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Pera Marcello - 23 giugno 1994
UN MEMORANDUM PER LA RIVOLUZIONE
Di Marcello Pera

LE SFIDE DELLA SECONDA REPUBBLICA: Dalla crisi di una sinistra divenuta, suo malgrado, conservatrice al riguardo della liberaldemocrazia. Con una serie di imperativi: l'adozione di politiche liberistiche. E riforme istituzionali, costituzionali ed elettorali sul modello dei paesi anglosassoni.

(IL MESSAGGERO, 23 giugno 1994)

E se provassimo a sparigliare? Finora si è giocato cosi: uno cala un sette e l'altro prende il sette. Fuor di metafora: uno, ad esempio Pds, Psi, Alleanza Democratica, punta il dito su di sé e dice: "progressista", l'altro, i Vattimo, Cacciari, Adornato, Eco

guardano e dicono: »progressista . Il guaio di questo gioco a rimbalzo è che non si sa mai se quello che ha detto »sette o »progressista abbia detto il vero.

Faccio un esempio. Il Pds si definisce di sinistra, Micromega (o Reset, Repubblica, ecc.) dibatte la politica della sinistra e Norberto Bobbio si adopera per definire il concetto di sinistra. Ma da Micromega, Reset, ecc. risulta che la politica della sinistra è quella del Pds e dall'analisi di Bobbio risulta che "sinistra" significa »uguaglianza , e siccome il Pds è per l'uguaglianza, o come si dice nel gergo politico per la "solidarietà"), ne consegue che il Pds è un partito di sinistra. Cosi il cerchio si chiude: se il Pds vince, ha vinto la sinistra, se, come è accaduto, il Pds perde, ha vinto la destra. Testa vinco io, croce perdi tu. E chiaro che in questo modo non si fa un passo

avanti. Ecco perché, sine ira et studio mi permetto di dire agli intellettuali di sinistra che è giunto il momento di sparigliare.

Apparentemente, lo spariglio è una tattica di gioco, in realtà è un esercizio intellettuale utile. Esso corrisponde a quella mossa raccomandata dalla metodologia scientifica che si chiama »principio di proliferazione : se la tua teoria s'imbatte in problemi inestricabili, anziché ribadirla o aggiustarla, cambiala e cerca di guardare le cose da un altro punto di vista; può darsi che, con la nuova teoria, risolverai i tuoi problemi. E anche se non li risolverai vedrai cose che prima neanche ti immaginavi e, per ciò stesso, realizzerai comunque un progresso.

Proviamoci a fare lo stesso nel nostro caso. Secondo Bobbio ("Destra e sinistra" Donzelli), la sinistra è ugualitaria, nel senso che gli ugualitari, »pur non ignorando che gli uomini sono tanto uguali che diseguali, danno maggiore importanza, per giudicarli e per attribuir loro diritti e doveri, a ciò che li rende uguali piuttosto che a ciò che li rende diseguali . La ragione di ciò sembra risiedere in due princìpi impliciti e cioè: I) che la disuguaglianza è ingiusta, 2) che per avere giustizia, le cause della disuguaglianza devono essere eliminate.

Benché Bobbio si proponga di definire un senso di sinistra "»assiologicamente indifferente, in quanto fondato su un dato di fatto", temo che il suo senso di sinistra non sia neutro abbastanza perché non è neutra la sua descrizione del tutto Anziché »uguali e diseguali , diciamo, con termini meno contaminati, che gli uomini sono »simili e diversi , simili per alcuni aspetti, diversi per altri. Dire che la differenza e ingiusta diventa ora un errore categoriale come dire che è ingiusto che una mela sia diversa da una pera, perché la differenza è quella che è, né giusta né ingiusta. Oppure diventa una tautologia vuota, perché quando si dice che la differenza è ingiusta ci si riferisce alla differenza morale e giuridica e poiché la differenza morale e giuridica è, per definizione, ingiustizia, dire che la differenza è ingiusta è lo stesso che dire che l'ingiustizia è ingiusta.

A questo punto, sparigliando, siamo pronti per cambiare i due principi indicati sopra. Potremmo sostituirli con i seguenti: I) che la differenza non è di per sé disuguaglíanza, 2) che la disuguaglianza non è ingiusta, se non è ingiusto il modo in cui essa si crea. Che cos'è che non va in questi principi? Non solo sono ragionevoli ma suggeriscono idee e strumenti politici migliori di quelli derivati dagli altri due.

E' noto che alla domanda (trascurata da Bobbio) »uguaglianza con quali mezzi. , i partiti di sinistra hanno risposto sempre allo stesso modo: tramite lo Stato. Dalla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, per dire dell'estremo comunista, alla nazionalizzazione delle industrie di basc, per dire dell'estremo socialdemocratico e laburista, passando per tutti i gradi intermedi dell'interventismo statale, la sinistra ha pensato che limitando la proprietà privata, correggendo il mercato, cambiando il modo di produzione capitalistico, si ottenesse uguaglianza (la Chiesa cattolica, come mostra il recente documento della Cei su Democrazia economica, sviluppo e bene comune, continua a pensare alla stessa maniera).

E perché mai? Alla fin fine, c'è solo una risposta: perché per la sinistra, che ha ancora le labbra umide del latte succhiato dalle mammelle di Marx, la proprietà e la ricchezza sono un furto, e se non sono un furto, creano disuguaglianza, e perciò ingiustizia.

Modo assai pigro di pensare, invero, che si poteva ancora comprendere quando il marxismo era in auge il comunismo in piedi e le sue »conquiste sociali attraevano tanti intellettuali, anche liberaldemocratici, delI'Occidente. Ma oggi? Non è fallita l'Urss? Non è fallito lo Stato assistenziale in Italia? Si risponde: sì, sono falliti, e infatti la sinistra oggi ha cambiato politica, accetta il mercato, le privatizzazioni, eccetera. Ma, supposto sia vero (e lo è solo in parte), questo è ancora insufficiente. Non basta, alla sinistra, cambiare la propria politica e al tempo stesso conservarne il caposaldo. Se si ammette che è fallito il teorema delle nazionalizzazioni, bisognerà anche concludere che è falso l'assioma dell'ugualitarismo. Mantenere l'uno e l'altro è incoerente. Ed è esattamente a causa di questa incoerenza di fondo che il Pds oggi è impacciato, immobile, indeciso Kennedy (o Clinton) e Berlinguer non vanno d'accordo, nonostante le »manipolazioni (come lui stesso le definisce) di Walter Veltroni.

Anche qui, invito la sinistra a sparigliare, a considerare altri mezzi, e a chiedersi che cos'è che non va in questi mezzi. Il mercato è ingiusto? Certo, crea differenze, favorisce alcuni e sfavorisce altri. E con ciò? Meglio le differenze o la dittatura, il corporativismo, il dirigismo, la partitocrazia, le clientele, la voragine del debito pubblico?

Ma, per tornare al dente che duole, supponiamo che certe differenze, ad esempio fra un uomo molto ricco e un barbone, siano ripugnanti alla nostra coscienza morale. Anzi, concediamolo ché certune lo sono veramente. Bisogna riprendere la questione dei mezzi. Meglio, per diminuire queste differenze, I'intervento pubblico? In alcuni casi la cosa si giustifica per mancanza o inefficienza di altri strumenti. Ma nei mille altri casi? In proposito, anziché Nietzsche, consiglierei agli intellettuali di sinistra di rileggersi l'aureo Memorandum scritto da Luigi Einaudi nel 1942 e ora ristampato da Marsilio (a cura di G. Berta e con saggio di Bobbio).

Di fronte alle ingiustizie sociali, un politico sta a braccia incrociate? »No scriveva Einaudi ; egli fissa con la legge, ossia con una norma nota, pubblica e previamente discussa, i limiti oltre i quali nei loro moti gli uomini non possono andare senza nuocere altrui. Lascia, ad esempio, liberi i produttori di produrre o non produrre, di produrre la o le qualità che essi giudicano più convenienti, e di fissare i prezzi di offerta che essi ritengono i migliori per sé. Cerca però di impedire che i produttori diventino monopolisti, ossia padroni del mercato, unici venditori o collegati e accordati con gli altri venditori. E così via, in tutti gli altri casi, con vincoli di legge e non con mezzi dirigistici.

Lo so, un politico che si comporta così è, come diceva Einaudi, un »politico liberale . E con ciò? Who cares? (per non usare l'equivalente italico). Non bisogna essere pigri ed aver paura delle parole, perché, la si battezzi come Sì vuole, non c'è chi non veda che, non in astratto, ma hic ed nunc, una moderna politica liberale è, tanto innovativa, riformatrice, ed essa sì, progressista, da essere rivoluzionaria.

Se la sinistra non è d'accordo, deve offrire di meglio. Ma non l'ha fatto e continua a non farlo. Ha avuto scarsa attenzione alla libertà politica e personale (ah, quegli azionisti bollati come "borghesi" e poi quei radicali oltraggiati, derisi, e ora considerati anche »venduti !). Quanto alla libertà democratica, si è trastullata con il superamento della »libertà formale nella "libertà sostanziale", e poi, di male in peggio, con le distinzioni fra »paese legale e »paese reale , »giustizia formale e »giustizia sostanziale , »Stato legale e »Stato costituzionale , esempi tipici di sovvietismo subliminale. Infine, ha concentrato tutto sulla libertà sociale, cioè su quei diritti che, come scriveva il compianto Uberto Scarpelli, sono »figli del socialismo, o duramente marxista o democratico o allungato con l'acqua santa del solidarismo cattolicopopolare . Con quale risultato? Che abbiamo quasi sovietizzato lo Stato, I'economia e la società civile, e che infine la società quasi sovietizzata si è rivoltata con

tro la sinistra stessa.

Proprio questa rivolta t un'altra di quelle questioni su cui gli intellettuali di sinistra farebbero bene a sparigliare. Si tratta da parte loro di capire le ragioni della sconfitta che hanno subito. Per ora continuano a dire: ha vinto la destra. E se invece, come ho cercato di suggerire, fosse sbagliato il loro concetto di »destra ? Supponiamo che la cosa sia nel modo che segue. Si è messa in moto in Italia, sia pur confusa, contraddittoria, e non del tutto dispiegata, qualcosa di simile ad una »rivoluzione borghese . Prendo l'espressione con le molle delle virgolette perché so bene quanto sia facile abusarne. E però, anche a volerlo sminuire, i' fenomeno è in corso. Esiste tutto un mondo di cittadini produttori (imprenditori, amministratori, tecnici, professionisti, lavoratori autonomi e non, giovani preparati e donne nella produzione) i quali rivendicano i valori tipici dei produttori (I'imparzialità delle istituzioni, I'efficienza dell'amministrazione, la snellezza delle procedure la non ingerenza dei pa

rtiti, la deregolamentazione della vita economica e civile), e vogliono, perché ne hanno bisogno vitale, che tali valori siano sostituiti a quelli precedenti (la solidarietà, il paternalismo di Stato, la vigilanza politica, eccetera).

Un mondo siffatto, naturalmente, esisteva anche prima. Ma ciò che è nuovo è che esso stia cercando di affrancarsi dagli interessi della grande impresa e della grande finanza e abbia cessato di parlare per bocca altrui o di volere per interposta persona, cioè tramite la mediazione degli ex principali partiti di governo e di opposizione, la Dc e il PciPds, come prima avveniva. E' come se questi ceti sociali e produttivi avessero ritirato una delega e avessero aperto uno sportello in proprio sul mercato politico. A questo sportello oggi si affacciano movimenti nuovi come Forza Italia e la Lega. Ma la rappresentanza non è così trasparente ed esclusiva, sia perché dentro questi movimenti convivono alcune delle mentalità, degli interessi e delle inerzie di prima, sia perché dei nuovi bisogni borghesi sono portatori anche altre forze che stanno nella maggioranza (in primo luogo, i radicali dei Club Pannella) o che si collocano all'opposizione (ad esempio, in Alleanza Democratica). E' sbagliato sostenere che questi

ceti e movimenti siano di destra,

dire che il problema non è quello di contrastare la rivoluzione borghese, ma di assecondarla e di rifornirla di una cultura autenticamente liberale e democratica (non quella di Marcello Veneziani, per intenderci). Ecco allora che cosa si deve dire di Berlusconi. Non che è di destra, perché Berlusconi, mentre cerca di portar fuori l'Italia da un sistema sovietizzato, è di fatto più a sinistra (nel senso di più riformatore) di Bertinotti e di D'Alema. Piuttosto si deve dire che Berlusconi rappresenta per tanti ceti produttivi una possibilità di cambiamento. Ed ecco anche che cosa si deve chiedere a Berlusconi. Non che arresti questa voglia di cambiamento, perché è inarrestabile. Piuttosto si deve chiedergli, a parole e fatti concreti, che la indirizzi verso la liberaldemocrazia, affinché quelle componenti interne ed esterne alla sua maggioranza e al suo governo non prevalgano e non trasformino la rivoluzione in una involuzione populista di destra. Sono il meno attrezzato culturalmente per fare previsioni sull'

esito della rivoluzione. So che ci portiamo dietro difetti genetici, come la nota e spesso abusata circostanza dell'ltalia paese della Controriforma senza Riforma, e vizi storici, come quelli magistralmente esaminati da Domenico Settembrini nella sua Storia delI'idea antiborghese in Italia, 1860/1989 (Laterza). Ma credo anche di sapere che cosa occorra nella presente circostanza affinché abbia un esito fausto.

Se l'Italia non mette in primo piano i problemi della libertà politica e della libertà democratica, se perciò non si fanno adeguate riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali sul modello delle democrazie anglosassoni, se non si adottano politiche liberistiche, se non si riducono i perversi diritti sociali così come si sono configurati da noi allora i valori della rivoluzione borghese perderanno anche in questa occasione come già hanno perduto in altre.

Non mi chiedo come andrà a finire. Mi chiedo invece che cosa si deve fare perché vada a finire bene, perché i segni positivi che vedo si moltiplicano e i negativi, che anche vedo e mi preoccupano, siano evitati. La sinistra di oggi è conservatrice, tra gli altri possono prevalere i riformatori autentici. Il mio perciò è un richiamo, un memorandum per la rivoluzione: quella che c'è, se c'è, e quella che occorre, se non c'è.

 
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