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Pannella Marco - 15 gennaio 1969
L'affare Braibanti
Marco Pannella

SOMMARIO: Nel gennaio 1969 Aldo Braibanti veniva condannato a nove anni di carcere perché riconosciuto colpevole di aver plagiato, coartandone la volontà, Giovanni Sanfratello. Alcuni anni prima il Sanfratello, attratto dalla sua personalità, era andato a vivere con lui, rompendo con la famiglia e con l'ambiente tradizionalista e cattolico in cui era cresciuto. La condanna - il plagio è un reato assai raramente contestato e di non facile definizione - colpiva, in definitiva, più che specifici atti criminosi, le abitudini di vita non conformiste e l'omosessualità del Braibanti.

Dopo la sentenza "Notizie radicali" pubblicò quest'intervento di Pannella. Nel 1972 Pannella fu condannato - assieme a Loteta e Signorino, che su "L'Astrolabio" aveva pubblicato un articolo su Braibanti - per diffamazione, calunnia e oltraggio.

(Notizie Radicali - gennaio 1969 da " Marco Pannella - Scritti e discorsi - 1959-1980", editrice Gammalibri, gennaio 1982)

Le pagine, le accuse e le osservazioni che seguiranno sono certamente gravi. Ma non vengono proposte "ab irato": se sono stato mosso a scrivere da sentimenti, da stati d'animo, tengo qui ad affermare che quanto di emotività può avere concorso alla loro stesura è ora pienamente superato dal vaglio della riflessione e dalla serena, consapevole assunzione di una necessaria responsabilità; perché non voglio ricorrere, dinanzi a qualsiasi evenienza, nemmeno alla ipotesi di attenuanti (giuridiche o umane) per l'esistenza (indubbia) di provocazioni gravi o di particolari valori sociali e umani da difendere.

Sono pagine anche prudenti, almeno nel senso in cui questa è virtù e non una furbizia, fatto interiore prima che calcolo e istinto di conservazione. Ho la coscienza di non aver scritto nulla di superfluo, nulla che sia determinato dalla volontà di nuocere, per malanimo, a chicchessia, e nemmeno per eccesso di difesa, legittima o no, mia o d'altri.

Ritengo sia urgente spezzare una catena di violenza che abusa della giustizia e del suo nome, mentre ne constato l'istituzionalizzarsi e il progredirsi in dolorose, intollerabili conseguenze.

Opero ancora una volta, con i miei compagni, da radicale, per imporre e reintegrare almeno una logica formale di giustizia lì dove mi sembra che la prevaricazione e l'iniquità si affermino senza nemmeno più un'ombra di pudore, senza nemmeno quelle ipocrisie che restano, pur sempre, estreme forme di omaggio al principio della verità, se non al suo concreto manifestarsi.

Questo "affare Braibanti" (che in realtà è l'"affare Sanfratello" o l'"affare Lojacono") sta diventando ogni giorno di più un "affare di Stato"; il tacerlo, letteralmente, una mancanza di coscienza, il non temerlo, una mancanza di coraggio e di semplice intelligenza.

Quando dalle più "prestigiose" sedi della giustizia l'attendibile e severa tensione puritana rovina nella devastazione grottesca del filisteismo: quando, contro le insuperabili acquisizioni della civiltà laica, si ripropone retoricamente e miseramente il cammino a ritroso della pretesa sacralizzante d'una funzione dello Stato (Guarnera ai magistrati contestatari: "...La più nobile delle professioni umane") e dei suoi interpreti; quando le leggi - che si presumono conosciute perché, con l'uguaglianza, esista la "certezza" del diritto per tutti e per ciascuno - diventano per prassi "meramente indicative" e misteriosamente violabili "ab libitum" da coloro che ne sarebbero (e non lo sono: lo è il popolo) custodi e ne diventa nuovi padroni all'ombra di interpretazioni alienate, alienanti, capziose, mendaci; quando questo accade - e accade - è l'ora di ricordare che chiunque pensi di porsi nei fatti "al di sopra" delle leggi, perciò stesso si pone "al di sotto" di queste e dello stesso vivere civile.

E se, per avventura, lo Stato mostrasse di far "corpo" (o corporazione) con loro, il "delinquere" del ribelle e del rivoluzionario, dell'uomo libero e democratico e socialista, di fronte e contro il potere totalitario, diviene "norma" e legge esso stesso. (Ed è "delinquere" ben diverso da quello che attribuirò qui di seguito al Presidente Falco).

Ultima e non superflua precisazione: chi scrive è e si ritiene un "privilegiato" della giustizia. In ormai lunghi anni, di professione giornalistica e di militantato radicale, di azioni e campagne politiche e pubblicistiche in genere rivolte per necessità di idee e di giudizi e - perché tacerlo? - gusto e tendenza, contro i maggiori e più protervi potentati, contro istituzioni, vecchie o rinnovate "neo" o "paleo-capitalistiche" e "clericali", le più disavvezze e intolleranti di semplici critiche o di pur tenui contestazioni, di accuse le più gravi, a volte le più infamanti, sempre le più precise e motivate, e sempre (come oggi) affermate e non furbescamente evocate con quel malcostume del dire non dicendo, dell'uso accorto e inflazionato del condizionale e della negazione retorica, che sono la regola del nostro giornalismo prostituito cui siamo abituati (anche se non rassegnati); di pertica sociale "costituzionale" ma "illegale", cioè fondata provocatoriamente sul rifiuto di attendere che dai cieli della Co

rte costituzionale calasse nel nostro paese la "grazia" di "diritti" e di sbirraglie non fascisti - in questi ormai lunghi anni, dicevo, ho sempre incontrato, puntuale, una giustizia profondamente equa, "amica" direi, se questo termine non consentisse speculazioni opposte a quelle che intendo esprimere.

Non ho mai avuto una sola querela, non una sola condanna o un solo procedimento - a mia conoscenza - per l'attività pubblicistica. Di fronte a una cascata di denunce di tipo chiaramente persecutorio degli uffici e dei sicari politici delle peggiori Questure italiane, mai una condanna, mai - fin'ora - un semplice rinvio a giudizio, con una sola eccezione risoltasi con piena e definitiva assoluzione perché il fatto non costituiva reato. Ogni volta che ho fatto ricorso alla via giudiziaria per tutelare i miei interessi che ritenevo offesi da qualche fatto di stampa, ho avuto - senza composizioni giudiziarie o extra giudiziarie - piena soddisfazione. Quando, per caso, sono venuto a conoscenza di proscioglimenti per le certo numerose denunce delle quali non ero nemmeno stato portato a conoscenza, ho preso visione di sentenze democratiche e avanzate, almeno rispetto al potere politico e alla giurisprudenza, filo-autoritaria, della Cassazione.

Ho dei procedimenti (politici) in corso, passibili di amnistia: vi rinuncerò perché credo nella possibilità di confronti seri, non truccati.

Il caso ha anche voluto che, di regola, mi trovassi dinanzi a magistrati le cui idee erano e sono profondamente diverse, in genere opposte, a quelle che professo: precisazione e omaggio ora imprevedibilmente doverosi.

Altro, molto altro potrei aggiungere, ma devo già scusarmi per aver ritenuto di dover dedicare tanto spazio, sia pure dopo tanti anni, a fatti e cose che personalmente mi riguardano. Vale forse la pena di aggiungere che, fino all'altro giorno, in piazza Cavour, per la "controinaugurazione", dove ci siamo incontrati e conosciuti nel migliore e - questo sì - più nobile dei modi, da cittadini democratici impegnati civilmente, non ho mai frequentato o solo conosciuto personalmente magistrati.

I miei sodalizi, è noto, sempre più mi portano ad appartenere a quella fetta di umanità fatta di diseredati, e di erranti, di colpevoli e di carcerati, di internati e di pazzi, di offesi e di perversi, di manifestanti e di protestatari le cui strade sono in genere diverse da quelle dove potrei sostare anche con i migliori - o i peggiori - dei giudici.

Forse anche per questo, se Guarnera, o Velotti, o Falco, dovessero già oggi ritenere giunto il momento o l'occasione per inviarmi il loro capitano Varisco, sarà naturale e logico, se non giusto. Non tutti e non sempre avranno - lo so - la "forza" di carattere d'attendere che più proficui e "disonoranti" linciaggi - da tante parti inutilmente preparati e tentati - giungano a conclusione. Alla fine, tanto meglio.

Declino la mia condizione di "privilegiato" : o libero con tutti gli aventi "diritto", o altrimenti meglio

"dentro", poiché troppi e sempre più numerosi sono coloro cui appartengono solo "torti".

Non ho risentimenti, dunque rispondo parola per parola di quanto affermo o narro o, piuttosto, ricordo disordinatamente e approssimativamente (per difetto) riassumo.

Buona coscienza a buon mercato? Insidia di quello stesso filisteismo che ho riscontrato nelle parole e nell'operato del Procuratore generale dott. Guarnera? I fatti lo diranno.

Il dr. Orlando Falco, neo consigliere di Cassazione, ha violato la legge, in modo continuato per oltre cinque mesi: avendo infatti l'obbligo di depositare le motivazione della sentenza di condanna contro Aldo Braibanti pronunciata dalla Corte d'Assise da lui presieduta il 14 luglio entro 20 giorni, non ha ottemperato a questa tassativa prescrizione di legge se non il 30 dicembre. Chi viola la legge, delinque. Falco ha violato la legge. Falco è stato dunque un delinquente. Per una normale, minima esigenza di equità, avverto questo sentimento di dover dire e scrivere (sottoponendolo alla particolare attenzione del dott. Falco stesso, della Procura e della Procura generale romana).

Centinaia di migliaia di pagine di dottrina volta ad approfondire il carattere diverso delle leggi e delle disposizioni ordinatorie e perentorie non ci convinceranno mai, infatti, ad accettare certe distorsioni - nemmeno e innanzitutto sul piano semantico - per le quali, in definitiva, si è o non si è delinquenti a seconda della classe, del ceto, della parte cui si appartiene, e non a seconda di quel che si è fatto e si fa.

Non si tratta di questione secondaria, né di "mero" principio: sia perché apparteniamo a quella ristretta categoria di subumani per i quali i principi non sono mai né meri né concreti, sia perché questo episodio riassume e ribadisce una caratteristica fondamentale - cioè costitutiva dell'"affare Braibanti".

Vediamo perché:

1 - Il compito di Falco era quello di esporre i motivi che sono effettivamente stati espressi e determinati in Camera di Consiglio, non già tutti quelli che avrebbero potuto motivare la condanna di Braibanti o che potrebbero motivare una condanna per plagio . Non era suo compito fornirci una requisitoria migliore di quella che dovemmo ascoltare dal dott. Lojacono, né quella di usare violenza alla collegialità della sentenza, attribuendo al dibattito in Camera di Consiglio caratteristiche che non può aver avuto e alla coscienza dei giurati e della Corte conoscenze, motivazioni, obiettivi, valutazioni che non gli erano appartenute:

2 Non certamente a caso, la legge affida a prescrivere gli stessi termini ai giudici e all'imputato per illustrare rispettivamente i motivi della sentenza e quelli di appello (venti giorni) . Ora, gli avvocati Rejna e Sotgiu, e Aldo Braibanti, dovranno invece, pena il decadimento della richiesta d'appello, in venti giorni leggere, vagliare, infirmare, controbattere il volume scritto da Falco (340 pagine) . Sarà (per loro !) impossibile avvalersi dell'aiuto di consulenti, di esperti; trovare il tempo per risalire alle fonti abbondantemente citate dal magistrato; confrontare seriamente i fatti processuali e gli enunciati del documento.... Ancora una volta sarà cosi impossibile un effettivo, adeguato, serio uso del diritto alla difesa per il proseguirsi delle consapevoli, dolose illegalità che sono la regola del processo a carico di Braibanti;

3 - Il dott. Falco ha dichiarato che solo le pressioni della stampa lo hanno costretto a depositare finalmente i motivi della sentenza (cfr. dichiarazioni al giornalista Mario Cartoni su La Nazione) .

Le "pressioni" della stampa possono essere ricondotte, a nostra conoscenza, in queste ultime settimane, a tre episodi:

a) la pubblicazione di un appello a favore di Braibanti e del suo diritto a una " giustizia "legale e non prevaricante e repressiva, firmato da un centinaio di cittadini;

b) la pubblicazione su Men di una lettera dal carcere di Aldo Braibanti a sua madre;

c) la pubblicazione su diversi quotidiani di alcuni passi di una lettera dell'avv. Rejna ad Aldo Braibanti, nella quale il difensore spiegava al suo cliente i motivi per i quali si trovava praticamente disarmato degli strumenti di difesa previsti dalla legge, a opera del dott. Falco.

Ciò precisato, veniamo, per questo punto, all'essenziale.

Il dott. Falco, apertamente, indica non già nella necessità di rispettare finalmente la legge, ma nelle pressioni di una certa parte della opinione pubblica, ciò che lo ha determinato a deporre i motivi della sentenza. Egli avrebbe -infatti - secondo quanto ha dichiarato, ritenuto di trovarsi, ancora, sì e no, alla metà dell'opera... Non s'avvale nemmeno più, dunque, di quell'alibi che sta portando fitte schiere di magistrati a una illegalità sistematica in tema di redazione delle motivazioni delle sentenze: il superlavoro, cioè, cui sarebbero (e a volte effettivamente sono) costretti dalla disfunzione e dalla crisi della giustizia.

E' dunque chiaro: se egli non ha rispettato la legge è perché l'argomento, le vicende di Giovanni Sanfratello (non dimentichiamolo troppo, signori giudici e magistrati, anche se sarebbe molto comodo) e di Aldo Braibanti sono "affascinanti", di estrema importanza - si è in realtà in sede di "de jure condendo" -,pongono in essere una delle più delicate e urgenti situazioni tipiche della nostra società corrotta, e il "plagio" diventa sempre più necessario per inquadrare la zona in cui "lo spirito " e "le anime" vengono imbastigliate, corrotte, possedute dal demonio moderno, ecc. ecc.

Quindi non è il caso - vero. dott. Falco? - di farsi impastoiare in considerazioni legalistiche e formali dinanzi a tanto compito e a tanta occasione!

Ma che legge è mai questa, dott. Falco, che vale solo dinanzi alle inezie e alle abitudini, che non afferma-come probabilmente direbbe il dott. Guarnera - che la sua maestà e la sua nobiltà proprio nei momenti e nelle situazioni più gravi? Che vale solo per il debole e non per il potente? Vien da pensare, dott. Guarnera, a quei protestanti che alcuni anni fa, a dei correligionari che si rammaricavano per certi andazzi disinvoltamente neo-ecumenici per cui a Roma preti e pastori avevano celebrato culti comuni in alcune chiese della Capitale , rispondevano: " Ma in fondo non si tratta mica di accordi organizzativi, politici, ma solo di culti !..."Solo" .Alla faccia della preghiera dei credenti e del Tempio di Dio! Anche qui si tratta "solo" di prescrizioni legislative, ed è stato detto ben chiaro che queste valgono assai meno di qualche nostro strillo o ammonimento. Ma andiamo oltre.

Prima ancora che gli avvocati di Braibanti ricevessero la notifica della deposizione della sentenza, due "fughe" consentivano ai due quotidiani "indipendenti" della Capitale, Il Messaggero e Il Tempo, di presentarne, essi, le caratteristiche e il valore. Roba di ogni giorno, e apparentemente tale a dimostrare che noi giornalisti italiani sappiamo fare in certi settori il nostro mestiere meglio di quanto normalmente non si riconosca. Non si tratta di questo .

Il dott. Guarnera se l'è presa pubblicamente e fors'anche un po' indebitamente e illecitamente (il processo è in corso, la presunzione di innocenza pure, l'intervento del Procuratore generale nel momento più solenne dall'Anno giudiziario che s'apre peserà sicuramente) con quegli ambienti intellettuali e giornalistici che hanno tentato di difendere Sanfratello e Braibanti dalla violenza e dal linciaggio di cui sono stati vittime. Il dott. Guarnera ci ha additati al pubblico ludibrio perché, in tal modo, avremmo eccitato le "strane " (sic) persone che assisterono al processo ad aggredire i giurati , la sera della sentenza.

E' l'ora, a questo punto, di porre qualche domanda e di fare qualche altra puntualizzazione, sui rapporti "affare Braibanti" - stampa.

L'opinione pubblica italiana venne informata dell'"affare Braibanti" (da una "fuga "durante l'istruttoria) in modo clamoroso e del tutto aderente alle tesi, rivelatesi poi spesso errate o false, della pubblica e privata accusa.

Fu scatenata una campagna e realizzato un linciaggio; Il Tempo, Lo Specchio, un giornale di Piacenza della rete confindustriale, e un altro giornale siciliano, mostrarono di non ignorare nulla dei fatti e della situazione giudiziaria. Sorpresi, gli altri giornali tacquero.

Di che "dovere di informazione" si trattasse, quanto tale informazione fosse obiettiva, quanto "giudiziaria", quanto preoccupata la giustizia, la legge, la morale, lo dimostra il fatto che non un rigo venne speso per segnalare (se non per denunciare) l'illegalità o almeno l'anomalia, patente, scandalosa, puntuale dell'istruttoria, evidente anche per uno studente del primo anno di diritto, non giustificata da nulla, gratuita, incredibile. Per tacere delle miserabili astuzie (anche se abituali) che portarono a mascherare perfino il nome e non solo la personalità di uno dei due "plagiati", dell'unico che accusasse e sul quale si è fondato il castello dell'istruttoria prima e del processo e della condanna poi. Sono cose che noi siamo venuti scoprendo al processo, e solo al processo.

Dove ne accaddero di cose strane, dott. Falco, dott. Guarnera! Perché, per esempio, vorrete concederci di raccontare - finalmente -- che venne richiesto da lei, dott. Falco, presente il dott. Lojacono, a un difensore sospetto d'esser "radicale" (anche se la sua dignità, il suo prestigio e la sua moralità erano grandi!), di sconfessare e criticare, pubblicamente, in aula, queste nostre Notizie Radicali ciclostilate, ree di aver attaccato senza ipocrisia e senza falsi rispetti l'istruttoria, l'istruttore e il clima del processo. Gli venne richiesto di fare questa inconsueta, superflua, umiliante dichiarazione, esplicitamente in relazione con la... non rituale "concessione" fatta alla difesa di intervenire con quattro arringhe, anzichè due, a condizione che fossero "brevi", "essenziali".

Olimpica serenità della Giustizia, ineffabile correttezza delle procedure, uguaglianza dei cittadini e di tutti dinanzi alla legge! Chi vi ha dunque turbato?

Uguaglianza in particolare - vero dr. Lojacono? Vero dr. Falco? - di Notizie Radicali e della stampa di estrema destra e di destra: di giornali e giornalisti che hanno "saputo" già e subito "tutto", grazie...già, grazie a chi, dr. Lojacono?

Basterebbe, per oggi . Ma forse per il dott. Guarnera, Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, per il Consiglio superiore della Magistratura, non escluso il suo Presidente; per l'Associazione Nazionale dei Magistrati; per il Ministro della Giustizia; per l'ordine degli Avvocati di Roma, per qualche parlamentare che annetta importanza al fatto che rappresenta quel popolo italiano in nome del quale viene ridicolizzata la giustizia, varrebbe ancora la pena di aggiungere qualcosa.

Varrebbe la pena di richiamare ancora, oltre a quanto già scritto, la loro attenzione sull'istruttoria, che ha portato al carcere e alla condanna Braibanti, e che è anticostituzionale, illegale perfino secondo il "Codice Rocco" e qualsiasi altro codice degno di questo nome.

Un'istruttoria durata tre anni e mezzo: condotta con il rito sommario nonostante la legge lo consenta soltanto nei casi in cui questa si presenti come "breve e facile": - e si trattava, invece, fin dall'inizio della denuncia, di un reato che praticamente non aveva avuto precedenti; mantenuta sommaria anche quando, dopo un anno, si decideva di far ricorso a tre periti per accertare elementi essenziali al giudizio; mantenuta sommaria, ancora, quando si doveva richiedere a costoro un ulteriore approfondimento delle loro ricerche , evidentemente non brevi né facili; riconfermata come sommaria di nuovo, quando si apprendeva che uno dei plagiati, sottoposto a trattamenti annichilenti per anni, riconosciuto ormai di nuovo sano e pienamente capace di intendere e di volere, negava recisamente il plagio e le presunte responsabilità del Braibanti: e quando era evidentemente necessario mascherare la vera identità del secondo plagiato per evitare che le sue caratteristiche e alcuni fatti notori apparissero e risultassero

- come sono - tali da rendere in radice viziata di falso la sua denuncia e quanto meno torbida e inattendibile la sua personalità.

Un'istruttoria nella quale non un solo atto, in tre anni, venne compiuto per acquisire formalmente informazioni sul principale denunziante, mentre già dopo pochi giorni si mobilitavano le "autorità "competenti per acquisire, a carico dell'intero ambiente di Braibanti, le prove di un delitto del quale ci si dichiarava pressoché convinti...

Un'istruttoria (e un processo) con aspetti da "pochades", nella quale magistrati, periti, difensori, non disdegnavano di discutere convivialmente del "caso" e in cui, sulla pelle di un uomo, anzi di due uomini, si riuscivano a realizzare minuetti di cortesie fra i vari "operatori della giustizia".

Un'istruttoria durante la quale, anzi ai suoi inizi , vi fu un ratto caratterizzato che non venne ritenuto degno - anch'esso - nemmeno di un solo atto formale, di una sola menzione, se non di una autonoma indagine.

E cosa costituiva la credibilità smaccata, assoluta degli uni e la presunzione immediata di colpevolezza e di indegnità degli altri, se non l'omogeneità "culturale" "morale" "politica" di alcuni cittadini clericali e reazionari, dalle parentele alto -ecclesiastiche e giudiziarie, contro i cittadini di un particolare, diverso, opposto mondo culturale? E' un comune. istintivo disegno persecutorio catalizzante a sua volta altri interessi, altre storie, nuovi momenti.

Che dire, infine, se finora, in più di quattro anni, malgrado polemiche e ormai roventi confronti, non un solo intervento volto a superare e sanare anomalie, irregolarità e illegalità, e a chiarire almeno aspetti poco chiari si sia avuto dalla Procura, o dal Tribunale, o dalla Procura generale? (Ma, anzi, dobbiamo subire ulteriori aggressioni che, mi sembra, legittimerebbero da parte dei difensori di Braibanti richiesta di legittima suspicione per il processo d'appello).

Perdio, dott. Guarnera, ma è davvero possibile che lei ignori tutto questo? Che lei pensi e affermi impunemente che siamo noi degli aggressori, degli scardinatori perversi e programmatici di un "ordine", che- poi- c'è o non c'è, a seconda che di caos parlino dei Procuratori generali o dei Presidenti della Repubblica, o che di disordine costituito parlino le vittime e i "contestatari"?

Ma basta.

Chi e dove sono gli aggrediti e gli aggressori? Dove, la violenza illegale e l'offesa gratuita? Chi i sabotatori di giustizia e delle istituzioni? Deve si lotta per il "buon" diritto, si rivendica l'ordine, almeno un poco d'ordine? Chi opera plagi e ratti? Da che parte si tentano "persuasioni" più o meno occulte, suggestioni attraverso la stampa, prevaricazioni attraverso la forza?

E chiaro è chi abbia, davvero, complessi di rivalsa, nostalgia o ansia di carriera, aspirazioni frustrate o frustranti alla cultura; sete mortificata di prestigio e di riconoscimenti; volontà di "convincere" a ogni costo - pur a costo di legge e a prezzo di reati; cupa vocazione a rovistare con la lama dell'inquisizione e della persecuzione nella coscienza di ciascuno; l'ossessivo e allucinato bisogno del sessuofobo e dell'impotente a parlare di sesso e a vederlo ovunque, dell'oppressore a evocare la "vera "libertà e dignità della persona, del costitutore di disordine a inchiodarvi chi lo contesta.

E chiaro è anche da quale parte si sia voluto fare di questa vicenda lo strumento di una contrapposizione, di una lotta politica di affermazione e di violenza.

Diciamolo pure: Braibanti è il nome dato - "maliziosamente" direbbe lei, dott. Falco - ad autobiografie più o meno interiori, che non osano confessarsi: ai demoni interiori di questo nostro tempo, di ceti dominanti dalla cattiva e spaurita coscienza: d'una società medusata dalla follia, dalla violenza, dalla perversione che essa stessa produce e diffonde: ed è anche il nome, per noi, d'una inevitabile e forse impareggiabile occasione di verità e di lotta perché ci mostra che non abbiamo bisogno né possibilità di ricorso a belletti e orpelli e sollecita e costringe ad assumerci le responsabilità di quel che siamo.

Avremmo preferito - ricorreremo anche noi alle nostre citazioni - "lasciare i morti seppellire i morti". Non hanno voluto. Hanno creduto di trovare salvezza dando corpo alle loro ossessioni. Continuano a farlo, altri si aggiungono.

Speravamo di decapitare o bruciare con Braibanti uno dei loro volti: cui invece non era riducibile quello che celavano e che noi stessi ora meglio conosciamo; non erano che degli apprendisti stregoni e ora raccoglieranno, più violenta, la tempesta del nuovo e del giusto. Nemmeno varranno la loro legge, la loro giustizia, il loro ordine, perché anch'essi appartengono a noi e anche a essi noi apparteniamo. Consapevoli e spaventati, non hanno avuto altro che il ricorso alla truffa, alla violenza, al reato. Non sono "errori" questi, né "degenerazioni" del sistema di potere, ma l'obbligata , unica sua via di affermazione e di difesa.

Sì, Guarnera, in quanti vi siete occupati del "caso Braibanti"?: mi bastano Silvio e Bertrando Spaventa, Cesare Beccaria e Zanardelli, per "contestarvi" globalmente.

Sì, avrebbe ragione il magistrato milanese Petrella che è imputato dai suoi colleghi di casta di avere dichiarato che, se necessario, bisogna porre termine a questo stato di cose della "giustizia" italiana anche con la "violenza". Avremmo il diritto e il dovere, in tal caso, di usarla e a vostra misura.

Ma la violenza vi caratterizza e vi appartiene. E' ormai solo vostra: vostro principio; vostra fine; ve la lasciamo. Uomini davvero liberi non ne hanno bisogno, né qui, né ora (Braibanti diceva anche questo e - dove ch'egli sia ora e siate invece voi - aveva ragione).

 
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