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Archivio Lista Pannella Riformatori
Bandinelli Angiolo, Cicciomessere Roberto, Dell'Alba Gianfranco, Dupuis Olivier, Frassineti Luca, Manzi Silvia, Turco Maurizio - 25 maggio 1994
STATI UNITI D'EUROPA subito!
gli obiettivi della lista pannella-Riformatori

a cura di Angiolo Bandinelli, Roberto Cicciomessere, Gianfranco Dell'Alba, Olivier Dupuis, Luca Frassineti, Silvja Manzi, Maurizio Turco

committente responsabile ai sensi dell'art.3 legge 515/10.12.93

LISTA MARCO PANNELLA-RIFORMATORI

CLUB MARCO PANNELLA via di torre argentina 76 - 00186 roma

SOMMARIO: I testi contenuti nel "millelire" diffuso dalla Lista Pannella/Riformatori nel corso della campagna elettorale per l'elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo (12 giugno 1994).

Il fascicolo è diviso in quattro parti: nella prima la denuncia della obiettiva complicità dell'Europa comunitaria nei confronti dell'aggressione serba alla Bosnia; nella seconda il fallimento del trattato di Maastricht; nella terza i 17 obiettivi della lista Pannella/Riformatori; nella quarta le inadempienze dell'Italia nei confronti dell'Unione europea.

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Il vostro grano di follia...

Il fatto e' che non c'e' oggi più alcun grande problema concernente l'economia, la moneta, il collegamento sociale del nostro sviluppo con quello dei paesi poveri del mondo, la difesa, l'ecologia, lo sviluppo scientifico e tecnologico, l'universalità della cultura, non c'e', dico, grande problema che possa essere ancora affrontato seriamente con criteri e con strumenti nazionali.

(...) L'azione per la federazione europea è un'azione cui partecipano forze di tutte le famiglie politiche europee, ma è radicata culturalmente, è impiantata culturalmente, nel modo di pensare radicale. E non è' un caso che quello che forse è il più importante dei vostri maestri,

cioè Ernesto Rossi, sia stato anche uno dei fondatori del Movimento federalista europeo. Sappiate dunque assumere questa azione portando in essa il vostro fervore ed anche il vostro grano di follia.

Altiero Spinelli, XXXI Congresso del Pr, Firenze, novembre 1985

Sarajevo come il ghetto di varsavia...

Signora Presidente, signori Presidenti del Consiglio e della Commissione, cari Colleghi,

la nostra Unione, il nostro Parlamento stanno a Sarajevo, alla civiltà ed alla dignità umana come il mondo, l'Europa sono stati di fronte al ghetto di Varsavia.

Tutto il resto, credo, è poca cosa.

Il nostro Parlamento è un parlamento fantoccio, che si è disonorato da sé.

Basta vedere la serie di tradimenti alle nostre stesse posizioni che rappresentano le decisioni che abbiamo assunto, una dopo l'altra, per arrivare ad una gestione degli affari comunitari che oggi come oggi non riflette minimamente il Trattato di Roma né i suoi principi, e neanche quelli sui quali abbiamo, quasi tutti qui dentro, chiesto agli elettori il loro voto, la loro fiducia.

Questa Europa, signora Presidente, è un'Europa che non riconosciamo.

E' davvero l'Europa della partitocrazia, l'Europa delle pratiche politiche delle quali in Italia, sia pure con molta difficoltà, riusciremo forse a sbarazzarci.

Speriamo di farcela anche a livello europeo.

Credo che sia necessario farlo qui, visto che per il momento vi regnano sovrani ladri di legalità, di speranza e di dignità.

Marco Pannella al Parlamento europeo, 4 maggio 1994

L'EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO

di Olivier Dupuis

Per l'Europa e quindi per l'Italia il tuo voto è decisivo . Non siamo più nel 1984 ma neppure nel 1989. E non è solo una questione di tempo passato, di occasioni o di opportunità perdute. Da allora, dalla approvazione da parte del Parlamento europeo del progetto Spinelli nel 1984 e dal rilancio negli anni '86-88, da parte di Marco Pannella, del progetto per una costituente europea poi bocciato dai capi di Stato e di governo dei 12, si sono succedute in Europa e nel mondo una serie di eventi e, purtroppo, di tragedie che hanno cambiato radicalmente il contesto politico, le condizioni stesse della battaglia per la nascita di una Europa federale e democratica.

Da allora si sono succedute la Perestrojka, la Glasnost, e poi la caduta del muro di Berlino, le prime elezioni libere nei paesi dell'ex impero sovietico. Cinque, sei anni pieni di eventi, di grandi momenti - con l'eccezione della drammatica Tien An Men - di libertà e di liberazione. Poi il vento è cambiato. Progressivamente si è fatto tremendamente violento. Le truppe del leader fascista e razzista di Belgrado, Milosevic, hanno invaso successivamente la Slovenia, la Croazia e la Bosnia; mentre sottomettevano il Kossovo ad un vero e proprio stato di guerra, privando il novanta per cento dei suoi cittadini di ogni diritto civile, cacciando centinaia di migliaia di persone dal lavoro, costringendone altre decine di migliaia all'emigrazione. E l'Europa che dieci anni fa si sognava federalista, che cinque anni fa si riscopriva finalmente liberata e riunificata, è già scomparsa.

Oggi l'Europa è diversa, è cambiata. Non ci troviamo più solamente di fronte alle arroganze ed alle incoscienze di ieri quando, per fare due - solo due - esempi, i grandi "capi" di allora (tra cui molti sono tuttora in carica) rifiutavano la nostra proposta di lanciare un grande piano Marshall per la democrazia ed uno sviluppo sostenibile dell'Africa Saheliana o quando non prendevano nemmeno in considerazione la nostra proposta - avanzata sin dal 1980 - di offrire alla Jugoslavia di allora l'adesione alla Comunità europea come strumento, anche, per poter compiere la sua riforma democratica. Alla arroganza incosciente e prepotente di quelli che si credevano vincitori è subentrata oggi l'arroganza degli sconfitti, l'arroganza cinica di chi sa che ha già rinunciato ai principi e alle ragioni fondatrici non solo del progetto europeo ma anche del progetto democratico "tout court", oltreché del suo stesso personale progetto politico e di vita.

Ed è questo il punto centrale: non è solo l'assenza di un'Europa federale che è responsabile della pur resistibile ascesa del nazional-comunismo aggressivo del regime di Belgrado e di quanti, sempre di più, vi fanno riferimento ideologico e operativo ovunque nel mondo. Ma non è nemmeno l'Europa dei 12, in quanto istituzione non ancora dotata di sufficienti poteri per essere in grado di affrontare tali situazioni. Alibi preziosi questi, ampiamente utilizzati dagli Stati membri ma anche, seppure in chiave opposta, da molti federalisti, per non affrontare le loro proprie responsabilità di fronte ad una situazione da anni '30.

All'origine e alla base della tragedia della ex Jugoslavia sono le nostre stesse democrazie, incapaci, oggi come lo sono state nel 1938 a Monaco, di capire che sono le loro stesse fondamenta che vengono distrutte a Vukovar come a Dubrovnik, ad Osijek come a Mostar, a Sarajevo come a Goradze.

Da Bruxelles o da Strasburgo dovremo continuare, con ogni mezzo a nostra disposizione, ad agire per riportare i nostri Stati, l'Unione Europea, la Comunità internazionale, a momenti di diritto e di giustizia, senza i quali la democrazia diventa non solo pura declamazione, ma addirittura terreno di coltura del suo contrario. Cominceremo proprio laddove le istituzioni europee e, prima ancora, gli Stati che la compongono hanno assunto il più irresponsabile oltreché il più vergognoso degli atteggiamenti: quello di fronte al regime di Belgrado.

Rovesciare il regime di Milosevic, e riportare la Jugoslavia (Serbia-Montenegro) alla democrazia, ci appare come la premessa indispensabile - seppure non sufficiente - per ridare ai 12 Stati membri, o a quanti di essi lo vorranno, la possibilità di iniziare un nuovo cammino sulla strada della costruzione di una Europa federale e democratica, un'Europa della giustizia e della libertà, un'Europa non eurocentrica, non "ricco-centrica", ovvero gli Stati Uniti d'Europa.

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Olivier Dupuis

Olivier Dupuis è nato nel 1958 ad Ath (Belgio).

Laureato in Scienze Politiche e Sociali, è iscritto al Partito radicale dal 1981. Impegnato dai primi anni '80 nella campagna contro lo sterminio per fame, partecipa a numerose azioni nonviolente che gli fanno conoscere a più riprese i posti di polizia di Bruxelles.

Nel 1982 attua uno sciopero della fame di cinque settimane per l'applicazione della "Legge Sopravvivenza", votata poi dal Parlamento belga a larga maggioranza. Nell'aprile '82 è arrestato a Praga, detenuto per tre giorni e poi espulso, per avere distribuito a piazza San Venceslao volantini in favore della Democrazia, per il diritto alla vita e la vita del diritto.

Nel settembre '85 è arrestato a Dubrovnik, detenuto per tre giorni e e poi espulso, per avere distribuito in diverse città jugoslave migliaia di volantini nei quali si chiedeva l'adesione immediata della Jugoslavia alla Comunità europea.

Poiché considera che sia la difesa militare sia la cosiddetta alternativa civile sono incapaci di affrontare le reali minacce alla pace e alla sicurezza, costituite dall'assenza di democrazia nell'Europa dell'Est e dal non rispetto del diritto alla vita nel sud del mondo, nell'ottobre '85 è arrestato e incarcerato per diserzione. Condannato in prima istanza ed in appello a due anni di prigione è incarcerato prima a Saint-Gilles poi a Lovanio. Viene rilasciato dopo 11 mesi di carcere e condannato ad altri due anni di pena da scontare presso un'organizzazione non governativa.

A partire dal 1987 si reca nei paesi dell'Europa centrale dove il Partito radicale lotta, tra l'altro, con il movimento "Wolnosc i Pokoj" (Pace e Libertà) per l'istituzione dell'obiezione di coscienza in Polonia.

Dalla fine del 1988, nonostante il Muro di Berlino e la cortina di ferro, si stabilisce in Ungheria organizzando i primi nuclei radicali nell'impero sovietico.

Trascorre il capodanno del 1991 con Marco Pannella nelle trincee a difesa della città di Osijek, assediata dall'esercito di Belgrado. Raggiungono la prima linea indossando la divisa croata in segno di solidarietà con gli aggrediti, in un momento in cui la Comunità europea, su pressione della Francia e dell'Inghilterra, non riconosce le repubbliche della ex Jugoslavia, schierandosi di fatto con gli aggressori.

Dal 1992 è impegnato per l'istituzione del Tribunale internazionale contro i crimini di guerra commessi nella ex Jugoslavia.

Nel 1993 coordina la campagna per il riconoscimento della Repubblica di Macedonia.

Nel luglio '93 a Sofia, viene eletto Presidente del Consiglio generale del Partito radicale e si trasferisce a Bruxelles per coordinare le attività del P.r. in Europa occidentale.

Nel marzo '94 attua un digiuno di 28 giorni perchè la Quinta Commissione dell'ONU approvi il finanziamento del "tribunale ad hoc per i crimini commessi in ex Jugoslavia" e la sua iscrizione nel bilancio ordinario delle Nazioni Unite.

Per le elezioni europee è candidato nelle circoscrizioni Nord Ovest (n·1), Nord Est (n·2), Centro (n·4) e Sud (n·3).

SUPERARE MAASTRICHT, PERCHE' L'EUROPA CONTI DI PIU'

di Gianfranco Dell'Alba

I Dodici non hanno saputo rispondere alla sfida del dopo 1989, quella di una grande Europa democratica, prospera e finalmente unita dopo 45 anni di cortina di ferro.

L'Unione europea nata a Maastricht è già vecchia e inadeguata con le sue procedure inefficaci, oscure ed antidemocratiche non è in grado di sostenere l'entrata dei nuovi paesi che bussano alle sue porte, né rispondere alla recessione economica, alla disoccupazione che colpisce più di 18 milioni di cittadini europei, ed al risorgere violento del nazionalismo e del razzismo.

La visione federale dell'Europa dei popoli sembra aver lasciato il passo al modello dell'Europa degli Stati sovrani, gelosi delle proprie prerogative.

Il Trattato di Maastricht, che ha introdotto competenze comuni in materia da un lato di politica estera, di sicurezza e di difesa, e, dall'altro, in materia di affari interni, di cooperazione giudiziaria, di immigrazione e di asilo, le ha poi lasciate nella sfera esclusiva della cooperazione intergovernativa.

Formula che significa molto semplicemente che il Parlamento europeo, gli stessi parlamenti nazionali, non hanno nulla da dire sull'argomento.

Sul fronte dell'Unione economica e monetaria, l'altra grande innovazione decisa a Maastricht, la presunzione di voler creare le condizioni di una Unione economica e monetaria in assenza di strumenti adeguati per il coordinamento effettivo delle politiche economiche e della mancanza di volontà, da parte di molti paesi - magari per obiettivi diversi - di dotarsi di tali strumenti, ha rafforzato la posizione di coloro che considerano irrealistico il calendario ipotizzato per giungere alla moneta unica.

L'Unione europea nata a Maastricht rimane lontana dai cittadini che non ne capiscono il funzionamento, non sanno chi decide in loro nome, chi esercita le funzioni esecutive e di controllo. Essa appare inadatta a fornire soluzioni concrete ai problemi che ci stanno di fronte, ambigua sulle finalità politiche della costruzione europea, incapace di agire efficacemente sulla scena internazionale.

Eppure, nessun grande problema del nostro tempo, che interessa direttamente la vita dei cittadini, degli europei, e che riguardi l'occupazione, l'economia, l'industria, il commercio, l'energia, l'agricoltura, la pesca, lo squilibrio fra le regioni, l'esclusione sociale, la sanità, le reti di trasporto e di comunicazione, l'informazione e le telecomunicazioni, il diritto delle società, del lavoro, del sistema finanziario e bancario, la sanità, l'ambiente, la cultura, l'educazione e la formazione, è oggi sottratto alle competenze, più o meno estese, dell'Unione europea.

Allo stesso tempo, nessuna delle grandi decisioni strategiche in questi settori, che si traducono in atti concreti per la vita di tutti i giorni, è oggetto, di fatto, di un dibattito aperto, democratico, di fronte alle opinioni pubbliche, nel quale i cittadini europei ed i loro eletti, locali, nazionali od europei, abbiano la possibilità di conoscere per deliberare, di influenzare le posizioni che vengono assunte, di incidere direttamente nel processo decisionale.

Le strutture democratiche nazionali hanno cessato di essere le sedi delle grandi scelte di politica economica, monetaria o internazionale senza per questo esser state sostituite da analoghe strutture democratiche europee. Contribuendo tra l'altro a rafforzare gli aspetti parassitari e clientelari del sistema politico e della vita dei partiti, che abbiamo sperimentato in modo così perfezionato in Italia.

Così, un potere opaco, tecnocratico, dominato per di più dalle grandi lobbies internazionali - le uniche che possono inserirsi nella ristretta cerchia di coloro chiamati a prendere le decisioni - avvezzo a privilegiare ed a difendere gli interessi consolidati, controlla ormai saldamente i gangli dei centri decisionali europei; alla perdita progressiva di competenze e di potere dei parlamenti nazionali, che si è obiettivamente accentuata con l'entrata in vigore del Trattato di Maastricht, non ha corrisposto per nulla un aumento delle competenze e dei poteri del P.E.

Margaret Thatcher, gli antifederalisti, hanno ragione dunque a denunciare la soperchieria di un potere sostanzialmente non democratico e praticamente incontrollabile, ma sbagliano quando negano al Parlamento europeo la vocazione di colmare questo vuoto di controllo, di iniziativa e di partecipazione democratica che non può, non può più essere ripreso in mano dai parlamenti nazionali. Una legge "europea" non può essere esaminata e varata da 12 o magari 16 parlamenti nazionali.

Occorre dunque agire per creare una struttura democratica europea capace di riappropriarsi della sfera delle decisioni strategiche e quindi dei grandi disegni orientati verso gli interessi generali.

E occorre innanzitutto tentare, fin quando è tempo, di sconfiggere l'Europa della viltà, l'Europa di Sarajevo, del Kossovo, della Bosnia. Sono questi gli obiettivi, sviluppati qui appresso, che gli eletti della Lista Pannella-Riformatori cercheranno con ogni mezzo a loro disposizione di conseguire se, grazie anche al tuo voto, faranno parte del Parlamento europeo.

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Gianfranco Dell'Alba

Gianfranco Dell'Alba è nato a Livorno il 24 maggio 1955. Laureato in scienze politiche, è stato funzionario delle Nazioni Unite ed è attualmente funzionario del Parlamento europeo, dove ha occupato successivamente la carica di segretario generale del gruppo misto e del gruppo verde.

Dal 1979, anno della prima elezione del P.E. a suffragio universale, ha costituito e diretto la struttura di supporto dei deputati radicali al P.E. contribuendo attivamente, in particolare, alle campagne internazionali e parlamentari contro lo sterminio per fame, per l'elaborazione del "Progetto Spinelli" di Trattato per l'Unione europea e per gli Stati Uniti d'Europa, per una giustizia giusta, per lo sviluppo sostenibile e dotare la Comunità di una concreta politica ambientale, per la modifica radicale dell'attuale regime proibizionista sulle droghe, per un ruolo più attivo ed efficace delle Nazioni Unite, e in questo ambito per una politica estera comune dell'Unione europea, nella risoluzione dei conflitti internazionali e per l'instaurazione di una giustizia penale internazionale.

Militante radicale e federalista, è segretario generale dell'Assemblea internazionale dei parlamentari iscritti al P.R. e membro della segreteria del Partito radicale.

Inoltre è il coordinatore della Lega Internazionale Antiproibizionista.

Sul versante italiano, è membro della Consulta dei Club Pannella e partecipa al movimento dei riformatori, convinto, anche sulla base del suo impegno internazionale, che il voto alla Lista Pannella-Riformatori il 12 giugno sia il voto necessario anche per accellerare la riforma del sistema politico italiano in senso anglosassone e federalista.

Per le elezioni europee è candidato nelle circoscrizioni Nord Est (n·1), Nord Ovest e Sud (n·2) e Centro (n·5).

(I) TORNANO I DEMONI DEL SECOLO

A Sarajevo come a Varsavia,

contro la popolazione musulmana oggi

come contro quella ebrea ieri: popolazione colpevole solamente di essere bosniaca e musulmana.

La stampa, i partiti, i governanti italiani, il parlamento si coprono di vergogna, complici politici, umani, giuridici, da un anno, di queste "bagattelle per un massacro" (...). Il regime di Belgrado, in tutte le sue componenti, è di criminali di guerra oltre che comuni.

La sinistra italiana, su questo fronte, è peggiore ancora della destra e del centro. (...)

Prima che Sarajevo diventi come Varsavia, o la sua parte musulmana come quella del ghetto di questa città - il che sta accadendo in queste ore - occorre intervenire, con misure adeguate e non con chiacchiere

impudiche e complici. (...)

Marco Pannella, 9 maggio 1992

HITLER, MILOSEVIC...

(...) Credete che fosse molto diverso o molto più importante di un Milosevic di passaggio il giovane, maturo, Adolf Hitler quando nel caos (proporzionalistico, se mi consentite) della Repubblica di Weimar, su una serie di incidenti - come è successo a Belgrado - esce fuori come capo del governo? Scusatemi, era una Germania senza la Renania, senza Ruhr, era una Germania senza niente, era una Germania distrutta dalle imbecillità contrapposte dell'estrema destra e dell'estrema sinistra che tutte e due volevano nello stesso modo la grande Germania: gli spartachisti da una parte e i destri ex-combattenti, dall'altra...chi poteva immaginare? A questo punto, però, per le logiche del complesso militare-industriale che dominano già allora il mondo, dinnanzi a questo candidato a rilanciare la produzione della Ruhr, dell'acciaio, delle armi nel mondo e in Europa, quando rompendo il trattato di Versailles costui si riappropria della Renania e della Ruhr, contro "un'astratta ingiustizia storica"... e nessuno fiata: "Bene

, così probabilmente si riuscirà ad avere un nuovo rilancio del militare-industriale, dell'acciaio, delle grandi forze e delle grandi famiglie capitalistiche occidentali ed europee". E quindi "bene" la Renania (o "bene" il Kossovo). Dopo un po', va bene anche per i Sudeti. Peccato, ma... Atteggiamento prudente di Londra, di Parigi: "Insomma, se questo demone si sazia, se gli lasciamo prendere pure i Sudeti, se dimostriamo di essere con lui tolleranti, forse la sua carica di aggressività riesce ad essere smorzata". Invece la logica del Leviatano è esattamente quella opposta, più mangia più ha appetito, più è costretto a dover divorare. E quindi abbiamo subito dopo l'annessione dell'Austria. Anche lì con folle trionfanti... Ma quando c'è da parte del mondo intero l'avallo alla legittimità del percorso di Hitler, perché dobbiamo stupirci se le masse traggono delle conseguenze da questo? (...)

Marco Pannella, Zagabria, novembre 1991

Una tragedia annunciata

(...) Perché non richiedere alla Jugoslavia quel che chiediamo ai nostri paesi? Come non esprimere il voto che la Repubblica jugoslava sottoscriva la Convenzione europea dei diritti dell'uomo? La cosa vi spaventa. Non volete che ciò figuri nella relazione. Io lo auspico e ho presentato un emendamento in questo senso.

Perché non nominare il Kossovo? In Italia c'è gente che è rimasta quattro anni in prigione prima di passare in giudizio. Adesso si grida che è cosa ignobile, indegna di una giustizia europea, della giustizia di uno Stato di diritto. Perché non porre lo stesso problema per il Kossovo e perché i nostri amici e compagni jugoslavi avrebbero un tale complesso d'inferiorità da offendersi se dicessimo sul loro conto quel che diciamo sul nostro? (...)

Inoltre, perché non parlare dell'illusione nazionale-nazionalista e, sul piano culturale, isolazionista - in Jugoslavia, quando noi siamo qui perché non crediamo nella dimensione nazionale, perché non crediamo che, in modo indipendente gli uni dagli altri, gli Stati potrebbero risolvere i problemi cui ci troviamo di fronte? Perché non dire in tutta chiarezza che auspichiamo l'associazione della Jugoslavia alla nostra Comunità? Questa politica da 1814, questa politica di potenza, era bella solo nel 1814! Era proprio necessario che si rendesse ancora una volta omaggio al mito delle rivoluzioni nazionali, quando siamo qui per fare una rivoluzione contro la stoltezza dell'illusione nazionale e nazionalista? (...)

Marco Pannella al P.E., 8 marzo 1983

La via della libertà' è' l'interdipendenza

(...) E' impossibile trasformare un paese di 22 milioni di abitanti in un'economia di mercato di dimensione umana. E' un inganno, perché nel 1992, in assenza di ogni controllo democratico, è la legge della giungla economica che regnerà nei nostri paesi europei che avranno concluso accordi con il Comecon. Ciò significa spingere al suicidio un popolo e un governo serio.

(...) Si applaude la Jugoslavia perché è indipendente e non allineata. Ma allora perché la Francia non è indipendente? Perché la Germania non è indipendente? La via della libertà è quella dell'interdipendenza e non quella delle dipendenze vuote di senso che derivano da una concezione romantica e nazionalistica che non tiene conto delle realtà storiche.

Marco Pannella al P.E., 19 gennaio 1988

Ma la comunità' EUROPEA E' responsabile del fallimento

(...) La Comunità, grazie alla posizione del Parlamento, è responsabile del grande fallimento, doloroso e forse tragico, della Jugoslavia. Quando abbiamo fatto finta di credere a quanto sapevamo essere falso per i nostri Paesi, che dei mercati economici siano vivibili e vitali nella nostra epoca, abbiamo ipocritamente e calcolatamente detto alla Jugoslavia: "Benissimo, resta non allineata, resta indipendente". (...)

Marco Pannella al P.E., 17 gennaio 1990

il futuro della jugoslavia poteva essere diverso...

Il Parlamento europeo:

considerando:

- che la Jugoslavia si trova attualmente di fronte ad una crisi economica e sociale senza precedenti, con un tasso d'inflazione annuale del 210%, un debito estero che supera i 20 miliardi di dollari, e un tasso di disoccupazione di circa il 20% della popolazione attiva;

- che il degrado progressivo della situazione economica si accompagna a gravi rivolte sociali che provocano un processo di disgregazione del fragile equilibrio tra le nazionalità e le Repubbliche federate jugoslave;

- che la Comunità ha il dovere di contribuire alla soluzione dei problemi economici e sociali della Jugoslavia e di portare il suo aiuto per la diminuzione di tensioni che non mancheranno di ripercuotersi in tutta l'Europa;

chiede:

- alla Commissione e al Consiglio di proporre alle autorità jugoslave di valutare congiuntamente, modalità, implicazioni e scadenziario di un processo di adesione della Jugoslavia alle Comunità europee;

incarica:

- il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alla Commissione e al Consiglio, oltre che ai Governi degli Stati membri e al Governo Jugoslavo.

Proposta di "Dichiarazione" presentata da Marco Pannella

(ai sensi dell'art. 65 del Regolamento del P.E.)

nel novembre 1988

aggrediti e aggressori sullo stesso piano

(...) La guerra tradizionale ha sempre considerato le vittime tra i civili come vittime involontarie, accidentali: si colpiva l'aeroporto e se le bombe cadevano sulle case vicine, pazienza. Nell'ex Jugoslavia, invece, è esattamente l'opposto: l'obiettivo è lo sterminio della popolazione civile. Le bombe cadono sui giardinetti dove giocano i bambini, i cecchini sparano sulla gente in fila per il pane. In questo contesto lo stupro e l'evirazione degli uomini sono armi efficaci quanto i fucili. E di fronte a questo, la comunità internazionale ha preferito far finta di niente, mettere tutti sullo stesso piano, aggrediti e aggressori, e andare avanti a forza di tregue puntualmente disattese. Invece avrebbero dovuto dire fin dall'inizio che la Serbia è l'aggressore, che Milosevic sta facendo quello che ha fatto Hitler. E l'Europa, ora come allora, fa finta di non vedere, prosegue con la solita politica di "appoggiare l'uomo forte purchè mantenga la tranquillità nella zona", con la speranza che prima o poi si calmi

. Ma Milosevic non si calmerà anche perchè ha visto che può fare quel che vuole. Un altro principio che devono rispettare i paesi aderenti alle Nazioni Unite, altrimenti ne vengono espulsi, è che non si cambiano i confini con la forza delle armi. E una volta che la comunità internazionale ha riconosciuto l'indipendenza della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, non può tollerare che le frontiere vengano cambiate da atti di aggressione.

intervista ad Emma Bonino, novembre 1993

come negli anni '30: vergogna e tragedia

Un soldato serbo schierato con i croati nella trincea di Osijek le fece questa domanda: perché la madre Europa ci abbandona proprio adesso che crolla il comunismo in tutto il mondo?

Perché questa Europa non è ancora (o non è più?) quella dei suoi sogni e dei miei. E' geneticamente figlia nella classe dominante a Roma, a Parigi, a Londra, dell'Europa della vergogna e della tragedia degli Anni 30, divisa fra la politica vile, imbecille e corrotta, suicida già partitocratica più che democratica, dei Daladier e Laval dei Chamberlain e della Società delle Nazioni da una parte; e quella intollerante, criminale, fanatica di nazismo, fascismo e comunismo dall'altra.

Politici imbecilli e corrotti. Davvero tutti così?

Intellettualmente corrotti, politicamente imbecilli e incapaci: potrei parlare perfino di Franìois Mitterrand, ma limitandoci al bordello italiano, i nomi sono di tutti coloro che hanno concorso, dal governo e dalle opposizioni di potere, a produrre in questi decenni l'occupazione di Sicilia, Calabria, Campania e delle città da parte di un esercito di loro clienti e servi padroni; le tragedie somale e etiopiche; un debito pubblico consolidato; via via fino alla ignobile solidarietà con i putchisti di Belgrado. Gianni De Michelis, purtroppo per il PSI e per noi, è un nome che va fatto con assoluta convinzione. (...)

Facciamo un'ipotesi più o meno assurda. Se lei fosse stato ministro degli Esteri avrebbe permesso ugualmente agli uomini del suo partito di andare sul fronte in divisa?

Se uno di noi fosse stato ministro degli Esteri del nostro Paese, questo avrebbe significato che in Italia si stava affermando un po' di democrazia, a scapito della partitocrazia. Con l'opinione pubblica informata, da noi oltre che dagli altri, tutta questa crisi non ci sarebbe nemmeno stata. L'assurdo, me lo consenta, non è nell'ipotesi di un ministro degli Esteri radicale, ma di questi ministri di oggi, e dei loro partiti. (...)

intervista a Marco Pannella, 10 gennaio 1992

(II) una europa triste e incapace

(...) Sono favorevole al "sì" a Maastricht perché devo scegliere come avversario politico o l'Europa dei Mitterrand, triste e incapace, o l'Europa dei fascisti e dei comunisti e di un altro tipo di gente.

Scelgo il "sì" e non il "no" ma, in questa situazione, dico semplicemente che noi stiamo votando non più come un Parlamento, bensì come una camera di registrazione delle deficienze di una storia, di un'epoca, di una cultura che purtroppo non era quella che i Trattati di Roma e il popolo che ci ha eletto ci aveva consegnato.

Marco Pannella al P.E., 15 settembre 1992

il costo della non europa

(...) Il costo della non-Europa politica e democratica è insopportabile e tragico. Il suo mancare come alternativa immediata, già formalmente costituita ed operante, rischia di gettare l'Europa centrale e orientale liberatasi dal giogo comunista nel caos e nel disastro economico, produttivo, sociale, costringendola ad una sorta di "restaurazione" nazional-democratica di un passato che fu concausa dell'avvento delle dittature fasciste e comuniste. (...)

L'unità "economica", "culturale", infatti, se non organizzata da uno Stato di diritto, istituzionalmente democratico e plurinazionale, fondato sui diritti umani, civili, politici della persona, uguali per tutti, in ogni paese e in ogni latitudine, saranno pura parvenza. Saremo tutti in mano dei complessi militare-industriale, agro-industriale e alimentare, ademocratici e incapaci di assicurare nel mondo un qualsiasi ordine degno di tale nome, che per decenni hanno puntato sulla stabilizzazione delle dittature comuniste e dell'impero sovietico e sulla destabilizzazione del mondo, in primo luogo delle aree non europee e non "occidentali", armando freneticamente i dittatori di gran parte del pianeta, in primis i Saddam Hussein, i Menghistu, gli Assad, in convergenza con la vecchia politica di Mosca e di Praga.

Marco Pannella, 6 novembre 1990

CONTINUITA' DIVECCHIE IMPOTENZE

(...) La "democrazia in un solo paese" o in un solo "sistema di paesi" non è realizzabile, alla lunga, come non lo è stato (per fortuna!) "il socialismo in un solo paese". Il problema della "democrazia reale", che rischia di stare alla democrazia come il "socialismo reale" stava agli ideali dell'umanesimo socialista e libertario, che in tanta parte d'Europa dà vita alla tragedia della partitocrazia non deve essere sottovalutato, se non vogliamo che rapidamente, già prima del 2000, non ci si trovi a riesprimere il dramma delle politiche dei Daladier e dei Chamberlain, dei Benes e dei Masaryk. (...)

Per ottenere questo occorre lottare, con forza, decisione, urgenza.

Non c'è salvezza, ecologica, giuridica, economica, sociale, culturale, nella illusione minimalista, nella triste, infeconda utopia "realista", nel persistere del divorzio fra scienza, coscienza, sentimenti umani e la "politica", il potere. Alcune manifestazioni che s'annunciano, anche a Praga, come levatrici del nuovo, ci sembrano costituirsi invece come continuità di vecchie impotenze. (...)

Marco Pannella, 6 novembre 1990

una lingua comune

(...) Credo quindi, signor Presidente, che sta diventando urgente per l'umanità, e per l'Europa, il problema dell'adozione di una lingua veicolare che consenta sia ai titolari e agli utenti della lingua, chiamiamola, imperiale, sia ai parlanti tutte le altre lingue di avere un idioma di riferimento comune, lasciando ad ogni lingua la sua latitudine e la sua possibilità di dialogo. (...)

Marco Pannella, al P.E., febbraio 1991

a cosa serve il parlamento europeo?

(...) Perché si ripete la storia d'Europa degli anni Trenta? Perché noi abbiamo una Comunità Europea (...) un'Europa antidemocratica nella quale il Parlamento eletto - qui liberamente, davvero - dai popoli non si vede riconosciuta una sola vera funzione parlamentare. Voi non sapete forse, distratti, amici d'Azerbaigian, che questa Comunità Europea che è l'emblema (deve esserlo per tutti noi) di un assetto democratico contro i "federalismi" autoritari che abbiamo e avete vissuto, questa Europa è sempre più decisa a negare per i prossimi dieci anni almeno - ufficialmente! - qualsiasi potere decisionale al Parlamento Europeo e che, addirittura, il feroce tramonto - feroce contro di lui - di Mitterrand e del Quai d'Orsai li porta oggi ad essere al centro di un'operazione che vuole adulterare la realtà del Parlamento Europeo per farne un meccanismo unitario con gli altri dodici parlamenti nazionali. Questo vuole il Partito Socialista o vogliono le aree socialiste. E l'internazionale socialista? E l'internazionale

liberale? E l'internazionale democratico-cristiana? E magari l'internazionale ecologista? Cosa stanno facendo? Dove sono? Come si preparano? (...)

Marco Pannella, Zagabria, novembre 1991

ad est ci chiedono l'europa politica

(...) Ma perché già da tempo un federalista come me, signor Presidente, va dicendo: attenzione, l'allargamento non vuol dire diluizione? Perché? Perché i grandi Stati potenti dell'Europa, oggi, sono interessati non al potere politico europeo, ma sono semplicemente interessati a che il potere politico democratico non disturbi le loro politiche nazional-conservatrici. Mentre interessati all'Europa di diritto e all'Europa politica sono i paesi in dissesto: solo i poveri, gli umili dentro all'Europa, quelli dell'Est, i quali non ci chiedono l'elemosina, ma ci chiedono un momento politico di equità e di giustizia possibili, per cui un'autorità politica europea forte sia in condizioni di non rimettere tutto alla Bundesbank, nella migliore delle ipotesi, o ai gruppi multinazionali che attraversano invece, in agricoltura, nell'agroalimentare, nel militare industriale, le politiche nazionali. (...)

Marco Pannella al P.E., 16 gennaio 1992

l'europa muore nel cuore degli europei

(...) L'Europa di Lussemburgo e di Maastricht sta d'altra parte morendo nel cuore stesso degli europei. I popoli dell'ex Jugoslavia hanno il diritto di maledirla o di disprezzarla, così come era giunta a fare la classe dirigente israeliana e gli intellettuali "liberals" dell'intero Medio Oriente, a cominciare da quelli iraniani e di ogni altra zona araba, prima del loro progressivo sterminio. Oggetto passivo dell'unificazione tedesca, dei grandi eventi del centro e dell'est europeo, della tragedia albanese, delle resistibili ascese dei Saddam, dei Gheddafi e dei Mitterrand e delle Tatcher, dei Kohl e dei Gonzales, ha con Maastricht progredito nell'effimero delle "concretezze" e regredito ancora nella certezza politica del diritto e delle istituzioni democratiche.

Marco Pannella, 18 agosto 1992

L'OTTIMISMO DEGLIITALO-SCEMI

Nessun partito nazionale, o area culturale, mostra in proposito consapevolezza e allarme, natura e modernità internazionalista, coerenza di convinzione federalista europea, interessi, idee, ideali e strategie vive. La fine di un regime lo ripiega su se stesso. Non solamente l'immagine, ma la stessa identità europea e italiana sono cassate dalla tragedia delle fazioni e delle etnie ideologiche, uniche patrie di se stesse.

S'occupano d'altro: di Tangentopoli, di Bicamerale, ... di perpetuarsi. Ancora una volta, istituzioni e società civile sono lì, facce della stessa medaglia. Della non-Europa siamo divenuti i coautori. Gli Stati Uniti d'Europa sono rinviati alle calende del Duemila, e oltre. Le illusioni economistiche e antipolitiche dell'Atto unico del Lussemburgo, ma ancora più dei Trattati di Maastricht, nell'ottimismo degli italo-scemi, hanno cancellato l'Europa, in quanto tale, dalla scena politica internazionale. La sua immagine, da fascinosa e amata, è divenuta invisa o repellente a troppi, popoli o politici, interni o esterni alle sue frontiere.

Siamo giunti a rivivere l'ignominia che rese trionfante e micidiale la pur altrimenti resistibilissima ascesa del nazismo, e la cinica e suicida complicità con i suoi orrori. I demoni del secolo tornano, non più come fantasmi, ma come protagonisti. La storia si ripete. Come allora (...) è l'Amerika, ad accorrere in Medio Oriente, in Somalia, nell'ex Jugoslavia, dopo aver inutilmente stimolato Bruxelles e Roma. Occorre muoversi - balbetta Roma - in sintonia con la politica comunitaria. Che non c'è. (...)

Marco Pannella, 10 gennaio 1993

de profundis

(...) Se fossimo - come dovremmo essere, ma non siamo - in un tempio della democrazia, potremmo dire, per esempio, che con l'ottimo intervento del collega Cot (presidente del gruppo socialista, n.d.r.) e degli altri colleghi ci troviamo nella fase del Requiem e del De Profundis. Certamente, ora questi si possono intonare meglio perché certe sconfitte che gravano sull'Europa, su tutti i popoli europei, hanno per lo meno tolto il tono vergognoso e insopportabile dell'arroganza che ha contraddistinto la partitocrazia di questo Parlamento e delle nostre istituzioni europee. (...)

Se fossimo - ma non siamo - una società retta dalle regole delle società civili, avreste dovuto deporre i vostri bilanci presso il tribunale. Non solo, si tratterebbe anzi molto spesso di bancarotta fraudolenta e quindi di codice penale, ma non c'è, ahimé, diritto penale internazionale, non c'è giurisdizione internazionale efficace e vera.

Marco Pannella al P.E., 15 settembre 1993

(III) L'EUROPA CHE VOGLIAMO: i nostri obiettivi

Oggi il confronto non è più fra europeisti e antieuropeisti confessi.

Il confronto di oggi è fra generici "europeisti", enfatizzanti sentimenti opinabili e astrazioni reversibili, che sembrano presentarci l'"Europa" come "destino", una sorta di Corpo Mistico o di Comunione dei Santi, una "cultura", ben attenta a conservare il massimo di prerogative, privilegi, potere e sottopoteri tradizionali, diseguaglianze e ingiustizie, democrazie "protette" e "storicamente" realiste, da una parte; e, dall'altra, chi vuole costruire laicamente, precisamente, federalismo, federalismo europeo, democrazia intransigente, società e Stato di diritto, a partire dalla immediata evoluzione della CEE in Unione Europea.

Marco Pannella, 6 novembre 1990

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1.

PROCESSO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERBA MILOSEVIC, AL PRESIDENTE DELLA COSIDDETTA REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA KARADGIC, AL GENERALE CAPO DELL'ESERCITO SERBO-BOSNIACO MLADIC, E AGLI ALTRI RESPONSABILI DEI CRIMINI COMMESSI NELLA EX JUGOSLAVIA

Il Tribunale internazionale sui crimini commessi nella ex Jugoslavia, recentemente insediatosi a L'Aja, non può essere solamente il tribunale degi esecutori materiali. Devono essere incolpati e processati, i principali responsabili dell'aggressione contro la Croazia e la Bosnia, i teorici e gli organizzatori della pulizia etnica, quelli che hanno messo sotto stato di assedio il Kossovo, quelli che hanno confiscato il potere a Belgrado, trasformando la Serbia in un feroce regime razzista e fascista, tutti quelli che hanno legittimato atti criminali nell'ex Jugoslavia.

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2.

ESPULSIONE DELLA REPUBBLICA SERBO-MONTENEGRINA DALL'ONU

DISCONOSCIMENTO DELLO STATO SERBO-MONTENEGRINO

RICHIAMO IMMEDIATO DEGLI AMBASCIATORI DEI 12 DA BELGRADO

Con ogni mezzo disponibile, le forze militari del regime di Belgrado o della "grande Serbia" hanno rinnegato ogni accordo con l'Unione europea da loro invece liberamente sottoscritto; non solo responsabile delle aggressioni contro la Croazia e la Bosnia, dello stato di assedio in Kossovo, della politica di pulizia etnica, ma anche responsabile della violazione di decine e decine di tregue, di ogni precetto del diritto umanitario e del diritto di guerra, a cominciare dalle norme sulle popolazioni civili, sul trattamento dei prigionieri, sullo statuto degli ospedali, ... il regime di Belgrado non ha nessun titolo per rappresentare nella comunità internazionale il popolo serbo.

Il suo stesso atteggiamento rispetto ai Caschi blu, spesso presi di mira o addirittura in ostaggio, è inconciliabile con il mantenimento da parte dei 12 di relazioni diplomatiche con Belgrado.

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3.

ADESIONE IMMEDIATA ALL'UNIONE EUROPEA DELLA REPUBBLICA DI BOSNIA

NUOVO MANDATO ONU PER LA DIFESA DALL'AGGRESSIONE DELLA REPUBBLICA DI BOSNIA

Quindici anni fa, chiedevamo - invano - l'adesione della allora Repubblica federativa di Jugoslavia alla Comunità europea, come strumento politico per assicurare una transizione pacifica di questo paese alla democrazia. Tanto tempo è passato da allora e, purtroppo, è avvenuta la tragedia che sappiamo. Questo non vuol dire che non ci sia più niente da fare, che non bisogna fermare l'aggressore ed aiutare l'aggredito.

Anzi si devono e si possono creare le condizioni che garantiscano a questo paese pace e sicurezza e che siano premesse per la ricostruzione di quella regione così tremendamente devastata da tre anni di guerra.

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4.

TUTELA DEL KOSSOVO DA PARTE DELL'ONU E DELL'UNIONE EUROPEA

RICONOSCIMENTO DEL GOVERNO LIBERAMENTE SCELTO DALLA POPOLAZIONE DEL KOSSOVO

PIENO RICONOSCIMENTO DELLA MACEDONIA CON IL NOME DI REPUBBLICA DI MACEDONIA

Nel Sud dei Balcani, seppur tuttora risparmiato dalle tragedie sanguinose che hanno subito la Croazia e la Bosnia, alcune forze politiche puntano su un coinvolgimento di nuove regioni nel conflitto per rafforzare il loro proprio potere sulla scena nazionale ed internazionale. Questi tentativi vanno fermati. Un aiuto deciso ed immediato va dato a quegli Stati e a quelle regioni che qualcuno vorrebbe trasformare in prossime vittime sacrificali e in nuovi mercati d'armi.

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5.

ISTITUZIONE DI UN TRIBUNALE INTERNAZIONALE PENALE PERMANENTE

La tragedia in corso nella ex Jugoslavia non è - purtroppo - l'unica. Non passa un mese, a volte una settimana o anche meno, senza che dai nostri teleschermi o dalle pagine dei nostri giornali un nuovo conflitto sia segnalato in qualche parte del mondo. Solo in questi ultimi mesi, oltre al quotidiano "spettacolo televisivo" bosniaco, il Ruanda con centinaia di migliaia di morti, il Burundi, lo Yemen, l'Azerbagian ed il Nagorno Karabach, la Georgia e l'Abkhazia, la Somalia, l'Angola... E oltre a queste tragedie che hanno avuto l'"onore" delle televisioni ci sono, sparsi nel mondo, decine e decine di altri conflitti. Sempre più, anche grazie all'edificante esempio dato da Milosevic e dalla non meno edificante risposta della Comunità internazionale, potentati, politicanti o leaderini locali o nazionali si sentono autorizzati a far prevalere, contro ogni regola della democrazia, del diritto e dei diritti dei cittadini, il loro interesse personale o di clan.

Occorre fermarli, occorre far capire a tutti questi apprendisti golpisti che quanto si apprestano a fare non potrà più essere tollerato dalla comunità internazionale, che i loro crimini, ovunque essi verrano commessi, potranno essere giudicati e condannati.

PER UNA EUROPA DEMOCRATICA E FEDERALE

PER UN BIENNIO COSTITUENTE

I prossimi due anni, tanto ci separa dalla revisione del Trattato di Maastricht prevista per il 1996, sono decisivi. Si apre un biennio costituente: in gioco vi è la vita o la morte dell'Europa.

Proprio all'Italia, tra l'altro, toccherà il compito di esercitare la presidenza dell'Unione nel primo semestre del 1996 e di gestire quindi questa fase costituente.

Il ruolo preparatorio del nostro governo e del Parlamento europeo è quindi decisivo per vincere questa sfida.

Solo se si ottengono "regole" certe e democratiche, l'Europa potrà esistere e costituire quello spazio di democrazia, di prosperità e di pace che tutti invocano, a parole e poi smentiscono non ponendo al primo punto dei loro programmi "europei" le riforme istituzionali.

Noi riteniamo che questo assetto istituzionale da conquistare ruoti attorno a tre aspetti: il quadro complessivo, la volontà cioé di integrare nell'Europa che c'è i paesi dell'Europa centrale, orientale e balcanica, il superamento del deficit democratico che oggi condiziona e paralizza la vita dell'Unione europea, e la rivendicazione di una Costituzione europea, che possa rilanciare l'integrazione europea da parte di un gruppo di paesi che intendano, con una fuga in avanti, compiere tappe ulteriori di effettiva scelta federale.

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6.

ALLARGAMENTO DELL'UNIONE EUROPEA ALL'EUROPA CENTRALE, ORIENTALE E BALCANICA

Con l'accoglimento delle richieste di adesione dei paesi terzi, specie quelli dell'Europa centrale e orientale, che chiedono l'ingresso nell'Unione europea, andrebbe realizzata l'effettiva unificazione su basi democratiche di tutta l'Europa. Una scelta, questa, finora elusa dai governi europei che hanno nascosto la testa nella sabbia.

Ora è il momento di scegliere l'assetto da dare al nostro continente.

Ora o mai più, perché non saranno nemmeno altri a scegliere per noi, ci fossero, paradossalmente, grandi utopie alternative, grandi disegni, magari tragici.

Nulla, solo la consapevolezza che questo nulla verrà riempito dalle "cose", come è successo in Jugoslavia.

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7.

ATTRIBUZIONE DI POTERI EFFETTIVI AL P.E.

FUNZIONAMENTO DEMOCRATICO DEL CONSIGLIO DELL'UNIONE

I partiti politici moltiplicano in queste settimane le proposte "europee" per eliminare la disoccupazione, per rilanciare l'economia, per preservare l'ambiente, perché non ci siano più guerre. Belli questi progetti sono impossibili in mancanza della volontà politica minima di renderli vincolanti in un quadro istituzionale appropriato. E' per questo che noi con realistica testardaggine riproponiamo, un metodo, una strategia innanzitutto istituzionale. Il Parlamento europeo deve condividere con il Consiglio dei Ministri il potere di iniziativa legislativa, di codecisione legislativa e di bilancio sulle entrate e sulle spese secondo una procedura che garantisca la parità effettiva delle due istituzioni, associando anche i parlamenti nazionali. Il P.E. deve esercitare un potere di controllo reale della politica economica e monetaria dell'Unione ed essere eletto secondo una procedura uniforme. Il Consiglio dell'Unione, che rappresenta gli Stati, deve essere composto da delegazioni permanenti di nomina e composizi

one politica e parlamentare (all'interno delle quali siano rappresentati maggioranza e minoranza dei Stati e delle regioni) guidato da un ministro per gli Affari dell'Unione europea. Le decisioni del Consiglio dell'Unione devono essere prese, salvo casi eccezionali, a maggioranza nel corso di sedute pubbliche.

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8.

UN PRESIDENTE PER L'EUROPA

LA COMMISSIONE EUROPEA COME VERO GOVERNO DELL'UNIONE

CREAZIONE DI UNA CORTE FEDERALE COSTITUZIONALE

L'Europa non è soltanto priva di linea politica, ma è anche priva di volto. Con un Parlamento europeo marginalizzato, una Commissione europea subordinata ed una presidenza del Consiglio che cambia ogni sei mesi, l'Europa non si identifica in nessun organo esistente e manca di un sicuro punto di riferimento. Per assicurare coerenza di indirizzo e immagine internazionale occorrerebbe dotare l'Unione di un Presidente, eletto per cinque anni. La Commissione europea deve mantenere il suo potere d'iniziativa legislativa, perdendo quello di "tutrice" delle proposte legislative del P.E. Il suo ruolo esecutivo va rafforzato: deve diventare il vero governo dell'Unione, sottoposto al controllo e all'indirizzo degli organi democraticamente rappresentativi dell'Unione. I membri della Commissione europea devono ottenere la fiducia del P.E. La Corte di Giustizia deve divenire una vera Corte costituzionale federale, col compito di conoscere dei conflitti di competenza specie in termini di sussidiarietà: la sua giuridizione

deve estendersi a tutti i campi d'azione dell'Unione europea.

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9.

UNICITA' DELLE PROCEDURE DECISIONALI E DELLE ISTITUZIONI

SEGGIO UNICO DELL'UNIONE EUROPEA NEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL'ONU

Le procedure decisionali e istituzionali dell'Unione europea vanno unificate. La politica estera e di sicurezza e le politche di coordinamento degli affari interni vanno poste sotto un unico quadro istituzionale.

Le fonti legislative vanno semplificate e gerarchizzate. Le decisioni a carattere normativo vanno divise fra "leggi" dell'Unione e le differenti categorie di testi di esecuzione.

Occorre procedere alla fusione della U.E.O. nell'Unione europea, al fine anche di garantire maggior forza e trasparenza di funzionamento della politica di difesa.

L'Unione in quanto tale deve avere un seggio unico al Consiglio di sicurezza dell'ONU.

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10.

RAFFORZAMENTO DEI POTERI E DEL RUOLO DELLE REGIONI

ISTITUZIONE DEL FEDERALISMO FISCALE

Le regioni devono avere la possibilità di ricorso nei campi di loro competenza. I poteri del Comitato delle Regioni devono essere rafforzati. Le regioni devono disporre di un accesso diretto ai finanziamenti comunitari che semplifichi gli attuali, farraginosi meccanismi centralizzatori.

L'Unione europea non può continuare a vivere dei contributi degli Stati membri senza un legame organico fra entrate e uscite. Bisogna giungere al più presto ad un sistema fondato sul federalismo fiscale. Ogni livello di potere (europeo, nazionale, regionale e comunale) deve finanziare le sue spese con proprie entrate. Questo sistema deve essere accompagnato ad un sistema di garanzie sulla solidarietà economica e l'equa distribuzione delle risorse.

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11.

UNA COSTITUZIONE EUROPEA

ATTRIBUZIONE DI POTERI COSTITUENTI AL PARLAMENTO EUROPEO

A queste riforme indispensabili occorre giungere mediante una vera e propria Costituzione dell'Unione, che deve essere elaborata dal Parlamento europeo in associazione con i parlamenti nazionali e presentata alla ratifica dei cittadini dei paesi membri dopo essere stata esaminata dal Consiglio ed approvata a maggioranza qualificata con una procedura ad hoc che associ i governi dei paesi membri ed il Parlamento europeo.

Se non tutti gli Stati sottoscrivono il progetto, i paesi membri che decidono di andare avanti ad una velocità maggiore creando un nucleo federale - gli Stati Uniti d'Europa - negoziano con l'Unione europea ed i suoi Stati membri, che non vogliono aderire alla struttura federale, le condizioni dei rapporti reciproci.

La Costituzione si fonderebbe così sul riconoscimento di una relazione diretta fra l'Unione ed i cittadini e la legittimità dell'Unione si baserebbe su istituzioni che emanano direttamente o indirettamente dal voto dei cittadini.

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12.

PIENA, IMMEDIATA E LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CITTADINI

ARMONIZZAZIONE DEI CRITERI DI ACCOGLIENZA DEI CITTADINI PROVENIENTI DA PAESI TERZI

Ma la ridefinizione dell'assetto costituzionale, su basi federali e democratiche, non basta. Vanno integrati in ogni processo di rilancio della costruzione europea - pena ricadere negli errori del passato, negli errori di un'Europa centralistica, burocratica, lontana dalla gente - i bisogni, i sogni dei cittadini europei. Il diritto di circolare liberamente nei paesi dell'Unione deve diventare effettivo, i controlli alle frontiere devono essere definitivamente soppressi, come sarebbe dovuto accadere sin dall'1 gennaio 1993, la possibilità di svolgere la propria professione in qualsiasi stato dell'Unione deve essere incoraggiata.

La politica di immigrazione e di asilo deve rientrare nell'ambito delle politiche comuni. Ai cittadini dei paesi terzi che entrano legalmente in un paese dell'Unione dovrebbe esser concessa la libera circolazione, il diritto di stabilimento nei paesi dell'Unione e il godimento dei diritti sociali riconosciuti ai cittadini dell'Unione.

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13.

ADOZIONE DELL'ESPERANTO COME LINGUA PONTE NELLE ISTITUZIONI EUROPEE

INSEGNAMENTO NELLE SCUOLE ELEMENTARI DI TUTTI I PAESI DELL'UNIONE

Secondo il principio di sussidiarietà, che vuole che ogni problema sia trattato in modo più pertinente con la sua natura e dimensione, la questione dell'educazione è rimasta di competenza degli Stati nazionali. Un approccio questo che non contempla la fondamentale questione della comunicazione tra i cittadini dei diversi paesi e quindi l'adozione di una lingua comune e l'organizzazione del suo insegnamento nelle scuole dell'Unione.

D'altro canto le istituzioni dell'Unione sono confrontate anch'esse con questo problema di comunicazione; l'assenza di una lingua comune le costringono infatti a costosissimi, e non sempre affidabili, sistemi di interpretazione e traduzione e il problema è destinato a complicarsi ulteriormente con l'adesione di nuovi paesi. Solo la scelta di una lingua ponte, potendo, anche, rivestire la funzione di lingua di riferimento giuridico, potrebbe consentire di affrontare seriamente questo problema.

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14.

UNA POLITICA EUROPEA PER SCONFIGGERE IL NARCOTRAFFICO

REVISIONE DELLE CONVENZIONI ONU PER UNA NUOVA POLITICA SULLE DROGHE

La guerra alla droga è definitivamente persa.

Il regime proibizionista oggi in vigore non è riuscito ad arginare la diffusione delle droghe, che oggi circolano liberamente, mentre ha provocato gli immensi profitti di cui godono i narcotrafficanti e i vari "cartelli" delle mafie internazionali.

Così non passa settimana che pronunce pubbliche e delibere regolamentari o giurisprudenziali tendano alla modifica del sistema vigente. Ogni paese ha per tendenza di fare da sé, adottando autonome misure interne e impedendo l'elaborazione di una strategia comune per battere la grande criminalità.

Infatti il proibizionismo a livello internazionale trae origine da tre Convenzioni ONU che lo hanno reso vincolante in tutto il mondo.

Occorre una politica europea che chieda la modifica e/o la denuncia delle Convenzioni ONU, per adottare una politica antiproibizionista sulle droghe.

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15.

UNA POLITICA EUROPEA DI LOTTA ALL'AIDS

PROMOZIONE DI UNA CONVENZIONE ONU SULL'AIDS

La risposta globale al problema dell'AIDS è tuttora drammaticamente inadeguata. Vi sono oggi tante politiche, spesso contraddittorie, quanti sono gli Stati che hanno deciso di promuovere campagne per arginare il diffondersi della malattia, per curare i malati e tutelare i sieropositivi. Problemi immensi, non solo sanitari, ma sociali, giuridici, di diritto e di dignità della persona umana sono affrontati ancora oggi in modo unilaterale e non coordinato.

Occorre invece che a livello europeo si metta in piedi una politica comune sull'AIDS e che l'Unione europea si faccia promotrice di una Convenzione dell'ONU a riguardo.

Tale Convenzione dovrebbe, tra l'altro, garantire l'accesso per i malati ai farmaci disponibili a prezzi accessibili; promuovere la distribuzione di preservativi; garantire un'informazione adeguata nelle scuole e sui mezzi di comunicazione; assicurare riserve di sangue sicuro negli ospedali; attuare programmi di scambio di siringhe (il 70% dei sieropositivi sono tossicodipendenti); assicurare la tutela dei diritti all'identità dei sieropositivi e la loro non discriminazione sociale.

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16.

UN PIANO MARSHALL EUROPEO PER L'AFRICA

La politica europea nei confronti dei paesi in via di sviluppo è per molti versi fallimentare. Al deterioramento dei rapporti di scambio e alla spoliazione sistematica delle ricchezze di quei paesi - con poche eccezioni, da parte delle oligarchie dominanti, appoggiate o coperte dai loro "referenti" del Nord del mondo - si sono aggiunti periodi di carestia e siccità senza precedenti. Il crollo dell'impero sovietico e l'anelito di democrazia ha ulteriormente aggravato la situazione. E manca tuttora una politica internazionale ed europea che scelga di schierarsi risolutamente per l'aiuto a questi paesi verso una difficile transizione. Così l'Africa da terreno privilegiato della cosiddetta politica di cooperazione dell'Unione è diventata teatro di guerre e genocidi, precipitando sempre di più nella miseria e nella fame. Occorre ricostruire dalle fondamenta le economie di questi paesi; occorre dare priorità assoluta ai programmi di lotta contro la povertà e la fame; occorre legare la politica di aiuto e di cooper

azione al rispetto dei diritti dell'uomo e dei diritti civili, politici ed economici delle popolazioni interessate, a partire dall'abolizione della pena di morte. L'Unione europea deve inoltre favorire i rapporti con quei paesi che procedono a raggruppamenti regionali su base federale.

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17.

UNA CARTA EUROPEA DELL'AMBIENTE

I processi economici sono ancora oggi caratterizzati dallo sfruttamento delle risorse ambientali che non sono disponibili in maniera illimitata e che il loro esaurimento e degrado costituiscono un peso per le generazioni future. Queste forme di inquinamento minacciano gli ecosistemi locali e l'equilibrio naturale dell'intero pianeta. Inoltre riparare i danni arrecati all'ambiente ha un prezzo sempre più elevato. Ma agitare i problemi non basta.

Occore creare infrastrutture ambientali finanziate da tasse e tributi basati sul principio di "chi inquina paga". Queste potranno mobilitare nel breve periodo un numero significativo di posti di lavoro.

Occorre tradurre concretamente gli impegni assunti nel Vertice di Rio e risolvere immediatamente il problema della sicurezza nucleare ad est.

Occorre arrivare ad una riduzione delle emissioni di biossidio di carbonio del 20% entro il 2000 e attuare politiche di risparmio ed efficienza energetica ed usare la leva fiscale per scoraggiare produzioni inquinanti e stimolare quelle rispettose dell'ambiente.

Occorre investire nelle energie rinnovabili, armonizzare le legislazioni nazionali, varare una direttiva guida per responsabilità civile danni causati all'ambiente e potenziare il trasporto intermodale, ferroviario e via acqua e disincentivare quello via gomma.

Occorre una revisione delle politiche regionali e strutturali.

Occorre insomma una Carta europea dell'Ambiente a contenuto vincolante.

(IV) IL CASO ITALIA

Diciamolo fuori dai denti: (...) noi siamo per gli Stati Uniti d'Europa, per uno Stato federale sovrano, per una costituzione federale, per uno Stato di diritto, all'interno del quale le autonomie, le interdipendenze, le libertà, le culture siano rafforzate, organizzate democraticamente, come è o dovrebbe essere negli USA, o nella nuova Russia voluta dai "radicali" di Eltsin, dai federalisti anti giacobini a anti nazionalisti.

Marco Pannella, 6 novembre 1990

47 anni di "europeismo" ci hanno portato fuori dall'europa

La credibilità dell'Italia in sede europea si è gravemente compromessa nel corso degli anni. Le polemiche sulla composizione del governo uscito dalle urne il 28 marzo, al di là dello spauracchio "fascista", sono il frutto di anni di superficialità nei rapporti europei, malgoverno e corruzione che hanno condizionato pesantemente l'immagine dell'Italia in Europa.

Ad un vago impegno europeista si sono accompagnate politiche inadeguate nell'utilizzazione delle opportunità e nell'accettazione degli obblighi che derivano dalla partecipazione all'Unione europea.

Paghiamo il prezzo di una politica di grandezza, di Made in Italy, che ha portato il nostro paese, vantato a sproposito come quinta potenza mondiale, a pagare di più ed a divenire così, quest'anno, il terzo contributore netto alle casse dell'Unione. Versiamo nelle casse comunitarie più di quanto riceviamo, pur se alcune delle nostre regioni si trovano ben al di sotto della media europea di sviluppo, e se abbiamo un tasso di disoccupazione fra i più alti d'Europa ed un'agricoltura in grave crisi strutturale.

I finanziamenti vengono ridotti

Per colmo, i finanziamenti CEE ci vengono ridotti perché il nostro apparato burocratico è incapace di spenderli: per cattiva amministrazione siamo costretti ogni anno a restituire centinaia di miliardi semplicemente perché non riusciamo ad utilizzarli.

In favore del Mezzogiorno era stato stanziato per il quinquennio 1989-1994 il 25% del totale dei fondi strutturali della CEE in favore delle regioni depresse. Ebbene, per il successivo quinquennio 1994-1999 la quota italiana è scesa al 17%, mentre la Spagna si è vista attribuire il doppio di noi e la stessa Grecia ha ricevuto quasi un terzo più dell'Italia, penalizzata anche per la sua incapacità di dare un seguito organico alle delibere comunitarie e di organizzare i cofinanziamenti necessari alla realizzazione dei progetti sponsorizzati dall'Unione.

Abbiamo evitato di poco, in queste settimane, di pagare una multa di oltre 2000 miliardi comminataci per aver imbrogliato per anni le autorità di Bruxelles ed aver dichiarato, nel settore del latte, una produzione molto superiore alla realtà, ottenendone i finanziamenti corrispondenti.

Si riduce la nostra esportazione

Siamo il paese che commette più infrazioni alla legislazione europea, il più condanato dalla giustizia comunitaria. I nostri prodotti agricoli trovano una difficile collocazione nel mercato interno europeo perché gli altri paesi hanno saputo meglio adattarsi alle regole della competitività. In Spagna, per fare un esempio, l'esportazione degli agrumi è regolata da un ente specializzato, da noi gli oltre 8.000 produttori devono "arrangiarsi", con dei risultati facilmente immaginabili.

La nostra agricoltura, specie del mezzogiorno, si è vista scavalcare da una politica agricola comune immaginata e diretta in funzione delle grandi produzioni cerealicole e lattierocasearie del Nord dell'Europa ed oggi il reddito medio agricolo in Olanda, è almeno di due volte superiore a quello che si realizza in Italia.

La nostra siderurgia paga oggi gli errori commessi in passato e si vede continuamente penalizzata dalle decisioni, in questo settore vincolanti, delle autorità dell'Unione.

Il rapporto fra attività di ricerca e di sviluppo tecnologico e PIL è dell'1,4% a fronte di una media europea del 2%.

Nel nostro paese, il rapporto fra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo è del 116%, mentre secondo i parametri fissati a Maastricht per poter fare parte dell'Unione economica e monetaria dovrebbe essere al più del 60%.

Il pagamento degli interessi sul debito pubblico ha assorbito, nel 1993, il 21,5% di tutta la spesa pubblica ed il gettito di tutte le imposte indirette - IVA, benzina, alcol, sigarette, eccetera - non è bastato al pagamento di tali interessi.

Fare pulizia in casa per poter contare in Europa

E' evidente che è facile oggi gridare al rigore ed al rispetto degli impegni di Maastricht quando si è contribuito per anni a creare le condizioni per una tale situazione. Il consociativismo si è retto su un sistema che produceva moneta ingigantendo a dismisura il debito pubblico. E' facile proclamarsi oggi difensori di bassi tassi di inflazione e puntare al risanamento economico quando si è perso appunto il controllo diretto (da parte di chi governava) e indiretto (da parte di parti sociali, partiti di opposizione, eccetera) della spesa pubblica.

Si deve quindi contare di più in Europa, ma lo si può fare solo se si rivedano completamente i meccanismi della nostra presenza in seno all'Unione europea.

E' questa la nostra speranza, è questo per cui continueremo a batterci. Se vorrai. Ma per fare questo è necessario che nel Parlamento europeo ci sia una forte componente federalista, riformatrice, democratica, con un obiettivo ambizioso, all'altezza delle sfide del nostro tempo, l'unico veramente realistico:

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CANDIDATI DELLA LISTA PANNELLA RIFORMATORI PER LE ELEZIONI EUROPEE

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ITALIA NORD OCCIDENTALE

(Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia)

1. DUPUIS Olivier

Ath-Belgio, 25-2-58

2. DELL'ALBA Gianfranco

Livorno, 24-5-55

3. PANNELLA Marco

Teramo, 2-5-30

4. TARADASH Marco

Livorno, 19-5-50

5. BONINO Emma

Bra, 9-3-48

6. PEZZUTO Vittorio

Genova, 16-8-66

7. TURCO Maurizio

Taranto, 18-4-60

8. PAGANO Giorgio

San Donà di Piave,

25-6-54

9. BAIOCCHI Lidia

Como, 29-12-45

10. BONALI Fabrizio

Borgomanero, 13-2-66

11. BORELLI Giovanni Maria

Genova, 14-2-53

12. BOVA Francesco

Pietra Ligure, 10-12-53

13. CASIGLIANI Iolanda

Pisa, 25-8-52

14. CUCCO Enzo

Salerno, 5-4-60

15. DELLA VEDOVA Benedetto

Sondrio, 3-4-62

16. FALLABRINI Marco

Genova, 10-12-44

17. IACHINI Paola

Genova, 14-10-61

18. INZANI Giorgio

Cremona, 21-9-41

19. REBAGLIATI Carlo

Stella, 26-4-34

20. RUGGERI Gino

Cremona, 19-2-66

21. SERRA Rita

Domusnovas, 3-5-53

22. SORBA Gabriele

La Maddalena, 19-4-68

23. STANZIOLA Marialuisa

Idria-Lubiana, 9-4-39

---------------------

ITALIA NORD ORIENTALE

(Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna)

1. DELL'ALBA Gianfranco

Livorno, 24-5-55

2. DUPUIS Olivier

Ath-Belgio, 25-2-58

3. PANNELLA Marco

Teramo, 2-5-30

4. BONINO Emma

Bra, 9-3-48

5. TARADASH Marco

Livorno, 19-5-50

6. TURCO Maurizio

Taranto, 18-4-60

7. VESCE Emilio

Cairano, 17-5-39

8. BUSDACHIN Marino

Umago-Istria, 26-7-56

9. CARAVAGGI Paola

Piacenza, 18-7-52

10. DANIELI Giuliana in SANDRONI

Verona, 14-10-37

11. FISCHETTI John

Melbourne-Australia, 11-3-58

12. GENTILI Marco

Roma, 2-8-54

13. LAMEDICA Giuseppe

Napoli, 18-9-46

14. MISCHIATTI Monica

Codigoro, 26-8-57

15. PILOTTI Alessandro

Forlì, 8-7-67

16. ZAMORANI Mario

Ferrara, 28-3-51

--------------

ITALIA CENTRALE

(Toscana, Umbria, Marche, Lazio)

1. PANNELLA Marco

Teramo, 2-5-30

2. TARADASH Marco

Livorno, 19-5-50

3. BONINO Emma

Bra, 9-3-48

4. DUPUIS Olivier

Ath-Belgio, 25-2-58

5. DELL'ALBA Gianfranco

Livorno, 24-5-55

6. TURCO Maurizio

Taranto, 18-4-60

7. DI LASCIA Maria Teresa

Rocchetta S. Antonio,

3-1-54

8. DI ROBILANT Filippo

Roma, 3-3-59

9. STANGO Antonio

Napoli, 24-9-57

10. PAGANO Giorgio

San Donà di Piave,

25-6-54

11. DONVITO Vincenzo

Gioia del Colle, 20-2-53

12. FABRI Ruggero

Pesaro, 17-1-58

13. MAORI Andrea

Perugia, 24-8-60

14. MARZIALE Lucio

Bourgoin-Francia,

16-6-62

15. MASINI GINO

Pistoia, 5-4-46

16. RAMPINI Piercarlo

Roma, 23-3-57

17. TACCONI Umberto

Poppi, 29-12-52

-----------------

ITALIA MERIDIONALE

(Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria)

1. PANNELLA Marco

Teramo, 2-5-30

2. DELL'ALBA Gianfranco

Livorno, 24-5-55

3. DUPUIS Olivier

Ath-Belgio, 25-2-58

4. TURCO Maurizio

Taranto, 18-4-60

5. TARADASH Marco

Livorno, 19-5-50

6. BONINO Emma

Bra, 9-3-48

7. VITO Elio

Napoli, 12-11-60

8. PINTO Mimmo

Portici, 31-10-54

9. DEL GATTO Luigino

Fermo, 29-8-31

10. QUINTO Danilo

Bari, 10-2-56

11. CUSANO Giannino

Potenza, 27-10-49

12. CYTRON Muni Renato

Pescara, 12-9-50

13. DE MATTEIS Giuseppe

Torre S. Susanna,

21-9-54

14. DEL VENTO Claudia

Napoli, 17-12-51

15. GRIFONI Ariberto

Taranto, 5-3-56

16. LATERZA Gianni

Putignano, 25-11-54

17. MANZI Paolo

Foggia, 19-11-40

18. PISANO Vincenzo

Polistena, 8-6-46

19. PORCARO Andrea

Pianopoli , 17-4-49

20. PROVENZA Maurizio

Salerno, 28-3-56

21. STOLA ANGELO

Taranto, 21-4-24

--------------

ITALIA INSULARE

(Sicilia, Sardegna)

1. PANNELLA Marco

Teramo, 2-5-30

2. QUINTO Danilo

Bari, 10-2-56

3. SCHMIDT Anna Maria

Tripoli-Libia, 3-5-37

4. PODDA Beppi

Cagliari, 4-1-49

5. LA SPINA Vito Leonardo

Messina, 10-3-57

6. MARAVIGNA Pietro Ivan

Catania, 23-7-63

7. MURRU Simonetta

Nuoro, 26-4-43

8. PERCOLLA Carmelo

Catania, 24-3-43

9. PUGGIONI Maria Isabella

Sassari, 29-5-37

10. TERI Guglielmo

Catania, 25-1-51

 
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