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Pavolini Paolo - 19 febbraio 1957
UN PARTITO LIBERATO
di Paolo Pavolini

SOMMARIO: Si tratta del "fondo" del settimanale, in forma di cronaca commentata del congresso del Partito Socialista in cui Nenni ha rotto con i partiti comunisti e con l'Unione Sovietica. Descrive l'intervento in cui il leader ha denunciato i crimini seguiti alla repressione dei tentativi di liberalizzazione promossi a Varsavia e a Budapest, e l'"ovazione altissima" che ha accolto queste parole: "La mozione conclusiva del congresso...non consente interpretazioni equivoche"..."A Venezia...è nato un nuovo partito socialista"...

Ricorda poi, come fatto positivo, la vittoria dei funzionari di "apparato" che, guidati da Rodolfo Morandi, alla fine sono riusciti a scalzare "i gruppi degli anziani". Viene apprezzata l'opera di Morandi riuscito in pochi anni "a fornire al partito un forte gruppo di quadri" autonomi dal P.C.I. Seguono una serie di considerazioni sui possibili sviluppi della politica del nuovo socialismo. Il posto del PSI è "all'opposizione", il suo compito è di divenire "il più forte partito democratico", e "partiti e gruppi della democrazia laica, radicale e repubblicana devono prendere atto della nuova situazione". In definitiva, "un'alleanza stabile di socialisti e di democratici avrebbe sicura fortuna né ad essa mancherebbero compiti da svolgere."

(IL MONDO, 19 febbraio 1957)

Nenni parlava da un'ora e il suo discorso, che fino a quel momento aveva trattato di cifre e di statistiche, si volse all'improvviso alla politica estera, ai regimi di oltre cortina, ai fatti di Polonia e di Ungheria. In qualsiasi città dell'Europa orientale si conoscevano le sevizie e i delitti subiti da tanti innocenti e tuttavia il silenzio copriva crimini e misfatti orrendi. "Tutto ciò è terribile - gridò il leader socialista - ma c'è qualcosa di ancora più terribile: come è stato possibile che queste cose avvenissero? Tutta Varsavia sapeva, si legge in un rapporto del comunista Leo Wudaski, sapeva della gente assassinata dalla polizia politica nelle camere di tortura: tutta Varsavia sapeva e nessuno parlava".

Una ovazione altissima si levò dalla platea dei delegati; i militanti del PSI parvero di colpo liberati da un peso che gravava loro addosso da dieci anni, curiosamente felici nell'udire cose tanto tremende, perché quell'accusa lanciata dalla eloquenza di Nenni corrispondeva al segreto pensiero di ognuno di essi, covato nei dieci anni dell'alleanza con i comunisti, così scomoda, così piena di umiliazioni silenziose, tanto innaturale e soprattutto tanto piena di paura. I duri legami con i comunisti erano infranti e tutto il partito che nel profondo dell'animo non aveva mai desiderato altro, applaudiva e acclamava il suo segretario. Nella storia del socialismo italiano una brutta pagina era chiusa per sempre.

Giancarlo Pajetta che aveva portato all'assemblea socialista il tetro saluto del PCI, da quel momento frequentò poco l'aula dei dibattiti e fu visto spesso passeggiare lentamente fra le colonne di piazza San Marco seguito in silenzio dal piccolo manipolo degli osservatori comunisti. Alla presidenza del congresso presero posto Bevan e Commin, delegati del Comisco, alti esponenti di quella socialdemocrazia europea definita sempre dai comunisti come "l'internazionale del tradimento". E tale chiaro omaggio del socialismo internazionale dimostrava quanto fosse fondato il compiacimento di ogni democratico nel vedere finalmente il PSI porsi vicino a partiti e gruppi per i quali libertà e progresso civile sono termini sacri.

Oggi il P.S.I. si proclama seguace sincero di tutti i fondamenti su cui si fondano i regimi democratici. Da Basso a Valori, da Pertini a Lombardi, da Santi a Panzieri, tutti gli esponenti socialisti maggiori e minori si sono dichiarati fedeli ai principi della democrazia e del liberalismo, al sistema parlamentare, alla pluralità dei partiti, alla supremazia delle leggi sulla volontà dell'esecutivo. La mozione conclusiva del congresso, nuova carta costituzionale del socialismo italiano, non consente interpretazioni equivoche su questo punto fondamentale: essa è stata votata all'unanimità senza che una sola voce di levasse per contestarne nemmeno un rigo. La risoluzione del congresso è apparsa quindi del tutto conseguente al dibattito che l'ha preceduta e l'atmosfera che dal primo giorno si è stabilita nell'aula delle discussioni. A Venezia, si voglia o no, è nato un nuovo partito socialista, si è risolta una contraddizione che durava fino dai giorni lontani in cui il socialismo fu fondato in Italia, quando pe

r decenni la travagliata lotta interna fra quanti intendevano promuovere la elevazione del proletariato nel rispetto delle istituzioni costituzionali, si scontrò con l'ala che intendeva capovolgere anche le regole dello stato costituzionale, del parlamentarismo e delle libertà, definite baluardo della società capitalistica. Tutto ciò appartiene ormai al passato: per questo il XXXII congresso del P.S.I. è da considerare un tappa fondamentale non solo per quel partito ma per tutta la politica italiana. Comunisti, clericali, giornalisti che si dicono indipendenti ed altri avversari della democrazia hanno creduto di rinsaldarsi nelle loro convinzioni conservatrici per la votazione che ha dato al partito nuovi dirigenti. E' questo invece un fatto interno del P.S.I. che dovrebbe interessare i militanti di quel movimento, non gli altri partiti, né tanto meno l'opinione pubblica. Un gruppo di giovani ha sopravanzato nelle elezioni per il Comitato Centrale i gruppi degli anziani; questi giovani rappresentano il cosid

detto apparato del partito, sono i "funzionari" che hanno guidato per anni le sezioni e le federazioni, chiamati ad esercitare tali compiti da Rodolfo Morandi. Alla sua memoria molti oratori rivolsero un saluto commosso e reverente: Morandi, che molti ritennero il più fedele seguace del comunismo nelle file del P.S.I., vi svolse invece un compito che alla lunga per il comunismo si dimostrò esiziale. E' questa una storia che pochi conoscono. Morandi dové ricostruire tutta la ossatura di uno dei più forti partiti politici italiani allora legato ai comunisti non soltanto da contingenze interne e internazionali e da quel patto di unità d'azione che il congresso di Venezia ha infranto ufficialmente, ma soprattutto da una vera sottocommissione strutturale perché, dopo la scissione di Palazzo Barberini, diversi funzionari nel P.C.I. furono da questo forniti direttamente all'altro partito proletario. In pochi anni Morandi riuscì a capovolgere questa situazione odiosa: usando tatto e pazienza egli si dedicò a fornire

al partito un forte gruppo di quadri tratti dalle sue file, che ad uno ad uno riuscì a sostituire ai funzionari comunisti. Nessuno si accorse mai di questa elegante manovra e Morandi, in tal modo, poté creare le premesse per svincolare completamente il suo partito da ogni sudditanza, senza che tale modifica comportasse per il P.S.I. alcun indebolimento. Fanfani, Togliatti e i loro portavoce hanno lanciato grida di vittoria per il successo relativo dei "funzionari morandiani" al congresso di Venezia: quanto tale giubilo sia infondato è dimostrato proprio dai più autorevoli di questi funzionari, da quel Valori, per esempio, che subito dopo la votazione interna ha dichiarato la propria fedeltà al nuovo indirizzo del partito, alla politica del suo leader Pietro Nenni e alle risoluzioni prese dal congresso. Anche per Valori e per i suoi giovani colleghi i termini più validi della dottrina socialista sono da trovarsi nella frase di Carlo Marx che Nenni inserì nella sua relazione: "L'uomo è la più alta creatura pe

r l'uomo: da ciò l'imperativo categorico di distruggere tutti i rapporti in cui l'uomo è un essere umiliato, asservito, disprezzato". "Qui è il nodo di tutto - aggiunse Nenni - un nodo che si scioglie soltanto ristabilendo la democrazia e la libertà nel socialismo: senza la libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe". Queste parole sono oggi la base da cui muove il socialismo italiano, le uniche cose che contino veramente.

Uguale identità d'accenti il congresso trovò per definire il P.S.I. un partito proletario, unito alla classe operaia, ai contadini, ai milioni di disoccupati, alla povera gente. Come garanzia di questa definizione esistono per il PSI due elementi fondamentali che nessun dirigente socialista potrà mai trascurare. I socialisti raccolgono nel paese un numero di voti che oggi si aggira sui quattro milioni. E' probabilmente il miglior elettorato italiano; negli anni della guerra fredda, quando i dirigenti del PSI parevano seguire docilmente ogni sfumatura della politica comunista, i loro elettori rimasero fedeli alla veccia bandiera. Per essi sarebbe stato naturale, oltre che agevole, votare per il PCI, più forte, meglio organizzato, apparentemente più stabile di quella sola frazione del socialismo alla quale preferirono rimanere vicini, e non fu questo loro proposito né comodo né facile da attuarsi, specie nelle campagne, nei piccoli centri, alla periferia della città, dove ogni sorta di suggestioni e di pressio

ni veniva esercitata sugli elettori socialisti perché si decidessero una buona volta a preferire gli schemi, definiti moderni e genuini, del marxismo bolscevico, a quella espressione antiquata e provinciale del vecchio movimento operaio italiano. Gli elettori socialisti resisterono a lusinghe e a pressioni e accettarono perfino le qualifiche di "utili idioti" e di "massimalisti cretini" che venivano loro elargite con malaccorta malevolenza dagli attivisti del PCI, ma negando a questi i loro suffragi dimostrarono nel migliore dei modi che essi respingevano la tirannide e la crudeltà elevate a sistema di governo. Nello stesso periodo di tempo questa notevole massa di elettori non volle mai saperne di centrismo, di clericalismo, o di avventure monarchico-fasciste. Se qualche dirigente del PSI sperasse di convincerlo a seguirlo in qualche operazione trasformistica, se credesse di poter imbrogliare la base del proprio partito trescando con i rappresentanti della Confindustria e del Vaticano, perderebbe il suo tem

po e rimarrebbe solo: gli elettori del PSI vogliono un socialismo proletario, rappresentate di ideali e di interessi dei ceti più poveri: su questo punto non sono disposti a perdonare nulla.

Vi è poi la crisi comunista a consigliare ai socialisti di non spostarsi verso destra. Un mito è infranto e non solamente nella coscienza di alcuni intellettuali. Nenni, nel suo discorso di chiusura, rivendicò al proprio partito il primato nella guida della classe operaia e nessuno può oggi ritenere infondata questa aspirazione: forse in un avvenire non tanto remoto la forza del PCI potrà ridursi a una pallida ombra di quella che ancor oggi possiede e più ancora di quella su cui di fondava fino a ieri. Al PSI capita tutto l'opposto: vi sono nella vita di ogni partito momenti in cui ogni cosa concorre a spingerlo verso il successo e ogni vento gonfia le sue vele, e il presente è per i socialisti uno di questi istanti.

Il ruolo del PSI sembra perciò facilmente segnato, né crediamo che i dirigenti vogliano e possano disconoscerlo. Il posto del PSI è all'opposizione, il suo compito è quello di divenire il più forte partito democratico che insieme agli altri si batte perché gli istituti della costituzione repubblicana cessino di essere una facciata insignificante. E l'operazione più prossima e importante che il PSI deve compiere, quell'unificazione con la socialdemocrazia che rappresentò l'argomento principale del congresso, non fu concepita da nessuno se non negli unici termini in cui andava posta: cioè come la migliore condizione per creare in Italia un partito socialista diverso da ciò che fino ad oggi sono stati PSI e PSDI, un partito democratico, laico e popolare, distante dai comunisti e dai preti.

Fino da oggi partiti e gruppi della democrazia laica, radicale e repubblicana devono prendere atto della nuova situazione che il congresso di Venezia ha creato. Per chi si ispira al liberalismo radicale e all'insegnamento di Mazzini e di Cattaneo, le ideologie marxiste e la lotta di classe rimangono dottrine estranee. Ma ogni distinzione deve sempre tener conto delle realtà politica quale essa è, ed in Italia oggi comandano i clericali, le leve del potere economico sono in mano ai grossi monopoli, mentre un forte partito comunista è ancora il più saldo movimento di opposizione. Contro tutte queste forze la lotta dei democratici laici e dei socialisti è comune. Il partito socialista italiano, nonostante il suo travaglio interno, è maturo per una lotta solidale, sul piano della Costituzione e della legalità democratica. L'opinione pubblica più illuminata vedrebbe con sicuro favore un largo fronte di partiti e movimenti che si adoperassero, ciascuno con la propria fisionomia, a dare anche al nostro paese il vol

to di una moderna democrazia europea. Crediamo da tempo che un'alleanza stabile di socialisti e di democratici avrebbe sicura fortuna né ad essa mancherebbero certamente compiti da svolgere. I clericali, al potere da dieci anni, lasceranno una pesante eredità ai loro successori; per un governo fondato su nuove forze, la lotta contro i monopoli, la moralizzazione della vita pubblica, l'eliminazione del sottogoverno, un più giusto equilibrio economico fra i vari ceti sociali, la fine del dominio clericale, rappresentano compiti per i quali è possibile lavorare almeno per vent'anni.

 
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