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Spadaccia Gianfranco - 1 giugno 1962
BATTERE LA D.C.
di Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: Lo sfaldamento del (primo) Partito radicale è già quasi compiuto con il ritiro dei fondatori del partito (Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti, Leone Cattani, Ernesto Rossi, Leo Valiani, Guido Calogero) e la confluenza della maggioranza dei dirigenti nell'area socialista o in quella La Malfa (Rodotà, Ferrara, Jannuzzi, De Mauro, Mombelli, Scalfari). La "sinistra radicale" di Pannella, Rendi, Spadaccia, Bandinelli e Teodori ha ormai assunto pienamente la rappresentanza del partito. Del gruppo originario sono rimasti solo Bruno Villabruna e Leopolo Piccardi. In questo quadro, alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma del giugno 1962. viene presentata una lista di bandiera con il simbolo del Pr, il berretto frigio.

Nel giornale elettorale "il radicale", Gianfranco Spadaccia indica le ragioni della presentazione radicale: "Prima di tutto perché la DC non offre sicure garanzie per la continuità del centro-sinistra, poi perché è ormai chiaro che tenta di imporre ai suoi alleati la vecchia politica centrista sotto una nuova etichetta, infine perché soltanto rafforzando le posizioni laiche e democratiche più intransigenti si può costringere la DC ad attuare le riforme di cui il paese ha bisogno".

(IL RADICALE, giugno 1962)

Dicono che la lista radicale è giovanile e improvvisata e ci contrappongono l'autorevole lista del Partito Repubblicano, capeggiata dall'on. La Malfa.

Quelli che la compongono (molti federalisti, alcuni pacifisti, studenti universitari impegnati nella Unione Goliardica Italiana, alcuni indipendenti) non ignorano le difficoltà di questa battaglia elettorale; non sottovalutano i titoli di merito dell'on. La Malfa; soprattutto sanno quanto sia difficile frenare la tendenza verso il PSI nel quale sembra dover confluire e annullarsi l'intero elettorato laico.

Riteniamo tuttavia, nel presentarci alle elezioni del 10 giugno con il nostro simbolo e la nostra autonomia, di compiere un atto non disperato ma necessario.

A Roma il gioco è fatto; il centro sinistra già realizzato prima delle elezioni quasi a trattativa privata, prima ancora che si abbiano elemento di giudizio sulle volontà della D.C., prima che si possa valutare e discutere il Piano Regolatore che sarà approvato, fra giorni, dal commissario prefettizio.

Questa situazione a Roma rispecchia i pericoli del centro-sinistra e provoca giustificati allarmi: un nuovo equilibrio di potere si sta realizzando senza che si attuino mutamenti effettivi nelle strutture dello stato e nei rapporti di potere.

A questa maniera il centro-sinistra rischia di diventare per le forze laiche una nuova chiusura. I laici fanno oggi fiducia all'on. Moro (incontro storico fra cattolici e socialisti) come nel 1947 fecero fiducia all'on. De Gasperi. Anche allora c'era uno steccato che doveva essere superato, anche allora si promuoveva una operazione di portata storica. Questo steccato è stato addirittura travolto in questi quindici anno: dalla violazione dell'articolo 7 a oggi la Democrazia Cristiana ha accresciuto progressivamente le sue posizioni di potere nello Stato e nel Paese, servendosi volta a volta della acquiescenza delle sinistre, della rassegnazione dei partiti laici, dell'"ascarismo" delle destre.

Ma se quella fiducia è stata mal riposta nel 1947, quando avevamo di fronte De Gasperi e una classe dirigente cattolica appena uscita dalla lotta antifascista e dalla resistenza, quali speranze si possono legittimamente nutrire oggi, con una classe dirigente democristiana abituata al più gretto monopolio del potere?

Anche allora si trattava di avviare un grande esperimento liberale, capace di smantellare interamente le strutture fasciste sopravvissute nello Stato e si ottenne solo un ammodernamento della nostra economia attraverso la liberalizzazione degli scambi; si trattava di avviare a soluzione l'intero problema meridionale e si ottenne solo la Cassa del Mezzogiorno; si trattava di ottenere una radicale riforma agraria e si ottennero solo le leggi-stralcio con l'istituzione di Enti che dovevano rivelarsi strumenti di sottopotere al servizio della Democrazia Cristiana.

Ma allora le scelte dei laici (la rottura dell'unità della sinistra, e l'alleanza con la Democrazia Cristiana) erano determinate da gravissimi problemi ideali e politici: il pericolo incombente era rappresentato dallo stalinismo in Italia e in Europa.

Anche oggi le forze democratiche di sinistra appaiono rassegnate all'abbandono del confronto laico con la democrazia cristiana. Le recenti elezioni presidenziali hanno dimostrato a sufficienza con quale spirito la nuova classe dirigente cattolica si accinge oggi alla svolta a sinistra. L'on. La Malfa, l'on. Saragat, l'on. Nenni quando dai programmi arrivano ai problemi di potere incontrano un limite insuperabile nella volontà integralista della D.C.: pur di portare alla presidenza della Repubblica un esponente cattolico l'on. Moro non ha esitato, ancora una volta, a ricorrere all'apporto determinante dei voti fascisti. Dopo la battaglia presidenziale, in cui hanno avuto la capacità di rappresentare l'intero schieramento della sinistra italiana, questi tre leaders politici democratici sembrano voler rientrare nei limiti di un compromesso malgoverno, è già costato un sostanziale cedimento sulla censura, costerà concessioni più gravi sulla scuola.

Avendo questi partiti già rinunciato a una decisa battaglia sui problemi di libertà (smantellamento delle strutture autoritarie della scuola, delle strutture corporative nelle campagne, delle strutture paternalistiche della pubblica amministrazione) il centro-sinistra presenta già le caratteristiche di un nuovo equilibrio di potere, senza modificazioni sostanziali in senso democratico. Alla D.C. non resta che da completare il suo disegno, rendendo definitivo il compromesso e arrivando alla spartizione del potere senza democratizzarlo.

Per noi il problema è ancora quello di battere la D.C., intaccandone sostanzialmente le posizioni di potere; per l'on. La Malfa il problema è soltanto di condizionarla. L'elettorato, di fronte a una classe dirigente laica incapace di offrire chiare alternative ideali, appare legittimato a votare direttamente la D.C., magari appoggiando al suo interno le forze più moderne, quelle stesse avallate dal comportamenti dei partiti laici.

 
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