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Pavolini Paolo - 29 gennaio 1957
SCADENZA IMMINENTE
di Paolo Pavolini

SOMMARIO: Il settimanale di Mario Pannunzio segue con grande attenzione l'imminente congresso del partito socialista che si svolgerà a Venezia. Dall'assise si attendono grandi cose, la rottura definitiva col PCI e con Mosca.

L'articolo di Pavolini viene presentato come "apertura" di primapagina, a testimoniare dell'importanza attribuita alla vicenda socialista, i cui risultati "sono attesi da tutti con grandi speranze e con timori altrettanto grandi".

Dal congresso possono essere gettate le premesse e la basi per la creazione di "un solo partito, capace di raccogliere le aspirazioni di giustizia dei ceti più miseri" e di volgerle verso "ideali di libertà". Si guarda insomma all'unificazione tra socialisti e socialdemocratici. Il passaggio indispensabile è "un duplice divorzio": i socialdemocratici devono rompere i legami con i "clericali", il PSI dovrà abbandonare ogni intesa coi comunisti. Se questo accadrà, se il nuovo socialismo nascerà, è prevedibile una "frana" dei comunisti. Per questo obiettivo i socialisti debbono battersi vincendo ogni "senso di inferiorità" nei confronti dei vecchi alleati, che del resto aspettavano solo di andare al potere per far fare loro la fine di Benes e di Masarik.

Non stupisce se oggi la destra "clericale e confindustriale" guarda di malocchio il processo di riunificazione. Ma quando gli italiani vedranno che i comunisti sono "ridotti all'impotenza" e che i socialisti e i democratici vogliono cose "ragionevoli", chi più seguirà "l'Assolombarda...i cardinali-arcivescovi", ecc.? "Questa meschina Italia democristiana resterà solo un ricordo". Anche per i comunisti di Togliatti, l'unificazione socialista segnerà la fine: essi potranno solo rivolgersi agli "strati qualunquisti" del sottoproletariato: "ciò che...per un partito che aveva puntato tutto sulla sua funzione di erede della grande cultura 'borghese', significa praticamente la fine".

(IL MONDO, 29 gennaio 1957)

Il congresso socialista di Venezia è imminente: rappresenta una scadenza fondamentale nella politica italiana, i suoi risultati sono attesi da tutti con grandi speranze e con timori altrettanto grandi. Il nostro augurio è inequivocabile: confidiamo che da quel convegno possa nascere il grande partito dei lavoratori italiani, degli operai, dei contadini, uniti nelle stesse aspirazioni di progresso politico, economico e sociale che al principio del secolo guidarono proletariato e plebe verso vittorie non solo di classe ma di tutta la nazione. Desideriamo veder presto tutti i socialisti in un solo partito, capace di raccogliere le aspirazioni di giustizia dei ceti più miseri e di volgerle verso quegli ideali di libertà che ci sono cari. Vogliamo aver vicini i socialisti nella nostra lotta contro monopolisti, comunisti e preti.

La premessa indispensabile per giungere a questo risultato è un duplice divorzio. La socialdemocrazia deve rompere i suoi legami con i clericali, il PSI deve abbandonare ogni intesa con i comunisti. Per quanto sia proprio quest'ultimo partito quello che ha fatto finora i passi più lunghi verso l'obiettivo sperato, spetta ancora ad esso compierne di più decisivi e, per taluni dei suoi membri, forse di più dolorosi. Per quantità di iscritti, per forza organizzata, per numero di suffragi il PSI supera di molto la socialdemocrazia: ad unificazione avvenuta sulla buona fede dei nuovi compagni potranno contare gli esponenti socialdemocratici per evitare di essere schiacciati e condotti a una politica frontista cui furono sempre avversi; alcune loro esitazioni, timori e diffidenze sono perciò comprensibili e in certa parte giustificabili. Vi è poi un'altra ragione, più importante, che induce ad esigere maggiore audacia dal PSI che non dai socialdemocratici. Alle ultime elezioni politiche sei milioni di cittadini vo

tarono per i comunisti: nessuno può dire quanti voti rimarrebbero oggi al PCI; certo è da attendersi una riduzione sensibile nell'elettorato di estrema sinistra. Ma a trasformare questo cedimento comunista in un frana oggi possono riuscire soltanto i socialisti, con una politica intransigente, verso chi appena ieri era il loro più stretto alleato. Socialisti e comunisti hanno combattuto per anni fianco a fianco in numerose battaglie, alcune delle quali furono nobili battaglie; ma, a parte la differenza profonda di scopi e di ideali, l'alleanza dei due partiti di sinistra celava un secondo fine proditorio e inaccettabile. Finché le sinistre fossero rimaste in minoranza, il PSI avrebbe ricevuto dai comunisti aiuti generosi, sostegno, guida e conforto; appena fossero giunti al potere la riconoscenza dei comunisti verso compagni già tanto utili e fedeli sarebbe stata identica a quella dimostrata in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Bulgaria e in Rumenia, e Nenni avrebbe avuto ben poco tempo per considerare quanto

la sua sorte fosse divenuta simile a quella di Petkov, di Benes e di Masarik. Per i comunisti il PSI era solo uno strumento, un satellite da sfruttare e divorare; oggi le parti si stanno invertendo e la vittima designata si mostra più forte del paziente oppressore: è perciò giustificato moralmente e politicamente saggio che i socialisti si avvantaggino senza alcun rimorso della grave crisi del PCI, che vincano ogni senso di inferiorità provato verso gli antichi soci, che accolgano fra le loro file gli eretici del comunismo, che cerchino in ogni modo di appropriarsene la forza, i suffragi e il prestigio presso i lavoratori, che si adoperino a ridurre i comunisti alla condizione in cui questi si trovano in quasi tutte le nazioni dell'Europa civile.

Se il congresso di Venezia segnerà l'inizio di questa svolta decisiva nella politica del PSI, nessuna manovra potrà impedire la riunificazione: se qualche esponente della socialdemocrazia cercherà di intorbidare le acque sarà travolto rapidamente e squalificato senza rimedio. Verrà così compiuta la prima tappa nella lunga lotta che attende la sinistra democratica italiana per abbattere successivamente il suo più vero e più forte nemico. La seconda fase consisterà nel concentrare insieme alle più larghe masse del proletariato italiano la parte migliore dei ceti medi, degli intellettuali, dei professionisti e dei piccoli imprenditori in un intesa di vari partiti democratici e laici, fra i quali i socialisti uniti saranno il movimento politico più forte ma non certo l'unico. Questa unione di strati sociali e di partiti diversi era l'ambizione dei comunisti: pensiamo possa essere ripresa dalla sinistra democratica con miglior speranza di successo proprio ora che le fortune del PCI sono in declino. A Togliatti qu

esta politica non riuscì mai: troppo palese era la sua natura di capo di una rappresentanza sovietica all'estero. Pertanto, gran parte di coloro che nulla avevano in comune con i reazionari, clericali o padronali che fossero, finirono per votare e per sostenere uomini e partiti ai propri interessi immediati, pur di salvarsi dalla schiavitù imperante a poca distanza dai nostri confini orientali. Da questi encomiabili cittadini vennero i milioni di voti che sempre raccolse il PSI (e lo scegliere tale partito in luogo dei comunisti fu atto di cui i dirigenti del PSI finora fecero male a non trarre le logiche conseguenze) e gli altri che si dispersero in tutte le liste, purtroppo anche in quelle manovrate dai clericali e dai grandi capitalisti, sempre pronti a sfruttare sordidamente queste nobili avversioni alla tirannide a vantaggio proprio e a danno della nazione. Non stupisce che verso la riunificazione dei socialisti la destra clericale e confindustriale dimostri la stessa avversione che anima i dirigenti co

munisti.

Un grande partito socialista, unito ai partiti radicali e democratici, un accordo stabile fra proletariato e ceti medi per una politica di libertà, di progresso sociale e di giustizia, costituiscono una forza contro cui non serviranno gli ostacoli della destra. Un solo movimento di lavoratori, anche se di tutti i lavoratori, quando sia isolato e privo di sostegni presso le classi medie verrà sempre sconfitto dallo sforzo concorde dei preti e dei padroni: su questo punto Togliatti aveva perfettamente ragione. Ma il rapporto di forze si capovolge se un'unione democratica e popolare combatterà con ferma determinazione i nemici permanenti di ogni svolgimento civile, liberale e progressivo nel nostro paese. Questa lotta sarà il cimento supremo a cui i socialisti e i democratici saranno chiamati. L'ultimo nemico da abbattere è sempre quello che si trovarono davanti gli spiriti migliori espressi dal paese in ogni generazione: tale nemico si chiamò borbonico, papalino e austriacante nel secolo scorso, poi si nascose

dietro lo scudo sabaudo, quindi si servì dei sicari fascisti, finalmente si accordò con i preti. Sono sempre gli stessi: reazionari terrieri nell'Ottocento, reazionari della grande industria nel Novecento, pronti a mutar forme, simboli, convinzioni religiose, ma non certo l'animo, ottuso, avido e feroce in qualsiasi epoca della nostra storia recente.

Quando il popolo italiano comprenderà che i comunisti sono ridotti all'impotenza, che i socialisti e i democratici laici vogliono solo ciò che vuole ogni cittadino ragionevole; quando gli ideali e le aspirazioni ad una democrazia effettiva saranno fatti propri da una solida alleanza di partiti e di ceti sociali, chi volete che segua ancora l'Assolombarda, i gesuiti, i cardinali-arcivescovi e Alighiero De Micheli? Maggiori e minori personaggi della reazione italiana rimarranno soli, con le vecchie beghine, gli scaccini e i servi; tutti gli altri volgeranno loro le spalle; i nemici del liberalismo, del socialismo, della democrazia, saranno finalmente dispersi. La destra che ora cerca di mascherare i propri interessi dietro i raggruppamenti di difesa economica (Confintesa) e i movimenti combattentistici (Maresciallo Messe ecc.) non tarderà a scoprire tutto ciò che di anacronistico e di ritardatario c'è nei suoi programmi di conservazione sociale. La meschina Italia democristiana resterà solo un triste ricordo.

Quanto ai comunisti, separati dalla parte migliore del proletariato che costituiva fino ad ora la sola legittimità per il partito di Togliatti, e perduto l'appoggio di un socialismo orientato sempre più democraticamente, non rimarrà ad essi che puntare sugli strati qualunquisti di quel "lunpen-proletariat" che provocava i sarcasmi di Marx. Ciò che per un partito a forte struttura ideologica e pieno di ambizioni "nazionali", che aveva puntato tutto sulla sua funzione di erede della grande cultura "borghese", significa praticamente la fine.

 
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