Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
gio 25 lug. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Boneschi Mario - 27 febbraio 1959
RELAZIONE PROGRAMMATICA PER IL I· CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO (27, 28 febbraio, 1 marzo 1959)
a cura dell'Avv. Mario Boneschi

SOMMARIO [Dattiloscritto, di pagg. 41, aperto dal seguente indice]: A )Premesse; B) Criteri informatori del programma; C) Programma politico generale; D) Le libertà politiche e civili; E) Politica economica; F) Politica agraria; G) Politica tributaria e finanziaria; H) Previdenza e assistenza; I) Politica scolastica; L) Stato e Chiesa; M) Politica estera.

A) PREMESSE. Spetta al Congresso "enunciare" il programma del partito, ma esso non dovrà discutere questa "materia", per il rischio di divenire un Congreso "sterile".

Il lavoro rappresenta una sorta di "digesto" in cui è confluito, sia pure in forma non ordinata né completa, il materiale espresso in documenti già elaborati dall'"intensa attività" del partito, nonché dai convegni degli Amici del "Mondo", collegato assieme partendo dallo "Schema o indice generale" presentato dal Comitato Studi al Consiglio nazionale del luglio 1957. Su alcuni temi (ad esempio "la politica estera") non c'è ancora, a parte i dibattiti sul "Mondo", "documentazione di un soddisfacente approfondimento".

B) CRITERI INFORMATORI DEL PROGRAMMA. I programmi radicali non saranno né promesse, né soluzioni "avveniristiche", ma "una efficiente prospettazione" di soluzioni cui tutti potranno attingere. Pertanto, essi saranno "esposizioni ragionate" dei temi politici principali, legati da un "filo conduttore" e dal "mordente" delle campagne già sostenute.

Le riforme non significano solo "leggi", né "spese": "le riforme non sempre richiedono spesa pubblica", quanto piuttosto "severità di gestione e continuità di indirizzo", e sopratutto l'abbandono dell'andazzo "cinico e scettico" tipico della D.C. con l'assunzione di un "impegno di fede" nei "principi" professati. Il programma radicale mirerà a trovare soluzioni ad "inconvenienti singoli" come anche a "inconvenienti" che rivelano un "costume", vere e proprie "tendenze" nel "modo di governare". Le riforme efficienti seguono sempre "grandi piani organici", in una piena "fedeltà alla Costituzione repubblicana" ben diversa dal "provvisorio costituzionalismo" del partito comunista. E' bene comunque diffidare di ogni "feticismo" programmatico. Infine: il solo punto sul quale nel "nostro partito" sono emersi "dissensi gravi" è la questione del Medio Oriente.

C) PROGRAMMA POLITICO GENERALE. 1/Lo Stato è da rifare. A differenza del resto del mondo, in Italia è in corso "un processo di invecchiamento della società e delle sue strutture". Per porvi rimedio, occorrera avviare l'industrializzazione, abbandonare le pretese colonialiste e di conquista militare, reagire alla "sottoposizione" al "protettorato della potenza temporale e spirituale della Chiesa", non farsi ingannare dalla "vitalità anarchica" di cui è ricca la vita italiana, riprendere il cammino della "democrazia moderna". Il programma si rifarà alle "tradizioni nazionali" sia pur attentamente riconsiderati. Senza spingersi in un nuovo "accordo politico" con tutti coloro che vi parteciparono, la Resistenza va celebrata come "valore fondamentale" della storia d'Italia. Il programma dovrà proporsi insomma di "rifare uno Stato" andando oltre il "malgoverno democristiano". 2/Attuazione della Costituzione. Destra e sinistra hanno gravi responsabilità nel fatto che "l'azione di governo" si pone in perenne contras

to coi principi costituzionali. Ad es. la D.C. non ha mai consentito che gli avvocati dello Stato sostenessero dinanzi alla Corte Costituzionale la "incostituzionalità" di una sola norma di legge . Molte norme ereditate dal fascismo invece lo sono. Occorrono inoltre leggi "per rendere efficiente la struttura stessa dello Stato". 3/Parlamento. Snellimento delle procedure, riforma del Senato, istruttoria delle leggi con la collaborazione delle "forze del paese". 4/Abolizione dei prefetti. Essenziale eliminare questa "superstite istituzione napoleonica". 5/Culti e religioni. Si richiede ormai una legge per i "culti diversi da quello cattolico". 6/Organizzazione del Governo. L'efficienza del Governo è "il problema centrale delle democrazie parlamentari". Bisognerà dunque por mano alla riforma nel numero e nelle attribuzioni dei Ministeri, alla riduzione dei Sottosegretari, al potenziamento di "altri organi dell'Esecutivo", alla dotazione al Governo di un "cervello" capace di "pianificare" la politica economica.

7/Attività discrezionale dei Ministri. Potenziamento dei loro poteri là dove essi sono "formalisticamente" vincolati, riduzione quando sono "arbitrari". Riduzione del "potere discrezionale" della burocrazia. 8/Pubblica Amministrazione. Migliorarne il livello e le attrezzature, rendere efficienti i controlli sull'impiego del pubblico denaro, istituire i tribunali regionali, risolvere il problema della "chiamata in giudizio" della Pubblica Amministrazione, introdurre in materia amministrativa le "riunioni generali degli interessati", ecc. 9/Riforma burocratica. L'organizzazione amministrativa e burocratica, è una riforma "interamente da fare"... IO/Bilanci degli Enti Amministrativi. Va abolita l'"inefficienza della legge sul controllo degli enti sovvenzionati". 11/Regioni, autonomie comunali e amministrazione statale locale. Vi sono due esigenze opposte: "quella di un massimo accentramento e quella di un massimo decentramento". Data la complessità delle funzioni di uno Stato moderno, esse possono essere conte

mperate. L'autonomia comunale deve essere posta "al coperto" dallo "spirito poliziesco" che oggi alberga nelle Prefetture. Il controllo sugli enti locali, infine, sia affidato "ad organi tecnici".

D) LE LIBERTA' POLITICHE E CIVILI. 1/Difesa delle libertà politiche e civili. E' stata perduta la "prima battaglia" per la difesa dello Stato laico, e le "liberetà politiche e civili" ne risultano "ulteriormente compromesse". Ma questo "tema di lotta politica" è vivo come non mai: esso sarà dunque "la chiave del nostro programma politico". Come sua piattaforma, c'è la Costituzione "senza porla in discussione". Essa è la "trincea" della democrazia: la sua sola applicazione "costituirebbe oggi una autentica rivoluzione". Dunque, va perseguita la "revisione" di tutte le leggi fasciste, da quelle sugli stranieri a quelle sul vilipendio. 2/Legalità nell'azione della amministrazione. Occorre istituire "il ricorso diretto popolare contro l'arbitrio di polizia" e dell'"esecutivo", con l'estensione della "facoltà di ricorso". Vanno contenuti gli attuali abusi del potere esecutivo. 3/Difesa dello Stato, in particolare dal sottogoverno. Bisogna porre lo Stato al riparo dai partiti, attraverso "misure giuridiche e rifo

rme di costume". La "corruzione" derivante da quella occupazione produce la trasformazione "in senso autoritario". Bisogna evitare di legiferare con "decreti legge". Il problema del "sottogoverno" darà il tono all'azione politica radicale. Lo stato di "corruzione" della classe politica è arrivato a un "livello indescrivibile". Insomma, "il problema del rapporto tra partiti e governo richiede drastici rimedi". E se gli scandali sono gravi, ben più grave è la "politica degli scandali": i processi, ad es., "non vengono celebrati che dopo periodi la cui unità di misura è il lustro", per favorire il potere. 4/Libertà di espressione. La stampa vive in Italia in un regime "corporativo", e il governo attua nei suoi confronti la politica "del bastone e della carote": si barattano gli aiuti governativi con l'omertà e il silenzio "sui temi che al governo non piacciono". L'ambiente della stampa è "limitato" e perciò facile da controllare. Rimedi? Gli aiuti alla stampa devono essere "rigorosamente determinati dalla legge

". 5/Monopoli nelle manifestazioni del pensiero. Abolizione della censura, "di qualsiasi natura", sugli spettacoli. Risolvere il problema della televisione liberandola innanzitutto dal "monopolio governativo".

E) POLITICA ECONOMICA. 1/Inesistenza di una politica economica governativa unitaria. A causa del carattere composito della D.C., questo partito è "costretto" a prendere il lato "demagogico" della politica liberista, di quella dirigista, ecc.,senza però dotarsi di unità di indirizzo politico. 2/Principi di una politica economica. "La discussione tra interventisti e non interventisti è oziosa": il vero problema è di individuare i fini e quindi i mezzi per raggiungerli. Il"libero uso della proprietà" (proprietà "diffusa") va difeso, in quanto esso porta al "benessere"; nessuno statalismo di tipo "marxista", si usi "ragionevolezza" e "antidogmatismo" perseguendo l'obiettivo della "libertà di tutti" che si ottiene facendo intervenire lo Stato contro le concentrazioni di "potere economico". Alla realizzazione di questo modello deve vegliare uno Stato con un "ordinamento giuridico" capace di "garantire" i "contratti". Lo Stato, peraltro, compie atti rilevanti economicamente in mille modi e occasioni, per cui il ric

hiamarsi allo Stato dell'"800" non serve: esso non realizzerebbe un equilibrio superiore. Non va confuso insomma il problema della libertà con il problema della "iniziativa privata". 3/Libertà economica, nazionalizzazioni, interventi pubblici. Stabilito il principio, connaturato alla "civiltà occidentale", della difesa dei diritti dell'individuo e dunque anche della "proprietà come base della civiltà stessa", ci si studi però anche di difendere "in certi casi e per certi settori" le nazionalizzazioni, senza "feticismo" e senza pretendere alla "socializzazione dell'economia del Paese". I radicali sono per questo accusati di incoerenza, ma si tratta di una concezione "elementare...e perfettamente coerente": gli interventi pubblici sono validi quando "tendono a rendere più libera, ricca e molteplice, l'iniziativa privata". 4/Politica di investimenti e di lotta contro i monopoli. Il sistema dei monopoli è "funesto e gravoso", perché i monopoli sono portati a favorire le grosse concentrazioni. Quindi, lotta con

tro i monopoli. Purtroppo, l'economia italiana "ha una struttura monopolistica", dunque "frenata", come le "economie medievali". Questa struttura determina una falsa "politica degli investimenti", la quale si oppone "agli interventi pubblici che richiedono un massiccio finanziamento", ecc., per richiedere invece investimenti industriali che si concentrino sull'"esistente", scoraggiando quelli diretti ad un serio "sviluppo" dell'industria. In agricoltura, nel Mezzogiorno, gli investimenti hanno sottostato troppo spesso a criteri sbagliati, preclusivi di una vera, efficiente modernizzazione. Lo Stato dovrebbe invece "indirizzare gli investimenti al fine di attenuare i dislivelli fra le varie zone del paese e di ampliare la base dell'occupazione". Il documento elenca quindi una serie di punti di politica economica che vanno caldeggiati, e dà atto di divergenze tra gli estensori del documento stesso ed Ernesto Rossi. Comunque, si ribadisce che uno degli obiettivi di politica economica da conseguire è la riduzio

ne delle "differenze" tra Nord e Sud, abbandonando una politica di "investimenti" per opere "fastose e prestigiose" e favorendo invece l'insediamento al Sud dell'industria. 5/Pericoli e degenerazioni dell'interventismo. Occorre avere coscienza che "l'interventismo statale dà luogo...a problemi politici...finora trascurati". I rischi dell'inflazione devono essere contenuti con la "contrazione" dei consumi e della spesa pubblica; deve essere prevista "l'organizzazione giuridica" della materia per passare dall'"anarchia" attuale allo "Stato di diritto". L'istituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali è solo un primo timido passo, mentre al contrario la "vastità dei poteri di intervento che lo Stato arroga a sé" lede rilevanti principi costituzionali di legalità e trasparenza. Occorrerà dunque armonizzare la legislazione economica con la Costituzione, per evitare contestualmente le "ripercussioni che il potere pubblico esercita, erodendo lo Stato di Diritto". Insomma, va ripristinato il principio per

cui le attività dell'amministrazione statale devono essere liberate da un perverso "spirito di controllo" mentre quelle prettamente "economiche" dovranno essere regolamentate rigorosamente e sottratte all'arbitrio politico. 6/Contro il corporativismo. Contrarietà assoluta ai "vincoli...corporativi", che producono in Italia "anarchia" e "sottogoverno". Il sistema corporativo "si risolve in una minor produzione di ricchezza e in grossi sprechi".7/M.E.C. La lotta contro i monopoli favorirà l'accesso dell'Italia nel M.E.C., dove i "costi interni sono franchi dagli oneri corporativi". 8/Emigrazione interna. E' ormai in atto una poderosa migrazione interna contro la quale non vale una politica di "meri divieti". 9/Politica salariale. I vari temi connessi vanno considerati come "problemi politici e non tecnici". 9/Legge sindacale. "La carenza della legge sindacale costituisce una intollerabile anarchia".

F) POLITICA AGRARIA. 1/Critica della politica sin qui seguita[...]. Si sono sin qui attuati "due atteggiamenti contraddittori...l'interventismo demagogico e l'assenteismo". Conseguenza è stata "lo sfacelo" dell'agricoltura italiana, pur in vista del MEC. La riforma agraria ha avuto "benemerenze" ma essa obbediva ad una logica "clericale": non ha elevato le condizioni di vita, ma ha mirato a tener buona la classe contadina. Totalmente negativo il giudizio sul "protezionismo" seguito dal prof. Albertario. Il problema fondamentale della nostra agricolktura è che nel mezzogiorno e nella montagna la produttivià è condizionata da una altissima "sottoccupazione" e dagli alti costi dei mezzi tecnici che l'industria fornisce all'agricoltura. Così l'agricoltura povera non ha decollato, e l'agricoltura ricca si è chiusa nel protezionsimo. La politica dello Stato si è indirizzata verso "costose" bonifiche,e a "provvidenze" settoriali, ecc.: protezione del grano, politiche monopolistiche (vedi il caso del riso), hanno "a

rricchito" i "privilegiati". 2/ Piano di riforma. Esso dovrà basarsi sui seguenti principi: politica produttivistica; crescenti investimenti; stimoli al movimento cooperativo; abbandono della politico di sostegno di settore; stabilizzazione dei redditi; miglioramento dell'istruzione agraria.

G) POLITICA TRIBUTARIA E FINANZIARIA. 1/Progressività e regressività.Il "sistema fiscale italiano" è "regressivo" e non "progressivo". Le imposte dirette gravano proporzionalmente più sulle piccole che sulle grandi imprese. La giustizia tributaria non è stata raggiunta dalla riforma. Il medio contribuente è alla mercé del fisco, ecc. Tale situazione "impone" la corruzione e l'evasione. La nominatività delle azioni va corretta e migliorata, così come occorre introdurre l'imposta straordinaria sul patrimonio, ecc. Il sistema tributario è "irrazionale". I tributi creano situazioni di privilegio, e inoltre inceppano lo sviluppo economico. Si impone dunque la "razionalizzazione" del sistema. Altro campo bisognoso di razionalizzazioni è quello dei "contributi previdenziali", dove vigono odiose "sperequazioni". 2/ Finanza locale. Occorre fare "affrettatamente" la riforma della finanza locale. 3/ Spese pubbliche. Il sistema tributario potrà essere reso "serio" solo se ci sarà davvero il "controllo delle spese", con

l'abolizione delle gestioni fuori bilancio, e di quella "selva" di piccoli tributi e contribuzioni su cui prospera il corporativismo. Vanno ridotte le spese prodigali di "rappresentanza" e incrementata la spesa per migliorare servizi e infrastrutture.

H) PREVIDENZA E ASSISTENZA. 1/ Insufficienza del sistema previdenziale.E' urgentissima una riforma che metta rimedio allo "scarso rendimento" della previdenza. Con un bilancio che è pari a quello dello Stato essa copre "malamente" necessità solo "parziali" di una popolazione "arbitrariamente" inquadrata in categorie. Occorre restringere la previdenzxa a solo pochi eventi dannosi. Il vero povero stenta a ricevere il "libretto di povertà" mentre tutte le categorie aspirano ad una assicurazione "privilegiata". L'INAM è un ente burocratico, ma in verità la burocrazia imperversa sovrana in tutto il settore. 2/Assistenza. Il settore è tenuto volutamente in stato di "disorganizzazione" per favorire gli interesi della Chiesa e della "carità". 3/Lotta contro la miseria. Bisogna provvedere a che sia assicurato un "minimo di vita civile" a tutti. La lotta contro la miseria è "una lotta perenne". 4/Famiglia. Il "vuoto giuridico degli istituti" è "pauroso". Adozione, affiliazione, riconoscimento giudiziario della paterni

tà, ecc., non sono adeguatamente protetti.

I) POLITICA SCOLASTICA. 1/ I mali della scuola. I mali della scuola sono notissimi, ma forse non interamente conosciuti. "La scuola è povera, non dà l'istruzione obbligatoria prevista dalla Costituzione"; "la quota del reddito nazionale...dedicato per ogni singolo cittadino...è la metà di quella della Francia e della Germania..."; "non è scuola per tutti, ma una scuola di classe" piena solo di "vieto formalismo", ecc. 2/Il Confessionalismo. L'insegnamento religioso è impartito in forme che violano l'art. 36 del Concordato e la Costituzione. 3/Punti del programma. Stanziamenti alla sola scuola pubblica e non alla privata. Liberalizzazione della didattica. L'esame di Stato deve essere mantenuto. Riforma dei programmi. 4/Scuole private. Bisogna opporsi a qualsiasi "espediente" che venga escogitato per finanziare le scuole private a carico dello Stato. La scuola privata deve impartire un insegnamento non ideologizzato, non confessionale: bisognerebbe addirittura sospendere il riconoscimento della validità dei ti

toli della Università Cattolica di Milano finché non si dimostrerà che il confessionalismo non è richiesto per esservi ammessi. Si vedano comunque gli atti del Convegno sulla scuola degli Amici del Mondo.

L) STATO E CHIESA. 1/Problema capitale. "Il punto capitale della politica italiana è oggi quello dei rapporti tra Stato e Chiesa. Ogni singolo problema rifluisce su questo..." L'elezione del Pontefice è stata in realtà "la scelta decisiva per la politica italiana". "Anche persone e movimenti che dicono di ispirarsi ai principi del Risorgimento...negano che esista un problema dei rapporti tra Stato e Chiesa", Questo problema" resta affidato "solo alle nostre forze". 2/Lotta contro il clericalismo. Occorre riprendere una serie di lotte su punti essenziali, dal contenimento dell'"invadenza del clero" alla difesa del diritto a "professare liberamente la propria fede", all'"abrogazione dell'art. 553 del codice penale fascista", all'introduzione "dell'istituto del divorzio", ecc., avendo come "mèta finalistica il regime di netta separazione tra la Chiesa e lo Stato".

M) POLITICA ESTERA. "La politica estera condiziona quella interna". Non è stato comunque possibile trovare nel partito "materiale sufficientemente ampio" per una "trattazione organica". Il partito è evidentemente "europeista" e non professa "bigottismo atlantico". I problemi del Medio Oriente hanno provocato dissensi nel partito, specie con la "questione di Suez". "Attento esame meriterà il problema della zona di libero scambio in relazione al mercato Comune". "Degni di esame sono i problemi delle spese militari, delle rampe di lancio per i missili, ecc."

INDICE

PREMESSE

CRITERI INFORMATORI DEL PROGRAMMA

PROGRAMMA POLITICO GENERALE

LE LIBERTA' POLITICHE E CIVILI

POLITICA ECONOMICA

POLITICA AGRARIA

POLITICA TRIBUTARIA E FINANZIARIA

PREVIDENZA ED ASSISTENZA

POLITICA SCOLASTICA

STATO E CHIESA

POLITICA ESTERA

-----------

RELAZIONE PER IL PROGRAMMA DEL PARTITO RADICALE

PREMESSE

Il Congresso dovrà enunciare, o fare in modo che venga enunciato, il programma del partito.

Sin qui sono stati formulati programmi, ma in maniera non organica, per circostanze occasionali, per battaglie elettorali, per impostazione di singoli problemi. Questo non significa che non esista già la materia per un programma. Essa esiste ed è assai ricca, costituita come è da precise prese di posizione sui problemi nazionali ed internazionali, dai risultati di una intensa attività di partito, da apporti di stampa e di pensiero individuale, arricchita dai convegni degli "Amici del Mondo", fucina di attività di studio a noi molto vicina, che hanno illustrato a fondo problemi o gruppi di problemi. L'avviamento ad un programma completo ed organico è stato operato con lo "Schema od indice generale", corredato di relazioni particolari, che è stato presentato dal Comitato Studi al Consiglio Nazionale del luglio 1957, e che è oggi una base anche se non è uscito il volume che esso doveva produrre.

Su tutta questa materia ho esercitato un lavoro di coordinamento e di selezione, così da trarne le tesi, le proposte ed i quesiti che si possono ritenere acquisiti ai nostri propositi o dibattiti politici; ho fatto quello che in termini giuridici si chiamerebbe un digesto. Ne è derivata una esposizione né unitaria, né completa. Ma così doveva essere perché il lavoro fa il punto del nostro programma politico: lacune e squilibri debbono rimanere nell'esposto, per diventare temi di elaborazione collettiva futura, non meno delle tesi e delle soluzioni.

Ci sono temi sui quali - ad esempio la politica estera - non ho trovato documentazione di un soddisfacente approfondimento. Riferirsi a polemiche di stampa (alludo ai dibattiti sul "Mondo"), che avevano più che altro valore retrospettivo, per trarne faticosamente degli indirizzi, mi è parso superfluo, sia perché non si trattava di un dibattito di partito, sia perché il riferimento ai problemi vi era indiretto. Così si potrebbe dire per molti altri punti.

Se questo lavoro è predisposto per il congresso, esso non deve presentare materia per dibattiti congressuali, se non, evidentemente, per le grandi linee di indirizzo politico. Gioverà alla serietà del dibattito la predisposta prospettazione analitica, ma il Comitato Centrale tiene a mettere in guardia contro la eventuale tendenza a discutere la materia in Congresso, il che renderebbe il Congresso praticamente sterile.

Con la presente relazione si presenta tutta la materia, al grado di elaborazione cui essa è pervenuta in due anni di attività, e si prospettano i temi per un "congresso permanente", vale a dire per una progressiva elaborazione attraverso dibattiti, convegni, relazioni e studi collettivi ed individuali.

CRITERI INFORMATORI DEL PROGRAMMA

Nel corso del lavoro mi sono convinto che i nostri programmi non saranno esercitazioni accademiche, né facili promesse demagogiche, né più o meno audaci tesi avveniristiche: essi saranno una efficiente prospettazione delle soluzioni ai problemi della vita italiana, alle quali attingeranno anche gli avversari, sempre tardi e sotto le dure-lezioni della realtà, naturalmente male intendendo e male applicando, come dimostra l'esempio dei mercati generali. Per questa loro caratteristica, i nostri programmi non si esauriranno in pochi punti elencati sotto numeri e lettere, ma saranno esposizioni ragionate dei principali aspetti della vita politica ed economica del Paese; il tutto secondo un filo conduttore, una linea direttiva, una mentalità comune e in vista di finalità costantemente perseguite; il tutto infine con quel mordente che hanno avuto sino ad ora le campagne da noi condotte e le soluzioni da noi proposte. Si tratterà ovviamente di un lavoro mai finito e sempre in continua elaborazione.

Un criterio che mi pare emerga da tutta la nostra attività e che non sarà mai abbastanza raccomandato, è che il programma non sia articolato soltanto sulle proposte di riforme legislative.

E' vecchio male italiano quello di ragionare solo in termini di legge da fare, un male nel quale convogliano il formalismo giuridico (al quale spesso è ridotta la mentalità giuridica dei cittadini della Patria del diritto), la pigrizia intellettuale, lo scarso senso della realtà, il gusto della accademia, la nessuna fiducia che sostanzialmente viene riposta negli impegni politici, il rifuggire dalle opere lente e poco appariscenti.

Ricordava alcuni anni or sono al Parlamento Umberto Calosso, al quale va l'affettuoso ricordo di tutti noi, che quando Gladstone definì il reame di Napoli la negazione di Dio in terra, il Borbone si difese ricordando l'eccellenza dei codici e delle leggi vigenti. Anche la propaganda di Mussolini copriva la sostanziale distruzione dello Stato a vantaggio della fazione, il progressivo dissolversi dei sentimenti e dei vincoli sui quali si fonda la vita di una collettività, con l'esaltazione, del tutto gratuita, di una pretesa monumentale opera legislativa.

Anche oggi si invocano o si propongono riforme legislative che praticamente lasciano inalterati gli inconvenienti e le strutture decadute del Paese, come unica prova di slancio riformatore e di diritto a governare.

Per lo più promesse di riforme si accompagnano al noncurante sorvolo sui mezzi finanziari necessari per attuarle, od alla demagogica leggerezza nel promettere anche la spesa relativa.

Leggi e spese sono le promesse che si sogliono fare al popolo italiano, al che noi dobbiamo contrapporre che le riforme, benché di enorme importanza, non sempre richiedono spesa pubblica, ma richiedono sempre e soprattutto severità di gestione e continuità di indirizzo; spesso le riforme potrebbero rappresentare una economia sia per l'erario dello Stato sia per il bilancio economico nazionale, con la soppressione di costi superflui e di profitti di monopolio.

Soprattutto occorre contrapporre la riforma di indirizzo, di costume, la lotta contro l'andazzo cinico e scettico, che la D.C. ha imposto alla vita nazionale. Occorre contrapporre nei programmi, così come l'abbiamo sempre fatto nell'azione, alle disinvolte prassi di governo e di sottogoverno, un costume non diciamo di austerità, ma di decenza; alla anemia degli ideali politici e di morale civica, propria dei partiti cosiddetti cristiani, un impegno di fede nei principi che si professano; alla stanchezza, all'afoso conformismo, alla reticenza, al facile edonismo, che stanno raggiungendo oggi le punte penose del periodo della decadenza fascista, la reazione ed i rimedi, non come facile predicazione moralistica, ma come rettifica di rotta, praticamente possibile giorno per giorno.

L'articolazione del programma si deve svolgere con precisi richiami tanto ad inconvenienti singoli, quanto ad inconvenienti che rivelano costume, tendenze, abitudini, una costante nel modo di governare il paese, che non si possono eliminare con le leggi, ma che si debbono eliminare con il cambiamento della classe dirigente, se questa non è capace di emendarsi.

In sede politica questo deve tradursi in una vera e propria pregiudiziale contro le "aperture" sterili e dannose se non accompagnate da un diverso "tono" di vita, così come deve essere impegno assoluto quello di abbandonare una prassi di riforma a rammendi o ritocchi, con contraddizioni o timidezza, settore per settore, unicamente sotto l'impulso di pressioni dell'opinione pubblica o di necessità urgenti, e per l'interesse, consenso o "non obstat", quando non comando, delle grandi organizzazioni degli interessi sezionali a cui il partito di governo è ubbidiente.

Un paese moderno si aggiorna soltanto con grandi piani organici, non con spese, anche ingenti, ma disordinate, o con piccole operazioni localizzate per territorio o settore.

Naturalmente non tutto quello che si può proporre è peculiare ed esclusivo del partito. Ci sono aspirazioni e tesi comuni ad altri movimenti. Ma la combinazione delle idee, lo spirito che anima lo studio dei problemi e la proposizione delle soluzioni, è nostra caratteristica. Ormai caratteristica nostra si può definire l'ispirazione risorgimentale e popolare, date le abdicazioni al riguardo dei partiti storici.

Nostra si può dire la fedeltà alla "Costituzione repubblicana", posto che la compromissione al governo con la democrazia cristiana è compromissione con una costante opera di sabotaggio alla applicazione piena della Costituzione, e con un'opera assolutamente contraria ai principi costituzionali quale quella che, con progressiva accentuazione, i governi democristiani vanno attuando. La nostra fedeltà alla Costituzione si differenzia anche dal provvisorio costituzionalismo comunista. Il primo aderisce in pieno allo spirito politico e giuridico delle istituzioni, il secondo considera questo ultimo come semplice strumento di libertà attuale, che può risolversi in uno strumento puro e semplice di conquista del potere. Lo stesso spirito di fedeltà agli ideali di una "Europa unita e democratica", si può ormai dire nostra caratteristica.

Le democrazie cristiane europee hanno abdicato ad un compito al quale sono fallite, dimostrando così di non sapere - esse - ricavare nessun risultato pratico duraturo, neppure dalla omogeneità mentale e morale e dalla comunione spirituale cristiana. La D.C. italiana che mal seguì De Gasperi nell'Europeismo, appare ora contesa tra le velleità nazionalistiche - che ha ereditato con tante altre cose dal fascismo - e l'infedeltà all'occidente. Esclusivamente nostro può diventare quanto volessimo attingere nell'inattuato programma democristiano del 1946, oggi in gran parte tradito ed abbandonato.

Prima di accingersi al lavoro occorre mettere in guardia contro un certo feticismo per i programmi, che porterebbe a cercare nelle formulazioni programmatiche la soluzione di tutte le difficoltà di partito e che diagnostica nella mancanza di un programma organico la causa degli insuccessi, che spera di superare le difficoltà politiche con la formulazione del programma, magari creando o accentuando nelle tesi le correnti di partito. Non è inopportuno rilevare che la eccessiva fiducia nelle precisazioni programmatiche, considerate come prova di omogeneità mentale e ideologica, presenta il pericolo di esaurire le energie in discussioni. D'altra parte, creare le maggioranze attorno ad un programma potrebbe dar luogo a false coesioni, destinate ad indebolirsi al primo mutamento di situazione, o all'insorgere di nuovi problemi, che sfuggono agli schemi razionali, anche più acuti e diligenti.

Non si deve dimenticare che gli avvenimenti del Medio Oriente sono forse il solo punto sul quale sino ad ora si siano delineati, nelle nostre file, dissensi gravi. Alla vigilia di questa svolta della storia contemporanea, probabilmente l'enunciazione di un programma di politica estera sarebbe stato facile ed avrebbe raccolto la unanimità, mentre gli avvenimenti di pochi giorni avrebbero frantumato questa unità. La ricerca della omogeneità morale ed intellettuale per la lotta comune sta quindi, più che nella formazione del programma, (il quale se è un risultato di lavoro, a sua volta non è che una promessa di azione), nella creazione della mentalità comune, in quella abitudine ad un metodo comune di ricerca e di analisi, e successivamente di azione, per cui ben disse Piccardi che quando noi affrontavamo insieme un problema, ci trovavamo senza difficoltà d'accordo per soluzioni non casuali, ma rispondenti ad una certa costante direzione comune.

L'afflusso dei giovani al nostro partito accentuatosi dopo le elezioni, conforta nella verità della proposizione che più volte è stata fatta, che il nostro è il partito delle giovani generazioni, o costituisce un impegno di lavoro. Il partito deve pertanto presentarsi come l'elemento d'urto della società italiana, di pressione per la soluzione dei problemi reali del paese, e per il suo riordinamento morale e politico.

PROGRAMMA POLITICO GENERALE

Lo Stato è da rifare

Punto di partenza della nostra azione è la dolorosa constatazione che in Italia è in corso un processo di invecchiamento della società e delle sue strutture.

La stasi che ci affligge diventa regresso precipitoso, se paragonato alle rapide trasformazioni che sono in corso in tutte le parti del mondo. L'inizio di questo arretramento si è avuto col fascismo. Non sarà mai abbastanza presentato alle giovani generazioni il quadro di questa era di autentico regresso, oltre che di spaventose catastrofi. Basti ricordare che si ebbe con il fascismo l'esaltazione della ruralità, con la implicita condanna dell'urbanismo e dell'industrializzazione, proprio mentre il mondo tutto era alla vigilia di una serie di rivoluzioni che, qualunque sia lo schema politico ed economico entro le quali si svolgono, hanno come meta sostanziale l'industrializzazione, essendo ormai l'a.b.c. della politica di tutti i popoli che un paese agricolo è un paese di secondo ordine, e che la mancanza di industrializzazione equivale allo stato di servitù coloniale e di miseria incompatibile con la vita moderna. Non sarà mai abbastanza ricordato che il fascismo preteso di fondare la prosperità della Nazio

ne sulla conquista coloniale, sulla ricchezza che si credeva di ottenere con le conquiste militari, secondo uno schema che derivava dalla mal digerita concezione della storia propria dei gruppi sociali che avevano portato il fascismo al potere e dell'ambiente di mezza cultura dai quali usciva il suo capo. Tutto questo mentre il mondo era alla vigilia del crollo dei sistemi coloniali e della riscossa dei popoli soggetti.

Attualmente è in corso un altro trionfo dell'anacronismo, la sottoposizione del paese al regime di protettorato della potenza temporale e spirituale della Chiesa, con la sottoposizione delle Autorità Civili alla Autorità Ecclesiastica, dell'ordinamento giuridico statuale a quello canonico, con l'intervento del clero nella lotta elettorale, in una parola con la soggezione dello Stato alla Chiesa.

La vitalità anarchica di cui dà prova la vita italiana, indubbiamente percorsa da grandi fremiti di energia, da impulsi e da slanci, non deve ingannare. Tutte le strutture entro le quali si svolge questa vita, economiche, politiche, sociali, sono invecchiate. Il fenomeno della mafia che torna a vigoreggiare, se per certi aspetti è un fenomeno locale, riproduce però nell'esautoramento delle autorità legali e nella istituzione di regime di fatto, un processo che chiunque avverte in grandi e piccole sfere della nostra vita associata.

Le forze della conservazione e della sovversione, entrambe oltranziste nella loro posizione, hanno fatto nel primo decennio repubblicano le loro sfortunate prove. Giocando su questo contrasto il grande partito confessionale pretende di fondere nella stretta il potere politico e spirituale e ha tentato una mediazione impossibile, che si è risolta in un sogno di egemonia incontrastata. Necessario quindi che si tenti la prova della democrazia moderna nella quale si impone una forza che possa rivolgere un appello diretto a tutto l'arco della sinistra democratica italiana. Si sciolga essa finalmente da ogni collusione, o sottomissione estranea alla sua natura, si volga ed ubbidisca alle affinità naturali che ne fanno un settore politico a sé stante, differenziato nelle dottrine particolari, ma concorde nel proposito di ridare agli italiani il pieno esercizio di una democrazia ubbidiente alla loro volontà ed alle loro necessità.

Da un lato dunque il nostro programma deve partire da presupposti che si ricollegano alle tradizioni nazionali, dall'altro deve ricevere la sua validità attraverso un contatto con la realtà attuale e la riconsiderazione seria di tutti i problemi della vita nazionale.

Il nostro programma ha una sua premessa storica e morale, la difesa e l'inserimento nella vita nazionale dei valori della "Resistenza", come affermato già più volte. Celebrare quindi in ogni momento i valori della Resistenza, insieme con tutti coloro che vi hanno partecipato. Dire però chiaramente ad alcuni di costoro che, oltre a questa doverosa celebrazione della lotta comune, non vi è più comunanza di azione politica. Su questo punto la responsabilità spetta al Governo ed alla democrazia cristiana. I compiti della lotta antifascista e della lotta di liberazione parevano esauriti con la caduta del fascismo e con la liberazione del suolo nazionale. Con sorpresa e rammarico dobbiamo constatare, a quasi tre lustri di distanza, che questi problemi sono ancora vivi e che si deve riprendere la lotta. Le forze che comandano in Italia devono vedere se conviene loro riportare la lotta politica italiana a una fase ormai superata, quando ci sono ben altri problemi.

La Resistenza è un valore fondamentale della Storia d'Italia e deve cessare l'ambiguo contegno dei governi democristiani i quali fanno di tutto per consegnare al comunismo questa grande tradizione. Un autorevole quotidiano ci informava qualche tempo fa che, mentre bande di profanatori fascisti erano all'opera in Piemonte per distruggere le lapidi ai martiri della Resistenza (la più vile e bassa manifestazione di faziosità), i carabinieri competenti "non esclusero che la lapide si fosse staccata e frantumata da sola".

Dopo di che altre lapidi furono imbrattate e croci uncinate dipinte sui muri. E' forse allo studio dei "competenti uffici" la spiegazione del fenomeno come evento spontaneo di natura?

Il punto di partenza resta sempre quello che fu proposto nella campagna elettorale: "uno Stato da rifare". Lo Stato italiano, già invecchiato e poi logorato dalla prima guerra mondiale è stato condotto a rovina dal fascismo, che ha gabellato per autorità la prepotenza di una cricca impadronitasi del potere con la violenza, e che sostanzialmente, come tutti i governi dispotici, ha indebolito il principio della autorità statale, il quale può poggiare soltanto, nella vita moderna, sulla legge e sulla imparziale attuazione della legge. Il malgoverno democristiano non ha fatto nulla per la ricostruzione dello Stato ed ha aggravato le malattie che si chiamano inefficienza, corruzione, abuso del potere a fini personali o di parte, mancato rinnovamento delle strutture, dilazione nella attuazione dei principi costituzionali, conservazione di una legislazione antitetica alla Costituzione.

Attuazione della Costituzione

Il tema della attuazione della Costituzione echeggia spesso nel Paese lanciato da tutte le opposizioni. Ma sulla bocca della opposizione di destra stonano singolarmente gli appelli alla libertà. Quanto alla opposizione di estrema sinistra, in essa fanno capolino spregiudicatezza e mancanza di effettiva convinzione nei valori giuridici e politici della Costituzione. Ciò si ripercuote nella evidente inefficienza della opposizione, pur dovendosi riconoscere a questa opposizione, e per la tradizione che le deriva dalla lotta contro il fascismo, e per taluni momenti di vigorosa affermazione, una non trascurabile importanza. Il tema deve costituire per noi uno dei punti fondamentali, servendo di richiamo anche a forze affini e ad amici.

Deve cessare l'azione di governo perennemente in opposizione con i principi costituzionali, deve cessare lo scandalo di un governo che non ha mai mandato i suoi avvocati a sostenere la incostituzionalità di una sola norma di legge davanti alla Corte Costituzionale. Non si può trovare titolo di condanna più irrefutabile della democrazia cristiana e dei suoi alleati, che il fatto di non avere trovato, in tutta la legislazione ereditata dal fascismo, una sola norma, una sola disposizione, una sola espressione, che suonasse contrasto con la Costituzione vigente. Deve essere richiesta la immediata presentazione di una serie di disegni di legge che eliminino dalla legislazione le norme che contrastano con la lettera e con lo spirito della Costituzione. Deve finalmente avvenire la approvazione di quelle leggi, (di cui talune giunte ad un notevole stato di elaborazione, ma poi insabbiate), che sono necessarie per rendere efficiente la struttura stessa dello Stato repubblicano (disposizioni sulla promulgazione delle

leggi, leggi sulle organizzazioni ed attribuzioni dei Ministeri, legge sulle attribuzioni del Presidente del Consiglio, leggi sull'ordinamento della Magistratura e via dicendo).

Le (poche) leggi di attuazione della Costituzione approvate sotto il regime democristiano come quelle sul Consiglio della Magistratura, dei Tribunali Militari, controllo degli enti sovvenzionati, responsabilità della Amministrazione pubblica e dei funzionari, ecc., debbono essere rifatte d'urgenza, perché spesso contrastano con la Costituzione e comunque la attuano malamente.

Parlamento

Riforma del Senato, snellimento dei lavori parlamentari, riforma della discussione dei bilanci, efficienza delle Camere, sono temi che si possono affrontare con una ampia visione delle necessità istituzionali, mentre le soluzioni sono impossibili finché la maggioranza si preoccupa solo di restare tale e di diventare sempre più forte.

E' da studiare un sistema di istruttoria delle leggi con l'aiuto delle forze del paese fuori dai partiti, al che non servono i Consigli corporativi, ma una rete di associazioni e centri (sul tipo di quelle riconosciute dall'Unesco), i cui pareri siano ufficialmente esaminati dal Parlamento e presi in considerazione per quel che valgono, e non perché espressione di maggioranza o di categorie potentemente organizzate.

Abolizione dei Prefetti

Delle riforme costituzionali fa necessariamente parte l'abolizione dei prefetti, già vigorosamente patrocinata nei nostri programmi. Si tratta di una riforma essenziale per la libertà, per la modernizzazione dello Stato italiano, per la fine di tutto un costume di paternalismo nel quale gli italiani sono sempre invischiati. Si tratta di una superstite istituzione napoleonica, che, salvo la Francia, e le conseguenze sono visibili anche colà, non ha riscontro in nessuno dei grandi paesi liberi del mondo.

Culti e religioni

Delle riforme costituzionali fa parte anche la "legge per i culti diversi da quello cattolico", la cui carenza è un'altra delle vergogne della società italiana.

Organizzazione del Governo

Nel tema "dell'organizzazione del Governo" occorre andare molto più in là di quello che non siano stati gli orizzonti delle nostre scuole giuridiche e politiche. Il problema della efficienza del Governo - insieme con quello inscindibile della efficienza del Parlamento - è il problema centrale delle democrazie parlamentari. Nello schema generale del volume del quale si è fatto cenno si propone la riduzione del numero dei Ministeri. Su questo ho personalmente idee diametralmente opposte, delle quali mi permetto proporre lo studio: si tratta di chiedere l'aumento del numero dei Ministeri.

Il sistema di governo per dicasteri è, come è noto, uno dei risultati della rivoluzione francese, tradotto in organizzazione permanente da Napoleone, e da allora vigente pressoché immutato. Il numero dei dicasteri è rimasto press'a poco quello di centocinquant'anni fa negli Stati Occidentali, mentre si è enormemente accresciuti negli stati collettivisti.

Se il nostro Stato non deve far fronte ai compiti dello Stato Sovietico e non richiede i cento Ministeri di questo ultimo sistema, mi pare però degno di considerazione l'argomento che i compiti del Governo sono talmente aumentati, che vi è da chiedere se una delle cause delle lamentate inefficienze dei Governi, della scarsa autorità della classe politica e del corrispondente dominio burocratico, non stia proprio nella vastità delle attribuzioni dei singoli Ministeri. Va da sé che la istituzione di nuovi Ministeri non significa nulla senza la riforma della legislazione sulla materia che viene attribuita ai Ministri. (Vedi la scarsa utilità del Ministero delle Partecipazioni Statali ed il certo danno della istituzione di quello della Sanità).

In correlazione alla ridistribuzione dei Ministeri è da prendersi in considerazione l'ipotesi della riduzione dei sottosegretari o della loro abolizione, e della istituzione di un gabinetto ristretto con carattere di direttorio politico.

Esistono già altri organi dell'esecutivo, i quali debbono essere potenziati. Si tratta dei Comitati di Ministri per determinati settori della Amministrazione pubblica, che debbono disporre di attrezzature permanenti e ricevere impulso dalla legislazione; sono organi attraverso i quali si può dare maggiore coordinamento e maggiore efficienza all'azione del Governo, soprattutto nel campo economico. I Comitati devono essere assistiti da organismi burocratici appositi a carattere permanente, mentre attualmente i Comitati hanno vita limitata alla seduta, il che ne rende o poco efficiente od inefficiente l'azione.

Tutto questo deve coordinarsi nella dotazione al Governo del "cervello" capace di pianificare la politica economica.

Devono essere ripresi tutti i temi di creazione di un'organizzazione statale moderna, ripartendo in modo razionale fra i Ministeri le funzioni fondamentali dello Stato, dando maggiore autonomia ai servizi che fanno capo alle varie direzioni generali e istituendo in particolare validi organi di direzione economica.

Sono da dibattere le richieste formulate da nostri esperti se si debbono ridurre le funzioni dei Ministri all'indirizzo politico, e al coordinamento ed alla sovraintendenza dei servizi; mentre le direzioni generali debbono essere il più possibile trasformate in aziende e servizi dotati di una certa autonomia e retti da organi responsabili, e se si debba assoggettare dove è possibile il funzionamento delle aziende a servizi al sistema del costo economico.

Attività discrezionale dei Ministri

Il problema dell'efficienza del Governo si collega con quello della sua azione discrezionale. I redattori dello schema postulavano un coraggioso ampliamento del potere discrezionale dei Ministri, allo scopo di rendere efficiente la loro azione. Ernesto Rossi ha obiettato che gli pare pericoloso l'ampliamento dei poteri dell'esecutivo, ed in particolare egli richiede la diminuzione del potere discrezionale della burocrazia.

Personalmente mi permetto di suggerire un esame del problema in concreto, il quale potrebbe dimostrare che non esistono dissidi sostanziali, tanto sono sicuro che i nostri principi ispiratori al riguardo sono chiari e solidi.

Ci possono essere materie nelle quali l'opera dei Ministri è inceppata e formalisticamente vincolata. I poteri potrebbero qui essere accresciuti. Deve d'altra parte essere intrapresa la revisione di tutta la legislazione amministrativa per restringere i troppi poteri arbitrari e per introdurvi il principio, dettato dalla Corte Costituzionale, che il potere discrezionale deve, dove la Costituzione pone riserva di legge, essere limitato da criteri e principi direttivi posti dalla legge, così da renderlo sindacabile in sede giurisdizionale.

Deve introdursi l'obbligo di pubblicità delle circolari dei verbali delle sedute di Consigli di Enti e Comitati, di deliberazioni e decisioni. Deve essere risolto il problema dei regolamenti ministeriali, tuttora incerte in diritto, tenendo d'occhio l'abuso, per il quale la delega regolamentare al Ministro o l'attribuzione abusiva che il Ministro fa a sé stesso esercitando poteri normativi, viene in sostanza a sostituire il decreto legge.

Pubblica Amministrazione

Va elevato il livello della burocrazia, devono essere introdotte attrezzature moderne nella pubblica amministrazione, deve essere regolata la pubblicità degli atti della pubblica amministrazione, devono introdursi e rendersi efficienti i controlli sull'impiego del pubblico denaro, devono istituirsi i Tribunali Regionali previsti dalla Costituzione, boicottati dalla classe dirigente e che non sono affatto legati all'ordinamento regionale; essi sono prescritti dalla Costituzione per concedere, anche in materia amministrativa il giudice territoriale e il doppio grado di giudizio. Devono risolversi i problemi come quello della chiamata in giudizio della Pubblica Amministrazione con leggi serie e non, come è stato fatto, con una legge che, è unanime critica, ha complicato la materia. Deve introdursi il sistema (e per renderlo più popolare si può chiamarlo secondo la nozione americana delle "pubbliche relazioni"), della urbanità, umanità e condiscendenza dei funzionari verso il pubblico e soprattutto verso il pubb

lico degli umili. Devono introdursi in materia amministrativa le riunioni generali degli interessati, che sono proprie del diritto americano, (nel quale - è vero - tengono luogo dei ricorsi amministrativi) e che sono già un atto in materia di concessione di autotrasporti. E' un sistema di riunioni pubbliche che ogni giorno più si afferma come garanzia efficiente contro gli abusi e la corruzione.

Pertanto soprattutto nella materia degli interventi della pubblica amministrazione nell'economia, le riunioni degli interessati, debbono costituire una garanzia di pubblicità e di dibattito. Il sistema attuale del segreto, del riserbo, per non dire del mistero, postula il lavoro di anticamera, nel quale sono favorite le grandi organizzazioni e gli organismi più potenti.

Devono essere create assemblee rappresentative di settori della pubblica opinione non solo con il compito di formulare voti e proposte, ma anche con quello di esprimere il parere su determinati provvedimenti di importanza generale. Devono crearsi scuole di istruzione superiore per la specializzazione nelle carriere statali, corsi di perfezionamento per l'adeguamento alle necessità moderne della cultura dei funzionari.

Riforma burocratica

La riforma burocratica è interamente da fare. Le cosiddette riforme burocratiche della legge delega si sono risolte esclusivamente in questioni di carriera e, a parte taluni decentramenti, non hanno inciso sui problemi fondamentali.

Il problema della organizzazione amministrativa e burocratica sostituisce ancora un grande problema italiano, nonostante tutto quello che si è detto da parte di che ha ritenuto risolto il problema della riforma amministrativa e burocratica, con quel certo malloppo di leggi delegate che hanno lasciato le cose come stavano prima, se non le hanno peggiorate.

Sono ancora da studiare sistemi di impiego del personale e della scelta dei capi, oltre alla ricerca di locali idonei, alla introduzione di metodi di lavoro moderno, alla organizzazione tecnicamente corretta dei servizi ausiliari (stenografici, dattilografici, archivistici e meccanici). Gli ordinamenti di carriera non debbono essere rigidamente uniformi e il trattamento economico deve essere unitario, comprensivo di tutte le prestazioni degli impiegati.

Bilanci degli Enti Amministrativi

Debbono essere prescritte relazioni da rendersi pubbliche sui risultati di ogni azienda o servizio. In proposito si deve ricordare la scandalosa situazione per cui gli enti amministrativi (la Corte Costituzionale designa, seguendo la Costituzione, con l'espressione enti amministrativi, gli enti non territoriali), si sottraggono alla presentazione dei bilanci preventivi, e si deve segnalare la inefficienza della legge sul controllo degli enti sovvenzionati dallo Stato, che porta ad un esame postumo senza alcuna possibilità di correzione dell'indirizzo.

Regioni, autonomie comunali ed amministrazione statale locale

Il modesto decentramento attuato ha avuto contro di sé la grande stampa cosiddetta di opinione, molte organizzazioni padronali e la stampa padronale. Questo dice molto sull'importanza di certe linee politiche che sembrano ispirate a concetti puramente tecnici e sulla resistenza ad ogni anche più modesta riforma da parte delle destre più o meno confessate. E' una mentalità grettamente conservatrice timorosa di ogni minima novità, desiderosa di vedere tutto accentrato nel potere unitario presso il quale facile riesce alle potenti organizzazioni, far valere i propri interessi, alla quale riesce impossibile capire come lo Stato moderno sia diventato una cosa talmente complicata e complessa, da giustificare al tempo stesso due esigenze opposte: quella di un massimo accentramento e quella di un massimo decentramento. Nella funzione che esercita uno Stato moderno c'è spazio sia per l'una che per l'altra tendenza, perché la massa delle materie che l'amministrazione pubblica deve trattare è tale che, mentre per i pro

blemi nazionali si impone un accentramento che permetta una guida unitaria oggi sconosciuta all'amministrazione italiana, per una massa di altri problemi è necessaria la piena competenza locale. Base del decentramento devono essere regioni e comuni. Ogni discussione sulle regioni è oggi del tutto superflua: le regioni devono essere attuate perché sono previste nella Costituzione.

Nello stesso tempo si potrà introdurre una riforma dell'amministrazione statale la quale permetta di creare schemi di organizzazione differenti per ogni branca dell'amministrazione demolendo il futile geometrico sistema dell'organizzazione provinciale uniforme per tutte le organizzazioni statali.

Non si potrà mai parlare seriamente di autonomia locale, se l'autonomia comunale non sarà al coperto di quello spirito poliziesco che oggi nei loro confronti alberga nelle Prefetture. Il controllo per fini esclusivi di regime e di partito è spinto oggi all'assurdo. Abbiamo avuto la condanna penale di amministrazioni comunali (di sinistra naturalmente), per avere concesso un teatro per una manifestazione politica, mentre i socialdemocratici hanno potuto tranquillamente destinare la Scala di Milano ai loro amici internazionali, e le amministrazioni comunali democristiane possono destinare fondi a manifestazioni religiose senza alcuna deliberazione.

Il controllo sugli enti locali dovrà, pertanto, essere sottratto al potere politico ed affidato ad organi tecnici.

LE LIBERTA' POLITICHE E CIVILI

Difesa delle libertà politiche e civili

Il regime democristiano si è rafforzato con le elezioni della primavera del 1958, e la prima battaglia in difesa dello Stato laico e dello Stato italiano indipendente dal potere ecclesiastico, dell'ordinamento giuridico italiano indipendente e sovrano rispetto a quello canonico, è stata perduta.

Ne risultano ulteriormente compromesse le libertà politiche e civili; ne risulta anche che questo tema di lotta politica è vivo come non mai, e che è stato giustamente detto che è la chiave del nostro programma politico. Vero che questo tema può apparire comune con altre forze politiche, ma è ben nota la scarsa comprensione ideologica dell'estrema sinistra e dei marxisti in genere per questi problemi, come è noto il tradimento consumato rispetto ad essi dal liberalismo tradizionale. Si tratta per noi di porre alla base di ogni concezione politica "la illimitata fiducia nel metodo democratico".

L'immensa fede nell'azione libera dei cittadini, nella dialettica della libertà, nelle autonomie, da quelle individuali a quelle comunali e regionali, e per "contrapposto, la costante ripugnanza verso i metodi autoritari", verso gli strumenti polizieschi, verso i sistemi che comportano arbitrio governativo o di polizia. Il programma prende come piattaforma l'attuale Costituzione, senza porla in discussione. La Costituzione è oggi la trincea dalla quale si difende la democrazia e la base di partenza con le ulteriori conquiste democratiche. Bisogna guardarsi, per eccessivo amore dell'arte, dal cominciare a rimettere in discussione quello che, o bene o male, è stato deciso e risolto dalla nostra Costituzione. La forza della mentalità reazionaria è tale in Italia che l'applicazione della Costituzione costituirebbe oggi una autentica rivoluzione. Se l'Italia fosse capace di compiere questa rivoluzione legalitaria avrebbe cominciato col risolvere i problemi fondamentali e potrebbe raggiungere finalmente il posto c

he le compete nella società moderna.

I punti programmatici al riguardo sono noti. Occorre finalmente compiere la revisione di tutte le leggi fasciste e in primo luogo, con spirito veramente democratico e liberale, quelle della legge di pubblica sicurezza, senza attendere di rappezzarla quando finalmente si riesce a far annullare dalla Corte Costituzionale le disposizioni più palesemente illiberali. Occorre stabilire un trattamento civile per gli stranieri, occorre concretare il principio costituzionale della responsabilità dei funzionari per gli abusi commessi a danno dei cittadini (in particolare per gli alti funzionari e per la polizia). Non si avrà libertà se non quando saranno aboliti i reati di vilipendio e contenuti nei limiti di una difesa effettiva del prestigio delle istituzioni, come è stato messo in vista nell'apposito convegno degli "Amici del Mondo" dedicato alla libertà di stampa.

Legalità nell'azione della amministrazione

In tema di libertà e di diritto del cittadino, è constatazione elementare, dalla quale la stanca vitalità dei partiti democratici non ha ancora tratto le debite conseguenze che, contro gli arbitri del potere esecutivo, il sistema della giustizia amministrativa che i nostri padri crearono per consolidare il regime liberale e renderlo effettivo, non basta più. Occorre istituire (e il sistema esiste già persino in Stati sud americani), il ricorso diretto popolare contro l'arbitrio di polizia e contro gli arbitri dell'esecutivo, non ancorato ai presupposti giuridici della giurisdizione amministrativa. Pertanto la facoltà di ricorso dovrebbe essere data a rappresentanze locali, a determinati organi collegiali, ai gruppi parlamentari, a partiti, sindacati e via dicendo. Resta da stabilire se si tratterà di un ricorso alla Corte Costituzionale o ad altri organi. Comunque l'abuso a fine di parte, la distorsione della legge, operata quotidianamente in Italia dal potere esecutivo, deve trovare forme giuridiche oltre a

l controllo politico che è per sua natura inefficiente di fronte alla maggioranza. Inoltre si devono istituire organi collegiali con la rappresentanza delle minoranze in tutti i settori più delicati, ad esempio le censure, il collocamento della mano d'opera, l'assegnazione di case e di terre, ecc.

Difesa dello Stato, in particolare dal sottogoverno

Il problema delle libertà si connette con quello della difesa dello Stato dai partiti e col problema del sottogoverno. Posto che si ritiene assolutamente inopportuno che lo Stato eserciti un controllo suoi partiti, controllo che in Italia trascenderebbe senz'altro in una manomissione della libertà politica e della libertà di associazione nei partiti, bisogna che determinate misure giuridiche e soprattutto riforme di costume mettano al coperto il paese dalla trasformazione dello Stato italiano in Stato di partito.

Il logoramento e la corruzione delle strutture statali non sono soltanto condannevoli in sé, ma producono inevitabilmente la trasformazione dello Stato in senso autoritario, come la lentezza e la inefficienza dell'azione governativa e parlamentare, riportano periodicamente il problema della necessità di deleghe legislative permanenti al potere esecutivo. Come si cerca di far rinascere la facoltà di legiferare attraverso i decreti legge, così in ogni campo si porta ad esempio l'inefficienza della amministrazione come prova della necessità di una trasformazione autoritaria dello Stato, la impunità dei criminali come prova della necessità di accrescere i poteri della polizia, ecc. Non si tratta soltanto di difendere certi valori e di difenderci contro il sopruso, ma anche di sbarrare il cammino ad un duplice vantaggio che la reazione ritrae dai suoi stessi abusi, quello di darsi un potere e quello di giustificare la necessità di aumentarlo.

Il problema del sottogoverno ha dato e dovrà dare, qualunque sia l'esito pratico, il tono alla nostra azione politica. I corrotti e i corruttori, ogni qual volta l'opinione pubblica dimostra di emozionarsi di fronte al cosiddetto scandalo, gridano alla speculazione politica, adottando una formula che fu introdotta dal fascismo per sottrarsi alle conseguenze del delitto Matteotti. Continuano con questo meschino espediente la tradizione fascista di cui si sono per tanti versi dimostrati eredi. Ma tutti sanno che lo stato di corruzione della classe politica, della classe burocratica, dell'amministrazione, è arrivato ad un livello indescrivibile. C'è stato un cattolico francese che ha detto che la democrazia cristiana ha levantinizzato l'Italia, intendendo riferirsi ai peggiori esempi che una volta venivano dal Levante. Non ci si deve mai stancare di battere su questo punto, come si deve battere sull'abuso dello Stato ai fini di partito. E' il punto centrale della nostra battaglia. E' ormai verità ufficiale che

quando un partito esce dal governo debba sospendere certe determinate attività come la pubblicazione del proprio giornale, perché gli vengono meno le fonti di finanziamento. Si dice che un piccolo partito può farsi le ossa solo stando al governo. Tutto ciò fa parte ormai del costume ed è ammesso. Posto in questi termini crudi e realistici, così come ormai è ufficialmente posto, il problema dei rapporti tra partiti e governo richiede drastici rimedi. In relazione a questo potranno essere formulate anche proposte concrete su problemi singoli, e si dovranno preparare tanto disegni di legge, quanto precisi moniti di correzione del costume politico. A questo si deve ovviare con commissioni di controllo poste nei punti nevralgici dello Stato.

Per troncare ogni connivenza illecita tra classe politica e burocratica è stato proposto da nostri amici di limitare l'intervento dei ministri negli atti dell'amministrazione, dando ai funzionari maggiori responsabilità di fronte allo Stato e di fronte ai cittadini. Sul terreno dell'azione politica e giornalistica mi pare opportuno suggerire non tanto la denuncia (ormai poco utile) degli scandali, quanto la denuncia della politica degli scandali, sapientemente dosata dal regime. Non c'è scandalo che abbia portato a soluzioni soddisfacenti. Quando gli scandali sboccano nell'azione giudiziaria, i processi (Ingic, INA, ecc.) non vengono celebrati che dopo periodi la cui unità di misura è il lustro, in modo che si rivolgeranno ad un pubblico che in gran parte è nuovo e assolutamente dimentico della emozione che lo scandalo aveva inizialmente suscitato. Tutti conoscono ormai gli espedienti (relazioni come quelle De Caro bloccate in Parlamento ai tempi dell'affare Montesi, della quale i parlamentari udirono frasi

mozze, della quale non si conobbe mai il testo, e della quale il pubblico nulla seppe; il segreto sui risultati dei lavori della commissione Sturzo, concessa in un momento di emozione, limitazione dei poteri della commissione parlamentare Giuffrè), con i quali la classe dirigente sa convertire a proprio profitto o stroncare il pericolo degli scandali.

Libertà di espressione

Il tema della libertà di stampa è quanto mai delicato.

La vigilanza non deve essere limitata alla semplice revisione legislativa, ma occorre rendersi conto come le libertà esistono se esiste una continua vigilanza dei cittadini, che reprime la naturale tendenza del potere a tramutarsi in autoritario. La stampa in Italia è insidiata da mali che molti conoscono, ma anche da mali che quasi nessuno avverte. Verso la stampa il governo attua la politica del "bastone e della carota".

La stampa baratta gli scarsi aiuti che il Governo, abusando di leggi ed istituti, si riserva discrezionalmente di darle, contro l'omertà e il silenzio su temi che al Governo non piacciono. Ogni giorno si scoprono nuovi arbitri, come ad esempio l'imposizione a chi comunica l'intenzione di pubblicare un periodico di informare la polizia sull'indirizzo politico, come le intimidazioni contro le tipografie ree di stampare periodici sgraditi al potere esecutivo. I comunisti, che tanto si lamentano delle oppressioni, sono per lo più risparmiati ed essi d'altra parte hanno raggiunto accordi parlamentari con il Governo per far passare leggi di sanatoria per aiuti irregolari e pericolosissimi per l'indipendenza della stampa. Le forze nuove, le forze giovanili, le forze studentesche, le forze delle minoranze religiose e politiche vengono invece inesorabilmente vessate. Anche qui si può dire che vige il sistema corporativo. Chi esiste ha diritto di esistere e di accrescersi, ma forze nuove non devono affermarsi. Si crea

un ambiente limitato con il quale il potere stabilisce sempre dei "modus vivendi". Non bisogna chiedere soltanto le garanzie della libertà di stampa dall'arbitrio governativo e dal prepotere delle concentrazioni finanziarie. Bisogna anche chiedere la dignità e l'indipendenza della stampa contro gli aiuti economici che permettono di strangolarla. Gli interventi economici a favore della stampa debbono essere rigorosamente determinati dalla legge, e non debbono avvenire attraverso espedienti di governo, come è attualmente, espedienti che danno la possibilità al potere esecutivo di esercitare ogni arbitrio, e che mettano questo settore fuori dal regime dello Stato di diritto.

Monopoli nelle manifestazioni del pensiero

Dovranno essere abolite tutte le censure preventive di qualsiasi natura sugli spettacoli, deve essere risolto il problema della televisione. Quando la televisione comunica che un milione di persone ha risposto a non so quale referendum sulle canzoni, si vede quale enorme strumento di lavaggio dei crani il caso e la insipienza dei politici abbiano messo nelle mani del nascente regime democristiano. Oggi la massa della popolazione non esce dalla vita bruta se non attraverso la televisione. Non ci sono per grandi masse notorietà, nozioni, problemi se non filtrano attraverso la televisione, e secondo lo schema che questa presenta. Non è esagerato affermare che il principale strumento di regime oggi in Italia è costituito dalla televisione. Occorre che questo strumento sia messo a disposizione di tutti. E' un problema sul quale occorre prendere posizione con urgenza. Si avrà forse una battaglia giudiziaria per la libertà della televisione dal monopolio governativo. Vi è una tesi la quale dice che la televisione l

ibera metterà uno strumento solo nelle mani dei capitalisti, e che in definitiva essa servirà ai vari Lauro ed Angiolillo, Crespi, ecc. Si può obiettare che anche la stampa quotidiana è per il 90% nelle mani dei Lauro, Angiolillo, Crespi, ecc., ma che non per questo è auspicabile il quotidiano di Stato. Si incominci a rompere il monopolio. La concorrenza potenziale dà già respiro di per sé. Una volta che il principio di libertà di informazione televisiva fosse affermato, si potrebbe fare molta strada sulla via della disintossicazione mentale degli italiani, e si potrebbe anche pensare che, con il tempo, si realizzino radio e televisione libere.

POLITICA ECONOMICA

Inesistenza di una politica economica governativa unitaria

Abbiamo sempre e con fondamento rivendicato la originalità del nostro programma, mentre non è espediente polemico lamentare l'assoluta incapacità delle correnti dominanti a tracciare e seguire una politica economica.

La politica economica è politica anch'essa e non può non essere determinata dai principi e dalle forze alle quali si ispira l'azione politica. La natura composita della democrazia cristiana, la molteplicità delle sue correnti interne e la molteplicità delle influenze esterne alla quale essa è soggetta, la varietà della composizione sociale dei gruppi che essa tiene formalmente uniti, non possono non produrre un'azione economica disorganica. La D.C. è costretta a prendere il lato demagogico della politica liberistica, di quella dirigista e persino di quella socialista. La subordinazione dell'interesse pubblico a quello di parte, all'interesse elettorale, ai comandi esterni, producono le loro conseguenze anche nella politica economica, la quale oscilla tra poli opposti non riuscendo a compiere passi sostanziali né nell'un senso né nell'altro.

Principi di una politica economica

La nostra presa di posizione parte dal principio che la discussione tra interventisti e non interventisti è oziosa. Il problema economico verte sul fine da raggiungere e sui mezzi per raggiungerlo. Sul fine dell'attività economica i nostri principi sono: politica di pieno sviluppo economico e ricerca del massimo benessere per tutti, politica di libertà anche in questo campo, ma lotta per l'eguaglianza.

Dalla libertà (nel campo economico il libero uso della proprietà), nasce il benessere, ed è anche vero che la libertà fa parte del benessere (che non si misura come fanno i collettivisti con la quantità di grasso sotto l'epidermide, ma con la possibilità di scelta del singolo). Noi neghiamo il postulato deterministico marxista secondo il quale lo Stato determina esso stesso ed esclusivamente il tipo di economia.

Non ci riferiamo a schemi utopistici, ideali più o meno irrealizzabili nel nostro paese, ma ad un sistema di economia che esiste nella esperienza passata e presente della nostra civiltà occidentale e che è propria delle nazioni più libere e progredite, di tipi di civilizzazione a noi omogenee. E' l'applicazione della ragionevolezza, dell'antidogmatismo, ai problemi economici di una società in cui la massima aspirazione sono la libertà e il benessere di tutti. Ma deve essere libertà di tutti, la quale spesso si ottiene solo facendo intervenire lo Stato contro la concentrazione del potere economico e per favorirne la massima diffusione di questo.

Di qui il concetto che la proprietà deve essere il più diffuso possibile, in modo da dar luogo a quel fenomeno dell'economia di massa, dell'azionariato industriale di massa, delle realizzazioni cooperativistiche che sono tipiche delle società democratiche.

A dare ascolto alla impostazione che del problema economica danno certe correnti sindacali economiche e politiche si direbbe che possa esistere un regime da età dell'oro, nel quale tutto si compone in armonia per il libero gioco delle forze, senza intervento alcuno dello Stato. Simile regime non è mai esistito e non esisterà mai. L'organizzazione economica è, non soltanto il frutto del gioco delle forze, ma anche della organizzazione che lo Stato dà alla società. Uno Stato il quale non avesse un ordinamento giuridico che garantisce la forza, l'efficacia, la stabilità dei contratti, determinerebbe un certo indirizzo economico, una struttura della economia, tutta diversa da quella attuata con il regime giuridico della forza dei contratti. Gli interventi economici dello Stato ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Per il solo fatto che la A.P. compie opere pubbliche, le quali sono necessariamente atti di deviazione di correnti di traffico di favore per certe attività, di sfavore per certe altre, sono cioè st

rumenti anche di intervento economico, essa compie interventi nella economia. Ogni atto del potere pubblico, anche dettato da ragione di salute pubblica (limitazione ad esempio delle bevande alcooliche), fiscali od altro, è anche, più o meno pesantemente e direttamente, un atto di intervento nella economia.

Ha rilevato giustamente Max Salvadori che non le leggi di natura, ma la legislazione inglese del XVIII· secolo riguardante l'agricoltura ed il commercio hanno reso possibili, insieme naturalmente agli altri fattori, l'accumulazione del capitale e la conseguente rivoluzione industriale. Non crediamo che si debba scegliere un unico denominatore: o la dominazione dei capitalisti o la gestione dello Stato. Il problema non è di continuare una sterile disputa, ma è di fare bene quello che si fa.

Fin dal secolo scorso gli scrittori politici francesi avevano fissato il concetto che l'intervento dello Stato nella vita sociale è in relazione all'intensità della vita collettiva. Infatti l'intervento pubblico è cresciuto e va crescendo ogni giorno a dismisura, come è cresciuta e va crescendo l'intensità della vita economica. Uno Stato il quale si limitasse alla posizione che aveva avuto nell'800, non realizzerebbe l'equilibrio dell'800, ma un equilibrio di gran lunga inferiore, ossia un autentico squilibrio.

Noi commettiamo l'errore, volontario od involontario, più spesso volontario, di confondere il problema della libertà con il problema della iniziativa privata, senza distinzione circa la natura, le dimensioni, la forza di pressione che l'iniziativa porta in sé. Siamo convinti che la varietà e la vitalità dell'iniziativa vadano difese, ma che occorra contrastare il successo di singole iniziative, specie quando esse presentano le dimensioni che si raggiungono nella economia moderna per cui non sono più solo dei fenomeni economici, ma sono anzitutto dei fenomeni politici.

Libertà economica, nazionalizzazioni, interventi pubblici

I nostri punti di partenza sono stati così formulati:

a) proprietà individuale ed una vasta autonomia da parte del singolo nel servirsene;

b) lo sviluppo della economia, entro i limiti determinati dalle conoscenze scientifiche, dalle risorse naturali, dalla tecnologia, dal carattere e dall'entità della popolazione, è in gran parte quella che la volontà e la organizzazione determinano.

Ecco perché, pur partendo dalla struttura giuridica connaturata alla civiltà occidentale, della difesa dei diritti dell'individuo, della funzione della proprietà come base della civiltà stessa, noi combattiamo la politica voluta dalla destra e dal centro-destra italiano, politica sedicentemente liberistica, ma anch'essa, come quella democristiana, sostanzialmente corporativista, e diretta alla difesa dei privilegi, nella quale la parola libertà è usata nel senso di libertà per sé stessi e mai per gli altri.

Valutiamo anche gli istituti economici dal punto di vista della libertà, l'optimum è dato dal massimo di libera scelta compatibile con l'organizzazione sociale. E' dalla libertà che la società occidentale ha ottenuto progresso, prosperità e pace. Siamo quindi per la proprietà individuale, per una ragione molto semplice messa in evidenza da tempo da pensatori e dall'esperienza umana: "rafforza la libertà del singolo". Potremmo far nostra la frase di Attle, l'ex primo ministro laburista inglese: "un cittadino è libero quando può dire a chi lo impiega, ente pubblico o ditta privata: va a quel paese". Questo un cittadino lo può dire non solo quando possiede, (arnesi di lavoro, conti in banca, gruzzolo d'oro nel materasso, case, terreni, azioni, buoni del tesoro, ecc.), ma anche quando una organizzazione sociale lo garantisce dalle malattie, dalla disoccupazione, dalla vecchiaia, o quando una organizzazione giuridica lo garantisce contro i soprusi del datore di lavoro sia esso pubblico o sia esso privato. La libe

rtà in materia economica si connette alla libertà generale, (cosa che il socialismo italiano, neppure dopo la dura esperienza del fascismo ha pienamente compreso posto che vediamo i ministri socialdemocratici, come quelle del lavoro Vigorelli, ricalcare in progetti relativi alla immigrazione interna, le più odiose norme di polizia). Di qui la necessità, per difendere la libertà, delle nazionalizzazioni in certi casi e per certi settori, necessità che in Italia si era già affermata nel pieno dell'era liberale e di cui più nessuno al mondo, salvo i falsi mistici del liberalismo i quali pur pretendendo di essere i continuatori del partito di Silvio Spaventa e di Giolitti, per citare due liberali che ebbero chiara coscienza delle necessità delle nazionalizzazioni, disconosce la fatalità nell'era moderna. Di qui però anche la lotta contro il feticismo per le nazionalizzazioni e statizzazioni, che porta a disconoscere in omaggio al mito, non solo le ragioni della libertà, della produttività, della buona amministra

zione, ma anche quelle delle necessità popolari, come è avvenuto con l'opposizione delle sinistre alla liberalizzazione dei mercati.

L'opera di intervento dello Stato per la distribuzione del reddito, per la sicurezza al singolo, per la stabilità dell'economia, per le misure anticrisi, ed anticicliche, fanno parte del patrimonio comune di tutte le società moderne.

Non siamo dunque favorevoli alla socializzazione dell'economia del Paese, ma abbiamo sempre riconosciuto che lo Stato moderno tende fatalmente a svolgere nel campo economico importanti funzioni.

Siamo accusati di incoerenza, perché sosteniamo ad un tempo la libertà economica e la necessità di talune nazionalizzazioni. Eppure si tratta di una posizione elementare, semplicissima e perfettamente coerente.

Non possiamo non essere fautori di tutti quegli interventi pubblici che tendono a rendere più libera, più ricca o molteplice, l'iniziativa privata. Noi parliamo di controlli e di intervento statale solo nei limiti in cui essi agiscono perché l'economia privata sia libera e sia veramente libera. Non è volere la libertà della iniziativa privata il consentire che ci siano monopoli, pubblici o privati che essi siano, non soggetti ad alcun controllo, i quali possono imporre la loro volontà a tutti i privati imprenditori. Si deve d'altra parte pensare che un grande allargamento del mercato nazionale ed uno sviluppo di consumi è ormai la condizione perché il ritmo di sviluppo dell'industria italiana possa mantenersi.

Politica di investimenti e di lotta contro i monopoli

Il sistema dei monopoli è funesto e gravoso soprattutto per i medi e piccoli imprenditori e consumatori perché i monopoli (tipico l'esempio delle fonti di energie) sono portati a favorire le grosse concentrazioni. E' noto che la lotta contro i monopoli costituisce uno dei punti cardinali della politica da noi patrocinata. Perfetta è la nostra coerenza anche in questo caso. Infatti mentre se si ammette la libera concorrenze, bisogna ammette che essa è la molla del sistema economica, bisogna far sì che la molla funzioni, bisogna cioè impedire che la libertà indiscriminata porti alla soppressione della libera concorrenza.

E' persino un luogo comune che l'industria italiana ha una struttura monopolistica e che i vari gruppi monopolistici hanno collegamenti personali e finanziari. Il sistema fa sì che i monopoli esercitano una influenza predominante nella vita politica, sia attraverso i finanziamenti delle organizzazioni, che attraverso gli infiniti canali con i quali la potenza del denaro domina.

L'economia italiana, contrariamente ai principi moderni, è una economia frenata, esattamente come le economie medioevali e come le economie anteriori alle rivoluzioni industriali del XVIII secolo. Esempi ne sono stati portati a iosa. Basta pensare al sottoconsumo dello zucchero in Italia, derivante dalle rendite di privilegio ai produttori di zucchero e alla lotta che il cartello ha condotto contro la costituzione di zuccherifici, stabilimenti che potevano rimediare al basso livello di vita e alla disoccupazione della campagna (vi è in proposito un interessante ed ignorato dibattito al consiglio regionale sardo di qualche anno fa).

Le conseguenze sul costo dei bisogni elementari dei cittadini, sul bilancio dell'intera Nazione e in particolare sul costo della alimentazione, sono evidenti, ma non sono ancora evidenti al partito di governo ed ai suoi pallidi ausiliari.

Oltre alla influenza sulla vita pubblica in generale, il sistema monopolitico determina una politica sugli investimenti, che in gran parte contrasta con gli interessi generali e contribuisce ad aumentare i dislivelli fra le note due Italie.

La politica monopolistica si oppone agli interventi pubblici che richiedono un massiccio finanziamento e quindi una concorrenza nello Stato sul mercato dei capitali. Si oppone alla politica dei prezzi che rallenti il tasso di accumulazione. La concorrenza dello Stato sul mercato dei capitali viene neutralizzata da questi gruppi determinando gli interventi pubblici diretti verso infrastrutture, anziché verso un ampiamento del sistema industriale del Paese. Così la formazione del capitale in Italia, che comanda gli investimenti, si svolge secondo due punti fondamentali: la disoccupazione e la sotto-occupazione, lo squilibrio tra il Nord e il Sud. Gli investimenti industriali rappresentano l'elemento cruciale della situazione, in quanto costituiscono gli strumenti più idonei per assorbire la disoccupazione e sottoccupazione agricola. Tali investimenti, in conseguenza della politica monopolistica, tendono sempre più a concentrarsi nelle unità aziendali già esistenti e, tra queste, in quelle più grandi a tipo mon

opolistico e sono essenzialmente dirette ad aumentare l'intensità di rendimento del capitale e quindi la produttività del lavoro a scapito della occupazione.

Scarsi sono invece gli investimenti industriali diretti ad uno sviluppo, anche sensibile, dell'industria, uno sviluppo cioè che comporti non solo l'aumento della produttività dei già occupati, ma anche un aumento del livello di occupazione. Questo compito finisce soltanto con l'essere malamente assolto dalle piccole e medie unità delle già pletoriche attività terziarie. In secondo luogo una parte elevata degli investimenti agricoli è diretta a sostenere una agricoltura che, per essere caratterizzata da strutture e da forme di condizioni arretrate ed improduttive, è più povera di quella che potrebbe aversi sulla base delle risorse disponibili. In terzo luogo buona parte degli investimenti pubblici, in modo particolare nel Mezzogiorno, sebbene abbiano dato luogo ad un effettivo incremento di quello che si chiama capitale fisso sociale di infrastrutture, tuttavia non hanno finora determinato, malgrado l'inversione e un sostanziale mutamento nei termini in cui si pone, la convenienza privata ad investire nelle r

egioni interessate. E' quindi rimasto piuttosto scarso quel completamento di altre attività economica e particolarmente industriale il cui sviluppo costituiva, viceversa, la giustificazione più importante della loro esecuzione. Attualmente gli investimenti nelle regioni meridionali, non sono in gran parte nella scala delle convenienze private. La politica di facilitazione ed agevolazione e discriminazione - di natura fiscale o creditizia o doganale - non sembra possa entro termini ragionevoli capovolgere la situazione.

Contro questo stato di cose, il rimedio è una politica dello Stato decisamente orientata a raggiungere quegli obiettivi che la politica monopolistica ostacola. Questi obiettivi sono sostanzialmente due:

a) sottrarre ai gruppi monopolistici i poteri, attualmente detenuti in maniera quasi esclusiva, di decidere la politica degli investimenti;

b) indirizzare la politica e gli investimenti al fine di attenuare i dislivelli fra le varie zone del Paese e di ampliare la base della occupazione. Per il raggiungimento di questi risultati generali, si esclude il ricorso ad una politica di divieti di tipo inglese per le aree di sviluppo industriale; se esso potrebbe anche essere utile, non è conveniente nella situazione e con le attuali strutture dello Stato.

Fanno invece parte dei nostri programmi i seguenti provvedimenti di importanza orientativa:

a) abbattimento di posizioni di difesa doganale che tuttora proteggono settori non meritevoli (per esempio: cemento e zucchero);

b) attuare la riforma delle società per azioni;

c) assoggettare ad imposte le riserve occulte;

d) attuare la completa legislazione anti-trust ai fini di decidere il collegamento di gruppo e creare quel tanto possibile, almeno le condizioni di una concorrenza oligopolistica;

e) utilizzare tutte le possibilità offerte dal Demanio industriale dello Stato per il fine della concorrenza oligopolistica;

f) operare la nazionalizzazione di settori in quei casi in cui tutte le altre misure si rivelino inadeguate;

g) politica di investimenti industriali diretti dallo Stato attraverso i noti strumenti a sua disposizione e attraverso l'attuazione di norme di legge già esistenti;

h) controllo qualitativo degli investimenti per i quali manca attualmente l'organo. Questo punto si collega con quello della politica della spesa che deve essere realizzata e nella quale devono essere evitati gli sperperi, i duplicati, ecc.

C'è una certa divergenza in proposito tra le idee dei redattori dello "schema" ed Ernesto Rossi. Quest'ultimo vorrebbe che l'intervento dello Stato negli investimenti fosse limitato a casi eccezionali, e che avvenisse con contributi e riduzioni del saggio di interesse. Raccomanda però che la scelta degli investimenti spetti ai privati ed alle Banche, non al governo ed ai funzionari.

Comunque la politica economica radicale ha come "porro unum necessarium" lo spossessamento dal predominio politico ed economico di quelli che Ernesto Rossi ha definito con espressione ormai significativa e corrente "i padroni del vapore". Si tratta di sostituire monopoli pubblici che presentino le debite garanzie, là dove, attualmente esistendo monopoli privati, non si possa ristabilire una situazione di concreta libertà. Possediamo già uno strumento efficace di programma nei progetti di legge presentati dall'on. Villabruna e da esponenti di altri partiti. Bisognerà però andare oltre. Il problema è stato studiato nel convegno sui monopoli del gruppo degli "Amici del Mondo". Noi non disconosciamo le esigenze dell'economia moderna, le quali spesso portano a grandi concentrazioni di mezzi finanziari e materiali, ma riteniamo che debbano essere adottate tutte le misure opportune per evitare che si possa gravare sullo Stato il peso di una eccessiva influenza impedendone il funzionamento democratico; e nell'ipotes

i estrema, quando non vi sia altra possibilità di difesa, sarà necessario arrivare alla nazionalizzazione in determinati settori.

Il problema dei monopoli si collega, come si è visto, con quello degli investimenti e questo a sua volta col problema Nord-Sud.

Il filo conduttore che lega tutte le soluzioni proposte si rivela anche qui più forte che mai. L'eterno problema della vita italiana, le differenze tra il Nord ed il Sud, si inquadra non già in una politica settoriale, ma in una unitaria e generale direttiva di politica economica.

Il costante aggravarsi del problema del Mezzogiorno è prodotto dal fatto che gli investimenti che si dirigono verso le zone ad alto sviluppo industriale, provocano benefici che non riescono a diffondersi nelle aree sottostanti, le quali sono caratterizzate da bassa intensità di capitale e dal basso livello di occupazione. D'altra parte il problema Nord-Sud è la prova della assoluta inattualità della posizione rigidamente liberistica, dato che è ormai evidente che il libero gioco degli investimenti di capitale non consente il riassorbimento della disoccupazione e l'eliminazione dello squilibrio tra le due Italie.

Anche qui occorre cambiare politica.

La politica degli investimenti nel Mezzogiorno è stata assorbita dalle opere fastose e prestigiose, scompagnata dall'inserimento organico in una evoluzione dell'ambiente. Nessuno sforzo e scarsi sforzi per la educazione del cittadino, per l'istruzione tecnica, per lo scuotimento di ignavie secolari, che sole possono determinare il rovesciamento della posizione, perché in sostanza anche nell'economia l'uomo è la misura di tutte le cose.

E' da prendere in considerazione il passaggio ad una politica di intervento diretta, sotto forma di accordo con i maggiori gruppi industriali perché operino investimenti nel Mezzogiorno, che ordinariamente non rientrerebbero nelle convenienze di tali gruppi, ma che potrebbero essere resi convenienti sulla base di garanzie, che si possa avere una compresenza di più iniziative industriali che determinino una profonda modificazione ambientale, molto più efficace di quella posta in essere dalla semplice creazione di sovrastrutture.

Pericoli e degenerazioni dell'interventismo

Dobbiamo però avere coscienza che l'interventismo statale dà luogo anch'esso a problemi politici che fino ad ora sono stati completamente trascurati.

La politica degli investimenti potrebbe portare anche ad una spinta inflazionistica. Bisogna quindi essere pronti in un determinato momento anche a contrarre consumi privati e spese pubbliche non essenziali, piuttosto che gli investimenti privati e pubblici necessari allo sviluppo.

Vi sono pericoli, e ne sono in atto conseguenze catastrofiche, anche nella politica dell'interventismo statale, sia di nazionalizzazione nel senso lato, che di dirigismo.

In Italia le funzioni pubbliche dell'economia sono state sino ad ora svolte nella maniera più caotica ed incidono grandemente sullo Stato di diritto, perno, baluardo della libertà, non solo, ma di tutta la nostra civiltà. Si deve passare alla fase dell'organizzazione giuridica di questa materia, da quella fase che, dal punto di vista del diritto, si può definire anarchica. I tentativi che sono stati fatti al riguardo sono del tutto inadeguati.

Il Ministero delle Partecipazioni rappresenta un primo modesto tentativo di dare una certa organizzazione al settore delle partecipazioni dello Stato nelle aziende produttive, che consente allo Stato di valersi delle sue posizioni di controllo per i propri fini, di fare sì che lo Stato abbia una politica economica e non si trovi soltanto ad essere il gestore di un patrimonio industriale, che possiede per vicende varie, e più involontariamente che altro. Siamo ben lungi dall'avere realizzato le elementari necessità di organizzazione della economia statale, e, malgrado l'ingente massa di attività industriale che lo Stato esercita, non esiste una politica economica dello Stato. In questo momento ad esempio le aziende elettriche con partecipazione IRI stanno svolgendo una politica di demolizione del blocco delle tariffe elettriche. Alla sostanziale inefficienza dell'opera pubblicistica nella economia fa riscontro la vastità dei poteri di intervento che lo Stato arroga a sé, od attribuisce ad uffici e ad enti. So

no poteri talmente lati, da ledere il principio costituzionale, ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale, che ogni attività discrezionale conferita alla amministrazione pubblica deve essere esercitata secondo certi criteri che permettano il controllo della rispondenza dell'esercizio stesso all'interesse pubblico da un lato, e il controllo del privato sull'esercizio dall'altro, per la difesa dei diritti e degli interessi che l'amministrazione venga eventualmente a ledere.

L'armonizzazione della legislazione economica con gli articoli 41 e 42 della Costituzione, che pur garantiscono anche dei diritti individuali, non è stata fatta. In questa materia non si può oggi parlare di diritti individuali, perché la Pubblica Amministrazione mette sé stessa completamente al di sopra e al di fuori della legge. Il passaggio dalla attività pubblicistica con schemi giuridici pubblicistici alla attività privatistica con schemi giuridici privatistici permette a questi enti di mantenersi su zone di confine che si sottraggono a controlli giurisdizionali di ogni genere. Completamente trascurate sono state sino ad ora le ripercussioni che il potere pubblico economico esercita, erodendo lo Stato di diritto, così come sono volutamente trascurati i gravi problemi della influenza politica che i potentati economici pubblici, sostanzialmente lasciati in balia di dittature personali, pongono per la funzionalità dello Stato e delle libere istituzioni. Manca totalmente una politica di controllo sui monopol

i pubblici, quale è attuata in tutti i paesi liberi e non liberi.

Se al monopolio si sostituisce la nazionalizzazione, al posto della concorrenza come molla di una sana attività, vi è il dovere, il senso dell'interesse pubblico, di buon funzionamento degli organismi, la buona scelta dei dirigenti, di competenza della gestione, di bontà degli ordinamenti giuridici, di efficacia ed efficienza dei controlli, tutte cose che mancano attualmente nelle gestioni pubbliche, prive tra l'altro di regolamenti e di ordinamenti adatti. Abbiamo due settori dell'attività statale: quella della amministrazione tradizionale impacciate da uno spirito di controllo che è persino soverchio e che si svolge con metodi antiquati, quelle della attività economica pubblica nel quale i peggiori è più spregiudicati sistemi dell'imprenditore privato, dalla frode fiscale alla non verità dei bilanci, agli stanziamenti di somme per donazioni e favoritismi, sono diventati normali e sono, si può dire, pubblicamente ammessi.

Va anche denunciato l'abuso delle gestioni commissariali agli enti, che ormai nulla più giustifica quindici anni dopo la caduta del regime corporativo; se le strutture giuridiche degli organi direttivi sono superate, occorre riformarle, ma la loro persistenza non deve essere pretesto per il mantenimento di gestioni straordinarie illegittime.

Contro il corporativismo

Per amore di libertà, per logica e razionalità siamo contrari a tutti quei vincoli che ormai è convenuto chiamare corporativi, perché non vengono da reali esigenze dell'economia, ma dalla volontà di difesa di privilegi politici e sociali. Siamo contrari allo statalismo ed al dirigismo futile nel quale fascismo e democrazia cristiana costituiscono una solida continuità storica, all'ombra della dottrina dei Padri Gesuiti, teorici apprezzati dagli uni e dagli altri.

L'intervento pubblicistico si svolge in genere secondo mentalità privatistica (finanziamento di giornali, finanziamenti di partiti) da parte di organi pubblici, di modo che non è azzardato parlare di una paurosa anarchia che si collega col fenomeno del sottogoverno e fa flettere tutte le istituzioni non solo di libertà ma di giuridicità nella vita italiana.

Esso non parte da piani, programmi visioni d'insieme, come richiedono Costituzione e buon senso, ma esplica un affarismo di Stato, nel quale rivivono i peggiori sistemi dell'affarismo privato, reso sfrenato dalla impunità assicurata dalla maschera dell'interesse pubblico. La lotta al corporativismo costituisce dunque un tema attuale, reso tanto più attuale dall'imporsi del problema della organizzazione dell'approvvigionamento delle città, problema che noi abbiamo per primi sollevato.

Lo slogan di Ernesto Rossi "le corporazioni continuano", è un tema di grossa battaglia. Abbiamo ereditato dallo Stato corporativo strutture che difendono gli interessi costituiti di gruppi privilegiati, eliminano la concorrenza, riservano particolari attività a persone che l'hanno esercitata in passato, affidano funzioni pubbliche ad organizzazioni di categoria, garantiscono rendite di posizione anche agli imprenditori più incapaci e poltroni. Le strutture corporative rendono sclerotica la nostra economia e sono fra le cause principali dell'accentramento del potere economico di massa che affligge come una malattia cronica il nostro paese, e dalle miserie in cui sono sommersi gli infiniti strati della nostra popolazione, come già detto parlando della economia frenata e dei monopoli, ai quali si collega il problema corporativo.

Attorno ad ogni intervento pubblicistico nella economia si creano zone di privilegio, monopoli di fatto, che favoriscono i gruppi più potenti e mettono in stato di soggezione i nuovi imprenditori di gruppi medi e piccoli. Il sistema corporativo si risolve in una minor produzione di ricchezza ed in grossi sprechi. Si pensi alle molteplici taglie, contributi, tributi speciali, diritti che le istituzioni corporative, legalmente o illegalmente, apertamente o clandestinamente, vengono a percepire. Si tratta di un grosso costo al punto (è successo recentemente per la canapa) da costituire talvolta esso stesso la sola causa della crisi economica del settore. Persino gli organismi che potrebbero avere utili funzioni operano in maniera arbitraria, a danno degli interessi di gruppi di settore. Oltre che deprimere i consumi, le strutture corporative scoraggiano la ricerca di nuovi metodi di produzione e di distribuzione e quel rinnovamento delle strutture economiche che è condizione di sopravvivenza dell'economia moder

na. Scricchiolano le barriere dei mercati; occorre ora condurre la lotta per "l'abolizione delle licenze di commercio all'ingrosso ed al minuto". L'abolizione delle strutture corporative potrà avere influenze benefiche sul bilancio dello Stato perché renderà liberi certi settori oggi tassati a favore degli enti corporativi. Avrà effetto sulla stabilità della moneta, attraverso la riduzione dei prezzi e l'aumento della capacità di consumo, ed avrà ripercussioni sociali notevoli. Si tratta di una battaglia non tecnica, ma politica, perché la struttura corporativa è legata a tutta la concezione paternalistica e poliziesca dello Stato.

M.E.C.

Lotta contro i monopoli e contro le corporazioni sono essenziali in vista del funzionamento effettivo del mercato comune. Come potrebbe l'economia italiana competere con le economie degli altri paesi associati, nelle quali i costi interni sono franchi dagli oneri corporativi, nelle quali i settori chiave sono nazionalizzati e seriamente controllati, nelle quali le fonti di energia sono accessibili e nelle quali l'iniziativa economica è veramente libera?

Teoricamente il Mercato Comune dovrebbe dare l'avvio a quelle trasformazioni che la nostra burocrazia e la nostra classe politica hanno sempre avversato. C'è chi consiglia di non occuparsi neppure della Comunità economica, perché la considera un "bluff". Ecco un punto sul quale occorre una presa di posizione.

Emigrazione interna

Non si può prescindere in tema di politica economica dalla questione della emigrazione interna, problema che d'altra parte ha un enorme riflesso per tutto quanto riguarda le strutture amministrative, la libertà, la personalità umana. E' vero che una piena libertà migratoria presenta pericoli, è altrettanto vero che una piena libertà migratoria è di fatto in atto, riservata agli elementi più spregiudicati contro i quali la legge non vale. Mai come in questo tema si è visto come sia futile una politica di meri divieti. La legge finisce per diventare inoperante o ad operare soltanto verso i timidi e i giusti.

I lai burocratici contro le pur timide decisioni giudiziarie che ritengono illegittimi provvedimenti la cui illegittimità è macroscopica ed evidente, dimostrano quanto in Italia ci sia ancora da fare per avere una burocrazia adeguata ai propri compiti. Esiste lo studio dell'amico Compagna su questo tema, che può ben costituire un testo al quale ci rimettiamo per i dettagli.

Politica salariale

Fa parte della politica economica "la politica salariale". Sono da esaminare come problemi politici e non tecnici, la scala mobile, gli alti prezzi agricoli, il costo del lavoro, le ripercussioni sul livello della disoccupazione, sulla bilancia dei pagamenti, sui dislivelli tra zone ricche e zone povere e le ripercussioni sulla politica stessa degli investimenti che si orientano verso i settori a basso indice di occupazione.

Legge sindacale

La carenza della legge sindacale costituisce una intollerabile anarchia in uno dei punti più importanti della vita nazionale. La cosa è tanto più grave in quanto questa carenza è determinata unicamente dalla volontà della D.C. di impedire il libero gioco delle forze sindacali e di garantirsi posizioni di privilegio, attraverso proposte di legge che la coscienza pubblica non ha potuto approvare.

Un paese moderno privo di sindacati aventi personalità giuridica, è come un paese la cui legislazione avesse ignorato a suo tempo l'istituto della società anonima, cioè un paese al di sotto del livello comune di civiltà, che si priva volontariamente dei più necessari strumenti di ordine e di progresso.

La carenza non incide solo suoi rapporti di classe e sulla stabilità sociale, ma anche sulla economia. Si pensi ad esempio alla importanza, per la razionalizzazione dell'economia, del lavoro di tipizzazione, di uniformazione degli imballaggi, della conservazione delle derrate, della tipicizzazione delle merci che producono forti abbassamenti di costi e che possono adottarsi solo dove i sindacati hanno esistenza giuridica. Si tratta di strumenti di incremento della distribuzione a prezzi relativamente stabili, e di abbassamento dei costi. La carenza di una legge sindacale, non permettendo la esistenza di persone giuridiche che possano assumere vincoli legalmente efficienti, o che possano rendersi titolari di diritti al riguardo (ad esempio del marchio di categoria) per le imprese che si sono sottoposte alla tipizzazione, è una delle tanto lacune legislative dovute all'ignavia politica, e che producono il nostro stato di arretratezza.

POLITICA AGRARIA

Critica della politica sin qui seguita e condizione dell'agricoltura italiana

La nostra critica alla linea di condotta sin qui seguita è che si siano attuati due atteggiamenti contraddittori, ma ugualmente dannosi: l'interventismo demagogico e l'assenteismo. Le conseguenze si riassumano nello stato di sfacelo dell'agricoltura italiana, tanto più grave in un momento in cui l'avvento del mercato comune prepara, anche in questo campo, al nostro Paese una durissima prova.

Non disconosciamo le benemerenze della riforma agraria, che ha avuto conseguenze politiche positive, ma essa ha avuto poi risultati graditi solo alla mentalità clericale, vale a dire la concessione di una piccola proprietà che consente a mala pena ad una famiglia di contadini di sostentarsi, che la tiene in un isolamento forzato, lontano dall'ambiente sociale e quindi in condizioni di non nuocere.

La riforma fondiaria fu espressione di una politica che non tende ad elevare le masse ad un livello superiore di cultura e ad un livello economico superiore, ma che mira soltanto a tenerlo buono. Anch'essa è stata inficiata dalla mentalità faziosa che ha voluto fare degli enti di riforma degli strumenti elettorali.

Totalmente negativo è il nostro giudizio sulla politica di protezionismo agrario di sostegno delle colture non economiche, seguita dai governi succeduti al fascismo, e meglio dal Direttore Generale prof. Albertario, direttore della materia in tutti i regimi. Noi riteniamo debba essere perseguita una politica produttivistica.

Gli ondeggiamenti e la insulsaggine della politica agraria della D.C. e dei suoi alleati sono messi in luce dalle vicende della proposta di legge sui patti agrari.

Per anni e anni questo tema ha dominato la politica italiana, determinò e fu una delle cause determinanti della caduta di ministeri, fu al centro delle polemiche e fu l'emblema della socialità cristiana. Attualmente non se ne parla più, e il Governo ritiene ugualmente di svolgere una sua politica sociale e di essere un Governo "a sinistra".

Il problema fondamentale dell'agricoltura italiana sta nel fatto che nel Mezzogiorno ed in gran parte della montagna la capacità produttiva è condizionata dalla presenza di un elevatissimo volume di sottoccupazione contadina, palese e nascosto misura della esistenza di squilibrio tra le risorse di lavoro e le scarse risorse di capitale. Finché questa massa continuerà a gravare sull'agricoltura, questa è destinata ad avere un ritmo d'aumento della produttività inferiore alla domanda. Il forte aumento che si è avuto negli ultimi anni nella produttività industriale, specie nell'industria fornitrice di mezzi tecnici all'agricoltura e di quella trasformatrice di prodotti alimentari, avrebbe invece dovuto provocare la riduzione dei costi e dei prezzi relativi, facilitare o, quanto meno, non contrastare il progresso di sviluppo della produttività agricola; ma in realtà la struttura monopolistica ed oligopolistica di questi settori ha impedito rispettivamente la riduzione dei prezzi dei mezzi tecnici e l'aumento dei

prezzi dei prodotti dell'azienda, traducendo l'eventuale riduzione dei costi dello sviluppo produttivistico industriale in più alti profitti. L'agricoltura, caratterizzata da una spiccata situazione di concorrenza atomistica e dal più assoluto disordine organizzativo, non ha saputo impedire un tale stato di cose. In conseguenza l'agricoltura povera non ha potuto liberarsi dalla sua mano d'opera esuberante né accrescere la valutazione dei suoi scarsissimi capitali. L'agricoltura ricca, anziché trovarsi nella convenienza di trasformarsi ed organizzarsi, ha trovato più comoda una politica protezionistica che ha potuto realizzare mediante l'alleanza con la stessa industria. La politica statale, anziché sollecitare gli interventi produttivistici, quale l'assistenza tecnica, i mezzi tecnici, l'irrigazione, il miglioramento degli allevamenti e dei pascoli, le attività che occupano la mano d'opera (agricoltura intensiva povera), si è dedicata a costose bonifiche, a "provvidenze" per la montagna, che in realtà hanno

aggravato la posizione. L'ha aggravata anche la politica protezionistica che, concedendo alla coltura del grano una posizione di ingiustificato favore, impedisce lo sviluppo tanto dell'agricoltura ricca, che di quella povera. Della prima, perché fornendo eccezionali profitti ha consigliato i produttori a non mutare indirizzo, in particolare verso gli allevamenti che sono sempre rischiosi, della seconda perché ha distolto i mezzi finanziari che essa ha assorbito, da investimenti che avrebbero potuto mobilizzare la stagnante struttura e accrescere l'aliquota del capitale impiegato su quella del lavoro. A ciò si deve aggiungere la politica monopolistica, fatta a spese della collettività, attuata in alcuni settori, la quale aggrava la pessima distribuzione dei redditi (risicoltura, viticoltura, canapicoltura, tabacchicoltura).

In particolare nella risicoltura l'Ente Nazionale Risi, dotato di amplissimi poteri, al punto di non subire per nulla lo Stato di diritto e da essere un signore assoluto, si è sempre fatto cogliere dalle crisi senza essere in grado di attenuarle. In realtà anche qui si sono create onerosissime speculazioni che hanno arricchito i singoli ed i privilegiati, mentre il problema del riso si è fatto sempre più grave. Anche qui domina la dittatura personale di pochi individui sui quali il Governo non esercita controlli.

Piano di riforma

I rimedi che emergono dai nostri studi sono:

a) azione che contrasti l'eccessiva polverizzazione della proprietà e che, attraverso una azione di ricomposizione fondiaria, riordini le numerosissime unità non vitali, polverizzate e frammentate. Senza tale ricomposizione viene meno la convenienza degli investimenti produttivi, specie di esercizio.

D'altra parte, azione di frazionamento del latifondo nella ricerca di una dimensione dell'impresa adatta alle varie condizioni della nostra economia agraria;

b) politica produttivistica dell'agricoltura avente per obiettivo l'equilibrio dei redditi fra i due settori, agricolo ed industriale, e pertanto accrescimento di capitali (irrigazioni, allevamenti, assistenza tecnica, concimazione e latta antiparassitaria) e dei capitali sostituzionali del lavoro (meccanizzazione ed organizzazione), a mano a mano che lo sviluppo industriale permetterà all'agricoltura di affrancarsi dal pesante fardello della mano d'opera; misure tendenti a contenere i prezzi dei prodotti industriali a vantaggio dell'agricoltura;

c) crescenti investimenti, specie nelle aree dell'agricoltura povera ed intensiva, dove imperversa la sottoccupazione. Incremento pertanto, sia delle infrastrutture ai fini di mobilizzare la produzione agricola (strade, mezzi di trasporto, acquedotti, centri di raccolta dei prodotti, impianti distributivi di mercato, servizi sociali), sia di determinati settori industriali particolarmente adatti a facilitare l'esodo dell'agricoltura, ma non dalle zone rurali, così da non inasprire il già grave problema dell'urbanesimo;

d) Azione tendente a stimolare ed a favorire il movimento cooperativo nella duplice forma del possesso in comune della terra e della mutua assistenza. La riforma agraria è stata fatta, prescindendo dalla costituzione delle cooperative, per i servizi comuni delle piccole aziende che si sono create, onde si sono messe in vita aziende non vitali che praticamente devono essere ancora gestite dagli Enti di riforma;

e) Riforma del credito agrario, così da permettere ai centri rurali di prendervi parte.

f) Abbandono della politica di sostegno di settore che incrementa, al di là delle nostre necessità e della nostra convenienza economica, la coltivazione dei cereali a danno delle altre colture più adatte al nostro Paese. Questo punto è stato finalmente messo nel programma del Governo, il quale ha fatto il primo passo;

g) Politica di stabilizzazione dei redditi, in luogo di quella di sostegno dei prezzi. Essa implica un mutamento profondo della cerealicoltura e della zootecnia. Deve essere facilitata la trasformazione degli ordinamenti colturali affiancandola ad una azione massiccia di assistenza tecnica che si riproponga, ad esempio, il riequilibrio tra gli allevamenti da carne e da latte.

In altre parole i più onerosi finanziamenti statali per l'agricoltura devono essere sostituiti con facilitazioni nell'acquisto dei mezzi tecnici. Cooperazione fra i contadini in modo che essi siano in grado di contrapporre alla concorrenza crescente monopolistica dell'industria fornitrice dei mezzi tecnici una loro crescente forza contrattuale;

h) Sistema di istruzione agraria per migliorare il livello tecnico delle categorie dei produttori.

POLITICA TRIBUTARIA E FINANZIARIA

Progressività e regressività

I punti fondamentali di critica al sistema tributario sono noti:

a) carattere regressivo e non progressivo del sistema fiscale italiano, sue conseguenze su tutta la struttura sociale e sul divario tra il livello di vita delle due Italia.

Le imposte dirette continuano a gravare proporzionalmente di più sulle piccole imprese che sulle grandi, stimolando la formazione delle concentrazioni industriali; le imposte di trasferimento di beni capitali intralciano la formazione delle piccole e delle medie proprietà.

Il principio della produttività delle imposte sul reddito è stato attuato solo parzialmente ed a prezzo di abusi nella imposizione. La riforma non ha curato il punto pregiudiziale della giustizia tributaria, assolutamente carente nel sistema attuale delle commissioni. Fatalmente la riforma si è tradotta in una torchiatura dei piccoli e medi redditi, mentre non è riuscita nell'intento di scovare i grandi evasori. Ormai il medio contribuente è alla mercé completa del fisco. La motivazione degli accertamenti è ancora di là da venire. Anche questo sforzo, fatto male, attuato in un regime che "impone" la corruzione e l'evasione della legge da parte del potere (per ragioni di partito, di soggezione alla Chiesa, di dispotismo amministrativo) non poteva dare frutti sostanziali. La progressività prescritta dalla Costituzione deve essere una meta, ma occorre anche rendersi conto che un sistema tributario moderno non è possibile in una società sostanzialmente scettica ed immorale come la società italiana. Poiché tutti

i problemi si ritrovano in ogni punto, soltanto un rigoroso cambiamento di costume ed una riforma amministrativa permetteranno la riforma fiscale.

Nelle imposte sui redditi si connette la nominatività delle azioni, che deve essere mantenuta, sia come strumento e passo iniziale per la riorganizzazione, anch'essa indispensabile, della società per azioni, sia come strumento di accertamento dei redditi.

Ma la nominatività, come ha messo in vista Piccardi, fu accompagnata da tali debolezze, da tali compromissioni con le tesi avverse, da essere considerata come provvisoria e da essere spesso sotto certi aspetti, inefficiente. Se la Corte Costituzionale ha respinto un ricorso addirittura risibile, come giustamente l'ha definito l'amico Piccardi, non si sono tenute d'occhio per le necessarie riforme, certe interpretazioni giurisprudenziali, come quella del Tribunale di Milano, che, ammettendo la negoziazione del titolo non omesso e sottraendolo così al regime della nominatività, ha offerto una magnifica scappatoia.

Sembra da accogliersi il criterio di introdurre come tributo permanente l'imposta ordinaria sul patrimonio, perché è preferibile ripartire il carico delle imposte dirette secondo i due criteri del patrimonio e del reddito, anziché secondo il solo criterio del reddito. La politica fiscale dovrà anche penetrare negli autofinanziamenti che costituiscono, come si è visto, una delle forze del sistema monopolistico.

b) E' cronico ormai il problema della "irrazionalità del sistema tributario". Il contribuente non è sicuro di avere assolto i suoi obblighi tributari, è carico di fastidiosissimi superflui oneri per tributi che colpiscono in forme diverse i medesimi redditi. Una parte enorme della ricchezza prelevata ai cittadini, invece di andare a coprire il costo dei servizi pubblici, viene distratta, in sede di riscossione specialmente.

I tributi creano da un lato situazioni di privilegio, d'altra parte inceppano le sviluppo economico. I tentativi di riforma per la razionalizzazione del sistema tributario sono stati timidi ed inefficienti. Si potrebbe largamente fare uso di deleghe legislative, per introdurre rapidamente riforme di semplificazione e di razionalizzazione.

Ma l'esempio - uno tra i tanti - della delega a riordinare la legge del bollo, che fu usata per colpire la Corte Costituzionale, sottoponendo a tale imposta persino i giudizi penali avanti la Corte Costituzionale, prova quali abusi i governi espressi dalla D.C. siano pronti a compiere, pur di colpire le libere istituzioni.

La razionalizzazione del sistema tributario si impone soprattutto per le imposte sui trasferimenti.

Altro campo bisognoso di razionalizzazione è quello dei contributi previdenziali. E' da studiare l'eventuale trasferimento nel sistema tributario generale almeno di una parte notevole del finanziamento previdenziale, oggi basato sul sistema contributivo.

Vigono ancora in quest'ultimo odiose sperequazioni rispetto al sistema tributario. Nessuno si sognerebbe di dare al Fisco la facoltà di imporre, ad arbitrio di Sua Eccellenza, moltiplicazioni del tributo, per il fatto solo della mora nel pagamento. Invece in tema di contributi previdenziali vigono facoltà spropositate di penalità da parte degli enti per i contributi non pagati (si noti non pagati, non già per evasioni). Se queste norme si concepivano all'inizio del sistema previdenziale, quando bisognava imporle ad una classe imprenditoriale arretrata e riottosa, oggi questo sistema che colpisce non già le evasioni per mancata denuncia, ma i mancati pagamenti, dovuti alle difficoltà economiche delle aziende, si risolve in una odiosa vessazione, si verifica il fenomeno che nei fallimenti e nei dissesti i creditori privati restano esclusi dal riparto perché gli istituti previdenziali, attraverso le supercontribuzioni, fanno la parte del leone. Succede pure che ogni difficoltà finanziaria di una piccola e media

azienda si tramuta ben presto in rovinoso dissesto, posto che produce le moltiplicazioni dei debiti per contributi previdenziali. Vero che tutto questo è temperato da ampia discrezionalità di condono e riduzione data agli enti, ma è altrettanto vero che tale discrezionalità si traduce in indecoroso favore di raccomandati.

Finanza locale

La riforma della finanza locale fu fatta affrettatamente. Non esistevano forze politiche capaci di critica costruttiva ed a pochi anni di distanza si sente già il bisogno di riformare la riforma.

Spese pubbliche

Non si potrà rendere serio il sistema tributario se non ci sarà un sano controllo delle spese, se non si aboliranno le gestioni fuori bilancio, e se non cesserà tutta quella selva di piccoli tributi e contribuzioni sui quali prosperano gli enti amministrativi e le situazioni corporative.

Caduto il feticismo del pareggio del bilancio, sembra che il mantenimento di un disavanzo, quale si è avuto negli ultimi esercizi, possa essere tollerato dal nostro sistema economico senza che le spinte inflazionistiche assumano carattere allarmante. Ma si deve drasticamente operare (lo si è sempre detto ma non lo si è mai fatti) nel campo della "spesa pubblica".

L'Italia ufficiale diventa il paese più ospitale del mondo, si spendono somme enormi in spese di rappresentanza e congressi. Si tratta di spese che non figurano ufficialmente nel bilancio dello Stato, e la prodigalità in questo campo è indice delle enormi disponibilità occulte per il Governo. Il concetto della spesa è anzitutto concetto di scelta e le scelte sono spesso difficili, ma spesso sono attuate con leggerezza.

La triste condizione delle strade italiane, i veri e propri assassini che si sono perpetrati rimandando continuamente il riordinamento delle strade a profitto di altre spese voluttuarie, o imposte addirittura nell'interesse di organizzazioni non statali, la misera condizione della scuola, in genere tutto quel fenomeno di invecchiamento e di arretramento delle strutture italiane, sono indice del fatto che non si seppero applicare neppure i criteri semplici e banali che debbono determinare delle proprietà nelle spese.

PREVIDENZA ED ASSISTENZA

Inefficienza del sistema previdenziale

Sono da tempo, invano, invocate riforme sostanziali. Il carico enorme della previdenza e il suo scarso rendimento sono evidenti. Se i tecnici italiani non sono capaci al riguardo si abbia il coraggio di ricorrere a tecnici stranieri. Non è una vergogna per un paese confessare una propria insufficienza in un determinato campo; è una vergogna avere il bilancio previdenziale che è pari a quello dello Stato, ed avere una assistenza che copre malamente necessità solo parziali, imporre contributi che superano i contributi di altri paesi e dare delle prestazioni che sono nettamente e paurosamente inferiori a quelle abituali in tali paesi. Arbitrario è l'inquadramento della popolazione assicurata in categorie, non corrispondenti al continuo dinamismo della vita economica, il che crea lotta e pressione continua per ottenere ciascuna la sua particolare assicurazione. Bisogna avere il coraggio di restringere l'assistenza ad un numero determinato di eventi dannosi e non pretendere di attuare di colpo una assistenza comp

leta per la quale alla società italiana mancano i mezzi. Malgrado che l'Italia sia uno dei paesi che spende relativamente di più in questi campi, tutto il nostro sistema è caotico, frutto di improvvisazioni, di rappezzature, senza coordinamento tra le diverse parti. Non si è mai fatto uno sforzo, un benché minimo sforzo di revisione e di efficienza. I miliardi dei contribuenti vengono dispersi in mille rivoli e sono in gran parte sperperati in sedi sontuose, scartoffie, controlli e impiegati inutili.

Il vero povero non riesce nemmeno ad avere il libretto di povertà, mentre tutte le categorie sociali aspirano ad avere una assicurazione privilegiata. Quello che succede nella INAM, i criteri formalistici ai quali si vuol ridurre l'assistenza (tante ricette e non più di tante), sono ancora una volta indice come senza una ripresa morale, non è possibile procedere sulla via della modernità. D'altra parte ogni assicurazione è accompagnata non solo dall'onere per la categoria, ma addirittura da vessazioni burocratiche infinite. Il cambiamento di una domestica, un cambiamento di domicilio danno luogo a un tale carteggio e a tali e tanti accessi "presso i competenti uffici", che ogni famiglia che tenga la domestica dovrebbe retribuire un funzionario per il disbrigo delle pratiche di assistenza.

Assistenza

Nel settore più propriamente assistenziale gli sprechi sono evidenti; il settore è volutamente mantenuto in stato di disorganizzazione, per permettere il passaggio dell'assistenza dello Stato alla Chiesa e sostituire al criterio assistenziale quello caritativo, al criterio del diritto quello paternalistico, per permettere che risorse statali vengano disposte da organizzazioni ecclesiastiche, le quali mettono così radice nelle società e fanno dipendere dalla adesione del cittadino al loro potere, la dispensa dei benefici.

"Modernizzare, concentrare, razionalizzare, riaffermare la sovranità dello Stato" sono i principi propugnati da noi.

Deve essere affermato il principio che se le organizzazioni confessionali intendono fare della assistenza e della beneficienza la faccino pure, ma con i loro quattrini e non con i quattrini del contribuente italiano.

Le nostre leggi ospedaliere sono paurosamente vecchie ed insufficienti: i convegni si succedono ai convegni, le discussioni alle discussioni, nel reclamare una riforma che non si ha il coraggio di proporre.

Lotta contro la miseria

Politica economica e politica assistenziale si saldano nella "lotta contro la miseria"; la quale, ha detto Ernesto Rossi, va combattuta come una malattia infettiva perché non inquini tutto il corpo sociale. Deve essere assicurato un minimo di vita civile a tutti i cittadini. Questo va detto con il proposito di arrivarvi e non, ad esempio, con la facilità con la quale il Ministro Togni va promettendo una casa per ogni italiano.

La lotta contro la miseria è una lotta perenne, anche perché il criterio di miseria è relativo e l'accrescimento del benessere nel mondo determina il continuo spostamento del livello minimo di vita. Si può dire che oggi tutta la politica mondiale è imperniata sulla lotta contra la miseria. I fermenti che scuotono tutti i popoli sottosviluppati sono fermenti di lotta contro la miseria.

Famiglia

Nel sistema famigliare è pauroso il vuoto giuridico degli istituti. La adozione è un istituto rimasto al livello delle società antichissime, la affiliazione è diventata strumento per elusione del principio del riconoscimento giudiziario della paternità o del divieto di riconoscimento di figli adulterini, il patrimonio famigliare fa spicco nel codice civile come esempio grottesco di istituto inattuato, il diritto matrimoniale conserva istituti del tutto barbarici, ecc.

POLITICA SCOLASTICA

I mali della scuola

I mali della scuola italiana sono notissimi, ma forse non interamente conosciuti. Non può la democrazia cristiana vantarsi del piano per le aule scolastiche, scandalosamente pensato con parecchi lustri di ritardo. D'altra parte il problema è ridotto ad uno dei suoi aspetti materiali, tolto da una reale volontà di ricostruire la scuola italiana. Le leggi sono inattuate. La scuola è povera, non dà l'istruzione obbligatoria prevista dalla Costituzione fino ai 14 anni, dà l'educazione posteriore al 15· anno solo ad una piccola minoranza. Superfluo parlare delle aule di fortuna, degli edifici igienici, delle classi multiple, degli orari fino a tre turni (nella città di Napoli fino all'anno scorso c'era persino il turno per sedere nel banco), delle "code" per assicurarsi un posto nelle aule universitarie che permetta di sentire e di vedere, della carenza di laboratori scientifici e di attrezzature moderne, delle retribuzioni dei professori di scuola media e degli assistenti universitari. Scandalosamente alto è l'e

sercito degli analfabeti, che ci metterà presto al livello delle nazioni appena uscite dalla situazione coloniale, scandalosamente carente la istruzione di mestiere e professionale, di guisa che la società soffre, da un lato di una enorme disoccupazione, e dall'altro della carenza di mano d'opera qualificata e dell'artigianato urbano. La quota del reddito nazionale da noi dedicato per ogni singolo cittadino all'educazione è metà di quella della Francia e della Germania, un terzo di quella della Svizzera e dell'Inghilterra, meno di un decimo di quella degli Stati Uniti d'America. In compenso se si facesse il confronto delle spese destinate più o meno direttamente al culto, delle spese destinate al fasto, degli sperperi di ogni genere, la nostra percentuale sarebbe la prima di tutti gli stati civili.

Non vi è scuola per tutti, ma una scuola di classe e di gruppo che ha ancora radice nell'idea della educazione, come selezione di una minoranza di privilegiati. L'altissimo concetto della educazione umanistica è snaturato e ridotto a vieto formalismo. La così detta educazione umanistica è impartita anche a chi non ne può ricavare nessun frutto, perché non la può seguire fino a che lo sforzo dia il rendimento per la formazione intellettuale. La mentalità scettica, formalistica e burocratica riduce la scuola a un esercizio di cultura enciclopedica e di memoria. Decrepiti ed assurdi i sistemi di interrogazione e di valutazione e di esame, imperante un autoritarismo precettivo il quale spiega il carattere della gioventù, così come soffoca il peso degli studi. Le università materialmente non dotate, sono moralmente guaste da ordinamenti superati, dal malcostume dei concorsi alle cattedre, dall'assenteismo degli insegnanti, dalla insufficienza delle borse di studio.

Il Confessionalismo

La scuola è invasa dal confessionalismo. Non basta più l'istruzione religiosa. La storia, la lingua italiana sono pretesti per tornare a ripetere l'insegnamento religioso.

Nell'insegnamento religioso nelle scuole si inseriscono manifestazioni rituali ed atti di culto che dell'insegnamento non fanno parte, come risulta dall'art. 36 del Concordato in rapporto con la Costituzione. Le scuole private che sono in mano del clero ottengono sussidi dallo Stato contro il divieto costituzionale.

Punti del programma

Secondo lo "Schema" il nostro programma di politica scolastica e di riforme, richiede che nel campo della politica scolastica debbano operarsi gli stanziamenti alla scuola pubblica e non a quella privata. Si deve interpretare il Concordato secondo la Costituzione, la riduzione entro i limiti leciti dell'insegnamento religioso, liberare la scuola dall'influsso clericale.

Delle riforme scolastiche fanno parte la liberalizzazione delle strutture didattiche interne, il finanziamento della ricerca, i problemi dei rapporti tra educazione civile e scolastica, la preparazione professionale, la riforma propriamente detta della scuola. La linea di principio, opponiamo alla politica ed all'ordinamento scolastico vigente che la scuola non deve basarsi sull'insegnamento di una sola dottrina, ma sulla comprensione di ogni possibile dottrina, sulla tolleranza e sull'interessamento per la discussione critica di ciascuna di esse. L'esame di Stato, anche se si riduce semplicemente a controllare se il candidato è capace di ripetere parole e formule imparate a memoria, in luogo di accertare le capacità acquisite dal candidato mettendolo di fronte a cose da fare, deve essere mantenuto. Deve però cessare la scandalosa pratica della formazione delle commissioni esaminatrici secondo criteri di parzialità ideologica e politica. Deve essere riveduto l'ordinamento (vi è chi propone ad es. la soppress

ione degli Istituti Magistrali e delle Facoltà di Magistero, specie di sottofacoltà di lettere. Anche gli allievi maestri dovrebbero avere un loro liceo).

Sul problema dei programmi la discussione si fa tecnica. Vi è chi chiede che in ogni ordine di scuola i programmi non abbiano valore tassativo, ma che siano solo indicativi, così che il professore di scuole medie abbia la stessa libertà del professore universitario, non ossessionato dall'idea dei corsi istituzionali, e che nella università gli studenti abbiano libertà di scelta e di approfondimento specializzato dei loro corsi di studi.

Altri ritiene inopportuna la libertà di programmi nelle scuole medie.

Scuole private

Nella applicazione della Costituzione ci si deve opporre a qualsiasi espediente venisse escogitato per aggirare il divieto Costituzionale di sovvenzionare la scuola privata. Il riconoscimento di una scuola privata deve essere basato non soltanto sulla esistenza dei requisiti di efficienza organizzativi-tecnico-didattici, ma altresì sulla constatazione della rispondenza delle esigenze di non confessionalità, la cui tutela è appunto un supremo compito dell'azione statale nel campo educativo.

Una scuola totalitaria in un senso dottrinario, ad esempio con tutto il corpo insegnante composto di marxisti ortodossi o di cattolici professanti, non potrebbe ottenere il riconoscimento, onde dovrebbe essere sospeso il riconoscimento della validità dei titoli accademici alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, almeno fino a che non si dimostrasse che la confessionalità non è la condizione per diventare docenti in questo istituto, e fino a che essa richiede ai suoi studenti, così come condizione necessaria per il conseguimento della laurea, il cosiddetto giuramento antimodernista, che tra l'altro interessa solo le dispute interne del movimento cattolico. Un maggior approfondimento di tutti questi punti si può trovare sia negli orientamenti di politica scolastica, relazione di Guido Calogero, sia negli atti del convegno della scuola degli "Amici del Mondo". Anche i dati finanziari sono già stati studiati; il problema deve essere impostato con progressivi aumenti di stanziamenti del bilancio della

istruzione pubblica in rapporto allo sviluppo pubblico nazionale. Se vi sono spese produttive queste sono le spese per la istruzione.

STATO E CHIESA

Problema capitale

Il punto capitale della politica italiana è oggi quello dei rapporti tra Stato e Chiesa. Che gli italiani in questo momento lo ignorino non significa che chi ne ha coscienza non debba gridarlo a tutti. Ogni singolo problema rifluisce su questo. Il problema della difesa dello Stato democratico contro qualsiasi concezione teocratica e soprattutto contro un risorto potere temporale della Chiesa, è una lotta sempre attuale. Lo Stato è umiliato, avvilito, contrastato, limitato, soggiogato. Le vicende della successione al Soglio Pontificio hanno dimostrato come ormai l'Italia non sia più uno Stato sovrano ed indipendente. Commentatori non sospetti hanno rilevato che l'elezione del Pontefice era in realtà la scelta decisiva per la politica italiana. In sostanza è quindi pacifico che la Repubblica italiana ha un sovrano, e da questo sovrano dipende persino il funzionamento degli organi disciplinari professionali.

Oggi lo spirito pubblico, dopo lo scacco della prima battaglia impegnata al riguardo, è depresso. Bisogna però tenere presente che non è affatto vero che la battaglia abbia lasciato indifferente l'opinione pubblica. Vi è stato un equivoco; il corpo elettorale, anche il più qualificato, ha creduto, riversando i propri voti sui partiti marxisti, di dare adesione alla lotta per lo Stato. Oggi, entrato ormai anche il partito liberale nella scia del conformismo clericale, degli omaggi e delle genuflessioni, solo alle nostre forze è affidato questo essenziale problema, al quale, come è ben noto, i marxisti prestano attenzione episodica, mai vera e propria volontà di lotta.

Anche persone e movimenti che dicono di ispirarsi ai principi del Risorgimento e dello Stato moderno, negano che esista un problema in Italia dei rapporti tra Stato e Chiesa. Si tratta di italiani che, finti liberali, finti democratici, aderiscono alla menzogna mussoliniana della pace religiosa raggiunta dal genio del duce. In realtà si trattò, come a tutti è chiaro, di una espansione che la Chiesa ottenne come dono insperato fattole da Mussolini il quale voleva rafforzare il proprio potere personale.

Giustamente hanno detto Rossi e Piccardi che la lotta contro il clericalismo è la continuazione della lotta contro il fascismo.

Lotta contro il clericalismo

La lotta di liberazione passa attraverso la lotta perché cessi l'invadenza del clero sopra le autorità giudiziarie, civili e politiche. Tutte le confessioni religiose devono essere veramente libere davanti alla legge e tutti i cittadini devono avere pari dignità sociale ed uguaglianza, senza distinzione di religione. Si deve permettere il diritto di professare liberamente la propria fede e di farne propaganda, non devono essere applicati gli articoli del Concordato in contrasto con le norme costituzionali, devono cessare esenzioni fiscali e il cospicuo patrimonio ecclesiastico deve concorrere alle spese pubbliche. Deve essere rispettato l'impegno concordatario di inibire qualsiasi azione politica agli ecclesiastici e ai religiosi, all'Azione Cattolica, ed a tutte le organizzazioni a questa affiliate. Devono essere applicate le leggi vigenti proibendo ai ministri del culto di abusare delle proprie attribuzioni nelle propagande elettorali, deve essere abrogato l'art. 553 del codice penale fascista che punisce

la propaganda sul controllo delle nascite, e deve essere introdotto l'istituto del divorzio, che esiste ormai in tutti i paesi civili, naturalmente con le opportune garanzie. Si deve arrivare come meta finalistica la regime di netta separazione tra la Chiesa e lo Stato, al fondamentale principio del Risorgimento: libera Chiesa libero Stato, e perciò il Concordato deve essere denunciato. I punti programmatici sono già stati sviluppati e non hanno bisogno di illustrazione. Gli atti del convegno di Stato e Chiesa contengono un approfondimento del problema, che può servire da utile illustrazione ai punti fissati. Deve cessare come si è detto il progressivo trasferimento della assistenza dello Stato alla Chiesa. La Chiesa può fare la carità, ma con i mezzi che essa raccoglie.

Il programma si riassume pertanto nei seguenti punti: tendenza anticoncordataria e comunque "pro tempore" applicazione del Concordato conformemente alla Costituzione; leggi contro gli abusi del clero, revisione della legislazione del diritto di famiglia, dell'istruzione, dell'assistenza per introdurvi i principi di ispirazione rigorosamente laicista.

POLITICA ESTERA

Si è tenuta ultima la politica estera, non già perché essa sia la meno importante. E' evidente che la politica estera condiziona quella interna, come è anche evidente che certi postulati e battaglie di politica estera sono anche ed essenzialmente battaglie di politica interna.

Non ho trovato un materiale sufficientemente ampio ed elaborato per una trattazione organica: forse non ci siamo sino ad ora trovati impegnati in una azione che richiedesse una elaborazione di principi, forse non sorgono questioni sulle grandi linee di politica estera. La base della nostra ideologia è la politica europeistica, ma occorre che si dia atto del fallimento di tale politica. Ci si deve opporre al bigottismo atlantico che significa servilismo verso gli Stati Uniti d'America, caro soprattutto agli ambienti clericali, e che ci ha fatto complici di grossi errori della politica americana (Spagna, Cina).

I problemi del Medio Oriente, la così detta politica filoaraba, hanno suscitato contrasti nelle nostre stesse file. Dato che un programma non si risolve nelle analisi storiche, i dissensi circa la questione di Suez non riguardano i nostri attuali dibattiti. D'altra parte la politica estera velleitaria fanfaniana sembra già arrestata e finita. Su questo punto non sembra che si possa accendere ormai più una seria discussione. Resta la critica alle tergiversazioni e contraddizioni di questo, come dei precedenti Governi, che oggi fanno una cosa e domani un'altra, che pretendono di aver sì gran braccia, da comprendere l'atlantismo, il neo atlantismo, il nasserismo, il filo arabismo, i piani per il Medio Oriente, il tutto nella forma velleitaria, tipica delle politiche estere italiane dei falsi geni da Crispi a Mussolini.

Attento esame meriterà il problema della zona di libero scambio in relazione al Mercato Comune. Bisogna stare in guardia contro il rilancio dilatato di certi obiettivi già raggiunti, che in sostanza significano sabotaggio e tentativo di distruzione dei risultati stessi. La posizione dell'Inghilterra nella questione della zona di libero scambio, sembra quella della eterna opposizione dell'Inghilterra alle unificazioni europee. Per quanto dolorose possano essere le prese di posizione polemiche al riguardo, occorre analizzare con molta freddezza e acutezza il problema, nel quale, al solito, è difficile capire che cosa voglia il nostro Governo.

Tutto questo dovrà essere esaminato solo qualora non si consideri il M.E.C. come un bluff non degno neppure di menzione nel programma.

Certamente degni di esame sono i problemi delle spese militari, delle rampe di lancio per i missili ecc.

 
Argomenti correlati:
congresso
chiesa cattolica
assistenza pubblica
mec
corruzione
pubblica amministrazione
diritti umani
costituzione
monopoli
partecipazioni statali
suez
stampa questo documento invia questa pagina per mail