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Scarpino Ettore - 17 gennaio 1995
IL CAPO DELLO STATO ALLA BADOGLIO
di Ettore Scarpino

SOMMARIO: Articolo riassuntivo delle posizioni di Marco Pannella (che non viene però intervistato né gli vengono attribuiti virgolettati) in merito alla profonda crisi che attraversa il paese e sopratutto in merito all'evidente tentativo del presidente della repubblica O.L.Scalfaro di voler "imporre" al presidente del Consiglio incaricato uomini di una particolare tendenza, o parte, o almeno cultura - una cultura cattolica di "sinistra sociale", per capirci. Critica anche la preponderanza data dallo stesso presidente a cosidetti tecnici, provenienti dall'alta burocrazia. Un tentativo di questo genere venne posto in atto da Badoglio, ma si era appena usciti da una drammatica sconfitta.

(IL GIORNALE, 17 gennaio 1995)

Marco Pannella è un fastidioso fantasista politico che nasconde sotto un narcisismo sfrontato un fondo liberale duro, d'altri tempi, che lo rende oggi, se possibile, ancor più insopportabile. E tuttavia un tipino come lui bisognerebbe averlo sempre sotto mano, almeno per i momenti difficili, perché quando le cose vanno bene il nostro è utile quanto un paio di galosce in agosto, sulla spiaggia. Ma oggi serve, dato che i tempi sono durissimi, nonostante la tregua di zucchero filato che in tanti proclamano. Pannella è uno dei pochi che chiamano le cose sgradevoli col loro nome e oggi si distingue per la tenacia con cui incalza Oscar Luigi Scalfaro.

Probabilmente lo fa anche perché si sente un po' responsabile, per l'energia - sempre eccessivo, Marco - con cui ne sostenne la candidatura al colle più alto. Dunque, il riformatore fa rilevare che il presidente della Repubblica, pur così rigido nella difesa della lettera della Costituzione, ignora - se è vero quel che gli attribuiscono unanimemente i giornali - il testo e il senso dell'articolo 92 della legge fondamentale, in particolare quel comma che attribuisce al presidente del Consiglio incaricato, e soltanto a lui, la facoltà e la responsabilità di scegliere i ministri. Scalfaro non è Reagan, e nemmeno Clinton, anche se porta spesso, almeno idealmente, la mano sul cuore, come i presidenti americani.

Il capo dello Stato - sempre che corrisponda a verità la salva di veti che gli attribuiscono - si comporta come le segreterie dei partiti ai tempi (belli? brutti?) della prima repubblica. Si riserva di approvare le scelte del presidente incaricato, relegato al ruolo di suggeritore disatteso.

Scalfaro vuole i tecnici, ma per carità che siano vergini politicamente, senza frequentazioni compromettenti con quei "parvenu" del Polo. Tecnici sì, ma magari cattolici, oppure notoriamente orientati sul sociale, con le avanguardie dell'ala marciante e progressiva della società. Tecnici-tecnici insomma, ci siamo capiti.

E poi l'idea di elevare al rango di sottosegretari i grands commis dei ministeri è proprio degna di una "junta" militare. C'è il precedente del governo Badoglio. Il sistema può essere adottato, basta ammettere che c'è stata una guerra perduta e stabilire chi è stato sconfitto. L'espediente è più sottile di quanto non si pensi. Si tratta di sostituire a una dirigenza politica - discutibile ma comunque eletta dal popolo sovrano - un'élite di burocrati lasciati al vertice dei ministeri, nella maggioranza dei casi, dalla risacca della prima Repubblica.

Andiamo verso un governo di tregua o verso un esecutivo di pura e sfacciata restaurazione? Il punto vero è questo. In molti cominciano ad accorgersi che l'idea della tregua è un velo usato per coprire disegni inconfessabili.

Il governo dei tecnici è sempre una finzione che sancisce la fuga della politica ed è il prodotto di quella "retorica del disprezzo" che vorrebbe il popolo italiano incapace di scegliere da sé il proprio destino. Il governo dei tecnici è un tutore diplomato per quel giovinotto interdetto che è l'elettorato. Può essere trangugiato, come una medicina amara, soltanto in piccole dosi, a patto, cioè, che duri poco. Ma l'impegno irrituale con cui il presidente Scalfaro si sta occupando della sua formazione lascia pensare a tempi medio-lunghi. L'inquilino del Quirinale ha più dimestichezza di noi col trascendentale, ma la sua idea di allungare la vita di un organismo al di là dei suoi limiti funzionali ci sembra azzardata.

Deve esserci un limite anche a certe sperimentazioni di genetica costituzionale, impedendo, ad esempio, che certi governi risultino vivi magari a due anni dalla morte. Queste pratiche nella Costituzione non sono indicate.

E certi miracoli, poi, non interessano. Ci atterrisce l'idea di dover morire "tecnici" dopo aver vissuto, senza colpa, da democristiani.

La sinistra probabilmente gongola, in queste ore, perché tutte le pressioni su Dini sembrano ispirate dall'avversione al Polo. Stiano attenti i fautori della tregua intimiditi dalle elezioni.

Grazie alla fuga (imposta) dalla politica, si sta facendo strada un presidenzialismo spurio che nessun popolo sovrano ha ratificato. Non lasciamo solo quel vecchio arnese di Pannella.

 
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