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Parlamento Europeo - 14 maggio 1992
RELAZIONI EST-OVEST NORD-SUD - RISOLUZIONE A3-0392/91

sui mutamenti nelle relazioni Est-Ovest e sulle nuove relazioni Nord-Sud - il ruolo della Comunità e dei Dodici

Il Parlamento europeo,

-vista la proposta di risoluzione presentata dalla on. Dury su azioni in comune dei Dodici, dei paesi dell'Europa orientale e dei paesi in via di sviluppo per estendere la cooperazione con il Terzo Mondo (B3-0059/90),

-visti la relazione della commissione per lo sviluppo e la cooperazione e il parere della commissione per le relazioni economiche esterne (A3-0392/91),

I.Sulla multipolarità e sui grandi blocchi regionali

saluta con piena soddisfazione i mutamenti economici e politici verificatisi nei paesi dell'Europa centrale e orientale, in quanto implicano la fine della politica dei blocchi attuata dopo la seconda guerra mondiale, mutamenti i cui effetti positivi sono già riscontrabili in alcuni paesi del mondo e contribuiscono alla creazione di una "casa comune europea" e di un nuovo ordine internazionale;

ritiene che la scomparsa della contrapposizione Est-Ovest faccia emergere con maggiore forza il fatto che la divisione del mondo significa oggi una spaccatura tra lo sviluppo e il sottosviluppo, la ricchezza e la povertà e che il rapporto Nord-Sud costituisce la chiave di interpretazione di tutte le relazioni internazionali;

constata che le attuali relazioni internazionali sono incentrate su un mondo multipolare, articolato su tre assi di distinta composizione e di segno autonomo (CEE/Stati Uniti/Giappone) con preferenze regionali ben definite, e mette in guardia contro i possibili rischi che un protezionismo all'interno dei blocchi può comportare per i due terzi del mondo (Africa, America latina e Asia) immersi nel sottosviluppo e nell'ingiustizia;

constata con preccupazione che, nonostante la scomparsa della politica dei blocchi, continuano a esistere potenze militari regionali dirette da regimi dittatoriali e armate da paesi sviluppati, le quali continuano a porre in pericolo la pace e la sicurezza mondiali; constata, inoltre, che nelle relazioni internazionali sta emergendo un fenomeno di etnizzazione, che aggrava il problema Nord-Sud e può impedire il conseguimento di un ordine internazionale su basi rinnovate;

pone in rilievo che i progressi realizzati sulla via della costruzione europea (Mercato unico europeo - MUE, Spazio economico europeo - SEE) nonché le trasformazioni nell'Europa centrale e orientale devono comportare, per l'attuale Europa dei Dodici e per una futura Comunità formata da un maggior numero di paesi, un'iniziativa europea comune in materia di cooperazione Est/Ovest/Sud nel quadro di un ampio programma di cooperazione comunitaria che equilibri il peso degli altri blocchi regionali e comporti una ripartizione di responsabilità e di oneri tra i paesi industrializzati, quelli dell'Est e quelli del Sud;

ritiene che, per quanto sopra esposto e nonostante i progressi compiuti dopo l'entrata in vigore dell'Atto unico, la Comunità sia obbligata ad attuare riforme essenziali a livello istituzionale tali da consentire di rispondere alle esigenze della politica esterna e di sicurezza comune e di coordinare la politica di cooperazione allo sviluppo come parte integrante dell'azione esterna della Comunità, onde possa agire sulla scena internazionale con il peso che la sua importanza le assegna;

è convinto che l'Unione politica, l'Unione economica e monetaria e il Mercato unico europeo siano processi intimamente collegati, che possono convertire la Comunità in un interlocutore e in un negoziatore a livello internazionale nei confronti dei paesi terzi, delle organizzazioni e dei fori internazionali (ONU, FMI, Banca mondiale e GATT) per la concertazione di azioni a favore della democrazia, dei diritti umani, dello sviluppo dell'ambiente, del disarmo e delle relazioni commerciali interregionali;

ritiene che un'iniziativa comunitaria Est/Ovest/Sud debba incentrarsi su un'impostazione mondialistica e che insieme agli attuali interessi prioritari europei (Europa centrale, CSCE, Mediterraneo e Vicino Oriente) debba esistere anche una maggiore volontà d'azione politica nei confronti dell'Africa, dell'America latina e dell'Asia;

è del parere che questa iniziativa comunitaria Est/Ovest/Sud debba contribuire alla rigenerazione o coesione dei poli regionali del Sud (ECOWAS, SADCC, Forum del Sud Pacifico, CARICOM, Mercato comune centroamericano, ASEAN, Consiglio di cooperazione del Golfo, ecc.), a tutelare l'ambiente, a predisporre un meccanismo che consenta di stabilizzare i prezzi delle materie prime sui mercati mondiali, a disciplinare il commercio internazionale a favore dei paesi in via di sviluppo, a controllare il traffico di armi e stupefacenti e infine a stimolare uno sviluppo equo e vigoroso dell'Est e del Sud dopo aver seriamente ripensato il modello di sviluppo e di cooperazione europeo sinora seguito;

II.Sulla politica di sviluppo e sulla cooperazione Est/Ovest/Sud

è sensibile ai timori e ai dubbi manifestati in tutti i fori internazionali dai paesi in via di sviluppo in merito al possibile trasferimento o dirottamento a favore dell'Est europeo di aiuti previsti per il Sud, e ciò data la rapidità con la quale sono stati mobilitati gli aiuti stessi;

rimane convinto dell'opportunità e della necessità che il Gruppo dei Ventiquattro aiuti i paesi dell'Est; ritiene che debba essere mantenuta la cooperazione finanziaria e tecnica per favorire le trasformazioni economiche e democratiche e che essa debba essere abbinata a una maggiore cooperazione in materia di cultura e di ambiente;

deplora che, mentre da un lato si concedono tali aiuti, dall'altro faccia difetto un impegno di ordine economico e politico - da parte di molti paesi, di istituzioni finanziarie e di investitori privati - a favore, soprattutto, dei paesi dell'America latina e dell'Africa, e biasima le reticenze dimostrate dal Gruppo dei Sette nell'affrontare i problemi Nord/Sud, nonché la mancanza di accordi sui problemi dei paesi in via di sviluppo in seno ai diversi fori internazionali (materie prime, indebitamento, GATT);

constata che

-le percentuali, fissate dall'ONU, dello 0,7% del P.I.L. del mondo industrializzato da attribuirsi ai PVS e dello 0,15% ai PMA non sono state ancora raggiunte dal complesso dei paesi dell'OCSE (0,36% del P.I.L.) e che solo tre Stati membri della CEE hanno raggiunto l'obiettivo stabilito; che la percentuale dell'aiuto bilaterale degli Stati membri della CEE unita a quella dell'aiuto comunitario non raggiunge lo 0,5% del P.I.L.,

-l'aiuto finanziario internazionale, bilaterale e multilaterale concesso sinora ai paesi del Gruppo dei Ventiquattro a favore dei paesi dell'Europa centrale e orientale ammonta all'1% del totale dei loro P.I.L.,

-nel 1989 soltanto 1/5 degli investimenti privati è stato convogliato verso i paesi in via di sviluppo,

-gli investimenti privati hanno trascurato le regioni maggiormente bisognose dell'Est e del Sud a causa della situazione generalizzata di debito estero, della mancanza di garanzie per gli investimenti stessi, dell'incertezza politica e della violenza sociale,

-il trasferimento di risorse del Sud verso il Nord dovuto al servizio del debito equivale all'aiuto pubblico concesso ai paesi dell'Est;

sostiene che è prematuro, per il momento, concludere che l'aiuto pubblico, bilaterale e multilaterale, sia fornito all'Est a scapito dei paesi del Sud, ma preme tuttavia affinché gli aiuti accordati all'Europa orientale dalla Comunità e dai suoi Stati membri non incidano, in linea di massima, sul bilancio per la cooperazione allo sviluppo, eccettuati i paesi che, dato il loro livello di sviluppo, ottemperano ai criteri APS (Aiuto pubblico allo sviluppo);

apprezza l'intervento della BEI nei paesi dell'Europa orientale e ricorda di averle chiesto, in numerose occasioni, di modificare i propri statuti, in modo da poter intervenire in altre parti del mondo, soprattutto nell'America latina; chiede, perciò, al Consiglio di sollecitare il Consiglio dei governatori della BEI ad avviare le procedure del caso per consentire alla Banca di intervenire in altre parti del mondo;

ritiene che i rischi per i paesi del Sud non dipendano tanto dall'insufficienza quantitativa dei capitali quanto piuttosto da altri fattori di cui devono preoccuparsi la comunità internazionale nel suo complesso e la Comunità europea in particolare - come la formazione dei grandi blocchi regionali, il futuro dell'Uruguay Round, il SPG, la riforma della PAC e l'accesso ai mercati - il che, in breve, impone alla Comunità di proporre una nuova impostazione per la politica di cooperazione allo sviluppo in un contesto Est/Ovest/Sud;

ritiene che la Comunità debba adottare misure coerenti e positive volte a limitare i possibili effetti negativi del mercato unico, di modo che i paesi in via di sviluppo possano approfittare delle opportunità offerte dal gran mercato del 1992;

accoglie con favore le analisi contenute nella Comunicazione della Commissione del 25 marzo 1991 (SEC(91) 61), nella risoluzione del Consiglio europeo del 29 giugno 1991 (interrelazione globale tra democrazia, diritti dell'uomo e sviluppo) e nella risoluzione del Consiglio del 28 novembre 1991 sui diritti umani;

ritiene che, ai fini di un'attuazione adeguata e imparziale di tali risoluzioni, sia necessario che la Commissione proponga al Parlamento e al Consiglio le condizioni in base alle quali esse potranno essere applicate, e in particolare

-la definizione dei criteri e dei mezzi che essa intende utilizzare per valutare il rispetto della democrazia e dei diritti umani

-la definizione delle sanzioni che verranno eventualmente applicate in caso di mancato rispetto;

ritiene che il modello di cooperazione allo sviluppo sinora adottato dalla Comunità nel suo complesso, dai suoi Stati membri in forma bilaterale e da altri donatori bilaterali o multilaterali abbia permesso alcuni progressi in tema di correzione di squilibri sociali ed economici, ma che i risultati globali siano modesti in quanto ci si è concentrati su aiuti di tipo assistenziale, che hanno talvolta contribuito al determinarsi di un enorme deficit erariale (spese pubbliche colossali, finanziamento di spese militari, infrastrutture di prestigio) nonché di deficit ambientali, commerciali e sociali, a causa delle misure di adeguamento strutturale attuate per porre rimedio all'indebitamento;

ritiene che le cause di tali deficit siano responsabilità condivisa tra i donatori del Nord e dell'Est e i donatori del Sud e che il frequente ricorso alle "ingerenze negli affari interni" abbia costituito un grosso ostacolo nell'affrontare le questioni di fondo, in particolare quelle relative ai diritti umani;

suggerisce che il nuovo modello di cooperazione allo sviluppo si ispiri a una visione mondialistica, elimini il vincolo esistente tra aiuti e interessi politici o economici bilaterali ed elimini altresì gli aiuti di tipo militare e i condizionamenti delle istituzioni finanziarie internazionali laddove essi costituiscono un'effettiva limitazione allo sviluppo;

è consapevole delle difficoltà interne ed esterne che stanno attraversando i paesi dell'Europa orientale (squilibri della bilancia dei pagamenti, indebitamento, disintegrazione degli interscambi commerciali regionali in seno al COMECON, disparità delle frontiere...), ma spera che esse non rendano più difficile la cooperazione con i paesi del Sud; chiede, quindi, ai paesi dell'Est di garantire perlomeno l'attuale capacità di assistenza tecnica, di assumere nella misura del possibile e con sempre maggiore intensità le proprie responsabilità politiche e unirsi al resto delle nazioni nella loro opera di solidarietà con i paesi del Sud;

sollecita la Commissione e gli Stati membri a concedere, durante una fase transitoria, aiuti straordinari ai paesi in via di sviluppo che devono fronteggiare la sospensione o una sostanziale riduzione dell'assistenza economica e tecnica da parte dei paesi dell'Europa orientale;

chiede alla Commissione, al Consiglio e ai paesi dell'Europa centrale e orientale, inclusa l'Unione Sovietica, di studiare congiuntamente strategie per una cooperazione coordinata nei paesi e nelle aree del Sud; si augura che i paesi dell'Europa centale e orientale svolgano un ruolo di primo piano nelle agenzie e negli organismi internazionali (GATT, UNCTAD, PSNU, FMI, ecc.);

lamenta il fatto che la Comunità, in quanto organismo multilaterale, rappresenti solo parzialmente i suoi Stati membri e che nelle azioni di cooperazione esterna canalizzi soltanto circa il 10-20% dei fondi destinati alla cooperazione dai suoi Stati membri;

ritiene pertanto sempre più necessario che nel contesto della Cooperazione politica europea si proceda a una maggiore comunitarizzazione degli aiuti allo sviluppo, si migliorino i risultati già ottenuti in tema di coordinamento degli aiuti con altri donatori e si riduca la frequenza degli aiuti vincolati, il cui valore per il destinatario è del 20-30% circa inferiore a quello dell'aiuto non condizionato;

chiede alla Comunità di definire una politica di sviluppo comunitaria e globale che si imperni in particolare sui seguenti elementi di base:

-cooperazione politica per la difesa dei diritti umani e la democratizzazione,

-appoggio politico alla pacificazione regionale,

-assistenza alle fasce sociali maggiormente colpite dagli adeguamenti strutturali (donne e bambini),

-promozione, al suo interno e nel quadro di altri fori internazionali, di una politica commerciale globale, che tenga conto degli interessi dei paesi in via di sviluppo e di quelli dei paesi dell'Est;

-cooperazione per la promozione e la difesa dell'ambiente,

-rafforzamento della cooperazione regionale e dell'integrazione economica dei paesi in via di sviluppo,

-attenzione prioritaria ai paesi meno sviluppati;

chiede alla Commissione e al Consiglio che, sulla scorta delle possibilità di cooperazione già esistenti e di quante altre si stanno delineando, venga creato un nuovo modello di cooperazione allo sviluppo che sia quello del cambiamento politico-sociale volto a far progredire i gruppi e le regioni più sfavoriti, che contempli esclusivamente le necessità dei beneficiari, che rafforzi i meccanismi di controllo affinché gli aiuti giungano effettivamente a coloro che ne hanno bisogno e che, a tale riguardo, tenga conto della capacità ricettiva dei vari paesi;

accoglie con soddisfazione gli elementi positivi insiti nella quarta Convenzione di Lomé - soprattutto per quel che riguarda le misure sociali dell'adeguamento strutturale (1,1 miliardi di ECU), con specifico riferimento alla tutela ambientale, e la promozione dell'integrazione regionale - e ritiene che essa sia uno dei migliori strumenti della cooperazione Nord/Sud; ritiene, tuttavia, che la Commissione e gli Stati ACP debbano compiere ulteriori sforzi per colmare le lacune quantitative (discriminazioni attuate dall'SPG, mancanza di risorse dello STABEX, diminuzione degli investimenti privati) e qualitative (insufficienza degli studi di impatto ambientale, inerzia amministrativa);

deplora che la Comunità non abbia proposto, nell'ambito di Lomé IV, una strategia di adeguamento strutturale propria che si prefigga principalmente di evitare lo spreco delle risorse naturali nel Nord, di rendere disponibile il risparmio di cui abbisognano i paesi dell'Est e del Sud, oltre che di aiutare i paesi ACP a porre in atto le riforme necessarie consone alle loro specifiche esigenze;

ritiene che l'assistenza tecnica e finanziaria, le concessioni commerciali e gli aumenti ad hoc dei prezzi debbano essere abbinati a trasferimenti di tecnologie atti a completare tali misure;

Sul debito

accoglie con soddisfazione le facilitazioni per il riscaglionamento del debito concesse ai paesi dell'Europa centrale e orientale, ivi compresa l'ex Unione Sovietica, ed evidenzia che tali facilitazioni non trovano riscontro negli insufficienti meccanismi posti a disposizione dei paesi del Sud a questo fine;

si compiace con la Commissione per la decisione di condonare parte del debito dei paesi ACP nei confronti della Comunità ma ritiene che tale misura debba essere solo il primo passo verso il condono dei debiti bilaterali dei paesi più poveri - contestualmente a un programma di rilancio finanzario e socioeconomico - e verso la promozione delle riforme politiche ed economiche allo scopo di gestire in maniera democratica le risorse disponibili;

chiede alla Commissione e al Consiglio di promuovere, di concerto con il Gruppo dei Sette, una Conferenza internazionale sul condono del debito, che ammonta attualmente a 1.300 miliardi di dollari (paesi del Sud e dell'Est), in cui vengano discussi l'eliminazione delle cause dell'indebitamento, l'offerta di nuove fonti di finanziamento, la riduzione dei problemi riguardanti i prezzi delle materie prime, la fissazione dei tassi d'interesse e il lancio di una filosofia democratica dell'adeguamento strutturale comprendente programmi sociali (sanità, istruzione, demografia) a favore degli strati più sfavoriti della popolazione (donne e bambini);

sottolinea che la mobilitazione internazionale di risorse finanziarie a favore dei paesi dell'Est - unita alle enormi richieste di capitali da parte degli Stati Uniti e ai capitali necessari per la ricostruzione dei paesi colpiti dalla Guerra del Golfo - può provocare gravi tensioni sui mercati internazionali dei capitali, il che potrebbe comportare rialzi dei tassi d'interesse che aggraverebbero ancor più il debito dei paesi in via di sviluppo; reputa tuttavia necessaria una riduzione dei disavanzi del settore pubblico dei paesi sviluppati;

chiede, quindi, che le risorse finanziarie destinate all'Est e quelle previste per il Sud vengano iscritte in un contesto di cooperazione più ampio, nel quale si contemperino le problematiche dei trasferimenti tecnologici, dei mutamenti strutturali, della formazione e dell'accesso ai mercati del Nord;

Sulla liberalizzazione dell'interscambio, il 1992 e il GATT

ritiene che la liberalizzazione dell'interscambio mondiale imponga una profonda riflessione sui meccanismi preferenziali Nord/Sud, in relazione con la liberalizzazione dell'interscambio con i paesi dell'Est nonché con le conseguenze risultanti dall'adesione di non pochi paesi est europei all'SPG in ordine ai vantaggi che i paesi in via di sviluppo traggono dalle preferenze, oltre che in relazione con le incidenze sulle possibilità di smercio dei prodotti dei paesi in via di sviluppo sui mercati europei risultanti dagli accordi di associazione stipulati con una serie di paesi dell'Europa orientale;

ricorda che la principale rinvendicazione dei paesi dell'Est e del Sud è quella dell'accesso dei loro prodotti ai mercati del Nord;

constata che i meccanismi preferenziali della Comunità nei confronti delle varie aree in via di sviluppo del Sud sono contaddittori e che la relazione preferenziale prevista dalla Convenzione di Lomé ha avuto poche conseguenze sull'interscambio interno ACP e ha perpetuato la posizione marginale dei paesi del Sud quali semplici produttori di materie prime;

chiede alla Commissione - visti le discriminazioni introdotte dal sistema delle preferenze generalizzate tra i paesi del Sud e paesi dell'Est e il minimo beneficio del sistema per i paesi ACP, i vantaggi comparativi che il Nord detiene praticamente per tutti i beni e i servizi, così come la concorrenza internazionale tra paesi dell'Est, paesi del Sud e PNI - di effettuare uno studio approfondito dei meccanismi di accesso preferenziale ai mercati della Comunità nonché di tener conto, contestualmente all'offerta SPG in atto, delle conseguenze risultanti dalla partecipazione dei paesi dell'Europa orientale, aumentando il totale dei massimali con i quantitativi di preferenze accordati a detti paesi;

ritiene che la Comunità, nel suo dialogo con i paesi del Sud e dell'Est, non abbia ancora precisato in quale forma si evolverà la struttura delle sue importazioni né risposto all'interrogativo se, realizzato il MUE, manterrà la sua attuale politica d'importazioni, che per ora favorisce i paesi ACP per motivi politici piuttosto che per motivi economici;

chiede alla Commissione e al Consiglio di dare impulso politico ai negoziati multilaterali nel contesto del GATT e di mantenere in tale foro un atteggiamento consono alle aspirazioni dei paesi in via di sviluppo, il cui potere negoziale è sempre minore, assumendo la difesa dei loro interessi;

ritiene che la mancanza di accordo nel contesto dei negoziati GATT potrebbe comportare la frammentazione del sistema economico internazionale in grandi blocchi commerciali regionali, con rischi di protezionismo all'interno dei vari blocchi;

lamenta che i tentativi di liberalizzazione del GATT siano in molte occasioni frenati dalla mancanza di intesa tra gli Stati Uniti e la Comunità, da alcune misure antidumping comunitarie e da accordi di restrizione volontaria delle esportazioni (VER - Voluntary Export Restraint Agreement) e constata, sulla base di informazioni GATT, che la Comunità attualmente detiene la metà dei VER sottoscritti dai paesi industrializzati, il 50% dei quali riguarda i paesi in via di sviluppo;

ricorda, sulla base di dati della Banca Mondiale, che se si consentisse l'accesso senza intralci ai mercati dei paesi industrializzati si potrebbero realizzare circa 55 miliardi di dollari di nuove entrate da esportazioni, il che equivale praticamente all'importo dell'aiuto ricevuto dai paesi in via di sviluppo;

invita la Commissione a promuovere iniziative e ad accordare il necessario aiuto finanziario alla creazione di flussi commerciali tra i paesi dell'Europa orientale, aventi una notevole domanda potenziale, e i paesi in via di sviluppo;

Sul Mediterraneo

ritiene che il bacino del Mediterraneo debba costituire una priorità comunitaria e reputa che gli accordi di cooperazione con i paesi del Mediterraneo, e i loro protocolli, vadano modificati quantitativamente (Accordo regionale globale, Banca euro-araba di sviluppo) e qualitativamente (cooperazione culturale, immigrazione e clausola sui diritti dell'uomo);

chiede alla Commissione e al Consiglio di prendere le iniziative necessarie per la convocazione di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione tra i paesi del bacino del Mediterraneo;

Sull'immigrazione

pone in rilievo che, sulla base di calcoli dell'ONU, entro il 2000, 10 milioni di immigranti dell'Est e del Sud potrebbero bussare alle porte della Comunità e ritiene che il problema dell'immigrazione debba essere affrontato globalmente dalla Comunità e non singolarmente dagli Stati membri; chiede alla Commissione di studiare la possibilità di una maggiore cooperazione per lo sviluppo economico dei paesi più colpiti dall'emigrazione;

sottolinea che la Comunità deve essere consapevole del nesso intercorrente fra protezionismo e immigrazione e del fatto che qualsiasi restrizione all'apertura dei mercati comunitari ai prodotti dei PVS contribuisce a provocare flussi migratori supplementari dal Sud verso i paesi del Nord, specie quelli della Comunità europea;

ritiene che la Comunità debba studiare soluzioni democratiche per tutti coloro che oggi vengono espulsi a causa della fame, delle guerre civili e del nazionalismo e debba risolvere positivamente le difficoltà che l'immigrazione crea in materia di lavoro clandestino, di condizioni di lavoro non contrattuali e di difetto delle garanzie di sicurezza sociale;

condanna tutti gli atti di razzismo, xenofobia e discriminazione per motivi di nazionalità, razza o religione e chiede ai governi degli Stati membri di promuovere e/o applicare norme severe contro tali atti; invita gli Stati membri della Comunità ad affrontare in modo democratico le aspirazioni delle minoranze e delle nazionalità;

ritiene che gli immigranti di qualsiasi provenienza debbano godere, contro gli atti di razzismo e di xenofobia, della stessa protezione prevista per i cittadini comunitari, anche con riferimento ai diritti fondamentali;

III. Sul dividendo della pace

lamenta, sulla base di fonti SIPRI, che si spendano attualmente nel mondo mille miliardi di dollari in armamenti e che, duranti gli ultimi 25 anni, le spese militari dei paesi in via di sviluppo siano andate aumentando al ritmo annuale del 7,5% (più del doppio del ritmo di crescita di queste stesse spese nei paesi industrializzati); osserva che nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo la percentuale del P.I.L. destinata a spese militari è uguale o superiore a quella destinata alle spese per la sanità e l'istruzione, il che dimostra che il volume delle spese militari assorbe risorse già scarse e rallenta il processo di crescita dei paesi in via di sviluppo stessi;

deplora i circa trenta conflitti in corso, in cui sono implicati più di quaranta paesi;

pone in rilievo che una riduzione annuale del 10% delle spese militari nella Comunità, negli Stati Uniti e in Giappone permetterebbe di raddoppiare gli aiuti al Sud e che i governi di tali paesi dovrebbero applicare misure per favorire la riconversione delle industrie belliche in industrie a scopi civili, e invita detti paesi e gli ex membri del Patto di Varsavia a perseguire, come minimo, un'analoga riduzione delle spese militari;

apprezza le conclusioni del Consiglio europeo del dicembre 1990, il quale, nel contesto degli orientamenti sull'Unione politica, ha incluso tra le competenze della Conferenza intergovernativa il coordinamento delle politiche in materia di esportazione e di non proliferazione degli armamenti;

chiede agli Stati membri della Comunità e agli altri donatori internazionali di separare nettamente l'aiuto allo sviluppo da quello militare, di limitare la vendita di armi in generale, di ridurre - nel contesto della cooperazione politica europea e della sicurezza esterna comune - la cooperazione bilaterale o multilaterale tra Stati con tutti quei paesi in cui le spese militari superino quelle per scopi sociali (istruzione, sanità, ecc.) e altresì di assoggettare a criteri il più possibile severi la concessione di licenze d'esportazione di armi;

è del parere che i concetti di pace e di sicurezza non si riferiscano solo alla sfera militare ma che esista una stretta interrelazione tra disarmo, sviluppo, diritti dell'uomo, democrazia e ambiente, la quale deve essere tenuta presente nell'elaborazione di una politica comunitaria di sicurezza esterna;

ritiene che la pace e la sicurezza non dipendano solamente dalla supremazia militare ma che altri elementi concorrano per dar loro stabilità:

-intesa politica mediante conferenze internazionali di pace,

-prevenzione mediante la limitazione delle vendite di armi e la registrazione internazionale delle vendite di armamenti a cura delle Nazioni Unite;

sottolinea la rilevanza di una cooperazione tripartita nel settore della cooperazione allo sviluppo fra l'Est, l'Ovest e il Sud e invita pertanto la Commissione - vista la mancanza di un'ampia piattaforma sociale per la politica di cooperazione allo sviluppo nei paesi esteuropei - a promuovere e appoggiare iniziative dirette a rendere le società di detti paesi maggiormente consapevoli di questa problematica, onde pervenire, con celerità, a un riorientamento della politica in questo settore;

invita la Commissione, il Consiglio e gli Stati membri a coinvolgere nella politica di cooperazione allo sviluppo, ove possibile, gli esperti, spesso poco utilizzati, presenti nei paesi dell'Europa orientale, sia direttamente sia nell'ambito di progetti, specie in quei paesi in via di sviluppo che appartenevano alla sfera d'influenza dell'ex blocco orientale;

IV.Sul nuovo ordine internazionale

ribadisce la necessità di un'Unione politica che coordini le politiche esterna, di sicurezza e di sviluppo della Comunità e permetta all'Europa di convertirsi nel catalizzatore della costruzione di un ordine internazionale pienamente partecipativo;

sottolinea che la trasformazione delle economie pianificate in economie di mercato costituisce un evento senza precedenti nella storia mondiale, ricorda che la fine dei totalitarismi nei paesi dell'Est non implica di per se la fine dell'ingiustizia sociale anche in quelli dell'Ovest e in quelli del Sud e chiede quindi con fermezza l'adozione di una politica comune volta a eliminare gli elementi conflittuali di segno Nord-Sud esistenti nella Comunità (xenofobia, fanatismo religioso, presunzione culturale, nazionalismo e neonazismo);

è convinto che senza la presenza di Stati di diritto non può esservi composizione di conflitti e che la Comunità deve essere garante dei diritti umani e dei diritti economici all'interno delle istituzioni internazionali;

ritiene che nelle relazioni internazionali si stia attualmente avviando un processo costituente per giungere al rinnovo delle Nazioni Unite, ove esiste lo spazio per un'integrazione ONU/CEE che dovrebbe portare la Comunità in quanto tale e alcuni paesi in via di sviluppo a far parte del Consiglio di sicurezza, per meglio garantire l'applicazione dei principi della Carta dell'ONU;

rileva che l'aumento della povertà, delle disparità sociali e dell'indigenza della maggioranza delle popolazioni dei paesi in via sviluppo conferma le lacune e il fallimento della cooperazione allo sviluppo così come è stata concepita finora e reputa urgente definire una nuova politica della cooperazione allo sviluppo a favore dei paesi del Sud, imperniata su nuove relazioni Nord/Sud, più democratiche sul piano politico e paritetiche su quello economico;

ritiene che la Conferenza di Rio (UNCED) potrebbe essere un'occasione per far progredire l'ordine mondiale in tale direzione, purché i paesi ricchi si impegnino risolutamente sul piano politico e finanziario e le decisioni di Rio si impongano nell'ambito dei grandi negoziati internazionali quale il GATT e in seno agli organismi economici multilaterali quali l'FMI e la Banca mondiale;

ritiene che la costruzione del nuovo ordine internazionale dipenda dall'accertamento dell'esistenza di processi democratici e dalla relazione tra sviluppo sostenuto e democrazia, che devono figurare sull'agenda delle relazioni tra Stati; è del parere che esistano ancora alcuni paesi con una storia inquietante di volazione dei diritti umani, i quali non possono arrogarsi alcun diritto nel processo di costruzione del nuovo ordine internazionale;

esige che le clausole a favore dei diritti umani siano inserite negli accordi di cooperazione con paesi terzi e chiede alla Commissione di presentare una relazione annuale sul rispetto dei diritti umani nei paesi con cui la Comunità coopera;

o o o

incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alla Commissione, al Consiglio, alla Cooperazione politica europea, ai copresidenti dell'Assemblea paritetica ACP-CEE e al Segretario generale delle Nazioni Unite.

 
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