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Sinistra Radicale - 31 ottobre 1962
CHE FARE?
7 ottobre: Consiglio Nazionale

SOMMARIO: L'editoriale dà per scontato che il Consiglio Nazionale del partito, convocato per il 7 ottobre (1962), vedrà "altre separazioni e distacchi", e forse la Direzione presentarsi dimissionaria proponendo così di fatto "lo scioglimento del partito". Nel prendere atto della crisi di quello che era stato un "originale impegno politico", la Sinistra (vedi la scheda su "Sinistra Radicale", a.b., nel testo n. 3669) dichiara di non essere disposta "alla rinuncia". Pur senza avere tesi e soluzioni precostituite, la Sinistra cercherà di trovare "disponibilità, nuove forme organizzative". Nel dibattito al consiglio nazionale, la Sinistra porta quindi le tesi e i temi che la caratterizzano come corrente, a partire da quelle tesi sul disarmo unilaterale europeo che ne esprimono il tratto più "distintivo". Auspica che, di fronte alle "chiusure" della situazione politica, si manifestino nuove minoranze laiche che possano giocare un grande "ruolo rivoluzionario" insieme alle forze tradizionali della sinistra "prolet

aria e socialista".

(SINISTRA RADICALE N. 8, ottobre 1962)

"Con il consiglio Nazionale del 7 ottobre prossimo si verificheranno altre separazioni e distacchi, dopo quelli degli scorsi mesi. Peggio: anche se nessun annuncio ufficiale è stato dato, è probabile che la direzione attuale del P.R. si presenti dimissionaria, proponendo automaticamente lo scioglimento, di fatto, del partito. Assisteremo così alla conclusione del processo di liquidazione progressiva, iniziato da circa un anno, di una esperienza politica che pure aveva indubbiamente contribuito ad arricchire il patrimonio della sinistra italiana.

Mentre gran parte di coloro che l'hanno condivisa rifluiscono oggi su posizioni moderate e finiscono per adattarsi al ruolo di tecnici di questo o quel gruppo di centro-sinistra, mentre molti altri, scoraggiati da tanti abbandoni, si allontanano da un così originale impegno politico, per quanto ci riguarda noi non siamo disposti alla rinuncia.

Nell'esprimere la volontà di continuare sulla linea radicale, non ci nascondiamo il fatto che noi stessi siamo stati coinvolti nella crisi del partito, e che non abbiamo soluzioni già pronte per proseguire. Per ora si tratta di discutere le tesi e le proposte politiche intorno a cui abbiamo lavorato per un anno, precisandole politicamente; di misurare le disponibilità di ciascuno per il lavoro comune; di trovare quindi nuove forme organizzative atte a sviluppare i contenuti di questa linea politica. Né si ha la pretesa di risolvere tutto ciò nei pochi giorni di preparazione che ci separano dal Consiglio Nazionale, inventando formule definitive, che possono nascere solo dopo il confronto, lo sviluppo e l'espressione di quanto rimane in piedi nella crisi di oggi.

Nel dibattito del Consiglio e nella successiva ricerca noi portiamo quei temi che ci hanno accompagnato dalla nascita come corrente: per ciò su questo numero di "S.R." noi pubblichiamo una relazione, che rappresenta il nostro contributo al dibattito sul problema del disarmo. Gli avvenimenti politici di questi mesi hanno confermato che le nostre tesi non erano frutto di indisponente ribellismo, o la teorizzazione del pessimismo sistematico, ma nascevano da una paziente analisi della realtà italiana ed europea, fatta con lo spirito critico che noi ritenevamo dovesse essere il tratto distintivo di una minoranza (anche di un partito di minoranza) avanzata, moderna ed anticonformista.

Siamo sicuri di quanto abbiamo fatto: oggi, è evidente, si tratta di trovare, insieme con quanti condividono l'impostazione "radicale" che ci è stata propria, gli strumenti opportuni a sviluppare una azione politica sia pure modesta e coscientemente minoritaria. Crediamo infatti, di fronte alle nuove chiusure che la situazione politica italiana sembra presentare, e nel grave quadro europeo che si va sempre meglio delineando, che minoranze "laiche" attive e decise, schierate sui grandi problemi" civili "oltre che economici", morali "oltre che tecnici", ideali "oltre che realistici, possano giocare un grande ruolo rivoluzionario insieme alle forze tradizionali della sinistra proletaria e socialista.

C'è qualcuno che sappia assegnare altro compito alle minoranze laiche autentiche? Non crediamo. Perciò su questi obiettivi intendiamo metterci in contatto con tutti gli amici che, in piena autonomia, si trovano accanto a noi: i radicali piemontesi, gli emiliani fattisi promotori di incontri, i diversi gruppi della sinistra radicale, la base del partito che ha condotto, spesso in posizioni difficili, piccole battaglie radicali nei comuni e nelle regioni, e così pure quanti, per ragioni diverse, sono restati fino ad oggi estranei alla vita di partito. Un lavoro, questo, di precisazione e affinamento politico e di strumentazione pratica della organizzazione. La prima occasione per dibattere questi comuni temi è il Consiglio Nazionale, ed in esso si deve dare la prima risposta alla domanda: "Che fare?".

 
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