di Adelaide Aglietta e Gianfranco Dell'AlbaAdelaide Aglietta, membro del Partito Radicale da vent'anni, segretaria del Partito nel 1977, piu' volte deputata del Parlamento italiano, è attualmente co-presidente del Gruppo Verde al Parlamento europeo.
Gianfranco Dell'Alba, membro del Consiglio Federale del PR, è attualmente segretario generale del gruppo Verde al Parlamento europeo.
Il 7 febbraio scorso è stato firmato a Maastricht il "Trattato sull'Unione Europea", risultato di due anni di lavoro e di mediazioni fra i 12 governi della Comunità europea. Inizierà quindi l'iter delle diverse ratifiche dei parlamenti nazionali, affiancate in alcuni paesi dal ricorso a referendum popolari. Il Parlamento europeo, per quanto lo riguarda dovrà esprimersi in aprile sui contenuti dell'accordo realizzato dai capi di Stato e di governo.
Un impatto mediatico, sapientemente orchestrato dai governi
L'impatto mediatico, sapientemente indirizzato e orchestrato dai governi, è già stato e sarà un elemento determinante nella scelta dei Parlamenti, che si preannuncia scontata e che emarginerà come antieuropeisti coloro (siano essi persone o forze politiche) nei quali prevarrà una valutazione negativa dei risultati delle due conferenze.
Non ratificare ?
Vorremmo fare alcune riflessioni che a nostro giudizio potrebbero supportare una scelta di non ratifica, scelta che aprirebbe la strada ad una crisi comunitaria, anticiperebbe a
subito la riconvocazione di una sede intergovernativa abilitata a dare le risposte che non sono venute da Maastricht, come testimonia la volontà ivi espressa di tenere una nuova conferenza nel 1996 e certamente anticiperebbe i tempi e le contraddizioni per chi crede davvero ad una via federale sia pure a piccoli passi e chi "bleffa" spudoratamente nel rinvio sine die delle vere decisioni politiche.
Un ulteriore ampliamento del deficit democratico
Prima di venire alle due domande centrali cui dobbiamo rispondere per meglio valutare i risultati di Maastricht, vogliamo elencare i limiti piu' gravi del nuovo trattato: la frantumazione della dimensione unitaria della architettura europea, la sovrapposizione dei ruoli e delle funzioni delle diverse istituzioni, la conseguente moltiplicazione delle procedure decisionali e la prevedibile faragginosità delle scelte, la equivocità della acquisizione delle nuove competenze in gran parte ancora vincolate alla cooperazione intergovernativa, il conseguente e ulteriore ampliamento del deficit democratico non solo per i poteri e le competenze non dati al P.E., ma per quelli sottratti ai parlamenti nazionali.
Ecco le due domande:
1) stiamo ancora percorrendo la strada di una federazione democratica di stati e regioni o abbiamo cambiato obiettivo ?
2) se abbiamo cambiato obiettivo quali sono le implicazioni sul processo di integrazione comunitaria e quali sul processo di allargamento della comunità ?
Crediamo che a Maastricht si sia verificata una svolta molto accentuata verso una dimensione intergovernativa della politica europea; crediamo anche che questa svolta non solo sia assolutamente inadeguata a dare risposte sovranazionali efficaci e nei tempi necessari alle sfide cui siamo confrontati nel nostro tempo, nel nostro continente e nel mondo, ma che evidenzi un pericoloso prevalere di interessi nazionali rispetto al disegno originario e che di conseguenza apra una fase di frantumazione della Comunità.
Al di là delle affermazioni di principio e delle cose positive che pur ci sono nel trattato di Maastricht, ci pare che il segno prevalente sia quello di una inversione di rotta rispetto al disegno che finora aveva indirizzato il processo di integrazione europea e che fondava la sua forza sulla volontà
di cessione di ambiti di sovranità da parte degli Stati nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà e in una visione istituzionale unitaria.
Conservazione
Non crediamo che tutto questo sia frutto della volontà di sostituire il disegno originario con una visione confederale dell'Europa, ma la conseguenza del prevalere negli Stati della tendenza a conservare i propri poteri, i propri interessi, le proprie alleanze, le proprie particolarità privilegiandoli rispetto ad una visione realmente comunitaria e comune dell'Europa.
In questo contesto l'assenza di un salto in avanti significativo, che faccia dell'Europa una reale unione politica europea, rappresenta obiettivamente non solo una battuta d'arresto nel processo di integrazione, non solo un grave arretramento democratico della Comunità, ma una sostanziale e formale impossibilità di aprire il processo di allargamento ai nuovi paesi che stanno via via domandando di aderire. In altre parole Maastricht dà una risposta negativa a quei paesi che affidano all'Europa le loro speranze di progredire e di non restare al palo in una situazione spesso dipendente o comunque marginale rispetto all'evoluzione intergovernativa dell'Europa dei 12.
Maastricht: una potenzialità destabilizzante per tutta l'Europa
Questa è certamente la piu' grave conseguenza di Maastricht, la cui potenzialità destabilizzante per tutta l'Europa non puo' essere ignorata.
Ecco perchè crediamo che per evitare l'esplodere di nuovi drammi europei sia urgente riaffermare la volontà di andare velocemente ad una vera e propria costituzione che sancisca definitivamente non solo la vocazione, ma la realtà federale e democratica dell'Europa, come condizione necessaria per una Unione dei popoli europei aperta a quei paesi che, senza la casa europea in cui dissolvere le loro frontiere e le loro eredità conflittuali nazionali, etniche, religiose, saranno sempre piu' spinti verso guerre fratricide, che forse non risparmieranno neppure gli attuali 12 paesi membri.
In questo senso, gravissime sono le colpe del governo italiano, vincolato "moralmente" dai risultati del referendum consultivo del 1988 per l'attribuzione, appunto, di poteri costituenti al Parlamento Europeo e invece schierato nel fronte piu' ostile all'evoluzione della Comunità in senso federale. E questo grazie alla gestione De Michelis mollemente ostacolata dal presidente Andreotti, in totale contrasto con la linea tenuta a questo riguardo sino a pochi anni fa.
Elaborazione di un progetto di Costituzione
Certo si potrebbe immaginare di assortire ad un avallo "obtorto collo" a Maastricht, un impegno solenne dei governi per l'elaborazione di un progetto di Costituzione, da parte del Parlamento Europeo, da dibattere nel 1996, quando verranno ripresi in mano i quesiti lasciati in sospeso dalla presente
riforma. Si puo' tentare, si puo' forse arrivare ad una mediazione su questa posizione. Ma temiamo che questo non sia che l'ennesima ammissione di impotenza di fronte ad una attitudine dei governi assolutamente autonoma da qualsiasi pronuncia solenne o meno dei parlamenti, europeo e nazionali.
Riuscirà a raggiungere il suo scopo un si condizionato, sapendo che gli strumenti di pressione sono risibili, o non occorrerebbe un'opposizione immediata, senza ambiguità, radicale e federalista, che ha certamente il rischio di correre in parallelo agli oppositori di Maastricht per motivi nazionalistici, securitari od altro, ma ha il merito dell'estrema chiarezza e coerenza con le battaglie condotte sin qui ?
Apertura di una crisi
Queste sono allo stato dell'arte le preoccupazioni che ci spingono a dire che forse la non ratifica e la conseguente apertura di una crisi della Comunità puo' essere la scelta necessaria per intercettare una deviazione di percorso che mette a rischio il disegno di costruzione di una Europa democratica, aperta, solidale, soggetto politico capace di contribuire a risolvere i grandi drammi della nostra epoca.
Non abbiamo certezze assolute, ma non vorremo che queste riflessioni, che non sono solo le nostre, venissero spazzate via da un conformismo che vediamo crescere e che assegna, al di là dell'analisi dei contenuti, forza di verità assoluta all'immagine disegnata dai mass-media.
Le incoerenze che si stanno moltiplicando in questi giorni e che si fondano, nella maggioranza dei casi, sulla paura di restar fuori dalla storia (in questo caso la storia dei governi) dovrebbero preoccupare non solo i federalisti convinti, ma tutti quei cittadini che credono nella democrazia.