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Ceccato Silvio - 10 aprile 1963
IL VOTO RADICALE (14): Silvio Ceccato

SOMMARIO: Il 28 aprile del 1963 si svolgevano in Italia le elezioni alle quali il Partito radicale, appena uscito dalla crisi, non partecipò. Diffuse però un fascicolo, curato da Elio Vittorini, Marco Pannella e Luca Boneschi, contenente giudizi di numerosi intellettuali sulla crisi delle sinistre, e sulla via per uscirne lungo un processo "realmente rivoluzionario" capace di rinnovare le sinistre del "triangolo Milano-Parigi-Dusseldorf".

Il saggista Silvio Ceccato dichiara che salvo forse una o due eccezioni, gli interessi degli uomini pubblici sono fortemente politico-economici: Voterò senza "confidenza".

(IL VOTO RADICALE, 10 aprile 1963)

Nel ricevere il questionario "Il voto radicale" sento il dovere di rispondere. Ma, per poter dare una risposta seria alla maggior parte delle domande in esso contenute, dovrei possedere una serie di informazioni che mi mancano. Della politica d'Europa so soltanto quello che leggo su questo o quel giornale: poca cosa, e poi, quanto attendibile?

Devo quindi limitarmi ad esprimere soprattutto i miei gusti, e gli interessi che ne derivano, quelli che con il mio voto di elettore desidero vedere sostenuti e promossi.

Il mio desiderio è che noi, uomini adulti, si cerchi di porre rimedio nei limiti del possibile alle nostre diseguaglianze di ingresso nella vita. Come? Elargendo a tutti il massimo di cultura, non soltanto nell'istruzione scolastica, ma anche creando interessi, dall'arte alla scienza, e soprattutto promuovendo la ricerca in tutti i settori. Mi aspetto da questo che gli uomini, di centro, di destra e di sinistra, finiscano con il convincersi che il denaro, che oggi essi credono sia il massimo bene, non lo è.

Vedo in questo anche il raggiungimento di una maturità politica, risultato del massimo numero di informazioni possedute, se questa maturità non può essere disgiunta da una obiettività, e se questa obiettività discende proprio dal confronto fra le diverse espressioni culturali, per quanto siano esse impegnate.

Con questi desideri mi trovo però imbarazzato dinanzi alla mia scheda elettorale. Qualche esperienza di vita italiana, quale ricercatore e quale organizzatore di ricerca, sono stato costretto a farla; e ne ho ricavato l'impressione che la direzione non sia questa. Ho trovato che, salvo forse una o due eccezioni, gli interessi degli uomini pubblici sono fortemente politico-economici, non soltanto nello esempio, ma anche nelle parole.

Quindi voterò, come del resto tanti altri si confessano, senza confidenza.

Un suggerimento pratico? Si approvi intanto una legge che invogli il privato a sostenere le iniziative di cultura.

 
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