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Agenzia Radicale - 31 luglio 1963
LA NOTA POLITICA: lo "stile di governo" del Presidente Segni

SOMMARIO: Il presidente della Repubblica italiana Antonio Segni sta conducendo una propria politica internazionale, con simpatie golliste, al di fuori del quadro costituzionale che assegna questo ruolo al Governo, solo responsabile davanti al Parlamento della politica nazionale. L'incontro con il Presidente americano John Kennedy.

(AGENZIA RADICALE n. 14, 31 luglio 1963)

LA NOTA

Tutti lanciano invettive contro l'on. Pacciardi quando propone ai suoi interlocutori clericali una riforma in senso presidenziale della Costituzione.

Nessuno osa nemmeno rilevare, responsabilmente, che il Presidente Segni sta acquistando ed imponendo uno ``stile di governo'' del tutto personale ed inedito e si sta lanciando in una serie di iniziative politiche internazionali che lo vedono interlocutore diretto, ed esclusivo, dei capi degli esecutivi degli altri Paesi e rendono ormai consueta nei giornali di tutto il mondo l'analisi della sua particolare posizione politica su diversi problemi.

Noi portiamo al Presidente Segni il rispetto che la legge ci impone di serbargli o rendergli. Malgrado le fascistissime leggi relative al reato di vilipendio, riteniamo sia possibile analizzare la sua opera, seguire la sua azione politica, situarla anche nel quadro in cui si sviluppa - quello del mondo cattolico italiano, nella sua unità, che lo esprime e che egli esprime - senza oltrepassare il compito di informazione e di chiarificazione politica che ci siamo assunti. "A.R.")

Pur accompagnato nella sua visita a Bonn dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli esteri Piccioni, il primo dei colloqui politici che il presidente Segni avrà con il Cancelliere sarà un colloquio personale, senza la presenza di un qualsiasi membro del nostro Governo, cioè di quell'esecutivo che per la nostra Costituzione è solo responsabile dinanzi al Parlamento della politica nazionale.

Il presidente del Consiglio, come un Pompidou qualsiasi, resta a Roma mentre si svolgono a Bonn i più importanti colloqui italo-tedeschi che siano stati tenuti in questi anni. Il ministro degli esteri Piccioni, che accompagna il presidente Segni, sarà tenuto in anticamera in compagna del ministro Schroeder, notoriamente non gradito al vecchio Cancelliere per le sue posizioni critiche rispetto alla Francia. Ai tedeschi questo tipo di diplomazia, questo tipo di ``Capo dello Stato'' straniero non può non ricordare le recenti visite di De Gaulle e Kennedy.

In questa situazione, dinanzi a queste notizie, cosa fa la sinistra italiana? Infinitamente più timida di Malagodi davanti al presidente Gronchi, essa lascia fare. Non un'interrogazione presentata in Parlamento, non un articolo critico sui vari organi di partito di un responsabile politico. Lascia fare.

Ignora che v'è già un precedente allarmante? Che il momento politico europeo e mondiale è di estrema gravità? Che De Gaulle non è più (anche se continuiamo contro ogni evidenza a leggere articoli di questa natura) un isolato, e che sta vincendo, un dopo l'altra, tutte le sue battaglie? E' questo ancora, per certuni, un prezzo da pagare alla ``svolta a sinistra'' che pensano di poter realizzare in autunno?

Per nostro conto, riteniamo che un commento adeguato a questo viaggio e ai colloqui di Bonn possa esser dato, indirettamente, dalla pubblicazione di una breve inchiesta sulla visita di Kennedy a Roma.

Riandando all'incontro tra Segni e Kennedy

Roma, 31 luglio (A.R.) - Una dimostrazione della confusione nella politica estera italiana, di come si tenda ad utilizzarla, delle conseguenze pratiche cui essa ha già dato luogo, può esser data da un episodio accaduto in occasione della recente visita del Presidente Kennedy.

E' già stato notato che, non avendo ancora il governo Leone avuto la fiducia delle Camere, il vero protagonista italiano degli incontri con il presidente americano fu in effetti il presidente Segni, benché Kennedy fosse giunto in Italia non in ``visita di Stato'' ma in ``visita di lavoro'', come capo dell'esecutivo, In questa veste i suoi naturali interlocutori avrebbero dovuto essere esclusivamente i responsabili dinanzi al Parlamento della politica nazionale, cioè il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Come già detto, la giustificazione di fatto avanzata dagli ambienti del Quirinale per la prassi adottata fu la ``eccezionale situazione politica''.

In verità, ci si è trovati di fronte ad una iniziativa ben più complessa e politicamente qualificata.

Da anni, l'interlocutore di Kennedy era Fanfani, contro cui i dorotei vicini al presidente Segni da settimane elevavano le più violente accuse. Il viaggio del presidente americano era annunziato da tempo: tra gli argomenti che venivano avanzati per la liquidazione del governo Fanfani (contro la richiesta dei socialisti e dei repubblicani) era anche quello della necessità di sottrargli una così importante occasione di intervento politico qualificato, consegnandola invece alla destra democratico-cristiana. Come si sa, il tentativo è riuscito e Fanfani non vide in alcun modo il presidente Kennedy.

Intanto questi aveva richiesto al governo italiano di incontrare privatamente a Villa Taverna i leaders dei partiti politici e a questo scopo aveva riservato una parte del programma della sua visita: sarebbe espressamente ritornato a Roma la sera del 2 luglio dopo la visita al comando della NATO a Napoli, per ripartire definitivamente la mattina successiva.

L'anticipo di diciassette ore nella partenza (avvenuta da Napoli la sera del 2) fu motivato dal suo addetto stampa Salinger con ragioni di stanchezza dovute al lungo viaggio europeo. In realtà il ritorno a Roma non aveva più senso dopo che la richiesta di Kennedy era andata delusa per la decisa opposizione degli ambienti vicini alla presidenza della Repubblica. I suoi incontri con i leaders politici furono deliberatamente circoscritti nei limiti del ricevimento offerto al Quirinale la sera del 2 luglio e limitati a poche frasi di circostanza. Dinanzi a questi fati, l'on. Saragat si era particolarmente adirato. Rifiutò così di rispondere all'invito del Quirinale, non intendendo prestarsi ad una operazione che stava sviando completamente il grande significato che la visita di Kennedy doveva avere e che lui stesso aveva concorso a preparare a febbraio, durante la sua visita a Washington: quello di avallo ufficiale, in Europa, della nuova linea politica adottata dall'Italia. A Kennedy non restò così che la possi

bilità di brevi conversari con Moro e Nenni, in luogo della serie organica di colloqui con gli esponenti del centro-sinistra.

Di che cosa discusse, nel suo colloquio privato, il presidente Segni con l'ospite americano? Lo si può desumere da una corrispondenza da Washington del Wall Street Journal (generalmente ritenuto vicino alla Casa Bianca) che riferiva sulle impressioni riportate dal presidente americano nel suo viaggio in Europa. Al capitolo italiano, il giornale riferiva che Kennedy era tornato in America scettico sulla possibilità di un ``rapido assestamento'' della situazione politica, soprattutto ``per le resistenze rivelate da Segni nei confronti della formula di centro-sinistra, verso cui vanno le simpatie della Casa Bianca''.

Ma, a Roma, sarebbe forse il caso di chiedersi se una tale interpretazione sia realmente sufficiente. Al di là di un ennesimo richiamo alla formula del centro-sinistra, così spesso utilizzato come fattore distraente dai reali problemi del Paese, non vorremmo che, nell'Europa di Adenauer e De Gaulle, si stiano compiendo anche in Italia, e ad altissimo livello, scelte pericolose.

 
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