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Germinaro Massimo - 22 ottobre 1993
TASSE FAI DA TE
di Massimo Germinaro

SOMMARIO: Resoconto dell'iniziativa referendaria posta in essere da Marco Pannella (con la Lista Pannella) e dal prof. Antonio Martino (preside della LUISS) e tendente ad "eliminare" quella norma del sistema fiscale per la quale tocca al datore di lavoro togliere dalla busta paga del dipendente le "ritenute fiscali" che poi verserà a loro nome direttamente al Fisco. Il referendum avrà come obiettivo quello di responsabilizzare i cittadini nei confronti del Fisco, ed il Fisco nei confronti dei cittadini che "pagano milioni su milioni senza neanche accorgersene". Secondo la proposta del prof. Martino, "i datori di lavoro dovrebbero limitarsi a comunicare agli uffici tributari le somme versate a ogni singolo dipendente", il quale provvederà di persona al versamento delle tasse relative. Vengono presentati e discussi i pro e i contro del progetto, come anche le reazioni del mondo politico.

(EPOCA, 22 ottobre 1993)

Perchè tutti i mesi lo Stato sfila in anticipo l'IRPEF dalle buste paga? E perchè invece chi lavora in proprio può versare un anno dopo? Dal punto di vista fiscale i cittadini non sono tutti uguali, denuncia Pannella. E proclama un referendum rivoluzionario. Ha ragione? Ecco i pro e i contro.

Altro che Umberto Bossi con la sua rivolta fiscale... Robetta, in confronto a quello che sta preparando Marco Pannella, con l'aiuto dell'economista Antonio Martino. Insieme, hanno intenzione di lanciare un referendum che, se dovesse andare in porto, scatenerebbe milioni di lavoratori dipendenti contro il Fisco ingordo. L'idea è perfino banale: eliminare le trattenute in busta paga e consegnare al lavoratore tutto intero il suo stipendio. A pagare tasse e contributi sociali provvederà il lavoratore stesso in un secondo momento, come del resto già fanno commercianti e professionisti due volte l'anno. In apparenza, è una questione di poco conto. Nella realtà, una rivoluzione. Vediamo perchè. Provate a chiedere a un lavoratore dipendente quanto ha guadagnato lo scorso mese: saprà rispondervi con precisione centesimale. Poi domandategli quanto ha pagato di tasse e di contributi sociali vari. Silenzio assoluto. Eppure la cifra sta scritta lì, nella busta paga, sotto la voce "trattenute": solo che quasi nessuno ci

fa caso. E' come se i soldi incamerati dal Fisco, oppure dall'Inps, non fossero mai esistiti. Invece esistono, eccome. Lo sa bene ogni datore di lavoro, che sborsa mese dopo mese una somma più o meno doppia di quella che arriva nelle tasche dei propri dipendenti. I quali pagano milioni su milioni senza neanche accorgersene. E quindi senza protestare, quando i loro soldi finiscono nel pozzo senza fondo degli sprechi di Stato. Ben diverso sarebbe invece il loro atteggiamento, se dovessero tirar fuori i milioni di tasse e di contributi sociali dopo aver messo nel portafogli l'intera somma sudata col proprio lavoro. Allora sì che le proteste salirebbero al cielo! L'obiettivo do Antonio Martino è esattamente questo: sensibilizzare il lavoratore sulle tasse che paga davvero. "E' un problema di civiltà giuridica" ammonisce il professore. Che spiega: "I lavoratori potrebbero finalmente rendersi conto di quanto costa mantenere il settore pubblico. Fino a oggi, invece, hanno pagato senza fiatare". Già, ma quanto costa

questo Stato a ogni cittadino? Martino ha fatto il calcolo e - sommando tasse dirette e indirette - suggerisce una cifra vicina ai 15 milioni di lire a testa. "L'80 per cento dei soldi incassati arrivano allo Stato in maniera indolore, senza che debba spiegare perchè ne chiede tanti e soprattutto cosa ne fa", commenta Martino. "un sistema democratico, invece, dovrebbe essere trasparente". L'idea piace soprattutto a Pannella, che ne vuole fare un cavallo di battaglia del suo nascente Partito democratico. Se passasse, i lavoratori dipendenti ne ricaverebbero anche un diretto beneficio economico: fino al momento di versare il dovuto al fisco, potrebbero infatti depositare in banca (o comunque investire) la somma che oggi viene trattenuta in busta paga. I soldi guadagnati con gli interessi potrebbero così alleviare la pressione fiscale arrivata a livelli record: nel 1992 ha raggiunto il 47,3 per cento. Per rendere l'idea: le entrate statali in 12 anni sono cresciute quattro volte più in fretta che nel ventennio

precedente. Ma i lavoratori dipendenti non sarebbero i soli a ricavare un vantaggio dall'abolizione delle trattenute in busta paga. Le aziende, infatti, smetterebbero di funzionare come "sostituti di imposta": in altre parole, non dovrebbero più preoccuparsi di calcolare e versare le tasse per conto dei propri dipendenti. Un'attività dispendiosa che spetterebbe allo Stato e che invece oggi grava sui datori di lavoro. "Il paradosso", rincara la dose il professor Giovanni Marongiu, tributarista genovese, "è che lo Stato, anzichè ringraziare le aziende per il lavoro che si sobbarcano al posto suo, le minaccia con sanzioni penali. I datori di lavoro insomma non solo pagano i costi di queste operazioni, ma in caso di errore o di irregolarità nei versamenti rischiano addirittura la prigione". Uno studio del ministero delle Finanze ha calcolato che le aziende spendono 20 mila miliardi all'anno in preparazione di buste paga e versamenti al Fisco. Con il sistema di Martino, invece, i datori di lavoro dovrebbero lim

itarsi a comunicare agli uffici tributari le somme versate a ogni singolo dipendente. Spetterebbe poi all'amministrazione tributaria calcolare il dovuto e comunicarlo al lavoratore. Questo avviene già oggi in Francia dove ogni contribuente riceve a casa la cartella delle tasse con tutti gli importi già calcolati. Altro che modello 740... Obiezione numero uno: non è che, in questo modo, si moltiplicherebbe l'evasione? Una volta intascato lo stipendio per intero, il contribuente potrebbe infatti cedere alla tentazione di tenerselo tutto in tasca. E con l'attuale livello di controlli, avrebbe qualche buona probabilità di farla franca. Ma la controindicazione più pericolosa è di altra natura: in questo modo, si rischia di scatenare una guerra totale tra i contribuenti e lo Stato, con risultati devastanti per i conti pubblici. Martino vuole che i lavoratori dipendenti diventino consapevoli delle tasse che pagano. Ma dalla presa di coscienza alla rivolta fiscale, il passo è breve. Lui stesso lo riconosce: "Una vol

ta messe in moto, le rivolte fiscali non possono più essere controllate". La soluzione ci sarebbe: "Al posto della rivolta, potremmo fare una riforma fiscale", suggerisce Martino. "Lo Stato potrebbe imparare a rispettare di più i contribuenti e a spendere meglio i suoi soldi. Senza bisogno di rivoluzioni". L'ultimo ostacolo è legislativo: la Costituzione vieta i referendum in materia fiscale. Martino, però, ha pensato anche a questo: "Quello che noi proponiamo di cambiare non è il rapporto tra Fisco e contribuente, bensì quello fra datore di lavoro e dipendente che è un rapporto di natura privata. Quindi può essere oggetto di referendum". La prospettiva getta nel panico gli alti funzionari delle Finanze che, però, si sono già trovati al fianco un alleato insospettabile: la Lega. Bossi teme che il dibattito sui referendum sia solo una scusa per rimandare il voto anticipato. "Sono le elezioni il vero referendum", ha tuonato il capogruppo del Carroccio, Roberto Maroni. Chissà se il tentativo di Pannella e Marti

no avrà successo. Anche se dovesse inciampare sugli ostacoli politici e giuridici, un risultato finirà per ottenerlo: quello di spingerci a leggere con più attenzione, il 27 di ogni mese, la nostra busta paga. Con un occhio speciale alla voce "trattenute".

 
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