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Dakli Astrit - 14 giugno 1993
I ribelli assediano Baku

Precipita la guerra civile in Azerbaigian: un migliaio di soldati fedeli al comandante ribelle Surat Gusseinov sono arrivati alle porte di Baku, la capitale della Repubblica.

Il Manifesto - Dakli Astrit

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Già da dieci giorni Surat Gusseinov tiene in pugno Gjandzha, seconda città del paese, e diverse altre località. Ora un convoglio di suoi uomini è arrivato alle porte della capitale azerbaigiana, Baku, dove ha intenzione di entrare per ottenere, »se necessario con la forza , la cacciata del presidente Abulfaz Elchibey e del suo governo nazionalista, accusati di incapacità nella condotta della guerra contro gli armeni.

Gli uomini di Gusseinov tengono prigionieri a Gjandzha alcune centinaia di soldati e funzionari fedeli al governo, tra cui diversi membri del governo. Ieri sera le truppe ribelli ancora non erano entrate a Baku, pur non avendo incontrato praticamente nessuna resistenza sul loro cammino, per aspettare l'esito dei negoziati intrapresi a Gjandzha dal loro comandante con l'ex leader comunista Gheidar Aliyev, negli ultimi giorni incaricato da Elchibey di aiutarlo a trovare una via d'uscita dal drammatico conflitto scoppiato in seno alle forze armate.

Aliyev ha rifiutato di assumere la carica di primo ministro offertagli dal suo avversario di sempre Elchibey in sostituzione del dimissionario Panakh Gusseinov: invece, ha chiesto i pieni poteri, che Elchibey per ora non ha accettato di concedergli perchè significherebbero di fatto la fine della sua presidenza.

Aliyev è stato segretario repubblicano del Pcus dal '69 all'83, restando poi fino all'87 il vero »uomo forte dell'Azerbaigian e facendo parte per anni dell'onnipotente Politburo del Pcus. Dopo il suo licenziamento da parte di Gorbaciov (il suo nome era coinvolto in tutti i maggiori scandali di corruzione) si era ritirato nella sua regione del Nakhichevan, una repubblica autonoma in seno all'Azerbaigian, dove in questi anni si è costruito un feudo inattaccabile stabilendo anche buoni rapporti sia (nei limiti del possibile) con l'Armenia che con i paesi confinanti, Turchia e Iran.

Non era ancora chiaro ieri quali fossero i termini della trattativa fra Aliyev (che in serata è rientrato a Baku) e Gusseinov: il primo per arrivare trionfalmente al potere in Azerbaigian, come certamente intende fare, ha bisogno che il secondo (già comandante delle truppe sul fronte del Nagorno Karabakh, licenziato da Elchibey tre mesi fa in seguito alle disastrose sconfitte subite) gli garantisca il ritorno dell'unità in seno alle forze armate dopo i tragici fatti di sabato scorso, quando alcune miigliaia di soldati fedeli al govemo tentarono invano di prendere il controllo di Gjandzha con la forza, provocando una settantina di morti.

Ma è difficile capire quali garanzie Aliyev possa dare al comandante ribelle, senza mettere a repentaglio la sua stessa legittimità. Per ora si sa che il 70enne leader del Pcus ha solo promesso che i responsabili governativi del massacro di Gjandzha »saranno puniti ,

Ma certo non è sufficiente: l'unica prospettiva sembra essere quella di una deposizione di Elchibey, o di una sua riduzione a figura rappresentativa senza potere, con l'estromissione dal govemo di tutti i suoi uomini; ipotesi che certo piacerebbe a Mosca (il silenzio russo sugli ultimi avvenimenti è istruttivo) ma che Elchibey rifiuta: egli ha detto ieri sera che intende »impedire con la forza che un piccolo gruppo di ribelli si impadronisca del potere nel paese, »ormai alle soglie della guerra civile .

Nella capitale i nazionalisti del Fronte popolare, il partito che ha portato Elchibey al potere un anno fa, hanno invitato la popolazione a preparare la resistenza contro la spedizione armata dei ribelli. Turchia e Usa secondo la Tass, hanno dichiarato di sostenere »il presidente democraticamente eletto ; ma le forze armate fedeli al governo sembrano da parte loro essersi quasi dissolte dopo i sanguinosi scontri di sabato scorso. Una parte continua a essere occupata al fronte, dove le forze armate armene del Nagorno Karabakh hanno approfittato del caos in seno agli avversari per lanciare un'offensiva strategica contro la città di Agdam, sede del quartier generale azero; mentre i reparti inviati per circondare e isolare i ribelli non hanno mosso un dito nei giorni scorsi quando questi ultimi si sono impadroniti di città importanti come Evlakh o Lenkoran, a più di cento chilometri da Gjandzha. Sicuramente fedeli a Elchibey sono la Guardia presidenziale e gli Omon, reparti speciali del ministero dell'interno.

Sul fronte opposto intanto, il presidente armeno Levon Ter Petrosian si è recato ieri a Stepanakert, capitale del Nagorno Karabakh, per cercar di convincere i leader locali ad accettare il piano di pace messo a punto dalla Csce, fermando l'attuale attacco in corso contro gli azeri.

La leadership del Karabakh si è negli ultimi giorni profondamente spaccata, con i capi militari che rifiutamo di seguire le indicazioni dei leader politici e di ritirarsi di conseguenza dalla regione azera di Kelbadzhar, occupata im marzo con un'azione condannata da tutta la comunità internazionale e, formalmente, dalla stessa Armenia.

 
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