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Salvadori Massimo - 1 dicembre 1956
RADICALISMO E LIBERTA'
di Massimo Salvadori

SOMMARIO: Trattasi di un fascicoletto di 53 pagg. a scopo didascalico-propagandistico, redatto da Massimo Salvadori, uno dei fondatori del Partito radicale, per illustrare le ragioni e gli obiettivi del partito appena nato. E' quindi accettabile la datazione - dicembre 1956 - che quì viene proposta in assenza di elementi certi. Nell'impossibilità di sommarizzare un testo molto frammentario, concepito come è in forma di repertorio per "voci", si rinvia all'Indice, dove sono registrati e spiegati tutti i temi giudicati necessari per mettere a fuoco un panorama ideale del moderno radicalismo. Il fascicolo ha il crisma di pubblicazione èdita "a cura" del Partito radicale, ed in effetti esprime una visione mediana della cultura e degli ideali politici della classe dirigente "moderata" che costituì fino al 1962 il centro ideale del Partito.

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INDICE

PREMESSA

I - PER COMINCIARE: Universalità della libertà - La religione della libertà - Libertà per tutti - Un po' di storia - Nell'epoca moderna - Un nuovo partito - Gli altri partiti.

II - PRINCIPI: Intendersi - Definizione - Pluralismo - Diritti dell'uomo - Stato di diritto - Autogoverno - Stato e Chiesa - Stato ed economia - Uguaglianza - Non uniformità - Diffusione del potere politico - Diffusione della proprietà - Perequazione dei redditi - Istruzione per tutti - La formula radicale - Anticonservatorismo - Anticlassismo.

III - PUNTI PROGRAMMATICI:

A) STATO E CHIESA: Separazione tra Stato e Chiesa - Libertà per i cattolici osservanti e non osservanti - Libertà per i non cattolici - L'art. 7.

IV - PUNTI PROGRAMMATICI:

B) ISTRUZIONE PUBBLICA: Scuole statali a disposizione di tutti - Formazione del cittadino.

V - PUNTI PROGRAMMATICI:

C) BUROCRAZIA: Snellire la burocrazia - Contraddizione.

VI - PUNTI PROGRAMMATICI:

D) ECONOMIA: Fine, metodo e volontà - Miseria - Il problema immediato: solidarietà - Sette punti - 1) Pulizia delle imprese di Stato - 2) Libero mercato - 3) Lotta contro i monopoli - 4) Pulizia del sistema tributario - 5) Investimenti - 6) Agricoltura: proprietà e produttività - 7) Azionariato industriale - Antidogmatismo.

VII - PUNTI PROGRAMMATICI:

E) LA DIGNITA' DEL LAVORO: Reddito - Sicurezza materiale - Assistenza - Conflitti del lavoro.

VIII. - L'AZIONE DEL PARTITO RADICALE: Uscire dal pantano - Punti fermi - Lotta contro i monopoli - Le società per azioni - I telefoni - Aree fabbricabili - Mercati Generali - Energia nucleare.

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PREMESSA

Le pagine che seguono non sono le "tesi" di un'ideologia; non sono un programma. Esprimono semplicemente le idee di chi firma e di quanti si troveranno d'accordo con l'autore. Vorrebbero rappresentare un contributo a quella discussione sulla libertà ed i suoi problemi di cui abbiamo più che mai bisogno per trovare senza incertezza la via da seguire, per porre fine a quell'involuzione autoritaria che oggi guadagna terreno, in Italia e fuori. Queste pagine non possono interessare che coloro i quali condividono la convinzione dell'autore che la difesa della libertà ha la precedenza su qualsiasi altra preoccupazione.

I. - PER COMINCIARE

Sommario: Universalità della libertà - La religione della libertà - Libertà per tutti - Un po' di storia - Nell'epoca moderna - Un nuovo partito - Gli altri partiti.

UNIVERSALITA' DELLA LIBERTA'

Radicalismo significa volontà di libertà; significa voler agire affinchè tutti siano liberi. Sono nemici dei radicali tutti coloro che negano la libertà, oggi in Italia i nazionalfascisti, i nostalgici del fascio littorio e della corona, le gerarchie clericali e quanti sono ad esse ligi, i glossatori del marxismo-leninismo ed i loro seguaci. Radicalismo significa libertà per tutti e in tutti i campi delle attività umane: in questo i radicali si differenziano da una parte dai conservatori, anche quando abusivamente si autodefiniscono liberali, dall'altra parte da quanti, a destra o a sinistra, pur essendo a volte sinceramente attaccati all'idea di libertà, fanno del classismo liberista o collettivista il punto centrale del loro pensiero ed il cardine della loro azione politica. Il concetto fondamentale del liberalismo radicale è uno solo: il valore universale della libertà. Per questo occorrono la distruzione dei privilegi e l'eliminazione delle discriminazioni; per questo occorre esigere l'uguaglianza d

ei cittadini nell'ambito di libere istituzioni.

LA RELIGIONE DELLA LIBERTA'

In nome della libertà siamo stati durante il ventennio avversari del fascismo, abbiamo partecipato alla Resistenza, abbiamo contribuito all'affermazione dei principi che reggono la Repubblica italiana. Sentiamo profondamente quella "religione della libertà" di cui scrisse e da cui era animato Benedetto Croce. Abbiamo sofferto quando, nel lontano 1924, vedemmo figurare i nomi di molti che credevamo sinceramente devoti alla causa della libertà, nel listone preparato dai gerarchi fascisti. Avevamo sperato che quello fosse un errore che mai si sarebbe ripetuto. Ma anche oggi, vediamo molti che si dicono liberali tradire la libertà mettendosi al servizio del privilegio clericale e del privilegio economico. La nostra posizione è rimasta immutata. L'aggettivo radicale esprime la chiara e ferma convinzione che la libertà è il massimo bene; ieri, oggi e domani; per me come per te, per tutti.

LIBERTA' PER TUTTI

Si è manifestato ancora una volta il contrasto insanabile tra coloro che intendono per libertà solo la loro libertà, cioè il privilegio; e coloro che odiano il privilegio, qualsiasi privilegio, che hanno della libertà un concetto generoso, che vogliono che si metta fine alla divisione tra eletti e reprobi, tra ricchi insolenti e poveri asserviti, tra chi comanda e chi ubbidisce, che si realizzi nei fatti l'uguaglianza morale di tutti gli esseri umani. E' il vecchio contrasto tra l'egoismo che inaridisce, che avvizzendo la libertà finisce con il distruggerla; e la generosità - fraternità la chiamavano una volta, solidarietà la chiamano i sociologhi - che vivifica, che apre agli uomini la strada del progresso, che distruggendo le barriere imposte dall'uomo all'uomo, mira a creare la libera società di cittadini liberi e uguali. Chi è per la libertà come privilegio è a destra; anche se al principio era forse un onesto conservatore finisce con il diventare un reazionario, con il confondersi con quanto di più

gretto e di più odioso esista nella nazione, il nazionalfascismo di ieri, il clericalismo di oggi, l'egoismo monopolista di sempre. Solo chi è per l'universalità della libertà è davvero a sinistra perchè non vi è limite all'espansione ed alla diffusione della libertà stessa, perchè superato un ostacolo, ve ne è sempre un altro da superare. Il radicalismo è la libertà di tutti; e per essa sono morti liberali come Amendola e Gobetti.

UN PO' DI STORIA

Sottili disquisizioni teoriche su libertà e democrazia, ragionamenti fini su la "vera" libertà e la "vera" democrazia dei nazionalfascisti, dei clericali e dei comunisti, non interessano. La storia, l'esperienza umana che conta più di qualsiasi teoria, ci dice chiaramente cosa sia il liberalismo radicale. In 2066 anni, dal 133 a.C. al 1933, nei venti secoli che sono trascorsi, sono cambiate le civiltà; sono scomparse antiche e nobili nazioni; altre ne sono apparse; la penisola che due volte fù il centro del mondo civile si trova oggi ai margini della civiltà cui appartiene; il continente dall'altra parte dell'oceano una volta disabitato o quasi è diventato lo Stato più potente, più florido e più progredito del mondo. Vi è stato un immenso progresso: il raggio d'azione dell'individuo si è allungato a dismisura. Eppure vi è qualcosa di comune fra Tiberio Gracco del 133 a.C. e Franklin Roosevelt del 1933. Sono cambiati i nomi e i titoli dei protagonisti: tribuno della plebe l'uno, presidente della repubbli

ca americana l'altro. Sono cambiati i nomi dei movimenti: parte popolare allora, Partito Democratico oggi. Sia Gracco che Roosevelt erano dei radicali; tutti e due erano profondamente convinti della superiorità di uno Stato basato sulla libertà sopra qualsiasi altra forma di organizzazione politica; tutti e due erano profondamente convinti che per salvare la libertà non vi è che un mezzo: diffonderla, ampliare la sfera entro cui agisce.

Tutti e due erano nemici dei conservatori. Tutti e due erano nemici dei falsi progressisti, di quanti, illusi o ipocriti, camuffano con il nome di libertà vera una dittatura che vale quanto tutte le dittature, cioè niente.

NELL'EPOCA MODERNA

Nell'epoca moderna, il movimento radicale esiste da quasi due secoli. Ebbe inizio in Inghilterra, la patria del liberalismo, verso il 1760. I discendenti di coloro che erano stati i rivoluzionari di due generazioni prima, che avevano abbattuto l'assolutismo monarchico, che avevano indebolito la presa esercitata sulle menti dall'oscurantismo di sette fanatiche e dogmatiche, che avevano aperto a tutte le nazioni in tutti i continenti la via della libertà, erano diventati dei conservatori. Quella libertà di vivere la propria vita che i nonni avevano chiesto per sè, i nipoti negavano agli altri, esattamente come volle fare la Destra italiana di ottanta anni fa, esattamente come vogliono fare sempre e dovunque tutti i conservatori. I radicali inglesi di due secoli fa, chiedevano quello che chiediamo noi: che venissero spezzate le oligarchie, che si procedesse verso una maggiore uguaglianza. I radicali, provenienti da tutte le classi, popolane, borghesi ed aristocratici, diedero la spinta che portò alla trasf

ormazione della nazione inglese, prima nel partito liberale in cui si opponevano al conservatorismo nazionalista dei whigs, poi nel partito laburista, in cui combattono il dottrinarismo collettivista, il centralismo democratico, la burocratizzazione della vita, cari a quanti si richiamano alle formule antiquate del socialismo marxista e non marxista del 19· secolo. Sono stati radicali in Francia, in Svizzera, nella Germania guglielmina e in quella Weimariana, nei paesi scandinavi, quanti si sono adoperati per una sempre maggiore diffusione della libertà. Sono radicali i liberali olandesi che collaborano con i socialdemocratici nel partito del lavoro. Sono radicali i New e i Fair Dealers americani, l'ala dominante del Partito Liberale canadese, quanti in nome della libertà si agitano contro le dittature dell'America latina.

UN NUOVO PARTITO

"Un nuovo partito! Che vuole? A che cosa serve?", chiedono critici ed avversari, sia che si tratti di quei malpensanti detti benpensanti ai quali tutto ciò che è nuovo porta disturbo, sia che si tratti di quanti insofferenti, a ragione, delle condizioni di miseria, di corruzione, di discriminazione che esistono in Italia hanno dato la loro adesione a movimenti spesso generosi ma non sufficientemente dotati di senso della libertà. Cosa vogliono i liberali radicali, lo si può dire in poche parole: salvare quella libertà che a prezzo di sofferenze, di sangue e di pianto, la nazione italiana si era conquistata nel 1943-46. Al privilegio fascista si stanno sostituendo sempre più, con un crescendo che è diventato ormai preoccupante, due altri privilegi: a) il privilegio clericale che ci vuol far ritornare all'oscurantismo più cieco e più retrogrado dei secoli passati, che ha come elemento animatore l'organizzazione ecclesiastica creata dalla contro-riforma di quattrocento anni fa e che alla contro-riforma con

tinuamente si richiama; b) il privilegio economico della piccola minoranza miope e gretta che non vede che il proprio interesse immediato ed è incapace di risolvere i problemi della disoccupazione e della semi-occupazione di un quinto dei lavoratori italiani, condannando un quarto della popolazione a vivere in condizioni di dolorosa miseria, e che in numerosi settori dell'agricoltura e dell'industria mantiene sistemi antiquati di produzione e di condizione.

GLI ALTRI PARTITI

"Ma ci sono altri partiti che vogliono la stessa cosa", obiettano critici ed avversari. Sì, parliamo tutti di libertà e di democrazia (indice questo della potenza di queste due idee), come parliamo tutti di prosperità e di pace. Occorre vedere cosa si mette in queste parole che sulla bocca di molti non sono che vischio per accalappiare gli ingenui. I fascisti parlavano di libertà ed intendevano dittatura. Definendo 55 anni fa la posizione della democrazia cristiana, Leone XIII, padre spirituale del cattolicesimo politico di oggi, uomo dalla mente libera e dalla volontà chiara, scriveva che i cattolici intendono per democrazia il governo paterno sollecito dei suoi sudditi, cioè la solita rifrittura del vecchio autoritarismo clericale paternalista. I comunisti hanno dimostrato che per pace intendono di solito quello che noi chiamiamo guerra. Per i conservatori prosperità sono i profitti elevati del capitale concentrato nelle mani di poche decine di migliaia di industriali, banchieri e proprietari agrari.

Quello che vogliono i radicali è la libertà come massima autonomia del singolo, la democrazia come responsabilità dei cittadini e autogoverno, la pace come mancanza di conflitti, la prosperità come il benessere di tutti - partendo da chi più ne ha bisogno, da chi oggi vive nella miseria e nella miseria non deve vivere.

II. - PRINCIPI

Sommario: Intendersi - Definizione - Pluralismo - Diritti dell'uomo - Stato di diritto - Autogoverno - Stato e Chiesa - Stato ed economia - Uguaglianza - Non uniformità - Diffusione del potere politico - Diffusione della proprietà - Perequazione dei redditi - Istruzione per tutti - La formula radicale - Anticonservatorismo - Anticlassismo.

INTENDERSI

"C'è voluta - scrivevo alcuni anni fa in Problemi di libertà - l'eroica fatica di pseudo-intellettuali per scoprire un senso astruso alla parola libertà. Non sono forse riusciti a dimostrare che l'uomo più libero è quello che si trova in prigione? che maggiori sono i vincoli e maggiore è l'autonomia? che la dittatura conduce ad una migliore, se non maggiore, libertà della democrazia? che l'obbligo di ubbidire agli ordini dettati da altri è il mezzo più sicuro per rendere più piena l'autonomia del singolo? Propagandisti fascisti, predicatori gesuiti, attivisti comunisti ci hanno tutti parlato di vera libertà e di vera democrazia. Troppi hanno dato loro ascolto".

DEFINIZIONE

Libertà non è altro che l'autonomia dell'individuo, vale a dire la possibilità per ognuno a) di decidere da sè su quello che vuol fare, b) di agire a secondo della sua decisione. Riconosciamo l'esattezza delle critiche mosse dalla scuola socialista e comunista nei riguardi dei difetti e delle lacune delle società liberali del secolo scorso e di questo secolo.

Queste critiche si possono ridurre ad un concetto fondamentale: non c'era, e non c'è oggi in Italia e altrove, sufficiente uguaglianza per rendere effettiva la libertà di tutti. Con le critiche siamo d'accordo: non siamo più d'accordo quando nello sforzo di correggere i difetti e di riempire le lacune si dimentica lo scopo di tale sforzo e si mira a creare una società in cui l'autonomia del singolo viene a scomparire, quando ossessionati dalla "costruzione del socialismo" si rimette in auge il dispotismo dei secoli passati.

PLURALISMO

I radicali rigettano incondizionatamente il concetto di una società in cui vi siano una sola idea e un solo partito. Se per classi s'intende la differenziazione tra chi ha il monopolio del comando e chi ubbidisce, tra chi possiede e chi non possiede, tra chi sta sopra e chi sta sotto, occorre essere contro le classi. Ma se per classi s'intende la differenziazione non precostituita e posta invece sul medesimo livello, di gruppi economici e sociali, di chi lavora nei campi e chi lavora nelle officine, di chi organizza il lavoro e chi eseguisce, occorre riconoscere che questa è condizione indispensabile di una vita migliore. Libertà è varietà così come è movimento, o almeno possibilità di movimento.

Significa in primo luogo espressione e circolazione di idee, possibilità di azione. Significa poter passare da un gruppo sociale ad un altro. Significa possibilità di creare qualcosa di nuovo, di allontanarsi dal conformismo in cui sempre si cerca di strozzare l'individualità del singolo. Dove c'è libertà, vi è pure una molteplicità di esperienze. Ne deriva che per essere liberi occorre anche essere tolleranti. La tolleranza, che permette la coesistenza di tendenze, aspirazioni e interessi diversi, è il complemento naturale della libertà.

DIRITTI DELL'UOMO

Per libertà s'intende il diritto di ognuno di vivere la sua vita, così come più mi aggrada, purchè non rechi disturbo agli altri. S'intendono i diritti dell'uomo e del cittadino, veri oggi e domani come lo erano ieri: la libertà di pensiero, di coscienza, di espressione (che veniva chiamata di stampa), di associarsi volontariamente con chi più ci sembra vicino alle nostre idee ed ai nostri interessi. Queste libertà non sono sorpassate, e non sono astratte; ma sono la base di ogni società libera. Quanti applaudivano trent'anni fa alla reazione hanno compreso a loro spese cosa significava esser privati di queste libertà quando la dittatura iniziò le guerre che durante un decennio riempirono le fosse di morti e coprirono l'Italia di rovine. Cominciano ad accorgersene oggi quei comunisti che dopo aver inneggiato per quarant'anni alla dittatura liberatrice, hanno scoperto che non esistono dittature liberatrici, che la schiavitù è una, così come la libertà è una. Se ne accorgono quanti, avendo parlato disprez

zantemente di astrattezza, si trovano poi di fronte ad un plotone di esecuzione, negazione concreta della libertà astratta.

STATO DI DIRITTO

Le leggi devono comandare, e non l'arbitrio di uno, di pochi o di molti: le leggi che sono emanazione della volontà chiaramente espressa della maggioranza dei cittadini, che si ispirano ai principi fondamentali di una libera società, che vengono applicate con una procedura rigorosamente determinata. "Formalismo sciocco ed inutile" dicono gli estremisti di ogni colore. E' invece il rispetto della procedura che protegge e garantisce la liberà del singolo, che spesso, è vero, può irritare e rendere impazienti, però abolisce l'arbitrio subordinando a regole uguali per tutti la volontà sia di maggioranze che di minoranze, che richiede l'opera di una magistratura indipendente e moralmente ineccepibile.

AUTOGOVERNO

Chi è per la libertà, rifiuta incondizionatamente qualsiasi governo che non si basi sulla volontà liberamente espressa dalla popolazione, inclusi i sistemi pseudo-democratici basati su elezioni guidata, controllate, o qualunque altro aggettivo si voglia usare per dire che i cittadini votano come sono obbligati a votare. Libertà politica è la democrazia rappresentativa, la libera scelta di candidati prima delle elezioni e la libera scelta fra candidati il giorno delle elezioni. Ci si dice che questa è libertà formale, insufficiente: certo occorrono le condizioni che diano a tutti una medesima capacità di partecipare alle elezioni, di formarsi un'opinione, di compiere una scelta. Anche se insufficiente, è, nel campo delle attività concrete, la libertà senza la quale nessun'altra può esistere; democrazia come organizzazione della libertà è autogoverno, al centro come alla periferia, nella capitale come nelle regioni, nelle provincie, nei comuni.

STATO E CHIESA

La divisione dei poteri è fondamentale in ogni democrazia liberale. Troppo spesso però ci limitiamo a considerare solo la distinzione tradizionale tra potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario. La separazione tra Stato e Chiesa rientra nell'ambito di quella divisione dei poteri che è garanzia indispensabile di libertà. Qualsiasi possano essere le buone intenzioni, chi esercita il potere tende ad abusarne; maggiore il potere, maggiore l'abuso. In una nazione non vi è soltanto il potere politico; in Italia in particolare è bene organizzato e presente dovunque il potere ecclesiastico; se questo riesce ad identificarsi con lo Stato, come sta avvenendo da anni con la complicità del partito della democrazia cristiana, nella quale si è camuffato il clericalismo tradizionale, addio libertà. Non solo è necessaria, se non si vuole arrivare allo Stato confessionale nemico di ogni libertà di pensiero e di coscienza, la separazione tra potere ecclesiastico e quello politico: occorre in Italia che il

potere politico sia sufficientemente forte da reprimere gli abusi di quello ecclesiastico, da contenerlo nella sua funzione di provvedere di aiuto spirituale quelli che tale aiuto richiedono e solo quelli.

STATO ED ECONOMIA

Lo stesso vale per il potere economico. Il dibattito tra liberisti e dirigisti, tra privatisti e collettivisti va visto alla luce dei vantaggi o degli svantaggi che la libertà ricava da una struttura economica piuttosto che da un'altra. Per un liberale l'unico assoluto è la possibilità autonoma di scelta nei riguardi sia di idee che di azioni. La libertà economica, il liberismo integrale di cui i conservatori si fanno paladini (salvo poi a gettarlo a mare appena sorga il pericolo di crisi) sono subordinati a quell'assoluto, non possono mai essere essi stessi l'assoluto. L'evidenza dei fatti è chiara: un'economia privata caratterizzata da una forte concentrazione di proprietà nelle mani di pochi è nemica della libertà; i monopoli privati sono tanti feudi che rendono illusoria la libertà dei cittadini; d'altra parte una economia integralmente collettivistica è incompatibile con la libertà; le imprese nazionalizzate, se manca il controllo del parlamento, diventano benefizi di cricche politiche. Occorre arr

ivare a ciò a cui sono già arrivate le democrazie liberali e socialdemocratiche dell'Europa nord-occidentale e dell'America del Nord: la separazione tra economia privata e economia pubblica, la repressione delle tendenze monopolistiche nella economia privata, il controllo effettivo del parlamento sulle aziende di Stato, affinchè non diventino feudi di gruppi politici.

UGUAGLIANZA

Fin qui è possibile essere d'accordo con tutti coloro che accettano i principi fondamentali del liberalismo (anche se resta la distinzione che per i radicali i diritti dell'uomo, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto sono verità profondamente sentite mentre per tanti altri che ne parlano sono parole prive di sostanza). Il punto di maggiore contrasto riguarda l'uguaglianza dei cittadini. Contrariamente ai socialisti di un secolo fa ed ai comunisti di oggi che credono d'identificare la libertà nell'uguaglianza, accettiamo il fatto per sè evidente che si tratta di valori diversi. Però essi e le istituzioni che ne derivano, sono intimamente collegati. E' impossibile parlare di libertà dell'individuo se non si ammette la capacità dell'uomo di prendere decisioni che sono valide per il semplice fatto che sono le sue, se non si riconosce la sufficienza della ragione nei riguardi delle nostre azioni. Non è possibile concepire una società libera se non si accetta il fatto che tutti i suoi membri sono

capaci di decidere per conto loro, che non sono minorenni, che tutti siamo fondamentalmente uguali. Basta guardarsi intorno per convincersi che la istruzione non dà il senno, che gli esperti capiscono talvolta meno dei non esperti, che quanti boriosamente si vantano di appartenere alle élites compiono errori esattamente come gli umili che alle élites non appartengono.

NON UNIFORMITA'

Uguaglianza non è uniformità, non è l'abolizione delle differenze. Significa che uomini e donne, gente dalla pelle bianca e dalla pelle non bianca, individualisti e socialisti, credenti e miscredenti, dirigenti d'impresa e loro dipendenti, agricoltori, professionisti ed operai, si trovano tutti su di un medesimo livello. Per essere sul medesimo livello non occorre eliminare la distinzione tra chi esercita una funzione e chi ne esercita un'altra, occorre arrivare ad una equa distribuzione di potere. L'uguaglianza giuridica non è sufficiente per assicurare la libertà dei cittadini. Occorre che non vi sia un divario eccessivo tra i mezzi di cui uno dispone per poter decidere (preparazione intellettuale) e per poter agire (capacità economica soprattutto) e i mezzi di cui un altro dispone. Se il divario è eccessivo, i più forti assoggetteranno i più deboli e si ritornerà ad una qualsiasi variante di un sistema dittatoriale anche se gabellato come democrazia integrale, democrazia popolare o altro. Gli element

i che sono fonte di potere sono soprattutto: lo Stato, la proprietà e l'istruzione. La lotta per la libertà non può essere dissociata dalla lotta per la equa distribuzione del potere politico, del potere economico e del potere che deriva dalla preparazione intellettuale.

DIFFUSIONE DEL POTERE POLITICO

Sulla necessità del suffragio universale i radicali si trovano d'accordo con molti che si ispirano a concetti diversi. Sulla necessità di osservare rigorosamente nel campo politico la divisione dei poteri l'accordo è minore. Come i movimenti di destra vorrebbero distruggere l'autonomia del potere legislativo assoggettandolo completamente a quello esecutivo, così i movimenti di sinistra tendono spesso a distruggere l'autonomia del potere esecutivo, (e non si accorgono che così facendo in realtà lo rafforzano perchè una volta integrati potere legislativo e potere esecutivo è questo che finisce con il prendere il sopravvento, come stava avvenendo nell'Inghilterra laburista e nella Francia socialista). Sulla necessità di combattere la centralizzazione burocratica, vi è spesso ancora meno accordo.

DIFFUSIONE DELLA PROPRIETA'

Suffragio universale, libere elezioni, cariche ed uffici pubblici aperti a tutti: la formula con la quale si ottiene il massimo di diffusione del potere politico è relativamente semplice. I più credono che per la diffusione del potere economico, le difficoltà sono invece gravi. Ciò non è esatto e l'esempio di altre nazioni mostra in quale direzione occorre avanzare. Il potere economico deriva in primo luogo dal possesso di proprietà e dall'uso che si ha il diritto di farne (per proprietà intendendosi i beni di consumo duraturi come i beni di produzione, il lavoro come la terra ed il capitale; nel lavoro includendo anche l'abilità organizzativa, lo spirito d'intrapresa, l'esperienza che acquistano operai, tecnici, professionisti, ecc.). I conservatori ed i reazionari sono per il privilegio della proprietà privata, in particolare del capitale, i collettivisti sono per l'abolizione della proprietà privata: basta guardare all'esperienza di questi ultimi cinquant'anni per arrivare alla conclusione che sia il

privilegio voluto dagli uni che l'abolizione voluta dagli altri sono incompatibili con la libertà. Sia il privilegio che l'abolizione creano un accentramento di potere nelle mani di pochi che rende illusoria la libertà degli altri. Resta come soluzione la massima diffusione della proprietà che si attua non con le formule gandhiane della piccola proprietà terriera e dell'artigianato ma: a) con la partecipazione di milioni di cittadini all'azionariato industriale (come avviene negli Stati Uniti); b) con le cooperative di produttori agricoli (come avviene nella Nuova Zelanda, in Danimarca, in Olanda e in Svizzera); c) con i salari elevati che permettono di acquistare in quantità ragguardevoli i beni di consumo; d) con le assicurazioni sulla vita che costituiscono tanto capitale di cui il singolo dispone e che danno la sicurezza economica alle famiglie. La proprietà delle aziende economiche è una cosa; la gestione - nel mondo industriale moderno - è un'altra. Per l'efficienza della produzione e della distribuzi

one dei beni occorrono le grandi imprese: anche se la proprietà di un'azienda è largamente diffusa, la gestione è unica. Qui per garantire la libertà occorre che si crei un equilibrio tra grandi forse economiche: alla grande impresa industriale deve far fronte il grande sindacato, alla grande impresa privata deve far fronte la grande impresa pubblica. Sia la diffusione della proprietà che la creazione di un equilibrio tra forze economiche non sono e non possono essere il risultato di leggi di natura; sono e dovranno essere il risultato dell'intervento umano, della legislazione che mira ad ottenere questi scopi. Per sapere cosa è l'economia radicale basta studiare le condizioni che esistono nei paesi democratici industrialmente più avanzati e la legislazione che ha portato a quelle condizioni.

PEREQUAZIONE DEI REDDITI

Abituati dalle tre correnti che dominano il pensiero italiano (l'ontologismo tomista, l'idealismo hegeliano ed il materialismo marxista) a pensare in termini di assoluti, non troviamo altra formula che quella o dell'assoluta uguaglianza dei redditi o dell'assoluta disuguaglianza. Sia l'una che l'altra sono incompatibili con la libertà: quella perchè richiede un'eccessiva coercizione, questa perchè porta ad un eccessivo accentramento di potere. Abbiamo l'esempio dei paesi - le democrazie dell'Europa nord-occidentale e del Commonwealth in particolare - in cui la ragionevolezza ha preso il posto dell'assolutismo dogmatico ed in cui sforzi vengono compiuti continuamente per elevare i redditi bassi e per abbassare quelli alti. Questo occorre fare in Italia, ridistribuendo il reddito, come avviene in Gran Bretagna, come avviene negli Stati Uniti, a mezzo del sistema tributario e dei servizi sociali, aumentando i salari e diminuendo i profitti, colpendo fortemente tutti i redditi che non sono frutto del lavoro

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ISTRUZIONE PER TUTTI

Tradizionalmente, la scuola italiana, come la scuola di quasi tutti gli altri paesi nel passato e nel presente, ha mirato a creare delle élites. L'élite, anche come semplice élite intellettuale, è incompatibile con una società di cittadini liberi e uguali. Lo si voglia o no, chi più sa, chi meglio è in grado di adoperare la ragione di cui è stato dotato, si trova in una situazione di superiorità nei confronti di chi sa meno, di chi non ha avuto quell'allenamento che permette di vedere rapidamente e correttamente le relazioni innumerevoli che esistono tra i molti elementi di cui si compone qualsiasi problema. Soprattutto durante questi due ultimi secoli, gli intellettuali (o meglio, in senso più largo l'"intellighentsia") hanno avuto nelle loro mani la direzione di tutti i movimenti che hanno agitato l'umanità - movimenti buoni e movimenti cattivi. (Occorre togliersi dalla mente il pregiudizio che l'istruzione rende l'uomo migliore; lo rende semplicemente più efficiente, più capace di agire, ma non trasf

orma i diavoli in santi). In società a struttura semplice, l'uomo forte e ignorante può essere un dirigente; maggiore è la complessità della società e maggiore è il grado di istruzione necessario per poter diventare un animatore, per ottenere risultati. Occorre, non solo in Italia ma in tutti i paesi, arrivare a ciò a cui si stanno avvicinando le democrazie più avanzante, l'istruzione uguale per tutti a tutti i livelli, non solo quello elementare, ma anche quello secondario e quello superiore, facendo della specializzazione una semplice differenzazione e non un titolo di superiorità e ponendo fine alla boria che oggi caratterizza spesso e volentieri le persone istruite nei confronti di quelli che hanno ricevuto meno istruzione; insegnando che un titolo di studio non dà privilegi, uno deve volerlo per ampliare e perfezionare la propria personalità, per diventare un miglior cittadino.

LA FORMULA RADICALE

La formula alla quale si ispira l'azione radicale è semplice e si riassume in due principi: 1) la vita della nazione deve svolgersi nell'ambito delle istituzioni dello Stato liberale; 2) i problemi che sorgono in seno ad una società libera vanno risolti nel senso di una sempre maggiore uguaglianza fra i cittadini. La lotta per la libertà diventa la lotta per l'uguaglianza, ma nel nome di questa che conservatori e reazionari negano, non si deve dimenticare quella, come avviene per le tendenze autoritarie di sinistra. Se non ci sono problemi, tanto meglio. Ma è difficile, anzi impossibile che non sorgano problemi in una società libera. La soluzione è sempre la medesima: diminuire la disuguaglianza, diminuire la distanza che separa individui e gruppi, avvicinare i cittadini tra loro, lottare contro l'egoismo, dare il più ampio sfogo al sentimento di fratellanza, far prova di solidarietà, con lo scopo chiaramente definito di potenziare e di aumentare la autonomia dell'individuo.

ANTICONSERVATORISMO

E' chiaro che il concetto universale della libertà, quale lo intendono i radicali, è incompatibile con qualsiasi conservatorismo. La libertà è creazione, e la creazione è trasformazione. I conservatori che vogliono evitare trasformazioni devono reprimere la capacità creatrice dell'essere umano, devono ad un certo momento, qualsiasi sia il loro programma scritto, uccidere la libertà. Da conservare non c'è tutt'al più che un metodo: quello attraverso il quale si verifica un continuo processo di creazione e di trasformazione. Ma anche nel mantenere questo metodo che ha come base i diritti dell'uomo e la procedura democratica, non è possibile essere conservatori: il metodo stesso si mantiene ampliandolo, diffondendolo, migliorandolo. Nell'ambito di questo metodo tutto può avvenire e tutto è lecito purchè non indebolisca il metodo stesso: si può passare, come è avvenuto in tutte le democrazie liberali, da una religione ad un'altra o alla mancanza di una religione; da un sistema economico ad un altro; da una

struttura sociale ad un'altra profondamente diversa; dal predominio di un partito, al predominio di un altro; da una concezione della vita ad una concezione diversa. La libertà è la rivoluzione permanente. Nemici della libertà possono trovarsi e si trovano spesso a sinistra. Ma a destra non ci sono che nemici della libertà. La sinistra può errare ed occorre adoperarsi a correggerne gli errori antiliberali; la destra erra sempre, per il fatto stesso di essere destra, politica o economica, confessionale o intellettuale.

ANTICLASSISMO

E' errata dal punto di vista della libertà la posizione di partiti che mettono al centro delle loro preoccupazioni un concetto classista. Non ci sono una libertà borghese ed una libertà proletaria o aristocratica. La libertà è una: occorre vedere se alcuni ne godono o tutti. Il proletario ha altrettanto diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di espressione quanto il non proletario, (e per di più ne ha maggior bisogno). La libertà di associazione era un privilegio quando la borghesia la negava al proletariato; ma è assurdo pensare, come fanno i comunisti, che nello Stato proletario i lavoratori stanno meglio se non hanno libertà di associazione, se devono associarsi in organizzazioni coatte. Il metodo democratico, libere elezioni, pluralità di partiti, governo parlamentare rappresenta un progresso sui metodi autoritari, senza distinzioni di classe. Hanno avuto torto i liberali conservatori che hanno voluto limitare il godimento della libertà creando una barriera assurda ed immorale tra un grupp

o di cittadini ed un altro; hanno torto i marxisti-leninisti che affermano essere inutili per le masse lavoratrici quelle istituzioni attraverso le quali l'idea di libertà diventa la realtà quotidiana di una vita libera. Le classi sociali non sono che un aspetto della infinita varietà di esperienze umane che si verifica in qualsiasi società; a volte le classi sociali contano di più dei gruppi religiosi, nazionali o altri; a volte meno. Non esiste l'assoluto delle classi sociali come non esiste l'assoluto di razze o nazioni. Tutto è e tutto deve rimanere in continua trasformazione; quello che interessa dal punto di vista della libertà non è la scomparsa di questo o quel gruppo ma l'uguaglianza fra tutti i gruppi, fra i quali non devono esistere differenze nei riguardi dei diritti da godere, i doveri da assolvere, le responsabilità da assumere.

III. - PUNTI PROGRAMMATICI:

A) STATO E CHIESA

Sommario: Separazione tra Stato e Chiesa - Libertà per i cattolici osservanti e non osservanti - Libertà per i non cattolici - L'art. 7.

SEPARAZIONE TRA STATO E CHIESA

Il privilegio più grosso oggi in Italia è quello ecclesiastico. Pesa sulla nazione come una cappa di piombo che si fa ogni giorno più pesante. Tenta di sopprimere (e vi è già riuscito in gran parte) la libertà di coscienza, sia dei cattolici che dei non cattolici. Si adopera attivamente a sopprimere con il monopolio sull'educazione ed il tentato monopolio sulla stampa, sul cinema, sulla radio, ecc., la libertà di pensiero. Da lì alla soppressione della libertà politica non è che un passo. Se le menti e le energie non sono libere, ad un certo punto fatalmente si verificherà il marasma, l'impantanarsi e l'inaridirsi delle attività economiche. Dobbiamo tener presente che fu la contro-riforma a trasformare in meno di mezzo secolo l'Italia da paese fiorente d'iniziative di ogni genere a paese morto intellettualmente e politicamente, in piena decadenza economica. Ora siamo di nuovo in un periodo di contro-riforma: eliminati i dissensi interni (il cattolicesimo liberale, il modernismo), la gerarchia ecclesiast

ica mira a distruggere i suoi avversari, tutti i movimenti che hanno della vita una concezione diversa da quella del cattolicesimo tradizionale. Quattrocento anni fa ci furono le fanterie spagnole ed aiutare il potere ecclesiastico ad impossessarsi di gran parte dell'Italia, oggi ci sono stati i fascisti e ci sono le forze conservatrici e reazionarie della nazione. La separazione tra Chiesa e Stato significa che la Chiesa non potrà più servirsi del braccio secolare per imporre la sua volontà, per obbligare i giovani a ricevere l'insegnamento religioso che non corrisponde alle loro coscienze, per obbligare gli adulti che sono alla ricerca di un impiego a frequentare le chiese, per arrestare i pastori di altri culti, per spremere da un'economia povera i miliardi che ogni anno vengono spesi per nutrire centinaia di migliaia di esseri economicamente parassitari e per costruire edifizi religiosi, conventi, chiese e seminari, nei quali viene assorbito tanto del poco capitale disponibile in Italia.

LIBERTA' PER I CATTOLICI OSSERVANTI E NON OSSERVANTI

Esistevano tra i cattolici italiani, esistono ancora, correnti che miravano chi a trasformare la struttura interna della chiesa, chi a modificarne perfino la filosofia e la teologia. Non mancano i cattolici che provano disgusto non meno dei non cattolici per la superstizione che dilaga, per le immagini che lacrimano, per i pezzi di legno che si muovono, per l'idolatria e il feticismo infinitamente più fiorenti oggi che non lo fossero cinquant'anni fa, per la mariolatria che il Vaticano impone ai fedeli. Non mancano i cattolici osservanti che risentono sia le interferenze del Vaticano negli affari dello Stato italiano, sia la corruzione economica e finanziaria insita nella organizzazione ecclesiastica stessa. E' impossibile oggi per questi cattolici far sentire la loro voce così come ieri erano stati messi a tacere cattolici liberali e cattolici modernisti. La separazione tra Stato e Chiesa, rompendo il controllo che le gerarchie ecclesiastiche esercitano sui fedeli quanto sui non fedeli, libererebbe i

cattolici stessi e aprirebbe la possibilità a quella riforma interna della Chiesa che è una delle massime ispirazioni di quanti cattolici desiderano allontanarsi spiritualmente dall'oscurantismo della contro-riforma. La condanna della libertà e della democrazia come organizzazione di libertà pronunciata da Pio IX e da Leone XIII è valida ancor oggi per i clericali. Sappiamo per esperienza che finchè la Chiesa è in minoranza essa può a volte allearsi con le forze emancipatrici della nazione; sappiamo anche per esperienza che appena la Chiesa ha stabilito il suo controllo sulle anime e sui corpi, cerca nell'assolutismo politico la protezione per il suo oscurantismo intellettuale.

LIBERTA' DEI NON CATTOLICI

Sono indegni di una nazione che sotto altri aspetti ha diritto a considerarsi civile, gli ostacoli che vengono opposti alla libertà dei non cattolici - i credenti di altri culti, gli agnostici, i liberi pensatori, ecc. - le angherie a cui vengono sottoposti, la discriminazione di cui son fatti oggetto. Da un terzo di secolo la situazione si è venuta peggiorando progressivamente, con l'unica eccezione del triennio della Resistenza. Se la più completa libertà di coscienza esiste nell'America del Nord e nell'Europa democratica nord-occidentale, per quale motivo non dovrebbe essa esistere in Italia dove la situazione comincia già ad apparire invece assai simile a quella che esiste nella Spagna di Franco o nel Portogallo di Salazar? Siamo forse inferiori ai Belgi e ai Canadesi? A controllare le coscienze vi è un grosso esercito di preti e di vescovi, pagati e sovvenzionati dallo Stato; ad applicare la censura del clero ci pensano gli organi dello Stato, incluse quelle imprese nazionalizzate che non assumono

personale se la persona da assumere non è garantita dal parroco della località in cui vive. Separazione tra Chiesa e Stato non significherebbe soltanto la fine di un controllo intollerabile, significherebbe anche la possibilità di ridurre un clero pletorico nei confronti dei credenti praticanti; significherebbe che in un paese in cui vi è abbondanza di chiese, monasteri, conventi, vescovadi, abbazie, ecc., non si continuerebbe a fabbricare edifizi in cui vengono immobilizzati capitali ingenti, forniti non dai fedeli stessi ma dallo Stato sul quale spadroneggiano i clericali.

L'ARTICOLO 7

Ci vorrà del tempo per eliminare dalla Costituzione l'articolo 7, frutto del tatticismo machiavellico e sciocco dei dirigenti comunisti. Intanto occorre esigere che le autorità ecclesiastiche non usurpino dei poteri a cui, in base al concordato stesso, non hanno diritto. Parroci e vescovi devono essere richiamati all'ordine e puniti quando si servono del pulpito e dell'abito ecclesiastico per esercitare pressioni di carattere politico e quando si occupano di organizzazioni ed associazioni il cui intento è più politico ed economico che religioso. Il Papa deve decidere se vuole agire come vescovo di Roma e come tale ubbidire alle leggi dello Stato italiano o se vuole conservare la posizione di sovrano straniero, nel qual caso non ha il diritto di occuparsi di quello che avviene sia a Roma che in Italia, come non hanno il diritto di occuparsene nè Voroscilof nè la regina Elisabetta. L'insegnamento religioso nelle scuole deve rimanere facoltativo, quale lo si intendeva. Devono cessare i favori economici e f

inanziari che il governo clericale concede alle gerarchie cattoliche. Vanno applicate le leggi che impediscono l'accumularsi del capitale nelle mani di organi ecclesiastici.

IV. - PUNTI PROGRAMMATICI:

B) ISTRUZIONE PUBBLICA

Sommario: Scuole statali a disposizione di tutti - Formazione del cittadino.

SCUOLE STATALI A DISPOSIZIONE DI TUTTI

La scuola pubblica doveva servire in primo luogo a formare dei cittadini. Ma alla formazione dei cittadini oggi non si pensa più. L'abbecedario, il latino, la matematica non sono fini a sè stessi (neppure per quei pochi che vogliono occuparsi esclusivamente di grammatica, di latino o di matematica durante la loro vita); sono strumenti di cui ci dobbiamo servire per sviluppare le facoltà critiche di cui siamo dotati e che possono essere paralizzate dalla mancanza di uso, e per ampliare la nostra visione e la nostra capacità d'azione. La scuola deve insegnare a ragionare: non è compito della scuola fornire i risultati del ragionamento. Il libero uso della ragione è la base di ogni libertà; sta ai docenti, dai maestri elementari ai titolari di cattedre universitarie, insegnare quella cosa che è fra le più difficili ad insegnarsi: come si fa a pensare, come si liberano le menti da pregiudizi e da dogmi, dall'ipse dixit di una qualsiasi autorità, persona o testo che sia. La scuola quale strumento per la form

azione del cittadino non deve essere nè confessionale, nè marxista, nè positivista, nè idealista. Sta ai giovani decidere sul cammino da scegliere. Compito della scuola è di far sì che la scelta sia intelligente, cosciente e prudente. Compito della scuola è di far comprendere che la base di ogni libertà è il libero uso della ragione. La preparazione alle professioni e ai mestieri è indubbiamente importante, ma non può e non deve essere la preoccupazione principale delle scuole pubbliche. In tutti i paesi progrediti la scuola serve in primo luogo a formare il cittadino: in questo campo l'Italia è ancora paurosamente arretrata. Il progresso compiuto prima del 1922 venne eliminato sotto la dittatura; le speranze sorte nel 1943-46 sono svanite sotto la pressione clericale, al cui servizio si sono messi anche ministri che di liberale o di socialista non hanno che il nome.

FORMAZIONE DEL CITTADINO

La riforma della scuola comincia con gli insegnanti, cioè con gli istituti dai quali escono gli insegnanti. Continua con l'universalità dell'istruzione. Richiede edifizi scolastici decenti e stipendi che diano la possibilità agli insegnanti di vivere decorosamente. In una società laica, la scuola pubblica deve essere la prima preoccupazione dello Stato. Manca il denaro - si dice. Certo per effettuare la trasformazione radicale di cui ha bisogno la scuola italiana ( i palliativi rappresentati da qualche riformetta, da un piccolo scatto negli stipendi, da edifizi scolastici rabberciati qua e là, servono ben poco), ci vogliono dei capitali ingenti. Vi sono però nelle finanze di Stato dei capitoli di spesa che possono essere eliminati, quali le spese per il clero. Vi sono altri capitoli che possono essere ridotti, che anzi devono essere ridotti fino a che non siano stati risolti i problemi della scuola - in primo luogo le spese militari. (Non serve a niente avere sulla carta un esercito numericamente forte

quando manca la convinzione che fa del soldato un buon combattente; gli italiani che non si sono battuti per il fascismo - inclusi i fascisti - non si batteranno per clericalismo, neppure i clericali). La trasformazione della scuola è opera lunga; anche se, volendo, si possono costruire in pochi anni nuove scuole e fornire le aule del materiale didattico di cui i giovani hanno bisogno, ci vogliono anni per creare un corpo insegnante moderno, dotato di un animus nuovo, capace di applicare una nuova metodologia, capace soprattutto di vedere nel fanciullo e nell'adolescente non un oggetto da plasmare in maniera che domani ne esca un contadino, un operaio, un burocrate sottomesso e servile, ma una personalità da sviluppare, un cittadino da formare.

V. - PUNTI PROGRAMMATICI:

C) BUROCRAZIA

Sommario: Snellire la burocrazia - Contraddizione.

SNELLIRE LA BUROCRAZIA

Fascismo e clericalismo hanno reso talmente inefficiente la burocrazia che, a parità di popolazione, l'amministrazione dello Stato italiano richiede almeno due terzi in più del numero di funzionari e d'impiegati che sono sufficienti per amministrare paesi assai più complessi quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Qui non si tratta di inefficienza degli individui, ma di inefficienza del sistema. Occorre applicare i criteri moderni di decentralizzazione, di responsabilità individuale e di netta delimitazione delle funzioni. E' meglio mettere a riposo un certo numero di funzionari e dar loro una pensione che continuare a riempire gli uffici di gente che spesso non fa altro che intralciarsi a vicenda; è più economico pagare due impiegati un milione all'anno che averne tre che prendono 700.000 lire. La macchina dello Stato è diventata farragginosa; occorre snellirla mettendo fine ai favoritismi ed ai nepotismi, premiando i più attivi, licenziando i negligenti, creando un centro in cui il giovane laureato

o il giovane diplomato può imparare come si organizza un'amministrazione, inviando forse i giovani più capaci a fare un periodo di addestramento presso amministrazioni estere più efficienti e meglio organizzate, impedendo il cumulo delle cariche, creando condizioni che permettono di evitare il lavoro fuori ufficio che diventa sempre il lavoro fatto durante le ore di ufficio, a scapito dei contribuenti.

CONTRADDIZIONE

Ci lagniamo, a ragione, del cattivo funzionamento della burocrazia. Ma sia le destre che le sinistre chiedono riforme, chi in questo e chi in quel campo delle attività dello Stato, chi in tutti i campi, riforme che non possono essere effettuate se non sono precedute dalla riforma della burocrazia. E' inutile per il Parlamento passar le leggi che possono essere ottime, quando mancano o sono negligenti gli organi per applicarle. La riforma della scuola è indispensabile; per effettuarla occorre riformare l'intero ministero della istruzione con tutte le sue mille propaggini. La riforma tributaria è indispensabile; ma non ci si può neppure pensare se prima non si riformano i ministeri del bilancio, delle finanze e del tesoro e tutti i mille uffici che ne dipendono. Sarebbe necessario affidare allo Stato la gestione delle fonti di energia; dove sono i funzionari capaci di assicurare una gestione efficiente ed intelligente? Così come stanno le cose, ogni riforma casca nel nulla dell'incompetenza burocratica do

vuta, occorre ripetere, al sistema più che agli individui. Occorre spazzare, sfrondare, trasformare. E' arduo rendere efficienti organizzazioni con diecine di migliaia e centinaia di migliaia di dipendenti. Occorre farlo. Questo è il punto numero uno della riforma dello Stato, punto che si applica all'amministrazione centrale dello Stato, a quella degli enti parastatali, delle regioni, delle provincie e dei comuni.

VI. - PUNTI PROGRAMMATICI

D) ECONOMIA

Sommario: Fine, metodo e volontà - Miseria - Il problema immediato: solidarietà - Sette punti - 1) Pulizia delle imprese di Stato - 2) Libero mercato - 3) Lotta contro i monopoli - 4) Pulizia del sistema tributario - 5) Investimenti - 6) Agricoltura: proprietà e produttività - 7) Azionariato industriale - Antidogmatismo.

FINE, METODO E VOLONTA'

Nel campo dell'economia s'incontrano difficoltà notevoli ma non insuperabili se: a) vi è un'idea chiara del fine da raggiungere; b) vi è un'idea altrettanto chiara del metodo con il quale raggiungerlo; c) vi sono la volontà d'agire e l'appoggio della popolazione. Per il fine da raggiungere, i radicali ne hanno uno solo: il maggior benessere del maggior numero possibile dei cittadini senza preconcetti classisti, con il fine di promuovere l'autonomia del singolo. Non importa se si tratta di piccola borghesia o di proletariato, di lavoratori agricoli o industriali: tutti hanno diritto al benessere. Per ciò che riguarda il metodo, occorre riconoscere la complessità del fenomeno economico e rigettare incondizionatamente qualsiasi posizione dogmatica. I problemi variano; variano anche le soluzioni da darsi ai problemi. In nome dei santi canoni del liberismo, si sono avute per due secoli crisi economiche rovinose per i salariati come per i capitalisti, e che con un po' di senso comune, di ragionamento critico

e di buona volontà si sarebbero potute evitare. I radicali sono in favore del possesso privato della proprietà perchè vedono in esso una garanzia della libertà del singolo: ma questo non vuol dire che non vi debbano essere limiti al diritto di proprietà e che in particolare non si debba intervenire quando esiste una situazione come quella italiana in cui pochi hanno troppo e troppi hanno poco o niente. In un altro campo, essere in favore, di un'economia di mercato non vuol dire che tutta l'economia debba rientrare nell'ambito del mercato libero. Libertà economica non significa l'anarchia predicata dagli economisti "classici" del 19· secolo, significa invece il libero sviluppo delle attività economiche nell'ambito di leggi che regolano tale sviluppo. In politica abbiamo imparato che libertà non è anarchia, che non vi è libertà senza leggi; in economia dobbiamo ancora, a quanto sembra, impararlo. Onestamente, o compiendo - come spesso avviene - un ragionamento sbagliato, conservatori e collettivisti sono per i

dogmi economici. Qualsiasi dogma è un nemico: occorre essere liberisti quando i migliori risultati dal punto di vista del benessere di tutti, vengono ottenuti lasciando che le forze economiche agiscano per conto proprio (l'Italia non sarebbe ritornata nel 1948, dopo una guerra che aveva distrutto quasi un terzo della ricchezza del paese, al livello di produzione del 1938 se non fosse esistita allora una dose abbondante di liberismo); occorre essere dirigisti quando i migliori risultati vengono ottenuti regolando, stimolando o reprimendo, le forze economiche; va bene essere privatisti quando l'iniziativa e la gestione privata danno i migliori risultati; va bene pure essere statalisti quando l'iniziativa e la gestione dello Stato danno risultati migliori. Ogni problema economico ha una sua soluzione. L'economia è un eterno purgatorio in cui non avvengono miracoli ed in cui meno che altrove può trovare applicazione quel dogmatismo semplicistico che caratterizza il pensiero della maggior parte dei docenti di ec

onomia. Nè occorre vergognarsi di dire che qualsiasi progetto di riforma economica deve essere esaminato alla luce dei risultati, e che se i risultati non sono soddisfacenti, vuol dire che il progetto era sbagliato, che il concetto al quale il progetto si ispirava era un cattivo concetto, e che se ne deve trovare un altro.

MISERIA

In Italia c'è miseria e c'è disoccupazione, l'una e l'altra piaghe dolorose per chi ne soffre, vergognose per tutti gli altri. Dato che i problemi ci sono, occorre cercarne la soluzione. Non li ha risolti il liberismo dell'era pre-fascista, nè il corporativismo fascista: non li risolve il neo-mercantilismo di oggi. Dato il debole ritmo di espansione delle economie collettivistiche e la difficoltà che vi sarebbe di applicare in Italia i metodi brutali e spietati sovietici, non li risolverebbe il collettivismo. Per risolverli la cosiddetta riforma di struttura è assolutamente insufficiente. Ci vogliono immaginazione e coraggio, cioè occorre lanciarsi allo sbaraglio (anche se confortati dal successo di esperienze simili) di nuovi tentativi e di nuove iniziative.

IL PROBLEMA IMMEDIATO: SOLIDARIETA'

L'azione esercitata sull'industria e l'agricoltura non può dare risultati che dopo un certo periodo di tempo. Si tratta di anni. Ma la miseria non può aspettare anni. "E' terribile" - dicono i benpensanti a cui fanno coro amici stranieri onestamente preoccupati da ciò che avviene in Italia - "che vi siano sei milioni di comunisti". Di chi la colpa, se non di coloro che costituiscono oggi la classe dirigente italiana, politica ed economica? Non è certo l'intelligenza di un funzionario moscovita come Togliatti, che ha fatto del partito comunista italiano il secondo nel paese per forza numerica e, fino a poco fa, quello dotato di maggiore coesione interna. Fra i sei milioni che votano per la falce ed il martello, ve ne è forse uno su venti al massimo che possegga un concetto marxista-leninista della vita e dei suoi problemi. Gli altri diciannove sono uomini e donne che hanno fame, che soffrono il freddo, che vivono in grotte o in stalle o in interrati, la cui vita è una disperazione dal momento in cui nasc

ono al momento in cui muoiono; sono anche altri uomini e altre donne che non hanno fame essi stessi che non sentono il freddo, ma provano una profonda e giusta pietà per coloro che hanno fame e che sentono freddo! Il comunismo italiano è il frutto dell'egoismo, della avidità e della rapacità di pochi che sostenuti ed organizzati da un clero che per difendere il suo privilegio ecclesiastico deve difendere il privilegio economico che lo sostiene, vogliono godersi la vita a spese degli altri, non provano sentimenti di solidarietà o di fratellanza, disprezzano le masse, trattano come servi i lavoratori, irridono alla miseria. Data la situazione occorre da una parte far uscire dalla miseria quelli che vi intristiscono, fornendo loro: a) lavoro; b) un'abitazione decente; c) un minimo vitale adeguato alle possibilità dell'economia italiana. Questo significa una politica dei lavori pubblici che faccia per l'Italia quello che la politica di Roosevelt fece per gli americani ventiquattro anni fa. Questo significa pure

effettuare quella politica di redistribuzione del reddito di cui si è già parlato. Occorre d'altra parte reprimere il lusso e l'ostentazione dei ricchi, con imposte proporzionali che facciano per i redditi elevati quello che le imposte fanno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con tasse di successione che provocano lo sfaldamento delle grosse fortune (come avviene nei paesi anglo-sassoni), con una politica di austerità che tolga dalla circolazione pellicce ed automobili di lusso, che faccia chiudere quei locali pubblici la cui presenza è un insulto a chi non riesce a dare due pasti al giorno ai figlioli, che proibisca la costruzione di ville e appartamenti sontuosi. Se paesi civili come l'Olanda, la Norvegia e l'Inghilterra hanno potuto seguire una politica di austerità, non vi è nessuna ragione che la medesima politica non venga seguita anche in Italia. Non verranno turisti stranieri, si dice. E' falso: l'austerità non ha danneggiato il traffico turistico nei paesi in cui è stata applicata; anzi ha destat

o ammirazione, simpatia e solidarietà, ha attirato una massa di visitatori.

SETTE PUNTI

Lo Stato, anche in regime di collettivismo integrale, non è - per quanto importante - che uno degli elementi che influiscono sullo sviluppo delle attività economiche; può stimolare e può reprimere, può anche creare; ma difficilmente riesce a modificare l'atteggiamento dei cittadini e i valori morali (dignità di lavoro, operosità, iniziativa, ecc.) da cui, non meno che dalle risorse naturali, o dalla disponibilità di capitale, dipendono il benessere o la mancanza di benessere. Quel tanto di riorganizzazione dell'economia nazionale da effettuarsi a mezzo dello Stato (sempre tenendo presente che i miracoli li fanno, se li fanno, i santi e non l'economia) può essere riassunto in sette punti principali.

1) PULIZIA DELLE IMPRESE DI STATO

Il primo lavoro da compiere, quello che rientra per sua natura nelle funzioni dello Stato, riguarda la distinzione netta e precisa tra economia privata ed economia pubblica e la sistemazione di quella stalla maleodorante che sono ormai gran parte delle imprese che direttamente o indirettamente sono gestite dallo Stato, sia che appartengano totalmente o solo in parte allo Stato stesso. I più ignorano che di tutti i paesi ad economia non collettivista, l'Italia è forse quello in cui si ha la massima percentuale di imprese nazionalizzate. E' questione secondaria se questo sia un bene o un male. C'è una situazione di fatto. Le imprese pubbliche che si occupano non solo di trasporti e di comunicazioni, ma anche di credito, industrie, miniere ed agricoltura, ci sono. Alcune sono efficienti; la maggior parte sono inefficienti, e vengono condotte con criteri tipici dell'era pre-industriale. Molte imprese che appartengono allo Stato, ed alcune fra le più importanti, sono fonte di corruzione finanziaria e politi

ca: costituiscono ormai feudi di questo o quel gruppo del partito di maggioranza e ne sovvenzionano le attività. Dieci secoli fa il signore che doveva soddisfare un suo dipendente o acquetare un avversario gli dava un pezzo di terra, adesso i dirigenti del partito al potere danno posti nelle aziende nazionalizzate a candidati la cui qualifica non è la competenza ma il vantaggio politico che può dare a chi gli ha concesso il beneficio. Molte imprese sono parassitarie ed invece di avvantaggiare l'economia, la deprimono. Ci vuole del coraggio per accingersi alla pulizia delle imprese di Stato. Ma è indispensabile farlo se vogliamo uscire dalla corruzione che sta distruggendo la fibra morale di gran parte della nazione e dell'asservimento a cui sono condannati quanti per una ragione o per l'altra cercano un impiego presso le aziende pubbliche; è indispensabile soprattutto se si vuole passare dall'inefficienza all'efficienza. Le imprese parassitarie, in particolare, devono essere abolite, sviluppando allo stesso

tempo le imprese economicamente sane sì che queste possano assorbire la mano d'opera resa disponibile.

2) LIBERO MERCATO

Nel settore privato dell'economia, occorre far sì che funzioni il libero mercato. Corporativismo e neo-mercantilismo sono ugualmente dannosi. L'esperienza degli ultimi secoli ci mostra che un'economia integralmente privatista e liberista va soggetta a fluttuazioni tali e porta ad una tale tensione fra datori di lavoro e lavoratori da mettere in pericolo le istituzioni della democrazia liberale. D'altra parte i vantaggi della libera iniziativa e della concorrenza quali si svolgono in un libero mercato sono reali. Nè meno reale è l'importanza del libero mercato nel determinare prezzi e costi, profitti e salari. La tentazione di voler tutto regolare e controllare è forte. Sembra così semplice! Quando qualcosa va male, lo Stato interviene: si dimentica che per passare da un livello basso di attività economiche ad un livello elevato, è necessario che qualcosa vada male, che falliscano imprese non produttive e incapaci di aggiornarsi al progresso della tecnica; ed è da sciocchi pensare che un piano economico

può tener conto di tutto ciò che avviene nell'economia, tutto prevedere e tutto sistemare. Occorre sperimentare, tentare, correre rischi. Funzione dello Stato può essere il creare l'ambiente in cui le esperienze possono aver luogo; funzione dello Stato è indubbiamente intervenire per aiutare coloro che restano indietro in quella gara di resistenza che è l'economa moderna. Ma è un grave errore intervenire sussidiando per esempio un'agricoltura condotta in molte regioni ancora con i metodi dei secoli passati o assicurando la sopravvivenza di fabbriche che dovrebbero essere chiuse. Dopo aver seguito l'utopia dei socialisti della prima metà del diciannovesimo secolo, anche i collettivisti russi si sono accorti che l'impresa economicamente utile è quella che riesce a fare un profitto; ed i collettivisti polacchi stanno cercando, con poco successo, di ristabilire una economia di mercato ed un mercato libero all'interno del loro collettivismo. Al settore pubblico dell'economia si chiede di essere il meno possibile

burocratico; al settore privato, che potrà essere quello che sia, il 60 e l'80% di tutta l'economia, si chiede di essere e di rimanere libero.

3) LOTTA CONTRO I MONOPOLI

Sono passati quasi settant'anni da quando gli Stati Uniti, il paese tipico oggi dell'economia privatista, hanno adottato la legislazione contro i monopoli economici. In Europa ancora ne discutiamo. Gli americani avevano identificato nel monopolio il nemico non solo della libertà economica, ma anche dell'economia privata. Il monopolio distrugge l'economia di mercato; concentrando la ricchezza nelle mani di pochi porta o al fascismo, se i possessori di capitale s'impadroniscono dello Stato, o al collettivismo se prendono il sopravvento coloro che sono esclusi dal possesso del capitale. Non vogliamo fascismo, anche se camuffato da clericalismo; non vogliamo collettivismo: dobbiamo perciò distruggere i monopoli privati (e limitare rigorosamente il raggio d'azione dei monopoli pubblici). Per rompere il monopolio privato si possono seguire principalmente due vie: 1) costringere per legge il monopolio a scindersi (come viene fatto negli Stati Uniti); 2) creare a mezzo dell'iniziativa pubblica un concorrente (c

osa fatta anche questa dagli americani quando per iniziativa federale una vasta zona venne rifornita di energia elettrica ad un prezzo inferiore a quello che veniva chiesto dai produttori privati). In relazione ai monopoli privati sorge il problema delle attività in cui l'iniziativa e la gestione statale sono preferibili all'iniziativa ed alla gestione privata. Centottanta anni fa colui che viene ancora oggi ritenuto il massimo campione del liberalismo economico scriveva che là dove faceva difetto l'iniziativa privata o dove si trattasse di attività che interessavano in modo particolare tutta la nazione, era giustificata l'azione dello Stato. Certo non vogliamo essere più liberisti di Smith! I radicali di mezzo secolo fa, in Francia e in Inghilterra, ritenevano che tutto ciò che fosse comunicazioni (ferrovie, strade, posta, telegrafo, ecc.) dovesse essere sottratto all'iniziativa privata: faceva parte della cornice entro cui l'iniziativa privata può svolgere la sua attività. Nell'economia più sviluppata e pi

ù complessa di oggi, spetta allo Stato di assicurare lo sviluppo di un altro elemento fondamentale, l'energia. Il problema dello sviluppo industriale è in gran parte il problema dell'approvvigionamento di energia; possiamo essere sicuri che se vi è energia disponibile, non verrà sprecata, che sorgerà presto la fabbrica per utilizzarla. La situazione italiana è particolarmente preoccupante, data la mancanza o scarsezza di combustibili sia solidi che liquidi (può darsi che si troveranno importanti giacimenti di petrolio, per adesso certo non ve ne è un gran che), data la quasi totale utilizzazione già delle risorse idriche. Come, e ancor più dell'Inghilterra, è esclusivamente indispensabile per l'economia italiana, affrontare rapidamente il problema dell'utilizzazione di nuove fonti di energia, in primo luogo naturalmente l'energia nucleare. Qui vi è un campo di attività statale che non ammette dilazioni.

4) PULIZIA DEL SISTEMA TRIBUTARIO

Si parla sempre di riforme del sistema tributario: si fa qualche modifica qua e là per il resto si lascia correre. Occorre in primo luogo applicare tre principi fondamentali: a) semplificazione; b) equa ripartizione; c) ridistribuzione del reddito. Ci sono troppe tasse, troppe imposte, troppi balzelli diversi; le spese di riscossione sono troppo elevate. L'evasione fiscale è un'abitudine (alcuni potrebbero dire che nell'attuale sistema e sotto l'attuale regime, è una necessità); il falso è accettato come fatto di ordinaria amministrazione. Si dice che non si può modificare il carattere di una nazione. Si dimentica che il carattere di una nazione riflette quello della sua classe dirigente. Questo è uno dei tanti motivi per cui è l'indispensabile eliminare dalla direzione della cosa pubblica gli attuali dirigenti corrotti e corruttori. Semplificando il sistema dei tributi, se ne può semplificare l'amministrazione e renderla più efficiente. Occorre diminuire le imposte indirette che gravano su quelli il cu

i reddito è minore ed aumentare le imposte dirette, applicando una progressività che non dovrebbe essere inferiore a quella che vige negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. La giustizia fiscale non sta nel fatto che chi ha mezzo milione paghi cinquantamila lire e chi ha cinquanta milioni di reddito ne paghi cinque; ma chi ha mezzo milione non deve pagare niente, direttamente o indirettamente che sia, e chi ha cinquanta milioni di reddito ne può pagare trenta o quaranta (in Inghilterra ne pagherebbe quarantacinque). Negli Stati Uniti fin da quando vennero fondati e in Inghilterra durante gli ultimi decenni, il sistema tributario è stato usato consapevolmente per arrivare ad un ripartizione dei redditi più equa di quella che si ottiene in base alla partecipazione di ognuno al processo economico. Lo stesso occorre che venga fatto in Italia, dove la situazione per ciò che riguarda la sperequazione dei redditi, è infinitamente più grave.

5) INVESTIMENTI

In qualsiasi economia, l'aumento della produzione è in funzione, tra altri fattori, dell'ammontare del capitale investito. In una situazione come quella italiana, sarebbe assurdo affidare esclusivamente all'industria il compito di procedere agli investimenti. L'intervento dello Stato è necessario: a) per evitare che il settore privato dell'economia proceda ad investimenti non produttivi; b) per limitare dove sia possibile i consumi voluttuari (politica di austerità) sì da avere capitali disponibili da investire nelle attività produttrici; c) per favorire, nella misura in cui non provochi un'inflazione, la creazione di credito da usarsi sia nel settore privato che nel settore pubblico dell'economia. Gli investimenti non produttivi sono per esempio quelli dedicati all'erezione di ricchi edifici religiosi, di ville sontuose, di automobili di lusso, ecc. Alla necessità morale oltre che economica di una politica di austerità è stato già accennato. In quanto al credito, sarebbe un vantaggio essere prudenti se

nza essere troppo timorosi, tenendo conto che se una maggiore produzione segue a breve scadenza la creazione di credito, non si verifica un'inflazione. Il prezzo del denaro in Italia è troppo elevato e frena mille iniziative che potrebbero contribuire ad aumentare la produzione e a stimolare i consumi.

6) AGRICOLTURA: PROPRIETA' E PRODUTTIVITA'

All'Italia è mancata la riforma agraria che i francesi effettuarono nel 1789, che gli americani favorirono con una serie di atti legislativi che risalgono fino al 1785. Si è mantenuto invece in Italia attraverso i secoli, incancrenendosi e diventando piaga, il sistema sviluppatosi durante gli ultimi duecento anni della repubblica romana, basato sulla netta differenziazione tra chi possiede la terra e chi la coltiva. Occorre distinguere i problemi nettamente economici della produttività e del reddito agricolo dal problema sociale che li precede e che può essere risolto democraticamente solo abolendo la distinzione fra le due caste, i proprietari ed i contadini, per arrivare invece ad avere una classe unica di agricoltori. A poco servono le riformette effettuate a denti stretti e che minacciano di creare un proletariato di minuscoli possidenti, pronti a gettarsi per disperazione nelle braccia o di fascisti o di comunisti; a poco servono lunghe discussioni su cause che possono essere economicamente ingiust

e anche se sono socialmente giuste. A parte un concetto vasto e generoso di riforma agraria, si può arrivare all'eliminazione dei proprietari con il metodo assai semplice adottato in Inghilterra della pressione tributaria (imposta progressiva sul reddito e tassa di successione) e rendendo accessibile a gruppi sempre più numerosi di agricoltori il credito a basso interesse. Il problema della produttività richiede per la sua soluzione: a) la continuazione e l'intensificazione di quelle opere di miglioria che già hanno trasformato l'aspetto di gran parte dell'Italia agricola; b) la formazione di efficienti associazioni di agricoltori capaci di agire come cooperative di produzione; c) la diffusione dell'insegnamento della tecnica agricola. Il problema del reddito degli agricoltori non può essere risolto che in parte con la maggior produttività e con il trasferimento di quote padronali di reddito ai coltivatori; la vera soluzione non la può dare che l'industrializzazione del paese e la riduzione del numero degli

addetti all'agricoltura, numero eccessivo oggi in rapporto alla superficie coltivata e coltivabile.

7) AZIONARIATO INDUSTRIALE

Una società in cui non esistano che lavoratori proprietari (in cui tutti i lavoratori partecipano personalmente al possesso dei mezzi di produzione) è indubbiamente un'utopia. Ciò non vuol dire che non si possa procedere per un lungo tratto su quella via, come è avvenuto negli Stati Uniti dove non meno di un terzo della popolazione partecipa al possesso di capitale agricolo o industriale e dove, oltre a quattro milioni di proprietari di piccole aziende industriali e commerciali condotte generalmente dal proprietario stesso, non meno di nove milioni di famiglie partecipano al possesso delle società per azioni. Alla formula conservatrice della distinzione netta tra possessori di capitale e lavoratori, e alla formula comunista dell'abolizione della proprietà privata del capitale, opponiamo - come già rilevato - la formula della più vasta diffusione possibile del capitale. Non si tratta di abolire la grande impresa e di sostituirla con una miriade di piccole imprese inefficienti. Non si tratta neppure di re

galare azioni. Si tratta di creare le condizioni che favoriscano l'acquisto di azioni da parte della massa del pubblico, senza distinzione di classe, come già si verifica nell'America del Nord. Si tratta di modificare l'atteggiamento del pubblico nei confronti della proprietà. Si tratta soprattutto di dare al lavoro una rimunerazione sufficientemente elevata da rendere possibile il risparmio e da sviluppare il gusto dell'investimento. Occorre trovare quale è il livello più elevato al quale possono arrivare salari e stipendi; è un campo questo in cui, sia per ragioni di umanità che per ragioni economiche, si deve sempre guardare in alto, mai in basso. Consideriamo sciocca l'affermazione che il profitto è un elemento parassitario dell'economia; il profitto ha una sua funzione indispensabile. Ma non vi è nessuna necessità di mantenere i profitti al livello elevato a cui favoritismi, monopoli, intese tra feudi economici e feudi politici, hanno fatto giungere la retribuzione del capitale in Italia, livello superi

ore a quello tollerato nei paesi industrialmente più progrediti. Nella torta che è il reddito nazionale occorre far sì che la fetta che costituisce la retribuzione del lavoro sia sempre più grossa.

ANTIDOGMATISMO

Il programma è vasto, investe tutti gli aspetti delle attività economiche. Si potrebbe continuare indefinitivamente accennando ai problemi del credito, alle opere pubbliche, alle industrie parassitarie, alla necessità di dare un'educazione moderna ai dirigenti dell'economia, ai compiti di fondamentale importanza del movimento sindacale, alla riforma di scuole dalle quali escono periti e tecnici, ecc. I problemi sono infiniti; le soluzioni variano continuamente (e spesso, per esempio nelle attività agricole, variano da regione a regione). Occorre tener presente il concetto al quale s'ispirano le soluzioni: il massimo benessere del numero di cittadini. Occorre tener presente il metodo, empirico e antidogmatico, di cui è bene servirsi; rimaner consci della complessità dei fenomeni economici e della necessità di considerare qualsiasi misura, qualsiasi riforma, un esperimento temporaneo che va continuamente rivalutato, criticato, riesaminato.

VII. - PUNTI PROGRAMMATICI:

E) LA DIGNITA' DEL LAVORO

Sommario: Reddito - Sicurezza materiale - Assistenza - Conflitti del lavoro.

REDDITO

La netta distinzione che esiste in Italia e in altri paesi economicamente e socialmente arretrati tra chi vive di un reddito del capitale (interesse o profitto) e chi vive di un reddito del lavoro (salario o stipendio) è fonte di tensione. Tale distinzione è dannosa perchè indebolisce le istituzioni dello Stato democratico. Il collettivismo integrale che trasforma tutti i cittadini in salariati o stipendiati e li priva della base economica sulla quale poggia l'autonomia dell'individuo, è incompatibile con la libertà. Perchè questa possa essere rafforzata, occorre mettersi risolutamente sulla strada indicata dalle democrazie più progredite dell'Europa nord-occidentale e del Nord America: far sì che aumenti, sino a diventare se possibile la totalità della nazione, il numero dei cittadini il cui reddito deriva in parte dal lavoro ed in parte dal capitale. Per raggiungere questo scopo occorre: 1) affermare la dignità del lavoro sì che anche coloro che posseggono capitale in quantità rilevante, sentano il do

vere di lavorare; 2) creare condizioni che permettano a tutti di trovare lavoro; 3) come già menzionato, favorire la massima diffusione possibile del possesso di capitale, fondiario o mobiliare che sia. Non importa se alcuni ricavano i quattro quinti del loro reddito dal lavoro ed un quinto dal capitale, o viceversa. L'importante è che i due elementi siano presenti in tutti i redditi o almeno in moltissimi redditi.

SICUREZZA MATERIALE

Montesquieu, citato da Ernesto Rossi nell'articolo "Sicurezza Sociale" per il Dizionario di Economia Politica, scriveva nel 1748 che è dovere dello Stato assicurare a tutti i cittadini un tenore decente di vita: "une subsistance assurée, la nourriture, un vêtemente convenable et un genre de vie qui ne soit point contraire à la santé". Montesquieu aveva ampiamente ragione. Ma occorre intendersi. I collettivisti di ogni genere credono che lo Stato sia qualcosa che esiste per proprio conto, capace di produrre e di dare. Lo Stato non produce niente e lo Stato non dà niente; sono, in tutti i sistemi economici, i cittadini che producono e che danno; sono i cittadini i quali, tramite lo Stato, si debbono aiutare a vicenda. Avendo deciso di assicurare un minimo vitale, occorre studiare cosa l'economia può fare, quale parte del reddito nazionale può essere ridistribuita fra la popolazione senza creare una situazione che rallenti il progresso economico. Si dice che garantendo la sicurezza materiale, vengono ad in

debolirsi lo spirito di iniziativa e la voglia di lavorare del singolo. E' una frottola che non regge al lume dell'esperienza. Fra gli europei quelli che godono della massima sicurezza economica sono forse gli svizzeri: sono anche quelli che forse lavorano di più, e meglio. Gli americani godono indubbiamente di una notevole sicurezza economica: ma tutti lavorano, e lavorano sodo. Le persone più dinamiche nelle attività economiche non sono in generale i nullatenenti ma coloro che, possedendo qualche cosa, si sentono le spalle protette. Garantendo un minimo di sicurezza materiale, si stimola la gente a lavorare di più, non la si induce a lavorare di meno.

ASSISTENZA

E' doveroso aiutarsi a vicenda assicurando a tutti quel tanto di benessere materiale compatibile con le condizioni dell'economia nazionale. E' doveroso in particolare aiutare coloro che, senza colpa loro, si trovano nell'impossibilità di guadagnarsi da vivere. Ciò vuol dire occuparsi seriamente non per fare della carità ma per manifestare concretamente la solidarietà indispensabile in una società di cittadini liberi e uguali: a) dei bambini; b) dei malati; c) dei vecchi. Quello che in Italia si impone è in primo luogo la riorganizzazione dei molteplici enti ed istituti che si occupano di assistenza. Quanti sono contro la sicurezza economica e l'assistenza materiale farebbero bene a riflettere sul fatto che solo quelli che posseggono tale sicurezza e non hanno bisogno di tale assistenza, i possessori di capitale, predicano i vantaggi della mancanza di sicurezza: se è così vantaggiosa, comincino loro a fare l'esperienza della fame, della disoccupazione, della miseria morale e materiale cui porta l'incerte

zza dell'indomani.

CONFLITTI DEL LAVORO

Lo disse una volta Lincoln, forse il più grande dei presidenti americani: "Il lavoro viene per primo, ha la priorità sul capitale". Questa frase esprime la posizione dei radicali. "Gli operai - scrivevo in Capilatismo Democratico - non sono per natura ed occupazione più rivoluzionari di qualsiasi altro gruppo della popolazione; le loro richieste sono, e sono sempre state, modeste: un minimo di sicurezza e di stabilità, un impiego abbastanza regolare, ore lavorative limitate, un salario decente, un po' di assicurazioni contro le malattie e gli infortuni, una pensione per la vecchiaia". Nove volte su dieci, novantanove volte forse su cento, le rivendicazioni dei lavoratori sono legittime e giustificate. L'interesse dei capitalisti non può essere preso come limite a tali rivendicazioni. Il limite è imposto dall'economia: sulla base di dati, di cifre e di fatti occorre determinare fino a che punto le richieste dei lavoratori (aumenti di salario, diminuzione delle ore di lavoro, assicurazioni, pensioni, ecc.

) possono essere accolte senza provocare un rallentamento nell'attività produttrice, un abbassamento del livello raggiunto dall'economia. Appoggiando le richieste dei lavoratori nell'ambito di un'economia il più possibile libera e privatista, i liberali radicali si differenziano nettamente sia dai socialisti che vogliono abolire libero mercato, l'iniziativa privata, la libera concorrenza, sia dai conservatori che non vedono altro interesse che quello del massimo vantaggio per detentori di capitale. Una volta conquistata quel tanto di libertà economica che è compatibile con l'ordinamento sociale, nei conflitti che sorgono in seno ad un'economia libera, i radicali sono dalla parte del lavoro, sono gli avversari dei conservatori che difendono i privilegi del capitale. Economia libera sì, ma all'interno di questa economia, priorità assoluta agli interessi del lavoro.

VIII. - L'AZIONE DEL PARTITO RADICALE

Sommario: Uscire dal pantano - Punti fermi - Lotta contro i monopoli - Le società per azioni - I telefoni - Aree fabbricabili - Mercati Generali - Energia nucleare.

USCIRE DAL PANTANO

Coloro alla cui iniziativa si doveva la formazione del Partito Radicale, provenivano da varie direzioni: il liberalismo, il repubblicanesimo, l'azionismo, il socialismo. Li univa la convinzione che la libertà è il massimo bene, che occorreva agire prima che fosse troppo tardi. Polarizzazione della vita italiana intorno all'autoritarismo clericale da una parte, marxista-leninista dall'altra; paralisi della procedura democratica; involuzione sempre più evidente verso strutture e atteggiamenti che ricordano quelli dello Stato pontificio; allontanamento progressivo dei valori fondamentali di una società libera: questa era la situazione sviluppatasi durante il decennio precedente. Occorreva portare un elemento nuovo, immettere nel pantano in cui si veniva trasformando la vita italiana una corrente fresca che scuotesse le acque melmose in cui minacciava di perire il tentativo di gran parte dell'antifascismo e della Resistenza di creare una società libera di liberi cittadini. Non interessavano, e non interessa

no, le possibilità di successo; se non si può fare cento, si fa dieci, si fa forse uno soltanto; si agisce perchè si ha il dovere di agire. Senza pretendere di tutto fare e di tutto trasformare, si cerca d'influire là dove ad un certo momento, si apre uno spiraglio. I radicali hanno cominciato con il prendere posizione su problemi vivi ed attuali. Si stanno rafforzando, a danno della libertà di tutti, monopoli pubblici e privati: occorre combatterli. L'autoritarismo di destra cerca di rafforzare la sua base economica con l'accaparramento delle aree fabbricabili: occorre intervenire. Il commercio in grosso di certi prodotti alimentari strozza la concorrenza e sfrutta i consumatori: occorre opporsi. La struttura delle società per azioni è incompatibile con le esigenze dell'economia moderna: occorre riformarla. Manca l'energia: occorre stimolare lo sviluppo di nuove fonti di energia. Di queste e di altre questioni si è occupato il Partito Radicale, preoccupandosi giustamente della soluzione dei problemi immedia

ti più che di dichiarazioni ideologiche. L'ideologia resta sempre la medesima: la massima libertà del massimo numero - e non occorre ritornarci sopra continuamente.

PUNTI FERMI

La relazione della Giunta Esecutiva al Consiglio Nazionale del partito Radicale, riunitosi lo scorso marzo, affermava: "Abbiamo già presentato alla Camera tre proposte di legge, l'una sulla riforma delle società per azioni, l'altra contro le intese consortili, ed una terza sulla produzione ed utilizzazione dei combustibili nucleari, progetti che recano anche le firme di deputati repubblicani, socialisti e socialdemocratici... Si tratta di progetti quanto mai importanti che, se riusciremo a far tradurre in legge, arricchiranno la nostra legislazione di nuovi poderosi strumenti per lo sviluppo dell'economia, per la lotta contro i monopoli, per la difesa della libera concorrenza, per la tutela dei diritti degli azionisti e dei risparmiatori. Uno dei punti che meglio caratterizzano il nostro partito è quello della lotta contro i monopoli, lotta diretta non a ricattare gli industriali per ottenere che una maggior parte del sopraprofitto vada alle maestranze; ma per ridurre il prezzo dei beni nell'interesse d

ei consumatori. La nostra politica economica si distingue nettamente da quella dei partiti classisti quanto da quella dei partiti paternalistici. Si distingue dalla prima perchè non ci proponiamo, neppure a lontana scadenza, la nazionalizzazione di tutti gli strumenti di produzione, convinti come siamo che una socializzazione generale non potrebbe essere raggiunta e mantenuta senza sopprimere le libertà fondamentali dei cittadini; noi intendiamo, invece, contenere l'intervento dello Stato nel campo economico entro i limiti stabiliti dall'art. 43 della Costituzione (servizi pubblici essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio che hanno carattere di preminente interesse generale). Si distingue dalla seconda perchè rifiutiamo tutte le soluzioni corporative che sempre si risolvono nella cristallizzazione delle posizioni acquisite, nella socializzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti, nella resurrezione del sistema medioevale delle caste; noi intendiamo, invece, tracciare una netta d

istinzione fra il settore privato e il settore pubblico; tener viva la concorrenza nel settore privato per aprire la strada agli uomini nuovi, alle nuove iniziative e per stimolare un continuo scambio della classe dirigente e una continua soluzione delle imprese in rapporto alla economicità; e sottoporre il settore pubblico ad una efficace vigilanza da parte del Parlamento, degli organi burocratici di controllo e della opinione pubblica con la piena pubblicità di tutte le gestioni dello Stato, degli enti pubblici e delle società a partecipazione statale".

LOTTA CONTRO I MONOPOLI

Il primo ostacolo allo sviluppo dell'economia italiana viene dalla struttura monopolistica che domina in troppe branchie delle attività industriali e non industriali. Situazioni monopolistiche esistevano prima del fascismo. Si aggravarono durante la dittatura. Con il corporativismo che gli economisti cattolici avevano fatto risorgere dal medioevo e che i fascisti avevano entusiasticamente adottato, vennero uccise le iniziative, venne messo il lucchetto all'espansione economica. Si conoscono i risultati: nel 1939 la nazione italiana stava peggio di quello che lo fosse stata nel 1922. Il fascismo se ne è andato, ma i monopoli, il corporativismo e la mentalità corporativistica, nemica della libera impresa e della libera concorrenza, rimangono. Industria chimica, industria elettrica, zuccherifici: questi non sono che tre esempi di concentrazione monopolistica. I radicali sono contro i monopoli privati; ma non sono per il monopolio pubblico. Vogliono un vasto settore privato in cui viga il massimo di libertà

d'impresa e di concorrenza. I convegni, le pubblicazioni mirano a creare, nell'opinione pubblica ancora ligia a vecchie formule, l'ambiente favorevole all'adozione da parte del Parlamento di quella legislazione contro i monopoli che è stata uno dei fattori, e non fra i minori, dell'enorme sviluppo dell'economia americana durante gli ultimi settant'anni. Nel presentare una proposta di legge sulle intese industriali e commerciali, l'on. Villabruna così si esprimeva: "L'Italia è ormai l'unico paese di qualche importanza, la cui legislazione non contenga alcuna norma contro le intese consortili. Queste intese hanno sempre abbondantemente prosperato nel nostro paese, contribuendo in modo rilevante a limitare le dimensioni del mercato, a consentirne lo sfruttamento da parte degli "operatori abituali" precludendo la via d'accesso ai nuovi imprenditori, infine a sclerotizzare la vita produttiva in una politica inveterata di alti prezzi di vendita, bassi consumi ed elevata disoccupazione. Sicchè predisporre efficaci

norme che combattono le intese consortili e contribuiscono per questa via a rigenerare un clima di più libera competizione tra le diverse iniziative, è uno dei modi per avviare anche una politica di sviluppo del reddito e dell'occupazione... La via da seguire, indicata oltre che dallo statuto della C.E.C.A., anche da eminenti studiosi italiani quali il prof. Siro Lombardini, è dunque molto chiara. E' indispensabile stabilire la nullità di tutte le pattuizioni restrittive della reciproca concorrenza tra imprenditori, rendendo tale nullità assolutamente indipendente da un giudizio di merito sulla giustificazione o meno della pattuizione nel caso concreto. E' inoltre indispensabile che la sanzione colpisca non solo quei contratti che abbiano come causa la restrizione della reciproca concorrenza, ma anche quelli che indirettamente perseguono tale scopo e che comunque ne producono l'effetto. Nell'ambito dei consorzi e dei cartelli, i negozi indiretti sono assai più frequenti di quelli diretti, poichè i cartelli

sono per l'appunto tra le cose che si preferisce fare piuttosto che dichiarare di aver fatto... Alla nullità del contratto apertamente diretto alla restrizione della concorrenza deve accompagnarsi quella del contratto che indirettamente persegua lo stesso scopo o provochi lo stesso effetto".

LE SOCIETA' PER AZIONI

In questo campo regnano il segreto ed il privilegio. La legislazione italiana sta a quella dei paesi industrialmente progredite come l'uomo dei Neanderthal sta all'uomo del 20· secolo. L'azionariato ha una funzione economica ed una funzione sociale. Non può assolvere in maniera soddisfacente la prima e non assolve affatto la seconda, se resta nelle mani di un gruppo ristretto di individui la cui massima preoccupazione non è, come invece si verifica nei paesi economicamente progrediti, assicurare lo sviluppo dell'impresa, bensì spremere nel minor tempo possibile il massimo profitto. Il segreto mantenuto nel campo delle attività delle società per azioni è fonte di corruzione sia privata che pubblica. Occorre modificare l'ambiente in cui agiscono le società per azioni se si vuol togliere la sua giustificazione alla campagna che conducono i collettivisti. Occorre render pubblico il nome dei partecipanti al possesso delle azioni; occorre render pubblici i bilanci; occorre eliminare quella posizione di privil

egio che vogliono mantenere gli attuali detentori del capitale azionario. La relazione che accompagnava la proposta di legge presentata dall'on. Villabruna diceva: "La riforma legislativa delle società per azioni è problema di cui ormai da molti anni si sente urgente bisogno, poichè da molti anni le condizioni economiche e la struttura del mercato in cui le società per azioni devono operare si sono profondamente modificate. Il regime della libera concorrenza, fondato su imprese di modeste dimensioni gestite dagli stessi proprietari del capitale incapaci di influire direttamente e consapevolmente sui prezzi dei beni e sulla quantità dell'offerta, non è più che un pallido ricordo. Il progresso tecnico, l'aumento generale della domanda di tutti i beni conseguente all'aumento della popolazione ed al maggior grado di benessere e di civiltà, hanno incoraggiato il sorgere di imprese di dimensioni sempre più grandi, hanno favorito il formarsi di gruppi finanziari che detengono partecipazioni imponenti e disparate ne

i vari settori della produzione e svolgono una politica unitaria di gruppo. In tale modo le possibilità della grande e grandissima impresa di influire sui prezzi e sulle quantità si sono enormemente moltiplicate. Il regime concorrenziale ha rapidamente ceduto il posto ad una struttura oligopolistica, nella quale le varie unità operative hanno ormai un rilevante potere di mercato, che spesso dà luogo a politiche aziendali in palese contrasto con l'interesse generale dei consumatori e della collettività. In questo quadro la società per azioni è divenuta lo strumento essenziale per consentire alle imprese oligopolistiche di affermare sempre più saldamente il loro potere di mercato. Essa ha fornito l'impalcatura giuridica per attuare con estrema facilità almeno quattro obiettivi, che sono determinanti ai fini di limitare l'efficacia della concorrenza e favorire lo sfruttamento del mercato da parte di gruppi monopolistici. Questi obiettivi sono: 1) i collegamenti di gruppo, attraverso la tecnica delle partecipazi

oni azionarie reciproche; 2) la moltiplicazione dei soggetti giuridici attraverso il sistema delle società a catena; 3) l'occultamento dei sopraprofitti di monopolio, raggiunto col sistema della moltiplicazione delle società di comodo, con l'autofinanziamento dei nuovi impianti e col più stretto segreto dei dati di gestione; 4) la scissione della proprietà dalla gestione e la formazione di "società-istituzioni", in cui il gruppo dei dirigenti, praticamente inamovibile, si perpetua per cooptazione e sfugge ad ogni controllo... In particolare il disegno di legge si è proposto i seguenti obiettivi: 1) impedire la costruzione di castelli di carta con gli aumenti fittizi di capitale attraverso lo scambio dei pacchetti azionari, che servono ad ingannare i veri azionisti e ad escluderne il controllo; 2) creare le condizioni di un effettivo sindacato della maggioranza dei piccoli azionisti sull'operato dei gruppi minoritari che governano le grandi società per azioni. A questo fine sono preordinate le norme sulla pub

blicità dei dati di bilancio (che si sono volute specialmente rigorose per le società con azioni quotate in borsa) e le norme sul rilascio delle deleghe al voto in assemblea e sui sindacati di azioni. Da una più efficace tutela dei piccoli azionisti è lecito attendersi, tra gli altri benefici effetti, un accresciuto interessamento del pubblico dei risparmiatori al mercato finanziario, oggi spesso disertato per la mancanza di adeguate garanzie contro il prepotere degli amministratori; 3) rendere pubblici i confini dei grandi gruppi finanziari e industriali, con l'obbligo di compilare bilanci consolidati, nei quali sia dettagliato l'elenco di tutte le partecipazioni azionarie in portafoglio, e i finanziamenti erogati ad altre società o persone. L'insieme di queste notizie potrà fornire importantissime indicazioni alle pubbliche autorità incaricate di impedire le azioni monopolistiche e di garantire ai consumatori e ai concorrenti le condizioni di un efficiente sistema competitivo".

TELEFONI

Il principio della gestione statale per tutto ciò che concerne le comunicazioni d'interesse nazionale è stato adottato da tempo dalla maggior parte degli Stati europei democratici sotto la spinta dei liberali radicali. In Italia siamo ancora al monopolio privato, e ad un livello di inefficienza quale non si trova in nessun paese a nord delle Alpi. Se l'unico effetto della inefficienza fosse di far perdere pazienza all'utente, non sarebbe ancora un gran male; il male c'è quando l'inefficienza delle comunicazioni ritarda ed intralcia lo sviluppo dell'economia. In questo campo il Partito Radicale ha chiesto che venisse adottato anche in Italia francamente ed integralmente il principio della gestione pubblica.

AREE FABBRICABILI E MERCATI GENERALI

Il n. 7 del Notiziario del partito Radicale riportava: "il 21 ed il 22 aprile (1956) ha avuto luogo il convegno sui problemi dell'abitazione e dell'alimentazione della città. Leone Cattani, che ha svolto la sua relazione sulle aree fabbricabili, ha parlato del pericolo a cui può andar incontro l'interesse pubblico quando l'attività dei privati, non coordinata nel quadro degli interessi generali, si indirizza verso forme di speculazione scandalose. Per risolvere radicalmente il problema economico e politico delle aree fabbricabili, il relatore proponeva: a) la formazione di piani regolatori in tutti i Comuni importanti; b) di vietare la lottizzazione privata in zone non urbanizzate in attesa del nuovo piano regolatore generale; c) di riservare nei piani regolatori le aree per l'edilizia popolare ed economica e pubblica; d) di vietare le lottizzazioni private se non è approvato il piano particolareggiato; e) di ingiungere ai proprietari di aree comprese nei piani particolareggiati, già attrezzate con le i

ndispensabili opere pubbliche, di erigere le previste costruzioni, sotto pena di espropriazione. - Sull'organizzazione dei Mercati Generali il relatore Angelo Conigliaro ha rilevato che lo sviluppo della produzione... ha posto tutti nella necessità di dover affrontare all'interno una più efficiente e moderna organizzazione del mercato. Non potremo parlare di mercato moderno, non potremo quindi parlare di riduzione di pressi al minuto, fino a che l'organizzazione generale dei mercati sarà basata sui vecchi metodi, e non avverrà di fatto la liberalizzazione del mercato interno, non verrà abolito il diritto di "privativa" restituendo a produttore e consumatore la formula del mercato aperto. - Sull'altro aspetto dell'alimentazione, i macelli, Eugenio Scalfari ha osservato come l'alto prezzo delle carni e il conseguente basso consumo sia da attribuire soprattutto al macello pubblico che monopolizza il commercio all'ingrosso e crea un limitato e chiuso gruppo di venditori o di intermediari sicuri dei guadagni ch

e sono tipici dei regimi di monopolio; ha proposto... che nessun limite possa essere posto al sorgere di nuovi stabilimenti privati di macellazione nei luoghi che forniscono il bestiame vivo".

ENERGIA NUCLEARE

Nella sua relazione alla proposta di legge sulla produzione e utilizzazione dei combustibili nucleari, l'on. Villabruna dichiarava: "Il consumo di energia elettrica calcolato in 41 miliardi di Kwh pel 1956 viene previsto anche dalle previsioni più prudenti in 55 miliardi per il 1960, 71 miliardi per il 1965, e in 103 miliardi per il 1967... All'esigenza di energia elettrica l'Italia provvede per circa il 65% con impianti idroelettrici, mentre sono in corso vasti impianti termoelettrici. Questo programma potrebbe assicurare la saldatura pel 1960, ma non sembra invece possibile assicurare con lo sviluppo di impianti termoelettrici, dato ormai l'esaurimento delle risorse idriche, la soddisfazione dell'ulteriore incremento. E' questa urgente necessità quella che impone il ricorso ad altre fonti di energia e che deve considerarsi il problema dell'utilizzazione dell'energia nucleare... E' allo Stato che spetta decidere sull'impulso da dare all'industria nucleare indipendentemente da considerazioni di profitto

privato; è allo Stato che spetta quella scelta a priori sulla via da seguire; lo sviluppo di una industria nucleare è urgente ed indispensabile e non può aver luogo che attraverso reattori a uranio naturale; di fronte alla estrema limitazione dell'uranio 235, questo non può essere utilizzato per accelerare il ciclo con reattori plutogeni; è su questa via che si può effettivamente provvedere ad una formazione di esperti e tecnici senza la quale il nostro paese rimarrebbe estraniato dallo stesso sviluppo culturale... La nostra proposta prevede una sfera di monopolio statale solo in due campi: a) quello della produzione di combustibili nucleari speciali; b) quello della produzione di energia elettrica per via nucleare. La sfera riservata al pubblico monopolio è quella che si riscontra in tutte le legislazioni, compresa in sostanza quella americana, perchè non c'è finora legislazione che all'inizio del processo di sviluppo dell'industria nucleare non abbia fatto capo alla mano pubblica... L'ente pubblico che pr

oponiamo di istituire è concepito quale ente volto al raggiungimento dei compiti propostigli. Abbiamo rifiutato l'ipotesi di affidare questi compiti ad un ente pubblico già esistente, partendo da una visione costituzionale che ci sembra tanto più importante quanto più si sviluppano gli enti pubblici; quella che gli enti pubblici economici sono ormai in realtà organi di governo per settore, nei cui confronti la prima e preliminare garanzia è costituita dalla stessa pluralità degli enti e dalla preclusione della concentrazione in un solo ente di una pluralità di funzioni. E' sempre nella pluralità di quelli che si potrebbero chiamare i centri di potere, e nel loro equilibrio, che risiede la garanzia della libertà, e la rivendicazione della specialità degli enti pubblici economici obbedisce a una preoccupazione fondamentale analoga a quella che, nei riguardi della struttura privatistica dell'economia, detta la necessità di norme antimonopolistiche".

* * *

Quanto è stato scritto fin qui in queste pagine riguarda la posizione del radicalismo nei confronti di alcuni problemi interni. Vi è un'infinità di altri problemi interni. Vi è un'infinità di problemi di politica estera. Un giorno ci sarà la possibilità di discutere anche questi. A chi domanda intanto come vanno risolti questi problemi, rispondiamo: l'unica soluzione da prendere in considerazione è quella che rafforza le istituzioni di libertà. Ognuno, purchè abbia un concetto preciso della libertà, può trovare in sè stesso la risposta alle domande che i problemi pongono.

 
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