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Teodori Massimo - 9 gennaio 1995
I REFERENDUM, FORCHE CAUDINE
di Massimo Teodori

SOMMARIO: Il prof. M.Teodori spiega perché è opportuno che la Corte Costituzionale vari i referendum elettorali promossi dalla Lista Pannella. Anche in presenza di possibili divaricazioni tecnico-giuridiche sui vari aspetti del problema, una bocciatura dei referendum suonerebbe come influenzata da considerazioni politiche. Ammonisce le parti in causa a non voler strumentalizzare ai propri fini di parte la logica e le proposte referendarie in tema elettorale.

(Il Messaggero, 9 gennaio 1995)

I referendum, sulla cui ammissibilità oggi la Corte costituzionale comincerà a pronunziarsi, rappresentano in questo momento una sorta di forche caudine per la politica italiana. Dopo tante disquisizioni giuridiche, è ormai evidente che il solco che divide la tesi dell'ammissibilità del più importante tra i referendum - quello elettorale - da quella della inammissibilità è assai stretto e sfumato, sicché entrambe le interpretazioni possono essere legittimamente sostenute. Perciò la possibilità che gli elettori vadano alle urne in un periodo compreso tra il 15 aprile e il 15 giugno, per votare sui sedici quesiti referendari, dipende molto più dalla sensibilità politico-istituzionale che non dalla dottrina giuridico-costituzionale. E' per questa ragione che è auspicabile che la Corte imbocchi senza remore la strada dell'ammissibilità. Perché sarebbe difficilmente comprensibile una scelta negativa che si fondi su sottili quanto controverse argomentazioni giuridiche. E' vero che la questione referendaria è tutt'

altro che semplice per le molteplici sfaccettature che presenta. I referendum sono stati in passato, e continuano ad essere, un fattore di cambiamento. Negli anni settanta e fino ai primi anni ottanta, sono serviti per modernizzare il Paese con i diritti civili ai quali faceva resistenza gran parte della classe politica irrigidita nella partitocrazia. Negli ultimi anni, poi, i referendum elettorali del 1991 e del 1993 sono serviti per abbattere quel regime proporzionalistico che ha resistito per oltre quarant'anni. Oggi, i due referendum sulle elezioni politiche si propongono di eliminare il 25% della quota proporzionale dalle leggi per la Camera e il Senato configurando un sistema integralmente maggioritario, dopo che è stato riconosciuto il carattere ibrido del sistema vigente senza che sia stato trovato un punto di intesa per una riforma legislativa. Accanto all'aspetto innovatore, risponde a verità anche la critica che viene mossa ai referendum di essere strumenti rozzi e approssimativi per legiferare, d

ato il carattere esclusivamente abrogativo e non già propositivo dell'istituto. Un'osservazione che è pertinente anche nell'attuale momento rispetto a materie delicate come l'elettorale o complesse come le altre - sindacale, occupazione, commercio, sanità, informazione e pubblicità - attualmente in gioco. Tuttavia, ancora una volta, l'iniziativa abrogativa popolare si trova a svolgere un'azione di rottura necessaria in quanto surroga il processo riformatore in aree di cui il Parlamento non vuole occuparsi o per le quali non riesce a trovare soluzioni. Nonostante l'insoddisfazione per il meccanismo referendario in funzione legislativa, appare però opportuno che il corso di tutti i referendum si compia fino in fondo, affinché nel Paese si rafforzi la democrazia fondata sulle scelte politiche esplicite e non sugli interessi di parte. In tal senso, così come è censurabile qualsiasi pressione che venga esercitata in queste ore con qualsiasi mezzo sui giudici costituzionali, foss'anche dal presidente della Repubbl

ica a sua volta sollecitato dai promotori dei referendum, altrettanto inopportuna apparirebbe se i membri della Corte, nominata a suo tempo dai vecchi partiti, facessero prevalere i riflessi propri delle loro culture politiche originarie, diffidenti nei confronti dell'intervento diretto popolare. Occorre in un momento così difficile per la Repubblica evitare ogni machiavellismo. Degli avversari del sistema maggioritario che intendessero ostacolare una riforma elettorale referendaria mirante ad eliminare la quota proporzionale, sol perché risponde ai loro interessi particolari. Dei monoturnisti (all'inglese) quando sostengono che il sistema derivante dai referendum sarebbe automaticamente ad un turno escludendo l'ulteriore intervento del Parlamento per definire quale fra i tanti tipi di maggioritario-uninominale debba essere adottato. Dei sostenitori del doppio turno qualora fossero indotti a schierarsi contro i referendum nel timore di non poter negoziare nel Parlamento il sistema elettorale da loro preferit

o. E dei partigiani delle elezioni immediate se si apprestassero a buttare a mare i referendum insieme con il sistema maggioritario integrale da loro preferito pur di precipitarsi alle elezioni immediate in uno scontro senza limiti. La democrazia, se vuole rispettare le sue stesse regole, ha bisogno che ciascuno rinunzi ad una parte dei propri interessi.

 
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