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Pagano Giorgio - 18 marzo 1992
FEDERALISMO POLITICO & FEDERALISMO LINGUISTICO
di Giorgio Pagano (*)

SOMMARIO: Per garantire l'unione linguistica -e non solo economica- dei popoli europei, ma allo stesso tempo promuovere e proteggere dalla sopraffazione di una lingua egemone le diversità delle lingue e delle culture delle singole collettività nazionali, è necessario e urgente adottare una lingua sovranazionale federale. E solo attraverso l'esperanto, una lingua facilmente assimilabile -e accessibile a tutti in condizioni di parità- sarà possibile disinnescare la guerra delle lingue per il dominio sulle comunicazioni.

L'ormai acceleratissima globalizzazione di innumerevoli problemi impone agli uomini, per rispondere adeguatamente a tali gravi sfide e anche se parlanti lingue diverse, il comprendersi. In Europa con un processo di unificazione dei mercati di 21 Paesi (i 12 della Cee più i 6 dell'EFTA più Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria) un tale comprendersi diventa ancor piu' necessario per le sorti stesse della democrazia comunitaria e continentale, come anche per il rilancio del processo di unificazione politica continentale. Ad esempio, se si vogliono evitare processi di monopolizzazione economica del Grande Mercato, e permettere un uso reale del territorio comunitario e delle possibilità di lavoro in esso contenute (un cittadino europeo deve essere in grado di poter andare a lavorare 2 mesi in Francia, 6 in Germania, 4 in Slovacchia, 12 in Grecia... comunicando DIRETTAMENTE con tutti quei cittadini non più solo greci, italiani, francesi, tedeschi ma, tutti, europei) una unione linguistica da fondarsi sul Diritto demo

cratico è irrinunciabile. Nell'ambito del Diritto linguistico tutte le lingue hanno pari dignità, e tutti hanno diritto di esprimersi come meglio credono e sanno, cosicchè anche nelle grandi Assemblee internazionali o nel Parlamento europeo vengono tutelate tali prerogative anche se con costi esorbitanti non solo in termini finanziari, ma anche politici ed umani. Nel Parlamento europeo, ad esempio, le sedute vengono spesso ritardate per mancanza di qualche interprete o perchè alcuni emendamenti non sono stati distribuiti in tempo, e spesso ci si lamenta per la mancanza di precisione delle traduzioni scritte e simultanee dovuta, peraltro, alla difficoltà di trovare alcune combinazioni linguistiche tipo italiano-danese per cui spesso la traduzione viene assicurata utilizzando un'altra lingua che faccia da ponte. C'è poi l'assenza di un contatto diretto tra chi parla e l'ascoltatore per cui va persa la retorica, l'oratoria o l'umorismo. Emblematica è la testimonianza del deputato O'Hogan in una sua interrogazio

ne del 1979 sull'"Eurovaniloquio": "... i danesi ridono per ultimi".

Quello che emerge chiaramente è che il comprendersi plurilinguisticamente, in questo tipo di organismi, in realtà è assicurato unicamente dalla frapposizione tra gli esponenti deivari Paesi, di una complessa e costosissima organizzazione di interpreti e traduttori pagata in fine dei conti da tutti i cittadini. Ma quello che emerge altrettanto chiaramente, secondo la politica linguistica perseguita dalla CE, è che i cittadini europei non potendo usare e permettersi una simile organizzazione di interpretariato devono imparare più lingue possibili, teoricamente almeno 9. L'impraticabilità evidente di una simile prospettiva ha portato i cittadini europei a far da sè, scegliendo di imparare la/le lingue più forti. Cavalcando cioè, in questa guerra delle lingue per la comunicazione tra cittadini di diversi Paesi, le lingue egemoni e, particolarmente, la lingua egemone per eccellenza: l'inglese. "Chi domina nomina" così suona un antichissimo detto, ed essendo l'economia, più di ogni altro potere, ad aver segnato in

questo secolo la storia degli uomini, la lingua egemone non poteva che essere quella dell'élite che ha gestito, attraverso le multinazionali, la più grande accumulazione internazionale di capitale. Il potere delle società multinazionali, di fatto americane, sulla produzione mondiale ed in particolare su quella attinente alla cultura ha creato impercettibilmente, quasi naturalmente, una situazione per cui tutta la tecnologia avanzata è formulata, prodotta, venduta e spessissimo usata in lingua americana. In molti Paesi, poi, si è accettata una teoria dello sviluppo secondo la quale la diversità culturale è vista come un ritardo da recuperare per giungere, attraverso la stessa strada, allo stadio di sviluppo delle società capitaliste più avanzate: è quello che potremmo definire un processo di autocolonizzazione. L'autocolonizzazione è tanto più veloce quanto più le diverse culture sono vicine nei concetti guida (anche solo perchè accettati come tali) e le classi politiche dirigenti inadeguate nel sostenerli.

L'Esempio più calzante è fornito proprio dall'Europa: qui è nata la modernità ma una incapacità politica nel capire che per sostenerla altri erano gli spazi e le energie necessarie che non quelle delle stantie nazionalità ha fatto sì che della modernità si appropriassero altri e che locomotiva del mondo divenisse una stato federale e democratico al di là dell'atlantico. Sensibilità e risposta ben diversa si ha invece da culture formatesi su concetti, idee politiche, consuetudini, anche religiose, nettamente diverse. Queste si trovano nella totale impossibilità di accettare consciamente, e inconsciamente, un tale processo di annichilimento e fuoriuscita dal proprio sentimento di appartenenza ad un collettivo, da ciò la reazione forte, ma anche giustificabile, dei popoli ad esempio di cultura islamica e del motto integralista "non modernizzare l'islam ma islamizzare la modernità". Riguardo al fenomeno di progressivo annichilimento e morte di lingue e culture, gli esperantisti hanno sempre fatto presente come l

a storia insegni che la lingua di genti egemoni, che si imponga anche nel ruolo di lingua franca internazionale, fagociti, distrugga mano a mano, attraverso un fenomeno di inquinamento progressivo, le altre lingue e le altre culture. A dimostrazione di ciò, hanno portato gli esempi del latino o dello spagnolo che hanno distrutto lingue e culture autoctone rispettivamente dell'Europa antica e dell'America centromeridionale. Ma quella che sembra riproporsi oggi in Europa, in una fase postmoderna e alla vigilia di una nuova epoca, è, analogamente al pre-nazifascismo, l'incapacità della maggioranza delle attuali classi politiche europee nel prevedere e gestire il nuovo, con la conseguente riattivazione delle forzereazionarie. E' tale decadenza morale e di forti valori democratici che è all'origine del misconoscimento di una verità lapalissiana quale quella che, per popoli che vogliono unirsi ma che hanno tante lingue diverse, ad un federalismo politico debba corrispondere un federalismo linguistico. Così come pe

r il federalismo politico, in cui solo un potere federale e sovranazionale può garantire un controllo e una soluzione di ciò che sovranazionale è, così solo l'adozione di una lingua sovranazionale (quindi di nessuna nazione, egemonia nazionale o etnica) può garantire sia la necessaria unione linguistica che la protezione e promozione - anzichè la distruzione - delle lingue e culture diverse di tutti quei popoli. E' questa una delle ragioni principali a favore di una lingua viva planetariamente e dalla origine etica e non etnica, come la lingua internazionale Esperanto è. Pochi sanno che è una vera e propria selezione naturale che ha permesso all'Esperanto di passare da lingua artificiale alla forma di lingua viva. Infatti, di lingue o progetti di lingue così dette universali o internazionali e rimaste morte, se ne contano, solo nel XIX secolo, circa 500. "Io vengo a voi da un Paese dove ora molti milioni di uomini combattono duramente per la libertà, per la più elementare libertà, per i diritti dell'uomo (..

.) Se si dovesse obbligare noi, i primi combattenti dell'Esperanto, ad escludere dalla nostra opera ogni ideale, noi, indignati, lacereremmo e bruceremmo tutto ciò che scrivemmo per l'Esperanto (...) e grideremmo con esecrazione: Con quell'Esperanto, che deve servire soltanto ed esclusivamente ai fini del commercio e dell'uso pratico, noi non vogliamo avere nulla in comune ! La dichiarazione pubblica di Zamenhof sopra riportata e probabilmente la più citata nel mondo esperantista, spiega in modo eloquente quanto l'Esperanto sia, da sempre, la forma di una idea di fratellanza umana, una fratellanza oltre le razze, le lingue, le nazionalità e chiarisce perchè gli esperantisti siano sempre stati perseguitati, irrisi, offesi sia da dittatori come Stalin o Hitler sia da democratici nazionalisti o a compartimenti stagni.

(*) Giorgio Pagano, da anni militante federalista europeo ed esperantista, è attualmente membro del Consiglio Federale del Partito Radicale e segretario della "Esperanto" Radikala Asocio COordinamento per la Democratica Integrazione Culturale Europea (ERA-CODICE).

 
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