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Astuni Domenico - 1 marzo 1958
I RADICALI: Il dialogo fra cattolici e marxisti non ha bisogno di catalizzatori
di Domenico Astuni

SOMMARIO: Dal giornale dei giovani liberali "Tempo Nuovo" una analisi "profetica" degli errori del neonato "Partito radicale dei liberali e dei democratici italiani" che lo porteranno ben presto alla crisi. L'autore afferma infatti che la possibilità di superare i contrasto fra posizioni ideologiche differenti presenti nell'area radicale può nascere solo dall'abbandono di ogni presupposto ideologico e dalla individuazione delle battaglie concrete su cui impegnare il partito. Lo slittamento invece verso le posizioni del Psi, l'abbandono delle posizioni intransigentemente laiche nella prospettiva di una collaborazione governativa con la sinistra DC, porteranno, come è già accaduto per il partito d'azione, alla ulteriore erosione della sinistra democratica.

Infatti agli inizi degli anni '60 proprio sul centro-sinistra si consuma lo scontro fra la maggioranza che abbandona il Pr per confluire nei partiti che sostengono la nuova formula governativa e la "sinistra radicale" che recupera l'impostazione originaria di un Pr non ideologico, laico e mobilitato sulle battaglie concrete.

(Il primo capoverso dell'articolo risulta incompleto per un errore di stampa della rivista)

(TEMPO NUOVO, marzo - aprile 1958)

Le più recenti vicende del P.R.L.D.I. e la crisi politica generale in cui versa da più mesi il Paese, offrono una notevole ed interessante (...) mentalità scientifica che con intenzione polemica.

Le considerazioni che esporremo a questo proposito, precisano il nostro giudizio sulla realtà presente e le future prospettive politiche dei radicali italiani; ma innanzitutto esse tendono a dimostrare come al radicalismo rimanga aperta solo la via delle posizioni strumentali, la cui possibilità di esistenza è fondata proprio sull'abbandono di ogni presupposto ideologico. Infatti soltanto sul piano delle cose concrete è possibile tentare di superare ma non di risolvere certe antinomie e di creare una vasta concentrazione di forze provenienti da differenti matrici ideologiche, come si pongono di fare i radicali con la loro operazione di alternativa democratica.

Dal primo comizio, tenuto a Roma dal neo-partito radicale l'11 dicembre '56, nel quale l'on. Villabruna aveva affermato: ``Per voi giovani questo è un partito nuovo: ma per noi rappresenta la migliore tradizione liberale da Cavour a Giolitti a Benedetto Croce...'' (1) al comizio del 9 febbraio del corrente anno, nel quale Nicolò Carandini ha detto: ``Non siamo legati al passato. Ci chiamiamo radicali perché vogliamo cogliere alla radice i mali ed i peccati che turbano la nostra vita...'' (2) - presentando in seguito l'alleanza dei radicali e dei repubblicani come il fulcro di una ... ralismo e socialismo: il P. d'A. visto da sinistra conteneva troppo liberalismo e visto da destra troppo socialismo, ma visto dal di dentro era vitale proprio per la con-... più larga intesa di forze di sinistra democratica, - sono passati nemmeno due anni. Tempo sufficiente questo per ridurre il Partito Radicale a strumento di interessi estranei alla sua tradizione ideologica.

Lo slittamento del partito radicale non è stato però determinato con grandi scarti ed infatti essi ci appaiono significativi solo esaminando retrospettivamente alla luce di quello che poi è seguito. Per comprendere tutto l'``iter'' politico dei radicali bisogna richiamarsi ad un'esperienza antecedente del mondo politico italiano.

Intendiamo parlare del partito d'azione, che dopo aver dato molte brillanti prove di sé nel corso della lotta contro il fascismo, si esaurì in breve tempo, nell'immediato dopo guerra, per la sua incapacità intrinseca di risolvere in modo autonomo i contrasti tra le forze socialiste e liberali, che in esso convivevano. In primo luogo quindi, i radicali avrebbero dovuto porsi la necessità di sgomberare il terreno dell'equivoco azionista, che aleggiava sul costituendo partito e più mediatamente su ogni iniziativa per l'unione delle forze di ``democrazia laica''.

I dirigenti del partito radicale ed i promotori del cartello della democrazia laica - molti dei quali avevano vissuto l'esperienza azionista - non si resero invece conto della necessità di differenziarsi da quella esperienza, proprio per evitare gli errori e le contraddizioni che il partito d'azione aveva accusato, ed impostarono la terza forza come ``un elemento rinnovatore della società italiana, conciliando liberalismo e democrazia sociale in una azione perseverante e costruttiva'' (3). Ed a questo stesso proposito si può vedere un articolo di Vittorio Enzo Alfieri, apparso sul ``Mondo'' nel novembre del '55 in cui fra l'altro si affermava: ``Non è vero ed oggi è palese a tutti che il P. d'A. si scindesse perché non potessero sussistere insieme libe-...ciliazione che faceva o tentava di quelle due esigenze...' (4).

Certo è che il partito radicale riprese, più o meno consapevolmente, tutta la tematica degli azionisti anche se in taluni atteggiamenti mostrava una incisività ed una aderenza alla realtà che il partito d'azione non aveva mai mostrato. Intendiamo riferirci soprattutto alla diversità della posizione assunta nei riguardi dei partiti di sinistra, a certi propositi chiaramente espressi di instaurare in concreto dialogo con le masse socialiste per riportarle all'interno della democrazia. Cose queste che convenientemente sviluppate avrebbero potuto costituire i presupposti per uscire dai limiti dell'azionismo.

Nonostante questi larvati accenni di differenziazione, che poi alla prova dei fatti non seppero trovare una via di sbocco originale ed autonoma, i radicali non riuscirono a tradurre in una concreta realtà il loro programma d'aggressione politica ai partiti marxisti e di inserimento negli strati culturali medio e piccolo-borghesi. Fallì infatti nello spazio di pochi mesi il tentativo di costituzione del cartello delle forze laiche; giunsero poi le elezioni amministrative del maggio del '56, che sanzionarono con i loro risultati la secca sconfitta dei radicali e ci confermarono nella nostra opinione che i radicali erano incapaci di differenziarsi sul piano concreto dal partito d'azione, di evitare il tono intellettualistico ed il pedagogico cattedratico, per diffondersi in più vaste zone dell'opinione pubblica e crearsi un ampio spazio politico tra le forze cattoliche e le forze marxiste. L'incapacità organizzativa o forse una più recondita avversione di derivazione azionista per l'organizzazione quale struttu

ra fondamentale di ogni partito, (5) causarono la sconfitta elettorale ed il successivo rinchiudersi in formule ancora più astratte, quale quella ``della minuscola Italia del galantuomini'' scelta dall'``Espresso'' per spiegare l'incomprensione che i radicali avevano incontrato nell'elettorato.

Due cose appaiono chiare a questo punto: la prima che il partito radicale, salutato al suo apparire come un elemento rigeneratore delle forze del centro laico in fase di declino, era venuto meno al suo compito e rappresentava anzi di per se stesso un elemento di crisi del centro laico. Esso infatti, incapace di espandersi, slittava inevitabilmente verso posizioni frontiste, come la stessa alleanza con l'ambivalente formazione di Unità Popolare, oggi confluita nel P.S.I., sta a dimostrare.

La seconda, che la politica di autonomia al di sopra ed al di fuori di ogni legame e pregiudiziale e la politica d'equidistanza tra cattolici e marxisti, dovevano intendersi concluse per la intrinseca debolezza dei radicali sul piano della rappresentanza nei rapporti con i partiti di massa.

Si apriva così dopo il fallimento nella competizione elettorale e per il generale andamento della situazione politica, quello che potremmo chiamare il ``secondo tempo'' del partito radicale.

I motivi che hanno determinato in maniera sostanziale questa svolta politica sono tre: la minore incidenza del comunismo nella vita del Paese dopo i fatti di Ungheria; la prospettiva dell'unificazione socialista e la conseguente supposta acquisizione del P.S.I. alla democrazia, l'involuzione integralista della D.C. Evidentemente la diagnosi che i radicali fanno della situazione politica è viziata da infiniti errori di valutazione, e non tiene alcun conto dei reali rapporti di forze esistenti nella vita del Paese e dell'effettivo stato della società italiana, non solo per quanto riguarda assunta nell'attuale momento politico, ma anche e soprattutto per ciò che riguarda le prospettive future.

Come abbiamo già detto, la politica d'equidistanza tra i cattolici ed i marxisti deve considerarsi conclusa poiché oggi i radicali con la politica della sinistra democratica hanno compiuto una scelta pregiudiziale che sposta il loro asse politico e li porta ad assumere un'opposizione netta contro l'invadenza clericale. Questa scelta pregiudiziale è stata determinata da due valutazioni sostanzialmente errate: il ritenere felicemente concluso il processo di democratizzazione del P.S.I. come una forza laica, che, sufficentemente forte sul piano della rappresentanza, permetterebbe quel condizionamento delle forze confessionali e terrebbe lontana la D.C. da tentazioni integraliste. In questa situazione i radicali dovrebbero assumere la funzione di ``cerniera'' tra le forze laiche e le forze cattoliche, mediando le rispettive istanze e permettendo quell'allargamento della base democratica, il cui unico scopo sarebbe quello di sovvertire le strutture dello stato liberale.

Qual è invece la situazione politica odierna come noi la vediamo e quale possibilità pratica di attuazione ha l'ambizioso progetto politico che i radicali hanno teorizzato? Innanzi tutto bisogna riconoscere che soltanto in osservatore politico, che abbia particolari interessi ed intenda inquadrare la realtà in schemi preordinati può affermare che il processo autonomistico del P.S.I. si sia felicemente concluso e che non sia stato altro se non un infelice conato velleitario della parte più consapevole della classe dirigente socialista per sganciarsi dalla posizione minoritaria nei confronti del P.C.I. e rivendicare con la propria autonomia la ``leadership'' del movimento operaio. Oggi la revisione della linea politica e la ricerca della ``via autonoma del socialismo'' appaiono come non mai lontani dagli intendimenti e dall'impostazione politica del P.S.I., in cui con la sconcertante conclusione del Congresso di Venezia gli uomini dell'apparato filo-comunista hanno ripreso a poco a poco il controllo della situ

azione, riaffermando con nuovo rigore la politica di unità della classe operaia e soffocando, come è accaduto anche al Congresso dei giovani socialisti a Salerno, ogni tentativo autonomista.

La ragione vera e profonda del fallimento della politica autonomista è di fatto nella rassegnazione della base socialista alla guida riconosciuta del partito comunista. In questi ultimi dieci anni il socialismo italiano non ha mai tentato una sua propria elaborazione culturale dei problemi della società italiana sempre accettando invece le tesi del maggiormente agguerrito apparato comunista.

Ci ritorna alla memoria a questo proposito un giudizio contenuto nella ``Rivoluzione Liberale'' di Piero Gobetti che così duramente si esprimeva nei riguardi dei socialisti: ``Nel 1914 il socialismo torinese aveva la stessa preparazione e superficialità provinciale che vedemmo caratteristica di tutto il movimento italiano. Invece di una politica di ideali, capace di esercitare un'influenza educatrice, invece di organizzare le idee almeno all'astratta e pur sempre generosa bandiera dell'internazionalismo, professarono i più, prendendolo a prestito dai giolittiani, un gretto neutralismo, arido, privo di motivi spirituali, utilitarista, a mala pena giustificabile in una mentalità di governo, ma di fatto ripugnante ad un partito di popolo''.

A quarant'anni di distanza questo giudizio è ancora valido e resta identico nonostante i tentativi autonomistici di Nenni e dei suoi sostenitori. La verità è che il processo di autonomia socialista è per il momento rientrato, come riconoscono anche i repubblicani quando polemizzano con Nenni per la astrattezza delle sue posizioni di politica estera (7). Certo è inoltre che alla crisi delle estreme destre monarchiche e fasciste non ha corrisposto una crisi altrettanto ampia del P.C.I. nonostante esistessero i presupposti ed in questo contenimento della crisi interna il P.C. ha trovato una valida copertura nell'atteggiamento di dilazione e d'intempestività del P.S.I. e nella sua impreparazione culturale e politica ad assumere la ``leadership'' della classe operaia.

E' necessario a questo punto vedere se il P.S.I. abbia nella sua impostazione ideologica quei presupposti indispensabili ad un suo insediamento in un largo schieramento democratico laico. E' nota la posizione assunta da Nenni all'assemblea costituente, quando parlando sui rapporti tra Stato e Chiesa, esplicitamente dichiarò: ``La più piccola delle riforme agrarie mi interessa e ci interessa più della revisione del Concordato...'' confermando in tal modo l'estraneità dell'impostazione laica per il partito socialista. Del resto il P.S.I. ha due possibilità di giungere al Governo con la D.C.: l'una è data dall'inserimento del P.S.I. nel fronte d'opposizione laico e quindi implicherebbe l'accettazione da parte del P.S.I. della pregiudiziale laica; l'altra è quella del dialogo diretto con i cattolici su quei temi comuni ad entrambi i partiti.

L'eventualità di un incontro tra i socialisti ed i cattolici, al di fuori di qualsiasi mediazione laica, è la più probabile. A meno che i radicali non accettino di abbandonare il presupposto fondamentale della difesa dello stato laico per accentuare invece la nota democratica e repubblicana e partecipare in tal modo alla convergenza delle forze cattoliche e socialiste. In questo senso i radicali ricevono continue sollecitazioni da parte di quelle forze cristiano-sociali che, pur riconoscendo la validità di alcune battaglie laiche, non sono disposte ad accettare la ``polemica anticlericale'' dei radicali (8). La posizione dell'alternativa democratica nell'attuale situazione politica ci appare inficiata dall'equivoca situazione del P.S.I. e dalla sua nebulosa volontà laica, che potrebbe trovare un incentivo a maggiormente caratterizzarsi soltanto nelle proposte del P.C.I. di formare un fronte laico popolare. Questo fronte permetterebbe infatti il rinserimento del P.C.I. nel gioco politico e favorirebbe la pola

rizzazione agli estremi, creando inoltre le condizioni psicologiche adatte ad una guerra di religione. D'altra parte la sinistra cattolica ha trovato nei radicali un valido strumento per condurre, in maniera coperta, alcune battaglie all'interno del mondo cattolico ed agitare i problemi, la cui soluzione è necessaria per il suo proprio rafforzamento. E' sufficiente vedere a questo proposito come la stampa radicale sia particolarmente sensibile alla politica interna del Vaticano ed ai problemi inerenti la successione all'attuale Pontefice. Sensibilità dietro cui si nascondono gli interessi politici ed economici della sinistra cattolica e la loro volontà di determinare una soluzione piuttosto che un'altra attraverso la pubblicità data ad alcuni avvenimenti. Tuttavia i rapporti dei radicali con la sinistra cattolica, pur essendo molto cordiali e costanti, non permettono a quest'ultima, proprio per non isolarsi e perdere qualsiasi possibilità di instaurare il dialogo con i socialisti di superare certe pregiudizi

ali e quindi in definitiva elidono la possibilità di future collaborazioni governative.

Il travaglio del partito radicale non può dirsi ancora concluso, né l'attuale posizione nella sua estrazione dalla reale situazione politica ci permette più rosee speranze per il futuro. Le due prospettive che si aprono dinanzi ai radicali rappresentano entrambe il soffocamento di certe esigenze laiche, di cui i radicali si fanno portatori. L'evoluzione politica del radicalismo italiano ha ormai delle tappe obbligate, che si riportano al discorso doloroso della continua erosione della sinistra democratica. Erosione che ha i suoi antecedenti storici a cominciare dallo scioglimento del partito d'azione ed a finire con la confluenza dei gruppi di unità popolare e dell'unione socialista italiana nel P.S.I.

Note

"(1) Da ``Gioventù Libera'' anno II, n. 1 gennaio '56 pag. 5.

(2) Da ``La Voce Repubblicana'' anno XXXVIII n. 36 11 febbraio '58 pag. 3.

(3) Da ``Il corriere di Informazione'' 12, 13 dicembre '55 pag. 1.

(4) Da ``Il Mondo'' 29 novembre '55 pag. 3.

(5) Circa l'atteggiamento degli azionisti verso i problemi organizzativi del Partito. Vedere A. Omodeo in ``Acropoli'' anno I pag. 11 ``L'Organizzazione... è il procedimento dei partiti galere, dell'abbrutimento degli uomini in servi stupidi. L'organizzazione è cosa ben diversa dal processo rigoglioso con cui ogni indirizzo organicamente si svolge e si afferma nel mondo''.

(6) Vedere ad es. ``Il Mondo'' 12 novembre '57 pag. 1.

(7) Da la ``Voce Repubblicana'' già citata, ``Nenni... adotta per la lotta elettorale imminente uno slogan di politica estera - missili o non missili - che a parte la sua astrattezza e la sua razionalità è una piattaforma sulla quale non riuscirà a scollarsi dai compagni comunisti neanche con le cannonate...''.

(8) Vedere ``Politica'' 15 giugno '57 pag. 3."

 
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