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Contro-Conferenza Pacifista - 15 giugno 1993
Inutile trattare con chi usa il linguaggio delle armi. Più aiuti, più soldi per bombardare di verità i popoli

La Controproposta Pacifista - Il Giorno pubbblica alcuni stralci del comunicato stampa conclusivo della »contro-conferenza pacifsta svoltasi nei giorni scorsi a Vienna, parallelamente ai lavori del Forum dell ONG.

La Conferenza civica di pace e riconciliazione sull'ex Jugoslavia, promossa dal Verona Forurn, si è conclusa con una seduta dello Steering Committee a Vienna, alla vigilia dell'apertura della Conferenza Onu sui diritti umani, domenica 13 dugno 1993, nella sede della Fondazione Kreisky, nella villa del compianto cancelliere austriaco. Tra le varie attività che in questi giorni si sono svolte a Vienna, la Conferenza civica ha assunto un'importanza particolare: 60 personalità di rilievo di tutte le parti dell'ex Jugoslavia si sono ritrovate a discutere per due giorni di possibili iniziative di pace e riconciliazione con i rappresentanti di istituzioni internazionali quali Nazioni Unite, Comunità europea, Csce, Parlamento europeo, varie ambasciate tra le quali Italia, Danirnnarca, Gran Bretagna, Usa , Consiglio d'Europa, Banca europea Berd, Congresso Usa, Parlamento russo, organizzazioni per i diritti umani, chiese, ecc.

Una pre-conferenza tra i soli partecipanti jugoslavi aveva preparato il terreno. Uno degli scopi principali della Conferenza di Vienna, espresso nell'appello di convocazione, è stato cosi raggiunto: »La comunità e le istituzioni internazionali devono finalmente prestare ascolto alle forze democratiche e pacifiche dell'ex Jugoslavia, piuttosto che continuare a negoziare solo con i signori della guerra! .

I due co presidenti della Conferenza, Marijana Grandita (parlamentare austriaca) e Alexander Langer (parlamentare europeo sud tirolese), nel corso di un incontro con la stampa si sono mostrati soddisfatti, sostenendo che tocca ora alle istituzioni rappresentate alla Conferenza stessa trarne le debite conseguenze.

L'impressionante lista di partecipanti è la migliore garanzia che in tutte le parti dell'ex Jugoslavia esistono forze democratiche e pacifiche di rilievo: fin d'ora bisognerà riconoscere e sostenere una potenziale leadership alternativa per il dopo Milosevic e il dopo Tudjman. Ciò esigerà l'impiego di mezzi civili, politici e militari gli strumenti civili e politici sono più importanti, più umani e anche meno costosi: con quel che si spende per un soldato Onu o per un osservatore della Comunità europea in un giorno, si può finanziare una radio o un giomale per almeno due giorni e ottenere effetti molto più duraturi.

La Conferenza si è conclusa con l'adozione di una »Dichiarazione di Vienna in quattro parti:

1) sulla Bosnia Erzegovina: azione internazionale per l'imposizione di un cessate il fuoco e disarmo dei belligeranti garanzia per l'integrità del Paese isolamento efficace dei suoi confini; ritorno degli espulsi;

2) sulla prevenzione dell'estensione della guerra: si considera imminente il pericolo di estensione della guerra, specie in Kosovo, Macedonia, forse Vojvodina, e anche di un nuovo conflitto frontale serbo croato; si chiedono misure di distensione interna (soprattutto rispetto ai diritti dei serbi in Croazia e degli albanesi nel Kosovo)

3) sostegno alla democrazia e all'informazione: massima è la responsabilità dei mezzi d'informazione per la guerra, massimo puo essere il loro ruolo per la pacificazione;

4) sugli aiuti umanitari internazionali: si denunciano ricatti, minacce, sequestri, mercato nero, si critica che molti aiuti sono troppo limitati all'immediato e mancano di coordinamento e prospettiva (aiuti per il prossimo inverno dovranno essere preparati per tempo).

Sul dilemma nel quale si trovano i movimenti di pace, i partecipanti exjugoslavi della Conferenza di Vienna (serbi compresi) si sono infine così espressi: »Tutti noi siamo attivisti di pace, molti hanno rischiato la loro posizione, il loro lavoro e la loro vita per opporsi alla guerra e alle soluzioni militari. Oggi ci vediamo costretti a constatare che l'alternativa in Bosnia Erzegovina non è tra violenza e soluzione pacifica' ma tra l'uso legittimo, organizzato e mirato di mezzi militari, da un lato, e l'uso caotico di violenza senza alcun vincolo morale o legale. Non si può solo attendere la pace, bisogna inevitabilmente auspicare l'uso di mezzi militari internazionali e organizzati, se si vogliono salvare vite e valori umani .

 
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