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il radicale - 1 giugno 1962
Operare per la pace

SOMMARIO: Lo sfaldamento del (primo) Partito radicale è già quasi compiuto con il ritiro dei fondatori del partito (Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti, Leone Cattani, Ernesto Rossi, Leo Valiani, Guido Calogero) e la confluenza della maggioranza dei dirigenti nell'area socialista o in quella La Malfa (Rodotà, Ferrara, Jannuzzi, De Mauro, Mombelli, Scalfari). La "sinistra radicale" di Pannella, Rendi, Spadaccia, Bandinelli e Teodori ha ormai assunto pienamente la rappresentanza del partito. Del gruppo originario sono rimasti solo Bruno Villabruna e Leopolo Piccardi. In questo quadro, alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma del giugno 1962. viene presentata una lista di bandiera con il simbolo del Pr, il berretto frigio.

Nel giornale elettorale "il radicale", i alcuni accenni alla posizione pacifista radicale che si distacca da quella frontista e neutralista per il suo carattere federalista, internazionalista e soprattutto per l'impegno contro i regimi totalitari.

(IL RADICALE, giugno 1962)

L'equilibrio di basa sul deterrente atomico dei due colossi, America e Unione Sovietica, che si trovano oggi in sostanziale parità come potenze nucleari. Ciascuno dei due paesi sa che anche un attacco di sorpresa riceverebbe, entro un quarto d'ora, una risposta di eguale capacità distruttiva. Ma nessuno può dire fino a quando durerà questo equilibrio del terrore. In ogni caso è chiaro che si tratta d'un equilibrio estremamente precario - anche se fino a questo momento ha funzionato - che, attraverso i continui sforzi di competizione, sembra destinato ad accrescere continuamente un potenziale distruttivo enorme e sempre più perfetto.

Tutta l'umanità, dunque, si trova continuamente sotto la minaccia di un'apocalisse, che può essere scatenata (come stava per accadere) anche per un semplice errore di calcolo: un radar che non funziona.

Che si può fare per fermare questa corsa folle verso l'abisso?

Non si tratta di trovare la soluzione tecnica del problema. Di soluzioni tecniche, con la perfezione ormai raggiunta dai sistemi di controllo, ce ne sono molte: manca, o almeno è insufficiente, la volontà politica di risolvere il problema. In effetti, tanto il governo russo che quello americano, malgrado il persistere degli sciagurati esperimenti nucleari, sembrano animati da una concreta volontà di cercare soluzioni pacifiche. Ma tutti e due devono tener conto del fatto che dietro di loro ci sono grosse forze che mirano, se non alla guerra, a conservare l'attuale tensione internazionale.

Si tratta di ceti gruppi conservatori dell'occidente, si tratta degli ambienti militari tanto americani che russi, che non riescono a concepire l'equilibrio mondiale se non in termini di forza. Ma quel che più conta e che è più grave è che Stati autorevoli all'interno dei due blocchi (la Francia da un lato e la Cina dall'altro) si facciano portatori delle posizioni più rigide.

Ed ecco che i termini politici del problema diventano preminenti su quelli militari. Operare per la pace è, dunque, possibile.

Occorre che tutte le forze democratiche si rendano conto del rischio che si corre a lasciare nelle mani dei militari e dei diplomatici il destino dell'umanità.

Per quanto riguarda noi democratici italiani che operiamo nell'occidente, c'è una chiara linea d'azione, che implica anzitutto la lotta alle destre europee, dovunque siano e con qualsiasi volto si presentino. Aiutare i democratici che si battono in Spagna e Portogallo contro le putrefatte dittature fasciste di Franco e Salazar deve divenire un impegno di tutta la democrazia italiana. Rendersi conto che la lotta democratica ha ormai obiettivi che superano i vecchi orizzonti nazionali è indispensabile per evitare alla sinistra italiana di ricadere negli errori (Suez - repressioni in Algeria) che hanno portato alla disfatta prima morale e poi politica della socialdemocrazia francese.

Ecco perché chiediamo al Governo italiano di scegliere senza equivoci tra la solidarietà ai democratici spagnoli e portoghesi che si battono per la libertà e l'appoggio ai governi corrotti che li opprimono; ecco perché, senza ricorrere alle formule di comodo del neutralismo, dell'equidistanza dai blocchi, chiediamo che la nostra politica estera sia rivolta, più concretamente, a rafforzare nell'ambito del cosiddetto "mondo libero", le effettive posizioni di libertà ed a superare, isolandole, le ostinate velleità di una "grandeur" anacronistica del Generale De Gaulle e le non meno pericolose aspirazioni pangermanistiche che il Cancelliere Adenauer sostiene contro tutte le soluzioni realistiche che si presentano per sciogliere il nodo gordiano della situazione tedesca. Ed è per questa stessa ragione che il nostro impegno europeo non può esser rivolto alla costruzione dell'Europa della patrie di De Gaulle, ma al contrario, alla costruzione di un'Europa dei popoli fondata sulla libertà. E' questo il miglior contr

ibuto che possiamo portare alla causa della pace nel mondo.

 
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