni non è rimasto niente di immobile perché è cambiato tutto, nel bene e nel male, nel modo di vivere, nella civiltà, perfino nella Chiesa, ed invece è rimasto quasi tutto uguale a livello politico. Questa è la vera anomalia della situazione italiana. E' una situazione gattopardesca rovesciata.

Constatando la crisi di militanza, la crisi dei movimenti che, soprattutto a sinistra, viviamo in maniera drammatica, il corpo del partito come ha reagito al congresso? Esistono spazi concreti per operare? Credo che nel momento in cui il progetto politico parte i terreni ci sono. Innanzitutto c'è il terreno dell'attività specifica del partito: cioè l'attività transnazionale varrà per chi va a lavorare in Francia, ma vale anche in primo luogo perché a maggior ragione ci saranno immediatamente dei temi che sono di interesse transnazionale ma anche, ovviamente, nazionale. Naturalmente lì dove si è più organizzati si dovranno fare passi avanti per realizzarli, affermarli e portarli avanti. Poi c'è un terreno che è scoperto, quello della convergenza con le altre forze politiche, tutto da riempire, in forma anche da inventare. Abbiamo iniziato un periodo di rifondazione che probabilmente ci porta fuori della politica istituzionale »in quanto Partito radicale. Ricordo che, già nel 1963, a chi l'anno prima ci aveva

proposto di entrare nelle istituzioni attraverso la scorciatoia della candidatura in liste di altri partiti, avemmo il coraggio non tanto di rifiutare, quanto di dire che saremmo entrati nelle istituzioni con i diritti civili, con il divorzio, o non saremmo rientrati, come poi si è verificato. In quei dieci anni, il rapporto con le forze politiche, esterno, non era di ripudio nei confronti di chi stava nelle istituzioni, era un rapporto vivo, contraddittorio, costruito sui contenuti di iniziativa politica. C'è un terreno di iniziativa politica anche al di fuori della politica istituzionale. Se il problema fosse quello di avere dei parlamentari, abbiamo dimostrato che sappiamo risolverlo da soli, non apriamo »mercati , non andremo a bussare alle porte degli altri partiti. Io penso che questa scelta possa aprire una stagione felice in cui il nostro rapporto con le altre forze politiche italiane può divenire, in prospettiva, lo stesso tipo di rapporto che vogliamo instaurare con i socialisti belgi o francesi o

spagnoli, o con il democristiano tedesco, olandese, o con il grune tedesco e l'ecologo francese. L'unico problema di divisione vera, e di ritardo, che abbiamo avuto è stato quello del simbolo di Gandhi, collegato alla questione violenza/nonviolenza. Non credo che il Partito radicale abbia voluto ripudiare l'insegnamento gandhiano della nonviolenza. Ci sono delle contraddizioni perché non è un partito ideologico e non chiede fedi in una teoria, in una prassi piuttosto che in un'altra. Le riserve specifiche di alcune persone su questo tema si sono purtroppo innestate in un momento di passaggio dal vecchio al nuovo, in un momento di crisi di identità che si è espresso nell'attaccamento al vecchio simbolo (la rosa nel pugno) delle vittorie elettorali e referendarie: un simbolo inagibile nel resto d'Europa, dove è conosciuto come un simbolo socialista. Mi auguro che sia solo questo, la crisi di identità, perché devo dire che la scelta della nonviolenza come teoria e prassi di lotta politica radicalmente alternat

iva è stata un grande patrimonio radicale che ci ha consentito di essere non dei legalisti e neppure dei rivoluzionisti, ma di essere dei riformatori, dei rivoluzionari in senso diverso, e ci ha dato la forza di poter indicare un'alternativa a coloro che, disperati, non riuscivano a trovare un'altra forza se non quella delle armi e della rivolta armata. Se oggi mezza Prima Linea è nel Pr, se oggi Vesce è deputato radicale, nonostante Toni Negri, se Franceschini condannato da una giuria di cui faceva parte anche Adelaide Aglietta sta nel Partito radicale, credo che, se abbiamo potuto parlare a queste persone, questo è dipeso dal fatto di essere nelle cose nonviolenti e gandhiani.

a cura di Andrea Bianchi e Umberto Brancia.

 
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