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Pannella Marco - 23 marzo 1994
L'ultimo Sud - Qui s'è fatta l'Italia
di Marco Pannella

Prosegue il dibattito sul Sud con l'intervento di Marco Pannella, responsabile della Lista Pannella.

SOMMARIO: La corruzione del Sud è solo una manifestazione di una intera classe politica e dirigente romana o locale che ha fatto della corruzione il metodo normale di governo. La prima calamità del Mezzogiorno d'Italia sono le mafie politiche di ogni genere che devastano le nostre terre, la nostra cultura ed i nostri cittadini: l'eredità di questa classe dirigente sconfitta rischia di trovare occasione di sopravvivenza proprio grazie alle mafie vincenti, i progressisti, i Fini...

(LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, 23 marzo 1994)

Nato in Abruzzo, cocciuto abruzzese, condivido la sorte di quella "miseria e nobiltà" che serve a non capire il Mezzogiorno, ma che è retaggio d'onore delle nostre regioni. Sembra che il Sud debba sempre difendersi, innanzitutto dalla sua immagine deformata. E' difficile rassegnarvisi, anche in questa occasione elettorale - politica e civile - quando la secessione viene invocata da un nord che dimentica come questa sia storicamente, innanzitutto, rivendicazione meridionale, magari "meridionalista".

Secessione da cosa? Dal peso di una incomprensione, per cominciare: di quelli che si ostinano a non capire perché la formazione delle classi dirigenti del paese, delle sua amministrazione pubblica, delle grandi ideologie dello Stato unitario è tradizione tutta, o in larghissima parte, meridionale. E' da noi nel Sud che, davvero si è "compiuta" l'unità d'Italia: niente affatto "in linea con la depressione africana" ma con la massima cultura europea. Ce ne nutriamo ancora, quotidianamente, noi liberali attenti a Silvio Spaventa, al pugliese De Viti De Marco, a Benedetto Croce e ad Ernesto Rossi, a Gaetano Salvemini, a Manlio Rossi Doria, a decenni di edizioni Laterza.

Certo, poi, c'è la corruzione: le cattedrali nel deserto e la malavita organizzata, il traffico degli stupefacenti e il fallimento del decentramento e delle autonomie locali trasformatesi in moltiplicatori di malgoverno e malamministrazione. Accettai il ricorso all'intervento straordinario per il Mezzogiorno ma, a differenza di amici come Francesco Compagna e, invece, con Ernesto Rossi, distinguendo tra il modello "americano" (quello della Tennessee Valley Authority...) e la consapevolezza tutta negativa che altrimenti quei soldi sarebbero stati utilizzati da una classe dirigente per la quale la corruzione era la forma "romana" della gestione del potere, per farsi Stato o per distruggere lo Stato.

Questa corruzione non è del Sud, o non è innanzitutto o solo del sud: è la corruzione di un assistenzialismo sbagliato, per cui ci si è liberati della responsabilità verso le nostre regioni con una alluvione di denaro partitocratico e "romano", su cui l'intera classe politica e dirigente di governo e sotto governo locale, di stato, parastato e sindacato si è gettata, facendo della corruzione il metodo normale di governo. La prima calamità del Mezzogiorno d'Italia sono insomma le mafie politiche di ogni genere che devastano dalle Alpi al Lilibeo le nostre terre, la nostra cultura ed i nostri cittadini, i nostri corpi politici con denaro di estrazione populista, clericale o comunista che sia, gestito come "cosa nostra". Nel Belice, da circa vent'anni, la classe dirigente saccheggia miliardi e miliardi e i terremotati continuano ufficialmente a vivere nelle baracche, gli aiuti della Comunità per i nostri prodotti hanno favorito le cosche.

E invece, nel terremoto politico che ha colpito il Sud (insieme a Milano, a Roma, eccetera) temo che l'eredità di questa classe dirigente sconfitta trovi occasione di sopravvivenza proprio grazie a quelle vincenti, i progressisti fino a ieri partecipi di ogni spartizione, i Fini...gli ex PCI, ex MSI, ex DC.

E la mafia, la 'ndrangheta, la nuova corona, la criminalità organizzata: anche qui stiamo attenti a non trovarci già, a dover prendere atto della vittoria di una mafia sull'altra, su cui viene gettata ogni responsabilità, ogni colpa. Ecco, le mafie vincenti e l'antimafia come professione, la demonizzazione dell'altro da sé dall'avversario politico in un confronto finalmente sui programmi, sulle cose da fare come strumento della politica, i colpi bassi a cui assistiamo in questi giorni, le cose che Sciascia aveva visto e denunciava, lucidamente, e contro le quali cerco di oppormi.

Sciascia, e non solo: ma da dove, se non dal sud, ci sono venute in questi quaranta o cinquanta anni le più lucidi critiche al sistema partitocratico, romano ripeto, prima che meridionale? Penso a Sciascia e all'Aldo Moro, della prigionia e dell'assassinio partitocratico, a Sciascia illuminista e volterriano, l'unico che io conosca nel nostro paese, e Moro, lo statista che nel momento della decisione tragica della sua esistenza lancia un messaggio di amore, di tolleranza, di lucida dissociazione da quello Stato che pure lo aveva visto tra i responsabili primi...

Allora, occorre davvero invocare "classi dirigenti imprenditoriali del sud?". Ma il sud fu da sempre, al suo meglio, grande cultura di governo del Paese, e può ancora esserlo se saprà già questa volta, con queste elezioni, ricordarsi della propria miseria ma soprattutto della propria nobiltà.

Per esserci, a questo appuntamento occorre che io abbia nella scheda grigia, per l'elezione proporzionale alla Camera dei Deputati come Lista Pannella, il 5% di voti. Agli elettori la scelta. "Fai quello che devi. Accada quello che può".

 
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