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Spadaccia Gianfranco - 10 dicembre 1966
LA SOCIETA' LAICA E IL PARTITO MODERNO
Convegno di Faenza 29/30 ottobre 1966

DIBATTITO: "DEMOCRAZIA E PARTITO MODERNO"

Introduzione

Relazione di Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: Gianfranco Spadaccia articolerà il suo intervento in tre parti. Nelle considerazioni generali indicherà che il centralismo democratico dei partiti comunisti e il tipo di prganizzazione dei partiti socialisti sono due varianti di un concetto accentratore, burocratizzato di partito che discende dal concetto di stato guida. A questi modelli i radicali contrappongono un partito a carattere federativo con organizzazioni regionali e comunali autonome. Seguirà una seconda parte in cui farà osservazioni sui diversi punti del programma di lavoro. Infine, una terza parte in cui vi saranno indicazioni pratiche per il lavoro di preparazione del Congresso.

(SUPPLEMENTO AGENZIA RADICALE, INFORMAZIONI PER IL 3· CONGRESSO - N. 3, 10 dicembre 1966)

Mi atterrò strettamente alle "prospettive di lavoro" presentate dal centro di iniziativa "il partito laico" e pubblicate dal II numero di "informazioni per il Congresso" al fine di trarne:

1) "alcune considerazioni generali";

2) "alcune osservazioni sui problemi posti all'attenzione del partito dai diversi punti del programma";

3) "alcune indicazioni pratiche da attuarsi già nel corso del lavoro di preparazione del congresso, in vista di una riforma dello statuto".

1) "Considerazioni generali"

Le "prospettive di lavoro" partono da una rapida ricognizione della "geografica politica", effettuata dal particolare angolo visuale che è proprio del centro di iniziativa, quello cioè delle strutture organizzative tipiche dei partiti della sinistra.

Centralismo democratico e dialettica delle correnti: due varianti di una stessa concezione della democrazia di partito

Dobbiamo avere presenti qui due punti di riferimento, che mi sembra costituiscono i "modelli" dominanti:

a) il centralismo democratico dei partiti comunisti;

b) il tipo di organizzazione dei partiti socialisti.

Un raffronto delle caratteristiche comuni e di quelle differenziali dei due modelli, ce li mostra - oggi, concretamente, nella nostra situazione politica - non come due modi, contrapposti e alternativi, di concepire l'organizzazione dell'attività e dell'impegno politico dei cittadini, ma ormai come due varianti di uno stesso tipo di "democrazia" di partito, accentratrice, gerarchica, burocratizzata.

L'adozione del "centralismo democratico" in Europa occidentale è stata una conseguenze diretta della chiusura ideologica, del monolitismo, della accettazione della teoria e della pratica dello "stato-guida" da parte del movimento comunista internazionale.

Già allora, prima ancora dello stalinismo, l'adozione (o l'imposizione) di questo modello parve come forzata, meccanica inadeguata ad organizzare la lotta rivoluzionaria in realtà politiche e sociali profondamente diverse da quelle in cui si era affermata la rivoluzione sovietica.

Storicamente questo errore produsse guasti notevoli nel movimento operaio europeo: si ricordano le polemiche fra Lenin e Rosa Luxemburg, fra comunisti sovietici e comunisti tedeschi di osservanza non leninista (gli "spartachiani"); i primi contrastati rapporti fra partiti comunisti e socialdemocrazia, all'inizio degli anni '20, nei quali non fu certo la seconda ad avere torto.

Democrazia politica e garanzie di libertà

Ideologicamente ha riproposto in maniera drammatica, all'interno del movimento operaio, la vecchia polemica ottocentesca fra democrazia e liberalismo (il valore delle "garanzie costituzionali"): la democrazia, intesa come partecipazione popolare, ma non sorretta da "garanzie di libertà" scade nell'autoritarismo o, nella migliore delle ipotesi, nella pedagogia e nel paternalismo.

Il centralismo da Lenin a Togliatti

Nato dalle precise esigenze della rivoluzione russa - organizzazione di una minoranza rivoluzionaria, che doveva inizialmente sfuggire al controllo e alla repressione della polizia zarista e in seguito far fronte ai più immediati e gravi problemi della costruzione e della difesa dello stato - il centralismo democratico è ormai una sopravvivenza storica, un fenomeno di "persistenza degli aggregati", lo strumento di autodifesa di un apparato che vuole e deve conservare il proprio potere.

In Italia del resto, in questo ultimo dopoguerra, il centralismo democratico si adeguò subito all'esigenza di organizzare un partito di massa, che non aveva caratteristiche e obiettivi rivoluzionari. Così come lo abbiamo conosciuto esso costituisce un aspetto dell'intera strategia togliattiana, strettamente connesso agli altri aspetti di questa strategia: via nazionale al socialismo, politica di unità nazionale, frontismo, ecc... In pratica, esso nega ogni autonomia e limita fortemente la libertà di dibattito e di scelta politica fra i militanti.

Il "modello" socialista

Il "modello" socialista non costituisce una valida alternativa al centralismo democratico, soprattutto oggi che questo sistema è in crisi e le esigenze di rispettare il dissenso si fanno strada nei partiti comunisti.

L'esperienza delle correnti

Le garanzie formali di libertà - che hanno sempre caratterizzato i partiti socialisti (con la sola eccezione del PSI nel periodo frontista e stalinista) - non sono infatti sufficienti ad assicurare una effettiva democrazia interna. La dialettica delle correnti ripropone infatti - all'interno di ciascuna corrente - il tipo di rapporti fra gruppo dirigente e base di militanti, che caratterizzano l'organizzazione e lo statuto del partito. Penso in particolare all'esperienza del PSI, nel periodo in cui la vecchia sinistra socialista non aveva ancora costituito il PSIUP.

A ciò si aggiunge il fenomeno della burocratizzazione della vita del partito: il PSI - è stato reso noto alla vigilia della unificazione - ha 700 funzionari, con quali conseguenze finanziarie e quali condizionamenti è facile immaginare. Il numero non comprende i funzionari del sindacato, delle organizzazioni unitarie e collaterali, ecc....

Dal volontariato rivoluzionario alla democrazia dei funzionari

Sparisce così quella caratteristica che è stata peculiare del socialismo nei primi decenni del secolo: quella del "volontariato" rivoluzionario. Le conseguenze più immediate sono la mancanza di partecipazione attiva alla vita dei partiti, la pressoché completa scomparsa dell'autofinanziamento (almeno nei partiti socialisti).

Le caratteristiche comuni dei due "modelli" sono dunque: mancanza di autonomia alle organizzazioni di base, controllo di ogni centro di potere da parte dei funzionari, uguale atteggiamento verso le organizzazioni non partitiche tendente alla strumentalizzazione di queste organizzazioni.

Le uniche differenze sono nell'organizzazione del dibattito politico, nel sistema di votazione per il rinnovo degli organi dirigenti, nella garanzia per le minoranze.

Per un partito democratico, aperto, federativo

A questi "modelli" non abbiamo cercato di contrapporre - dieci anni fa al primo congresso del Partito e più recentemente soprattutto nelle discussioni effettuate in seno al gruppo romano - un tipo di partito di carattere federativo, con organizzazioni regionali e comunali effettivamente autonome.

Il momento unificatore di questo partito dovrebbe essere il congresso. La direzione, eletta dal congresso, dovrebbe avere poteri e competenze delimitate alle grandi scelte di carattere nazionale, piena autonomia nell'ambito di queste competenze e nessun potere di ingerenza nelle decisioni e nelle scelte della organizzazione di base.

Per un partito di militanti, autonomia, molteplicità di iniziative, autogestione, autofinanziamento

Un partito, fondato inoltre sul volontariato dei militanti, sulla molteplicità di autonome iniziative, sulla autogestione, sull'autofinanziamento. La prospeattiva delinea una alternativa valida ai modelli esistenti, sui quali è ricalcato parfino, sia pure in piccolo, lo statuto ancora vigente, del Partito Radicale, approvato nonostante il dissenso di una minoranza al primo congresso nazionale. Ma è ancora soltanto una "prospettiva" se volete essa stessa un "modello", cui dobbiano tendere nello sviluppo della nostra azione politica, a partire dalla concreta e attuale situazione del partito.

Per queste ragioni per il lavoro del centro di iniziativa non si è posto come obiettivo immediato di elaborazione del nuovo statuto del partito. Questo deve nascere da tutta l'azione precongressuale, che in nessun settore come in questo, deve essere una azione di creazione e di sviluppo del partito.

2) "Osservazioni sui diversi punti del programma di lavoro"

Il Partito e le organizzazioni non partitiche

a) Il programma di lavoro affida giustamente la possibilità di crescita del partito alla sua capacità di interpretare le esigenze di rinnovamento - non raccolte, ignorate o addirittura frenate dagli altri partiti della sinistra - e di esprimerle e promuoverle con la propria azione politica. Viene portato concretamente come esempio quello del divorzio, da altri è stato indicato, come possibile nuovo obiettivo di lavoro in questo settore quello della condizione della donna-capofamiglia (vedove, ragazze-madri, nubili con genitori a carico, separate, ecc.). Il primo esempio si è tradotto nella organizzazione della LID; la seconda indicazione, ove venisse attuata, dovrebbe portare ad una organizzazione analoga.

L'esempio della LID

E' evidente che una forza unitaria quale è attualmente il Partito Radicale deve "promuovere" questi obiettivi e queste organizzazioni, non può pretendere di organizzarle direttamente. Si pone qui il problema del rapporto di reciproca autonomia fra partito e queste organizzazioni, che devono essere organizzazioni di base "autogestite" senza la mediazione di correnti partitiche.

Se concretamente, è in questi termini che oggi possiamo impostare il problema, sussiste tuttavia la necessità della diretta espressione politica che queste organizzazioni devono raggiungere, perché i loro obiettivi, i problemi che agitano diventino rispetto all'opinione pubblica effettivi termini di scelta. C'è quindi uno sforzo da fare per coordinare e federare iniziative analoghe e similari (pensiamo agli stessi motivi ispiratori che sono alla base di battaglie come quelle per il divorzio, per la libertà religiosa, per il controllo delle nascite, per l'obiezione di coscienza ecc., e delle rispettive associazioni). S'è pensato nel passato a una lega dei diritti civili, proposta che richiamo qui a titolo indicativo.

Quale unità per la sinistra

b) si parla al punto 2) degli "obiettivi di lavoro" di "...forme federative attraverso le quali dovrà articolarsi l'"organizzazione del partito". Abbiamo spesso parlato di "partito federativo", pensando soprattutto a un federalismo di tipo orizzontale (federazione di organizzazione di base territoriale, di diverse associazioni e iniziative locali). Fu anche prospettata l'ipotesi di partiti radicali regionali... ecc. Dobbiamo tuttavia anche pensare alla possibilità di un partito capace di federare organizzazioni verticali.

Il problema si pone di fronte alla prospettiva della "unità della sinistra", un obiettivo cioè che a partire dal 1963 il Partito Radicale ha in tutti i suoi documenti pubblici dichiarato di considerare fondamentale per la propria azione politica.

L'ipotesi del partito unico del lavoro

Tutto il nostro passato e le nostre polemiche verso quel tipo di unità, dovrebbero portarci ad escludere una soluzione di tipo frontista, una unità concepita soltanto come politica di alleanze e di accordi programmatici ed elettorali.

Ma una unità che sia qualcosa di più, sia cioè una vera e propria unificazione ripropone il problema della compatibilità e della articolata e libera convivenza di diverse componenti ideali e politiche. Una unificazione di tipo federativo appare l'unica risposta valida a realizzare una unità laica e aperta delle forze della sinistra. Il problema si pose all'epoca della proposta Amendola, e cadde, senza essere raccolto, insieme a quella proposta.

Penso che noi dobbiamo riprenderlo e approfondirlo.

In crisi le organizzazioni "di massa" del periodo frontista

c) Sempre il punto 2) degli obiettivi di lavoro ripropone il problema delle organizzazioni "unitarie" della sinistra (sindacato, ADESSPI, Lega dei Comuni democratici, Lega della Cooperative, ecc...). Si tratta di organizzazioni, nate nel periodo frontista, e che in diversa maniera e misura il centro-sinistra ha già messo o sta mettendo in crisi. La causa prima della loro crisi non è tuttavia esterna ma interna a queste organizzazioni: non dipende dalle modificazioni della situazione politica, ma dalla loro assoluta mancanza di autonomia. Il lavoro precongressuale deve fornire l'occasione per una precisazione ulteriore del nostro atteggiamento nei confronti di queste organizzazioni.

d) Di fronte a problemi come quelli dei rapporti partito-sindacato e democrazia nel sindacato può sorgere il dubbio che si tratti di temi astratti per un partito i cui militanti sono assai poco impegnati nella attività sindacale.

CGIL = sovranità assoluta delle "correnti"

Ritengo tuttavia che si tratti di problemi da cui non possiamo esimerci dall'interessarci. I compromessi interni della CGIL, la sovranità assoluta delle correnti, la mancanza di qualsiasi possibilità di diretta rappresentanza dalla base senza la mediazione delle tendenze di partito, sono problemi che interessano tutta la sinistra. A mio avviso il lavoro precongressuale deve tenere presente contemporaneamente, oltre ai propri problemi organizzativi immediati e di prospettiva, anche le altre esperienze della sinistra. Questo punto di riferimento, questo legame dialettico fra le soluzioni che andiamo cercando per i nostri problemi e le esperienze fino ad oggi praticate dalle altre forze, deve essere sempre tenuto presente.

3) "Indicazioni pratiche per il lavoro di preparazione del Congresso"

Lavoro di preparazione congressuale e riforma dello statuto

Il problema del "partito laico" è un problema di elaborazione e di dibattito, ma è anche soprattutto il problema di promuovere la crescita organizzativa del Partito Radicale nel periodo che ci separa dal Congresso. Il nuovo statuto non può nascere da una discussione astratta, ma dal lavoro concreto che occorre sviluppare in questa direzione. Questo centro di iniziativa dovrà quindi trarre le conclusioni organizzative e statutarie di tutto il lavoro svolto dalla commissione nel suo complesso e dal partito nel periodo precongressuale.

Tenendo presente la situazione del partito allo stato attuale si dovrebbe tendere, come obiettivo immediato, alla costituzione di alcuni comitati regionali, studiando in particolare gli strumenti idonei a promuovere e a sostenere l'azione di quei radicali che sono praticamente isolati nelle loro città di residenza e che sono portati a non sviluppare alcuna iniziativa, nonostante le numerose occasioni offerte dalla situazione locale e dalle possibilità di positivi rapporti con gli altri partiti.

 
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