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Pannella Marco - 13 luglio 1991
Jugoslavia De Michelis, guastatore d'Europa

Parla Marco Pannella: "Ecco tutti gli errori del nostro ministro degli Esteri"

SOMMARIO: "Rivendica con fierezza di non essere tra le nottole di Minerva levatesi, dopo lo spettacolo del sangue in Slovenia e Croazia, a difendere i diritti "all'indipendenza e all'autodeterminazione dei popoli". Ricorda episodi che non consentono di avere dubbi sulle vocazioni autenticamente federaliste dei suoi compagni d'avventura politica. Come quello della primavera '88, quando a Spalato, dopo l'amichevole Jugoslavia-Italia, una decina di militanti radicali transnazionali finirono in cella per aver brandito striscioni inneggianti a una democratica Jugoslavia inserita in una democratica Europa unita. L'attivissimo europarlamentare Marco Pannella torna a tuonare contro i "sabotatori del federalismo europeo" e spiega al Sabato perchè anche la politica estera italiana rischia di frenare la marcia verso l'unità del continente". (IL SABATO - 13 luglio 1991)

Le Monde non ha ancora finito di elogiare l'iniziativa mediatrice della troika guidata dal "frizzante Gianni De Michelis" che in Slovenia, invece del "miracolo", scoppia la guerra civile. Come spiega il contraddittorio atteggiamento tenuto dalla Cee sui tragici avvenimenti di Lubiana?

Tutta la vicenda jugoslava è particolarmente grave, ma anche particolarmente emblematica della politica estera italiana e ahimè, almeno in parte, europea di quest'ultimo anno. Purtroppo la disgrazia ha voluto che gli eventi che vanno dalla guerra nel Golfo alle vicende jugoslave cadessero prima nel semestre di presidenza italiano, e quindi venissero segnati dalle esibizioni della troika. Durante tutta questa sfortunata epoca il nostro De Michelis si è dimostrato come uno di quei novatori che propongono cose vecchie di secoli. Prendiamo ad esempio la pratica spettacolare, quando non addirittura faraonica, dei Vertici europei che tanto appassionano il nostro ministro. Si sono dimostrati una vera e propria impresa di demolizione del federalismo e, di fatto, il migliore strumento della logica di conservazione delle realtà nazionali. Per la verità occorre dare atto a De Michelis di avere detto molto spesso di essere sostanzialmente e anche formalmente antifederalista. Di aver ammesso di essere sostanzialmente e a

nche formalmente antifederalista. Di aver ammesso di essere contro il federalismo europeo che lui giudica come un fatto provinciale, ideologico e propagandistico, e al quale contrappone la concretezza di quella Pentagonale che ha una sola caratteristica: quella di riuscire a raggruppare, all'insegna della peggior paccottiglia liceale sulla Mitteleuropa, i debiti pubblici più catastrofici d'Europa.

Ma non le sembra eccessivamente semplicistico e riduttivo addossare tante responsabilità alla politica estera italiana?

Che la nostra politica europea sia stata ultimamente disastrosa lo prova il fatto che le due conferenze decise lo scorso anno nella riunione dei Dodici a Roma, quella per l'unione economica e quella per l'unità politica, sono state preparate dalla presidenza italiano in modo così approssimativo che nel successivo semestre lussemburghese sono semplicemente saltate. Devo anche dire però - e credo con ciò di non svelare segreti - che siamo riusciti ad evitare il rischio di sollevazioni contro l'Italia nel Parlamento europeo quando, per pressione fortissima, e non soltanto pubblica, sulla presidenza del Consigli, abbiamo ottenuto che Andreotti fosse presente ai lavori del Parlamento al posto del ministro degli Esteri. E ciò è accaduto in due occasioni importantissime. Bisogna riconoscere ad Andreotti, che pure non ha come sua cultura e come sua tradizione quella federalista europea, l'intelligenza politica di ritenere utile e doveroso, almeno in termini di immagine e di interessi nazionali, muoversi nella direzi

one europeista.

Come valuta il repentino cambiamento di rotta che ha condotto le cancellerie occidentali da una posizione filoserba all'esplicito sostegno del secessionismo?

Ne parlo con un pò di dolore perchè sono almeno dieci anni che, come militanti radicali, andiamo dicendo "o gli Stati Uniti d'Europa o il caos". Personalmente è dall'80 che ho scelto di far parte della delegazione europea che ogni semestre si è recata in Jugoslavia, e solo quest'anno, per la prima volta, mi sono rifiutato di prendere parte a questa iniziativa, proprio perchè presieduta da un socialista greco con una posizione filoserba allineata a quella di De Michelis. E' una situazione che conosco molto bene e non dimentico che Kucan fu uno di quelli che ci aiutò a realizzare il nostro Consiglio federale in Slovenia. Noi che siamo degli antinazionalisti non avevamo nessun pregiudizio favorevole a delle rotture indipendentiste. Ma dagli stessi sloveni e croati avevamo ricevuto la garanzia che la proclamazione dell'indipendenza sarebbe servita unicamente come uno strumento per uscire dal caos di Belgrado, per organizzare una nuova Confederazione jugoslava e per iniziare il processo di adesione alla Cee. L

e Repubbliche divenivano indipendenti per uscire dal caos e dalla violenza. Adesso vedremo se avevo ragione io o De Michelis quando dicevo che l'esercito era nazional-comunista, oltre che serbo. Adesso anche la Farnesina ha cambiato idea. Ma noi abbiamo avvertito subito: attenzione, dire alla Slovenia - come ha fatto la troika di De Michelis - "non vi riconosceremo mai", è un'istigazione a delinquere per Belgrado. Resto comunque convinto, come ho detto ai giornali di Lubiana, che le vicende slovene e croate non sono altro che un epifenomeno. Il fenomeno principale è un altro: la viltà e il cinismo provinciali con cui l'Italia, l'Europa e il mondo, hanno accettato in questi anni il crescente, sistematico attacco di Belgrado ai diritti umani e civili nel Kosovo.

 
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