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Carandini Nicolo' - 6 giugno 1961
LA POLEMICA RADICALE
di Nicolò Carandini

SOMMARIO: Si tratta del "fondo" di apertura del settimanale, del quale occupa quasi tutta la prima pagina.

All'inizio del congresso del partito radicale, Carandini sostiene che "i radicali sentono di aver preso posto con una chiara qualificazione ed una singolare capacità di inflenza e di sollecitazione nel groviglio di forze..." della politica italiana. Come ha detto Ferrara nel suo intervento - ricorda l'a. - si trattava di trasformare una "presenza culturale" in una "presenza politica". A questo filone si sono legati sia la relazione introduttiva di Arrigo Olivetti che successivi interventi. Il congresso ha anche messo in evidenza l'assenza di "correnti" e di ogni "concorrenza personale". Anche i dissensi sono stati equilibrati, mentre "il solo rilevante slittamento è stato circoscritto ad una minoranza del gruppo giovanile mossa da un sentimento violento ma anche commovente di inquietudine e di insofferenza. Fenomeni di impazienza, di ricerca angosciosa di verità sfuggenti e di novità avventurose che esulano dalla limpida linea del partito e da cui le punte giovanili di ogni altro partito non sono esenti..."[

si parla qui, evidentemente, della "sinistra" di Pannella, ecc.].

Secondo Carandini, il motivo di fondo della discussione è stata la constatazione del tradimento della promessa essenziale che aveva animato la Resistenza, la "restituzione di una democrazia libera e...progressista". La costatazione porta l'a. a polemizzare con il clericalismo trionfante che giustifica appieno il risorgere dell'"anticlericalismo".

L'a. analizza quindi alcuni dei motivi di "sospetto" che circondano il partito: la troppa vicinanza coi comunisti, lo "slittamento" verso il socialismo e, dall'altro versante, l'accusa di mirare ad accordi di "sinistra democratica" che sarebbero preludio a "compiacenti collaborazioni con la DC". "Una soluzione di alternativa integrale alla DC sarebbe il più accarezzato sogno per noi radicali", ma le risposte fin qui ottenute relegano questo disegno "fra le speranze di un dubbio avvenire". A La Malfa, che deplora nelle sinistre democratiche "il languire di una volontà di governo", occorre rispondere chiedendo un "chiarimento" fino ad oggi abbandonato "alla deriva di mille piccole opportunità". Il Congresso ha respinto l'ammonimento lamalfiano: il tempo dell'emergenza è scaduto, e non si può "riconciliare al sonno una pubblica coscienza che i fatti di luglio avevano...destato". I radicali vogliono rompere questo stato di "afosa"tranquillità e sospingere il paese nella "normalità democratica".

(IL MONDO, 6 giugno 1961)

Il partito radicale ha iniziato i lavori del suo secondo Congresso Nazionale conscio di aver superato la fase più ingrata della sua maturazione, quella dello scetticismo e dell'ironia con cui una pubblica sensibilità, sazia di un ossessionante frastuono politico, accoglie l'aggiungersi di una voce nuova. Oggi i radicali sentono veramente di aver preso posto con una chiara qualificazione ed una singolare capacità di influenza e di sollecitazione nel groviglio di forze che annodano in un sosta irrisolvibile il governo della vita nazionale. Essi devono questo avanzamento nella fiducia degli amici e nel rispetto degli avversari al vigore della loro azione, a una volontà di esistere, di resistere e di intervenire che non ha conosciuto esitazioni o scoraggiamenti. Come ha detto Ferrara nel suo lucido intervento, il passo decisivo da compiersi stava appunto nel trasformare una "presenza culturale" in una "presenza politica". E' nel generale riconoscimento di questa compiuta evoluzione che il Congresso si è aperto n

el tema: "I radicali per la difesa dello Stato laico e il progresso sociale del paese".

La relazione fatta a nome della Segreteria collegiale da Arrigo Olivetti ed i complementari commenti di Piccardi, Libonati e Scalfari hanno fornito base e indirizzo ad un vero dibattito da cui è emersa in definitiva la concorde volontà di tirare diritto, con gli sviluppi che l'avvenire detterà, nel solco della politica che il partito ha elaborato e seguito nei primi cinque anni della sua esistenza. Vecchi temi che lo stagnare della situazione italiana mantiene vivi ed attuali, temi incisivi aderenti non tanto a una rigida formula dottrinaria quanto a un umano e sempre rinnovato impulso verso quel risanamento della vita italiana che, fra le maglie di una rete di pigre abitudini e di cieche resistenze, va facendosi strada nella scia tracciata da un moto di rinnovamento che commuove tutto il mondo.

Descrivere lo spirito e il filo conduttore di un Congresso a cui centinaia di delegato hanno portato il loro libero pensiero non è cosa agevole. Intanto un fatto essenziale è apparso chiaro: l'assenza di ogni ambiziosa competizione di correnti, di ogni concorrenza personale. Dissensi naturalmente e necessariamente si sono manifestati, ma il solo rilevante slittamento è stato circoscritto ad una minoranza del gruppo giovanile mossa da un sentimento violento ma anche commovente di inquietudine e di insofferenza. Fenomeni di impazienza, di ricerca angosciosa di verità sfuggenti e di novità avventurose che esulano dalla limpida linea del partito e da cui le punte giovanili di ogni altro partito non sono esenti. Eccettuato questo dissenso, una volonterosa solidarietà ha presieduto ai lavori e alle risoluzioni finali.

Il motivo di fondo che ha guidato tutta la discussione è stata la rinnovata constatazione del tradimento della promessa essenziale che aveva animato la resistenza e doveva essere il frutto genuino della Liberazione: la restituzione di una democrazia pienamente libera e animosamente progressista. Lungo quindici anni di deterioramento politico e spirituale il paese ha avuto restituita una libertà incompleta e condizionata, una democrazia imbavagliata mascherata e arretrata, pigra e pavida nel campo sociale, dominata costantemente dall'ombra di una destra che non ha esitato ad affidarsi alternatamente al sostegno e alla complicità delle estreme monarchiche e fasciste. Da questa constatazione è derivata la prima accentuazione polemica verso il clericalismo dilagante. L'aggettivo "anticlericale" è stato rivendicato dall'anima del partito come antitesi ad un fatto altrettanto preciso, cioè la presenza di una invadenza "clericale" sempre più esigente e penetrante. La difesa dell'insegnamento laico somministrato dal

lo Stato per la formazione dei cittadini ha trovato accenti di estrema fermezza derivata dalla convinzione che se la inframmettenza clericale in tutti i rami della cosa pubblica (con danno congiunto delle ragioni dello Stato e di quelle della Chiesa) è un fatto anormale e doloroso ma resta sul piano contingente di un fase politica che potrà essere rovesciata, la presa clericale sulla scuola ha conseguenze infinitamente più profonde e durature perché opera sulle coscienze e sulla formazione del carattere di intere generazioni.

L'ovazione che ha accolto l'intervento del Sen. Parri e il saluto che ha portato a nome della Resistenza ha voluto clamorosamente riaffermare la vitalità del sentimento antifascista come base morale del partito e come tramite di solidarietà cogli altri partiti cui spetta il presidio delle libertà repubblicane. Da questo purissimo motivo i commentatori conformisti hanno tratto lo spunto per il solito frusto e screditato addebito di compiacenza radicale verso i comunisti. La Relazione della Segreteria, rifacendosi ai fatti di Luglio ed alla parte presa in prima linea dai radicali a quei moti popolari contro le provocazioni fasciste, dice infatti: "Allora ci trovammo a fianco anche dei comunisti e possiamo dichiarare con tranquilla coscienza che non respingeremo il loro aiuto ogni volta che si tratti di difendere la repubblica dall'offensiva reazionaria e fascista". Ora le cose sono assai semplici e chiare: il partito radicale è un partito di libertà e di democrazia per definizione. Nella difesa di questi beni

supremi esso opera per proprio conto e mira insieme a congiungersi a tutte le forze che fanno della giustizia sociale un fine da promuoversi nella libertà e per la libertà, cioè con mezzi e fini completamente divergenti da quelli del comunismo. Ma quando i comunisti si trovano per avventura sul nostro piano (e non noi sul loro) in un episodio di difesa della nostra libertà, allora non ricusiamo il loro concorso, come non lo abbiamo ricusato e non lo hanno ricusato gli altri partiti della Liberazione e la stessa democrazia cristiana nella lotta di resistenza al nazifascismo. Ecco tutto.

Altro motivo di sospetto da parte dell'opinione pubblica più timorata è il presunto slittamento radicale verso il socialismo. Basterebbero le parole pronunciate da Riccardo Lombardi nel suo leale e affettuoso intervento di saluto a dissipare ogni dubbio su una possibile confusione fra le ideologie che appartengono ai due partiti, una di ispirazione liberale e una di qualità socialista. Diversa la storia, diverse le tradizioni culturali, la concezione della società avvenire. La verità è che i radicali, nella loro piena autonomia e meditata responsabilità verso l'interesse del paese, non hanno cessato di guardare al socialismo italiano, nelle sue due versioni e nella sua inutilmente attesa unificazione, come a una componente indispensabile di un normale e non monco schieramento democratico. Tutta la nostra battaglia alle elezioni politiche del 1958 è stata centrato su questa esigenza. Ma quando i radicali hanno dovuto constatare che i successivi e coraggiosi e onesti passi compiuti dal PSI per la sua emancipaz

ione e il suo reingresso nell'area democratica erano ostinatamente, e per le sorti del paese sciaguratamente, respinti dalla DC e dalla forze che la influenzano, e quando, come conseguenza di quel veto assurdo o per altre ragioni, l'unificazione socialista è apparsa come un mito irraggiungibile, allora il partito radicale ha compiuto il gesto più responsabile e più lungimirante della sua breve storia offrendo al PSI una prova di solidarietà e una testimonianza di fiducia. Così si è verificata l'alleanza elettorale amministrativa fra radicali e socialisti. Un'alleanza che aveva per le due parti un significato che varcava di gran lunga i motivi di opportunità elettorale per sollevarsi a simbolo politico, a fatto di onestà e di logica democratica. E' fatale che su questo ponte di fortuna altre forze seguano il nostro esempio, perché se così non fosse poco vi sarebbe da sperare nel lungamente dovuto avvento di un governo stabile perché largamente rappresentativo e fortemente sostenuto. Se questa operazione, comp

iuta in piena indipendenza e in netta distinzione fra posizioni ideologiche inconfondibili, significhi uno sbarco radicale sulle spiagge socialiste, giudichi ognuno.

Ma i nostri guai non sono mai finiti: dal canto opposto altre correnti di opinione hanno fatto debito alla Direzione del partito di mirare ad accordi di sinistra democratica (col PSI-PSDI-PRI) che conterrebbero in se stessi un opposto pericolo di slittamento verso compiacenti collaborazioni con la DC. E anche da questo sospetto il Congresso ha voluto liberare le coscienze inquiete: il partito radicale non coltiva illusioni ma non si distacca dalla sua migliore guida, cioè dalla logica della funzione democratica. La quale vuole che prima o poi, volenti o riluttanti e trascinate dalla necessità, le forze adatte a congiungersi per porre un freno all'esterno prepotere della DC adempiano a questa missione e pongano la DC al bivio fra trovarsi isolata di fronte a una potente opposizione o risolversi a scegliere fra la compagnia della sinistra democratica e quella della destra nelle sue due edizioni conservatrice e sovversiva. Una soluzione di alternativa integrale alla DC sarebbe il più accarezzato sogno per noi r

adicali, ma la risposta che continuano ad avere i nostri appelli per la leva in massa della sinistra democratica relegando questo ambizioso disegno fra le speranze di un dubbio avvenire. L'amico La Malfa può lamentare giustamente, come ha fatto nel personale saluto portato al Congresso, il languire di una volontà di governo nell'animo delle forze democratiche laiche, ma da questo languore la sinistra democratica laica non rinverrà finché ci si adatta al ripiego di lasciar correre il tempo perché non si osa affrontare un chiarimento abbandonato ormai alla deriva di mille piccole opportunità. In questo spirito di rassegnazione ci si addebita di volere impazientemente e quindi imprudentemente lo scioglimento di un governo di emergenza perché al di là di questo governo non vi sarebbe alternativa ma solo un salto nell'ignoto. Il Congresso è stato concorde nello sdrammatizzare e nel respingere l'apocalittico ammonimento che ci è stato rivolto. Così non stanno le cose: esiste intanto in Parlamento (purché non si co

ntinui ad ignorare la presenza e l'offerta del PSI) la possibilità di suscitare una sicura e larga maggioranza capace di sostituirsi alla spuria confluenza che oggi assiste, con minimi margini e con implicita tentazione di ricatto, un governo che si è fatto accogliere dal paese in un momento drammatico con la promessa di non durare oltre le elezioni amministrative dello scorso Novembre. Il tempo dell'emergenza è da lungo scaduto, ma nulla avviene e l'oblio del passato e l'adattamento al presente riconciliano al sonno una pubblica coscienza che i fatti del Luglio avevano bruscamente destato. I radicali vogliono rompere questo stato di finta e afosa tranquillità, vogliono che il chiarimento promesso avvenga, che le scelte siano fatte. Il che non significa salto nell'ignoto ma ingresso nella normalità democratica

 
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