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Paggi Mario - 17 gennaio 1956
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Le difficoltà della vita politica italiana possono essere risolte solo da una classe dirigente nuova e spregiudicata, che rifiuti i vecchi modi di guardare le realtà nuove, e reagisca alla stagnante mortificazione di oggi.

di Mario Paggi

SOMMARIO: Né i comunisti nè peraltro "gran parte della borghesia grossa" mostrano di aver capito quali conseguenze l'introduzione del suffragio universale abbia prodotto. I primi non avvertono quanto il concetto di classe sia oggi inadeguato, la seconda in fondo spera "nella sua reversibilità". Le difficoltà della situazione italiana potrebbero essere affrontate solo da una "classe dirigente nuova, spregiudicata", che "conquisti il paese" e lo avvi verso il superamento della "stagnante mortificazione di oggi". Potrebbe essere questo il compito del partito radicale. Esso dovrebbe prendere atto della "impossibilità" di colloquiare con la destra "sovversiva", come con il partito liberale; diverso il discorso per quanto riguarda i socialisti, ai quali i radicali sono, pur con molte diversità, accomunati dallo "sforzo comune di ammodernare una società e uno Stato invecchiati", e i comunisti, "dovendosi dare atto a questi di una più marcata volontà illiberale". Per la DC, senza avere nei confronti dei cattolici a

lcuna preclusione fideistica, i radicali dovranno stare attenti a respingere una politica che sia premessa "per la menomazione della autonoma dignità dello Stato italiano".

(IL MONDO, 17 gennaio 1956)

Il suffragio universale non è stato soltanto un mezzo per sostituire una sovranità ad un'altra, la sovranità di diritto storico alla sovranità di diritto divino; con le conseguenze naturali del suffragio universale certe rigidità sociali sono crollate, le società sono state rese più elastiche, il ricambio tra le classi sociali si è reso più attivo e frequente.

Si ha l'impressione che i comunisti (e i socialisti, laddove li seguono) non si siano accorti che gran parte della carica psicologica su cui poteva ragionevolmente contare Marx in un periodo di società semichiusa, per cui intiere generazioni di proletari vivevano in un effettivo mito di rivoluzione liberatrice, è oggi venuto a mancare, perché il dato obiettivo del "proletariato" è soggettivamente instabile e transitorio, formato storicamente com'è da proletari in fuga verso le classi piccole borghesi, da proletari incapaci di autoliberazione, e da piccoli borghesi discesi (ma talvolta bisognerebbe dire "saliti", in funzione della fitta rete assistenziale che copre oggi assai più l'area del proletariato qualificato che non quello di tanta parte della piccola borghesia) nella classe inferiore. La verità è che noi oggi stiamo avvicinandoci ad una situazione per cui più che di classi si può ragionevolmente parlare di "funzioni sociali". Il raggiungimento definitivo di questa situazione sarà il massimo trion

fo della democrazia.

D'altro lato, gran parte della borghesia grossa, specialmente in Italia, vive nella più assoluta incoscienza delle ineluttabili conseguenze politiche e sociali del suffragio universale (a cui deve la sua salvezza; basta osservare che il comunismo si è attuato proprio laddove questa misura non fu mai presa), o nella speranza della sua reversibilità; come se la esperienza del rafforzamento dei partiti comunisti dovunque la speranza si è trasformata in successo, non avesse nulla insegnato.

Per i comunisti l'errore iniziale di incomprensione si è in concreto e storicamente puntualizzato in una supina acquiescenza al partito trionfatore nello Stato-guida senza punto accorgersi che ciò implicava acquiescenza ad uno Stato estero, e accettazione di una esperienza del tutto diversa dalla nostra. Con la definitiva conseguenza di scontare sul terreno della politica interna gli errori di una politica estera, propri ed altrui.

Per la borghesia grossa l'errore di valutazione della nuova situazione politica e sociale creata dal suffragio universale, ha significato un tentativo di adattare ai propri interessi gli scampoli ideologici del marxismo, senza accorgersi che più essa si confina nella difesa dei propri interessi sezionali, più essa decade dal ruolo di classe dirigente politica, e cioè devota all'interesse generale.

Naturalmente gli errori di diagnosi e di impostazione dei singoli partiti non avrebbero grande importanza, se ad essi non aderissero sinceramente le grandi masse degli elettori. Oggi la situazione è pericolosa in Italia (e lo stesso discorso vale parzialmente per la Francia) proprio perché fra gli elettori di un partito (o di un gruppo di partiti) fedeli ad una visione di una superata società rigida, e gli altri elettori di una borghesia marxistizzata, il vantaggio chiarificatore, stimolatore e circolatorio del suffragio universale rischia di andare deluso, compromettendo gli sforzi più seri e costruttivi di tutta la storia moderna.

A queste difficoltà di uno schema valido presso a poco per tutto il mondo occidentalizzato, si aggiungono da noi i problemi derivanti dalla presenza "in loco" della Chiesa Cattolica, e dai nessi che la legano, nei loro contrasti e nelle loro convergenze, alla Società e allo Stato Italiano.

Le difficoltà che alla vita italiana derivano da questi contrasti, da questi errori, da queste antinomie, da queste paradossali convivenze di vecchi orizzonti critici e di nuove realtà, possono essere alleviate, soccorse, e alla lunga risolte, solo da una classe dirigente nuova, spregiudicata, che rifiuti i vecchi modi di guardare le realtà nuove, e conquisti i partiti, o comunque il paese, alle esigenze di uno sforzo supremo per combattere la stagnante mortificazione di oggi.

Se il partito radicale vuole operare questo sforzo di rottura delle cristallizzate posizioni politiche italiane, quanto precede serve a chiarire quale potrà essere la natura dei suoi rapporti con le attuali formazioni politiche; o meglio serve a chiarire perché lo sforzo del partito radicale sarà volto a creare un suo proprio colloquio diretto col paese, collocando in tale sforzo i problemi dei rapporti con gli altri partiti, nella misura in cui questi effettivamente - e non solo elettoralmente - sono rappresentativi di reali, vive esigenze di alcune delle nostre classi sociali.

Le premesse già servono a indicare la impossibilità di ogni colloquio con i partiti della destra sovversiva: in parte perché successori di una grossa tentazione contro il libero suffragio universale, che il radicalismo non può non considerare come il tipico strumento di creazione e di controllo della democrazia moderna, senza naturalmente con questo nascondersi la esigenza di certe revisioni tecniche e costituzionalistiche; e in parte perché vagheggianti ritorni impossibili, o possibili solo con lo schiacciamento delle migliori forze della vita italiana.

Con il partito liberale il problema comincia a farsi più complesso; e ciò non già per la recente data del "divorzio" (la civiltà liberale ha insegnato il dominio e il controllo dei sentimenti e dei risentimenti in politica) quanto perché una curiosa perplessità sembra aver colpito il partito liberale dopo la scissione. Si direbbe che dopo l'uscita della sinistra, la netta tendenza involutiva a destra del partito subisca una battuta d'arresto; onde vediamo che quegli stessi uomini che tanto osteggiarono il quadripartito dopo le elezioni del '53, che si dimisero per protesta contro i patti agrari, che in nessuna occasione nascosero la loro avversione alla legge Tremelloni e alla legge sugli idrocarburi, che eressero a leggenda la ormai sbiadita contrapposizione tra democrazia liberale e democrazia sociale, oggi procedono assai più cauti su questi terreni, e sembrano avere perduto la vocazione, da cui si dicevano mossi, di dar mano alla creazione della destra costituzionale italiana. Ma se appena ci affacc

iamo ad osservare le forze che qualificano il partito liberale, ci vince il sospetto che la vocazione troverà pronta riconferma.

Agli amici di quelli che una volta si chiamavano "partiti minori" il partito radicale dice adesso coi fatti, quello che per tanti anni - e invano - è stato predicato: le realtà sociali su cui si fondano sono talmente omogenee, che nessuna loro assurda e particolaristica divisione può dividerle; e le opportunità politiche che loro ancora si offrono sono legate alla loro capacità di non scoraggiare ulteriormente un corpo elettorale avvilito e depresso. Questo dica in maniera nettissima che lo spirito che muove i radicali non si arresta alle soglie di una scissione, ma intende porsi al servizio di nuove, vaste, necessarie fatali confluenze. Giunti al discorso coi socialisti, converrà ancora una volta distinguere tra le forze che li seguono, e il partito che li rappresenta. Agli operai, ai contadini e alla piccola borghesia italiana noi guardiamo come ai reali interpreti di tanta parte della lotta politica italiana, e non come a elementi immobili e fissi di un superato schematismo sociologico. Noi abbiamo d

a proporre agli operai, ai contadini, alla piccola borghesia una forma di liberazione diversa da quella proposta dai socialisti. Essa consiste nell'agevolare con mezzi politici, giuridici ed economici il più rapido ricambio possibile nella società italiana, onde rendere il meno permanenti possibile le condizioni soggettive di indigenza, sforzandoci di renderle impossibili in linea oggettiva.

Non riusciamo a credere che la liberazione del proletariato consista soltanto nelle nazionalizzazioni e nelle statizzazioni, anche perché dal marxismo abbiamo ben accettato la lezione che ravvisa nei detentori del potere economico i detentori del potere politico. E pertanto, se siamo disposti a seguire una politica che mira a spezzare nelle mani di alcune oligarchie private un potere economico suscettivo di sconfinare in potere politico, non siamo disposti a creare alla leggera nuove oligarchie, che sempre private sarebbero anche se impersonate in pubblici funzionari.

Questa volontà di tutela dell'interesse generale ravvisato nel raggiungere e mantenere la massima elasticità possibile alla società italiana determina il nostro interclassismo, ben diverso dunque da quello democristiano di natura meramente fideistica, e quindi vittima necessaria essa stessa di una lotta di classe al suo interno. Chiarito il discorso sulle forze, resta semplificato il discorso dei rapporti del partito radicale col partito socialista. Noi diamo atto al partito socialista che esso rappresenta, oggi, gran parte delle forze migliori della nostra società, noi diamo atto al partito socialista della sua energica azione di propulsione per l'attuazione delle leggi costituzionali: noi rimproveriamo però al partito socialista la sua indifferenza ai problemi strutturali della laicità (che conduce all'errore di votare anche quella parte della legge di perequazione tributaria che continua il vetusto errore di una politica demografica), noi rimproveriamo al partito socialista un immobilismo nei suoi ra

pporti col partito comunista, che assomiglia - anche nelle sue conseguenze funeste - all'immobilismo che esso rimprovera ai suoi avversari. La misura dei rapporti del partito radicale col partito socialista starà dunque tutta e soltanto nello sforzo comune di ammodernare una società e uno Stato invecchiati, fino ai limiti in cui non si faccia prevalente una volontà decisamente illiberale.

Il discorso sui socialisti vale naturalmente in parte anche per i comunisti, dovendosi dare atto a questi di una più marcata volontà illiberale. Naturalmente grava in modo pesante sui rapporti coi comunisti la loro incapacità di uscire dalla troppo evidente sudditanza nei confronti della Russia, a giustificare la quale non basta la esatta osservazione che nei limiti in cui essi rappresentano una grossa aliquota dell'elettorato italiano, la loro opinione può essere disattesa più facilmente nelle parole che nei fatti. E poiché anche ai comunisti capita talvolta, e sia pure non volendo, di compiere una funzione liberale, ogni volta che essi in tale funzione agiranno, il partito radicale non ha veti teologici da opporre.

Il discorso sui rapporti tra il partito radicale e la Democrazia Cristiana non può prescindere da alcune osservazioni preliminari: la democrazia cristiana è oggi il maggior partito di governo; essa si presenta talvolta come portatrice di rivincite fideistiche sull'ultima storia italiana; il suo interclassismo - giustificato da un cemento extrapolitico - la rende suscettiva di vari e contraddittori atteggiamenti.

Ciò serve a chiarire che il partito radicale non commetterà l'errore contro il giudizio storico di misconoscere la importanza fondamentale dell'intervento delle masse cattoliche nel vivo della vita statuale italiana; esso tuttavia non commetterà l'errore contro di sé e contro quello che reputa il fondamentale interesse nazionale, di favorire una politica volta a fare dell'intervento delle masse cattoliche una premessa per la menomazione della autonoma dignità dello Stato italiano. Su questo terreno, che implica una serie notevole di conseguenze su alcuni campi fondamentali delle attività del paese, dalla politica interna alla scuola, alla famiglia, sino ad alcuni indirizzi di natura economica, il partito radicale non potrà in alcun modo piegarsi a nessun compromesso. Per questo esso dovrà sempre e nettamente affermare la indistruttibile autonomia della propria azione politica, e rifiutare - ad esempio - ogni apparentamento di carattere elettorale, anche se talvolta la composita natura della Democrazia c

ristiana dovesse offrire particolari tentazioni. Tale composita natura può invece offrire parecchie opportunità di accordo, ogni volta si tratti di affrontare con risoluta energia riforme volte ad una maggior elasticità della economia e della società italiana.

Il partito radicale non scende dunque in campo per appoggiare gli uni o gli altri dei protagonisti della nostra battaglia politica. Esso ha soluzioni sue proprie da proporre per ogni problema nazionale; e appunto per questo esso, qualunque siano le sue forze, intende essere un protagonista, e non un "minore" nello schieramento politico italiano. Talvolta la suggestione delle soluzioni esatte si impone anche contro l'aritmetica dei voti.

 
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