Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
gio 23 mag. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Rossi Ernesto - 18 dicembre 1956
DIALOGHI PLUTONICI: ATOMO ED ELETTRICITA'
Se non vogliamo assoggettare tutta la nostra economia alla politica di un governo straniero e perpetuare il dominio dei nostri gruppi monopolistici nel settore elettrico, dobbiamo prendere la strada della trasformazione dell'uranio naturale in plutonio, e stabilire il diritto esclusivo dello Stato all'impiego dei combustibili nucleari per la produzione dell'elettricità, così come hanno fatto la Francia e l'Inghilterra.

di Ernesto Rossi

SOMMARIO: Sotto forma di dialogo (anche spiritoso, con battute, digressioni ecc., secondo il peculiarissimo stile di Rossi) in questo articolo si dibattono alcune importanti questioni relative alla struttura, alle possibilità e alla convenienza di avviare anche in Italia una industria energetica su base nucleare. Sono interlocutori dell'immaginario dialogo un deputato socialista, un professore di storia, un ingegnere della Edison, un fisico nucleare e un economista radicale (nel quale è adombrato lo stesso Rossi). Dopo aver lamentato il ritardo in cui versa in Italia la ricerca scientifica, mentre "siamo alla soglia di una nuova era: dell'era atomica" (di cui si sciorinano in bell'elenco tutte le meraviglie ma anche i rischi e pericoli), all'ingegnere della Edison è affidato il compito di illustrare l'urgenza che l'Italia si doti di una industria nucleare, affidata all'impresa privata. Tra l'ingegnere e l'economista radicale si discute poi di meriti e colpe del capitalismo italiano (l'economista sostiene la

tesi che spetti allo Stato gestire l'iniziativa nel nuovo settore energetico) e infine si indica quale debba essere la strada da seguire nell'avviare il nuovo settore, vale a dire quella dei cd. "reattori plutogeni".

(IL MONDO, 18 dicembre 1956)

Andarono a discutere al chiaro di luna, sulla terrazza: un deputato socialista, un professore di storia, un ingegnere della Edison, un fisico nucleare e un economista radicale. Quando si furono accomodati sulle poltrone, ripresero il discorso interrotto alzandosi da tavola.

Il deputato: - Ormai tutti capiscono che siamo sulla soglia di una nuova era: dell'era atomica. Anche Aldous Huxley poco tempo fa ha detto che dovrebbe riscrivere da capo a fondo il suo Mondo nuovo per tener conto di un fattore che aveva completamente trascurato venticinque anni fa immaginando la sua utopia: la utilizzazione della energia atomica a scopi bellici e a scopi pacifici. Questo fattore cambierà i rapporti fra i popoli, le correnti dei traffici, i metodi di produzione, le costituzioni politiche, il tenore di vita, la morale stessa degli uomini, più profondamente di quanto li abbiamo mai fatte mutare le scoperte e le invenzioni dei secoli scorsi. Le teorie deterministe di Carlo Marx ne riceveranno la più clamorosa conferma.

Il professore: - Non credo proprio che ce ne dovremo rallegrare. La porta della era atomica è stata spalancata dalla bomba che il 6 agosto 1945 ridusse a un deserto di macerie Hiroshima, città di mezzo milione di abitanti. Il segreto militare ci impedisce oggi di conoscere a che punto siamo arrivati. Ma la prima bomba all'idrogeno, sperimentata nel 1954 a Bikini, aveva già una potenza superiore di circa mille volte a quella di Hiroshima. Un solo missile radiocomandato può avere effetti più terrificanti di un violento terremoto: spazzar via in un soffio una metropoli, uccidendo milioni di persone e lasciando in attesa della morte più atroce milioni di superstiti sfigurati dalle radiazioni, con le carni a brandelli, la pelle coperta di pustole, il corpo scosso da continui sbocchi di sangue: in un raggio di parecchi chilometri, per anni ed anni non sarebbe poi più possibile alcuna forma di vita. A chi gli chiedeva come sarà combattuta la prossima guerra mondiale, Bertrand Russell rispose che sulla prossima non

riusciva a fare alcuna previsione; poteva invece dire qualcosa di sicuro sulla successiva. "Che cosa?" gli domandarono. "Sarà combattuta con la fionda". Così è. L'era atomica, nel momento stesso in cui si apre, può richiudersi con la distruzione completa della nostra civiltà. Se gli uomini politici fossero animali ragionevoli, invece di baloccarsi sull'orlo del precipizio con le loro ridicole vanità, terrebbero sempre davanti agli occhi questa prospettiva come pietra di paragone su cui saggiare tutti i loro atti e pensieri. La difesa degli interessi sezionali, il prestigio della bandiera, le rettifiche di frontiera, la conservazione delle colonie, in questa prospettiva, perdono ogni importanza: diventano grottesche, assurde, come la preoccupazione di un condannato a morte di non mostrare le unghie poco pulite a chi lo lega sulla sedia elettrica.

Ci fu un lungo silenzio. Poi l'onorevole accese il sigaro, e si versò un bicchierino di cognac.

Il Deputato: Accidenti! Questo è il modo migliore per farci andare di traverso la digestione. In attesa del soma, la droga perfetta inventata da Huxley, anche un bicchierino di cognac può aiutare a cacciare gli orridi fantasmi dei quattro cavalieri dell'Apocalisse evocati dal professore. Alle terrificanti previsioni sugli effetti delle armi atomiche possiamo opporre la palingenesi sociale che ci attende se riusciremo ad utilizzare l'energia nucleare solo a scopi di pace. Potremo produrre l'elettricità a costi sempre più bassi, senza la preoccupazione della scarsità delle risorse idriche e dell'esaurimento dei giacimenti di carbone e di petrolio. Ad ogni lavoratore nell'industria e nell'agricoltura verrà così associato un numero sempre maggiore di "servi meccanici". E poi numerosissime sono, fin d'ora, le possibilità di applicazione delle sostanze radioattive e dei sottoprodotti delle centrali nucleari nell'industria delle materie plastiche, nell'industria tessile, nell'industria cartaria, nella sterilizzazio

ne dei prodotti farmaceutici, nelle diagnosi e nelle terapie, nello sviluppo delle piante e nella conservazione dei prodotti agricoli. In una conferenza tenuta l'anno scorso, Epicarmo Corbino ha giustamente notato che se i nuovi procedimenti per moltiplicare la produzione agricola saranno accoppiati ai metodi di conservazione degli alimenti, potremo contrastare gli effetti della legge della produttività decrescente della terra ed eliminare qualunque pericolo di carestia, creando i presupposti di una trasformazione della vita degli uomini, che neppure la più ardente fantasia potrebbe oggi immaginare. Ma, davanti a questi grandiosi problemi, che cosa fa il nostro governo? Mentre gli altri Paesi dell'occidente hanno già dedicato diecine di miliardi ed hanno impostato programmi di centinaia di miliardi per le ricerche e gli esperimenti nucleari, non abbiamo saputo trovare che poche centinaia di milioni. I fisici italiani, che pure sono stati tra i primi a dare un contributo fondamentale alle ricerche in questo c

ampo, si vergognano a far visitare i loro laboratori dai colleghi stranieri; si vergognano a dire qual'è l'effettivo stato delle cose nel nostro paese, quando partecipano ai congressi internazionali. Bisogna che ci decidiamo a fare tutti gli sforzi per riprendere al più presto il tempo perduto. Altrimenti la nostra industria non sarà mai capace di costruire un reattore: dovremo acquistare all'estero gli impianti "in cellophan" e chiamare anche i tecnici stranieri per farli funzionare.

L'economista: - Non mi pare che ci si debba meravigliare se l'Italia occupa uno degli ultimi posti nelle ricerche e nelle applicazioni dell'energia nucleare. Noi ci troviamo negli ultimi scalini in quasi tutte le graduatorie significative per stabilire il livello di benessere e di civiltà dei diversi popoli: il reddito medio, la disponibilità di energia e il consumo di calorie per abitanti, l'affollamento delle abitazioni, l'analfabetismo, la mortalità infantile. Non so perché dovremmo trovarci ai primi posti nella rivoluzione nucleare. Finché continueremo a sperperare tanti miliardi in spese inutili ed a gettare in fondo al mare tante ricchezze in operazioni di reciproco arrembaggio non potremo disporre dei mezzi necessari per perseguire seriamente i fini di maggiore interesse collettivo. Non solo i fisici nucleari si vergognano a far visitare i loro laboratori ai colleghi stranieri; ma anche i chimici, i geologi, i biologi, gli agronomi, tutti i nostri ricercatori. E quel che per me è più grave è che si ve

rgognano i medici di far visitare gli ospedali; si vergognano i maestri di far visitare le scuole; si vergognano i direttori delle carceri di far visitare i reclusori. Un paese povero come il nostro ha anche molto da guadagnare se attende che i paesi più ricchi facciano le prime costosissime ricerche e gli impianti-pilota nel campo nucleare. Profitteremo delle loro ricerche e delle loro esperienze in un secondo tempo, quando sarà provata la convenienza economica delle applicazioni pratiche. Né mi scandalizzo che l'Italia acquisti all'estero i primi reattori, così come, alla fine del secolo scorso, i paesi economicamente più arretrati acquistarono all'estero le prime dinamo e le prime turbine per la produzione dell'energia elettrica. Nel discorso che lei, onorevole, ha ricordato, il prof. Corbino ha messo giustamente in guardia contro il rischio di investimenti eccessivi negli impianti elettro-nucleari in questo primo periodo di rapidissimi progressi della tecnica. Sono rischi che possono essere ragionevolmen

te affrontati solo dai paesi ricchi, dove il saggio dell'interesse a lungo termine è meno della metà di quello che è il saggio nel nostro paese e dove i macchinari vengono rinnovati entro termini che sono un terzo e anche un quinto dei nostri cicli di ammodernamento. A noi conviene esser molto più prudenti. Possiamo risparmiare centinaia di miliardi agganciandoci all'ultimo anello della catena, cioè importando i reattori completi, "in cellophan", come lei dice, da montare così come sono, per produrre senz'altro energia. Risalire alle fasi precedenti della loro costruzione richiederebbe investimenti colossali che potrebbero essere svalutati dalle nuove invenzioni entro brevissimo tempo. Tanto, almeno per ora, non possiamo certo pensare a produrre per nostro conto il combustibile nucleare arricchito, che solo il governo degli Stati Uniti è in grado di fornire per alimentare i reattori come sottoprodotto delle bombe atomiche: impianti del genere di quelli americani richiedono somme molto maggiori delle totali e

ntrate effettive nel bilancio dello Stato italiano.

L'ingegnere: - Proprio per motivi economici, noi italiani dovremmo essere all'avanguardia nell'applicazione industriale dell'energia nucleare. Se riduciamo tutte le altre forme di energia ad una equivalenza in termini di tonnellate di carbone troviamo che l'Italia dispone di 1 tonnellata annua per abitante, mentre la Francia ne dispone 2,3 tonnellate, la Germania 3,3, l'Inghilterra 4,6, gli Stati Uniti 7,6. (Sono i dati del 1954, perchè non ne ho di più recenti). L'Italia produce l'elettricità dall'acqua, dal carbone e dal petrolio a costi molto più elevati degli altri paesi. Il nostro fabbisogno tende a raddoppiare ogni dieci anni. Tutti i corsi d'acqua utilizzabili all'attuale livello delle tariffe elettriche sono già utilizzati, tanto che la costruzione degli impianti idroelettrici viene da diversi anni stimolata con l'assurdo sistema della Cassa di conguaglio, la quale dà un premio all'energia prodotta dalle nuove centrali col ricavo di una maggiorazione di prezzo sull'energia prodotta dalle vecchie. Per

l'anno in corso si prevede un consumo di 41 miliardi di Kwh, di cui 9 miliardi termici e 32 idrici. Per raggiungere la saldatura fra produzione e fabbisogno nel 1960 sono in programma nuovi impianti per 9 miliardi di Kwh idrici e 7 miliardi termici. Dopo il 1960 dovremmo costruire solo impianti termici; ma il carbone ed il petrolio vengono importati con fortissime spese di trasporto, accrescendo la dipendenza della nostra economia dalla politica dei paesi esportatori, aumentando le difficoltà della nostra bilancia dei pagamenti, aggravando la inferiorità delle nostre industrie in confronto alle similari industrie straniere. L'energia elettro-nucleare è quindi venuta proprio al momento giusto: è, per noi, la provvidenza che scende dal cielo. Dal 1960 faremo entrare in azione quattro o cinque impianti nucleari da 100.000 Kz, e dopo il 1960 l'energia prodotta dall'uranio e dal plutonio costituirà una percentuale sempre più alta della disponibilità complessiva: alla fine del secolo l'importanza dell'energia pro

dotta dalle fonti classiche dovrebbe essere quasi trascurabile. E un'altra cosa molto importante deve essere tenuta presente: un chilo di uranio 235 libera energia pari a quella che possiamo ottenere bruciando circa 3000 tonnellate di carbone. In conseguenza della irrilevante incidenza delle spese di trasporto otterremo, perciò, l'energia allo stesso costo, dovunque costruiremo le centrali. Questo ci permetterà di risparmiare gli investimenti nelle grandi linee di trasporto, di eliminare molti sperperi di energia e di venire particolarmente in soccorso alle aree depresse, costruendo delle centrali anche nelle zone più lontane dai porti e dai corsi d'acqua. Perché questo avvenga, perché la nuova rivoluzione industriale ci porti veramente tutti i benefici che ci può portare occorre, però, che lo Stato non metta i bastoni fra le ruote: deve lasciar via libera all'iniziativa privata. Come ultimamente ha scritto molto bene il giornale 24 Ore, una soluzione dirigistica non corrisponderebbe agli interessi nazionali

, né potrebbe accordarsi con i principi etico-politici che informano la vita del nostro paese....

L'economista: Andiamo piano con le benemerenze potenziali dell'industria privata: sappiamo che cosa significa in questo campo; significa i grandi monopoli: la Edison, la Adriatica di elettricità, la Montecatini, la Fiat. Sono queste le società private oggi in grado di raccogliere i capitali per comprare e installare un reattore di potenza, che si sono già fatte avanti per occupare delle posizioni da fare valere in futuro per rafforzare ancor più il loro sfruttamento del mercato nazionale. Gli interessi di questi gruppi non hanno mai coinciso e tanto meno potranno coincidere domani con l'interesse generale. La produzione con i combustibili nucleari di una percentuale crescente di energia a costi sempre più bassi, se non resterà nelle loro mani, porterà ad una progressiva svalutazione degli impianti idroelettrici, in cui hanno investito centinaia di miliardi, e - quel che è anche più grave - inizierà lo smantellamento delle strutture monopolistiche. Gli articoli di 24 Ore e i discorsi dell'ing. Valerio e dell'

ing. De Biasi dimostrano che gli elettrici hanno ben capito che la introduzione della energia nucleare è per loro una questione di vita o di morte. La nazionalizzazione dell'industria elettrica non sarà decisa nel 1970 quando scadrà il primo grosso gruppo di concessioni per la utilizzazione delle acque pubbliche: è decisa oggi con la assegnazione dei pochi chilogrammi di uranio 235 che stanno per arrivare dagli Stati Uniti e con la ordinazione dei primi reattori. Se, invece di far ancora delle chiacchiere sul Piano Vanoni, vogliamo creare veramente le premesse di una politica economica di sviluppo, non dobbiamo perdere questa occasione, come, per nostra insipienza, abbiamo perduto l'occasione dell'immediato dopoguerra, di cui hanno saputo, invece, ben profittare i francesi e gli inglesi. Ferrovie, credito ed energia sono le tre leve di comando che non possono più essere lasciate in mano ai privati, in un Paese in cui l'economia si è ormai irrigidita nelle forme corporative ed il potere economico è accentrato

in qualche diecina di persone, collegate fra loro nelle holdings e nelle organizzazioni di categoria, proprietarie dei maggiori organi di informazione, finanziatrici delle campagne elettorali, rappresentate da loro uomini di fiducia nei ministeri e nei gangli più delicati della pubblica amministrazione. Le ferrovie ed il credito sono già, in Italia, per nostra grande fortuna, nazionalizzati. Dobbiamo ora provvedere all'energia.

L'ingegnere: - Il disavanzo cronico delle ferrovie, gli scandali bancari, la gestione della finelettrica, non sono certo fatti incoraggianti per procedere su questa strada. Lei sa pure che cosa è lo Stato in Italia...

L'economista: - Lo so, lo so purtroppo. Ma so anche come vengono selezionati i "grandi capitali" delle nostre industrie; con quali operazioni predatorie riescono a formare le loro fortune e come le spendono una volta che le hanno accumulate. In più so che cosa essi rappresentano nella vita politica del nostro Paese. Su questi sgradevoli argomenti né "24 ore", né gli altri quotidiani che hanno gli stessi finanziatori, dicono mai una parola , mentre non passa giorno che non ripetano che lo Stato non sa far niente, che lo Stato da noi significa incompetenza, irresponsabilità, menefreghismo, camorra. Anche quando le loro critiche sono fondate - e, in verità, lo sono molto spesso - danno un'idea completamente falsa della situazione, perché manca il contrappunto delle critiche, anche più gravi, che meritano le imprese private, e perché non dicono che la responsabilità maggiore per lo sfasciamento della nostra pubblica amministrazione risale proprio ai "padroni del vapore", i quali hanno interesse all'attuale barao

nda per ottenere tutte le concessioni, i permessi, i privilegi che desiderano, per trasformare in chewing-gum i pubblici controlli sul loro operato e per impedire che le aziende statali possono presentarsi come alternativa alle loro gestioni. Se si desse ascolto a 24 Ore, poiché lo Stato in Italia non sa far niente, dovremmo anche affidare le università alla Edison, il cui ufficio studi prepara le migliori relazioni economiche del governo al Parlamento e alle conferenze internazionali; dovremmo affidare gli ospedali alla Montecatini che, producendo tutti i medicinali, meglio di chiunque sa come i medicinali vanno usati; dovremmo affidare la pubblica sicurezza alla Fiat, che ha organizzato il più efficiente servizio di polizia nei suoi stabilimenti. Secondo me, per ricostruire lo Stato occorre, invece, per prima cosa diminuire il potere dei gruppi monopolistici, che ritraggono il maggior vantaggio dalla mancanza di argini in difesa dell'interesse generale. La nazionalizzazione delle ferrovie ( che - ricordiam

olo - fu attuata al principio del secolo dai liberali) e la nazionalizzazione del credito (che fu una conseguenza delle crisi bancarie a ripetizione, rivelatrici di tutti gli imbrogli e di tutte le ruberie effettuate dagli amministratori privati) non hanno dato risultati soddisfacenti, è vero; ma per rallegrarcene basta considerare quel che avviene nelle poche imprese ferroviarie e nelle poche banche ancora in mani private, e immaginare quel che sarebbe oggi la nostra economia se i signori de "La Centrale" ed i loro compari dominassero anche il settore bancario e il settore ferroviario. Quanto alla Finelettrica.. quanto alla Finelettrica è inutile parlarne, perché lei, ingegnere, sa benissimo chi la dirige e sa anche come, in generale, sono gestite le società a mezzadria fra lo Stato e i privati.

Il Fisico: - Ormai è passata l'ora di andare a dormire. Se il padrone di casa ce lo consentirà potremo riprendere la nostra discussione un'altra sera. Ma prima di dare la buona notte vorrei dire anch'io qualche parola, per correggere una affermazione del nostro amico e per aggiungere qualche altra ragione a quelle che ha portate in favore della nazionalizzazione dell'energia nucleare. La energia nucleare può essere prodotta attraverso due procedimenti. Il primo è quello a cui si è già accennato di bruciare il combustile nucleare arricchito nei reattori di potenza. Il secondo è quello di partire dall'uranio naturale per fabbricare plutonio, producendo durante questa trasformazione nei reattori plutonigeni, solo in via subordinata, una quantità relativamente piccola di elettricità; il plutonio viene poi utilizzato nei reattori di potenza di seconda generazione per produrre energia elettrica. La prima sarebbe la strada più agevole perché possiamo trovare in America la pappa scodellata: i reattori e l'uranio 235

, e perché darebbe risultati immediati, come se importassimo centrali termo-elettriche e carbone; ma subordinerebbe lo sviluppo della energia elettrica in Italia, quindi lo sviluppo di tutta la nostra economia, alla mutevole politica dei partiti americani, giacché solo il governo degli Stati Uniti può fornire il combustibile nucleare arricchito. Tanto per cominciare, esso oggi non vende, ma presta l'uranio 235, e lo presta ai governi europei ponendo delle severe condizioni per il suo impiego e chiedendo delle pubbliche garanzie. La seconda strada è molto più faticosa, ma assicura la indipendenza della nostra economia, perché l'uranio naturale si trova anche nel nostro sottosuolo e può essere acquistato sul mercato internazionale, come qualsiasi altro minerale. D'altra parte solo la creazione di un'industria elettrica che parta dall'uranio naturale ci può consentire di formare l'esercito di tecnici necessario a raggiungere in questo campo l'autonomia. L'altra strada, non dando alcuno stimolo alla formazione d

ei tecnici, è praticamente irreversibile; renderebbe permanente e sempre più gravosa col passare del tempo la nostra dipendenza dall'estero in questo settore.

L'Ingegnere: - Torniamo, allora, alla mistica autarchica..

L'Economista: - No, no. Non ci faccia prendere lucciole per lanterne, caro ingegnere. Altra cosa è rifiutare l'acquisto all'estero di merci che non abbiamo convenienza a produrre all'interno, prodotte da privati in concorrenza fra loro; e altra cosa è divenire clienti obbligati di un solo paese, anzi, di un solo governo straniero, per la energia elettrica: questo governo ci terrebbe poi in sua completa balia, come se potesse aprire e chiudere, alla partenza, tutte le condutture dell'acqua potabile. Io non credo di avere neppure la più piccola fisima nazionalistica; sarei felicissimo che lo Stato italiano mettesse in società con altri Stati, in un'unione federale, alcuni attributi della sua sovranità, anche nel campo economico, per formare un unico mercato, il più vasto possibile; ma non voglio che, attraverso vincoli economici, il nostro Paese perda la indipendenza politica, per quel poco o tanto che essa può ancora valere. Perciò, se è possibile risalire fino al primo anello della catena, producendo energia

anche dall'uranio naturale (cosa che - confesso - io non sapevo) ammetto senz'altro di essermi sbagliato, quando ho detto che non c'era niente di male ad importare dall'America i reattori in "cellophan" per l'utilizzazione del combustibile nucleare arricchito.

Il Fisico: - Non solo è possibile; ma è quel che già avviene in Inghilterra, in Francia, nella Germania occidentale, in Canada, nel Giappone. Tutti questi paesi hanno scelto la seconda strada. Aggiungo che non è possibile percorrere simultaneamente le due strade senza inconvenienti dato che il governo americano mette a disposizione dei governi europei quantità limitate di uranio 235, e questo materiale viene anche impiegato per accelerare la trasformazione dell'uranio naturale in plutonio. Poiché è prevedibile che le forniture americane saranno limitate anche in futuro (non avendo il governo americano alcuna convenienza ad aumentare gli impianti esistenti, che gli sono in un primo tempo serviti per la produzione delle bombe atomiche), quanto più uranio 235 useremo direttamente nei reattori di potenza e tanto più ritarderemo il processo di trasformazione dell'uranio naturale. Queste considerazioni rendono ancor più decisive le ragioni portate dal nostro amico in favore del monopolio statale, perché la strada

dei reattori plutonigeni - per la maggiore entità degli investimenti che richiede, per il ritardo col quale il capitale trova una remunerazione nella vendita della elettricità, per le esigenze di carattere militare che deve soddisfare e, specialmente, per i problemi di sicurezza che pone - può essere seguita solo dallo Stato. E solo lo Stato può dare alla elettricità prodotta dai reattori quella funzione di base che dovrebbe avere per risultare economica, con la continuità e la costanza della erogazione, trattandosi di una merce il cui costo è formato quasi completamente dagli interessi sul capitale fisso. In conclusione, quel che più importa - secondo me - non è oggi di far presto: è di non pregiudicare l'avvenire, prendendo decisioni avventate, senza considerare i veri termini del problema, e creando posizioni acquisite in favore dei grandi monopoli, senza che la opinione pubblica sia avvertita da quelle che ne sarebbero le conseguenze.

L'Economista: - E con questo dichiaro chiusa la seduta, perché Pippo vuole essere accompagnato a leggere le ultimissime della notte all'angolo delle strade e sulla base dei lampioni. Anche per i cani la consuetudine è la più importante fonte del diritto.

 
Argomenti correlati:
nucleare
energia
uranio
francia
stampa questo documento invia questa pagina per mail