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Teodori Massimo - 1 giugno 1970
IL MOVIMENTO DIVORZISTA IN ITALIA: ORIGINI E PROSPETTIVE
Massimo Teodori

SOMMARIO: Dopo aver lamentato l'assenza di una analisi sulla portata del movimento divorzista, sul modo in cui esso è cresciuto nel paese, le forme organizzative che si è dato, il peso che è riuscito a guadagnarsi nella realtà sociale e nei confronti della classe politica e dei partiti tradizionali, l'autore si propone di ricostruire e valutare il fenomeno della formazione di un movimento »che per genere, qualità, latitudine e forza non ha forse precedenti nella recente storia politica italiana . Nel quantificare i cittadini in qualche modo interessati al problema del divorzio (tra il 10% e il 15 % della popolazione), critica gli schematismi ideologici di una sinistra che non si rende conto della dimensione di massa dei gruppi sociali oppressi dalle nuove forme di sfruttamento e che sottovaluta l'ampiezza della domanda di allargamento dei diritti civili e umani dell'individuo. Con la Lid (Lega per l'Istituzione del Divorzio) si è messo in moto un processo di trasformazione dei "separati" in "divorzisti", sal

dando la dimensione privata e personale con quella collettiva e politica. L'esperienza del movimento divorzista fornisce perciò un'indicazione per la ricostruzione di una 'politica nuova' che si basi sulla sollecitazione ed organizzazione di movimenti di liberazione che si muovono al di fuori degli schemi economicistici e del modello che il cosidetto socialismo scientifico per decenni ha proposto come 'la rivoluzione'.

(TEMPI MODERNI, estate 1970 n. 3)

1. Le cronache politiche hanno portato sufficientemente alla ribalta e sviscerato il "problema divorzio" per doverne parlare ancora in questa sede. Con un crescendo di attenzione che ha corrisposto al procedere delle vicende parlamentari, a partire dal momento in cui la riforma legislativa è cominciata ad apparire possibile e vicina, la grande stampa di informazione e quella di sinistra, i periodici popolari e quelli specializzati, le pubblicazioni femminili e quelle giovanili, tutti in qualche modo (a eccezione della RAI-TV che non ha dedicato all'argomento se non un tempo marginalissimo e un'informazione grossolamente censoria) si sono occupati di divorzio. Quello che invece non è stato messo mai chiaramente in rilievo è la portata del movimento divorzista, il modo in cui esso è cresciuto nel paese, le forme organizzative che si è dato, il peso che è riuscito a guadagnarsi nella realtà sociale e nei confronti della classe politica e dei partiti tradizionali. In questa sede ci interessa perciò ricostruire e

valutare il fenomeno della formazione e della crescita di un movimento che per genere, qualità, latitudine e forza non ha forse precedenti nella recente storia politica italiana.

2. Nell'ottobre 1965 veniva presentato al parlamento il cosiddetto progetto Fortuna per il divorzio (e non "piccolo divorzio", come lo si voleva chiamare) firmato dal deputato socialista che aveva preso individualmente l'iniziativa per tanti versi simile a quelle che anche nel dopoguerra (proposta Sansone 1954 e Sansone-Giuliana Nenni 1958) altri parlamentari avevano iniziato senza successo. Il cavallo di battaglia del divorzio non era stato mai considerato né importante né possibile da nessun settore della sinistra e delle forze laiche o, al massimo, era stato relegato ad argomento di testimonianza e di ricerca. Alla Costituente i comunisti si dichiararono contrari all'introduzione del divorzio, posizione che ribadirono più volte in seguito con la tesi che in Italia la popolazione non è "matura" per un tale istituto, mostrandosi in realtà costantemente più attenti, nel partito e nelle organizzazioni collaterali che avrebbero dovuto essere istituzionalmente più sensibili al problema (vedi, per esempio, UDI),

alle prospettive di un incontro con le forze cattoliche organizzate piuttosto che alla promozione di battaglie di "diritti civili" che affrancassero i cittadini dalle ipoteche e dalle strutture clericali. I socialisti e i socialdemocratici non hanno mai impegnato le loro forze nel dopoguerra su questo tema, nel governo o nell'opposizione, nonostante che già all'inizio del secolo il divorzio fosse stato un tipico tema socialista; le due proposte dell'on. Sansone del dopoguerra possono essere considerate solo una testimonianza individuale se rapportate all'impegno del partito, un giudizio confermato recentemente in occasione della iniziativa Fortuna quando l'allora capogruppo del PSI ebbe a dichiarare: "ammetto che quando prendemmo questa decisione (di autorizzare la presentazione del progetto di legge) non ci aspettavamo che avrebbe avuto una risonanza nella opinione pubblica e che avrebbe marciato alla velocità a cui ha marciato". I laici dell'ambiente radicale, durante gli anni cinquanta, se da una parte s

i occuparono ripetutamente dell'argomento, in realtà non uscirono mai dall'ambito del 'dibattito' o non sospettando il potenziale di una tale battaglia o non avendo la capacità politica di organizzare movimenti popolari dal basso. Nel complesso, perciò, ancora nel 1965, nel paese non v'era traccia di movimento divorzista, tutte le forze politiche tradizionali, senza eccezione alcuna, non erano né interessate né impegnate sull'argomento e pochissimi erano pronti a scommettere sul potenziale che una tale battaglia potesse avere nella opinione pubblica e nelle forze politiche. Occorre allora domandarsi che cosa abbia trasformato il divorzio da testimonianza parlamentare a movimento spontaneo organizzato e come sia stato possibile passare dal dibattito ideale confinato a poche élite all'azione politica interessante direttamente una larga fascia e sostenuta indirettamente dal consenso della maggioranza dei cittadini.

3. Il punto da cui occorre partire è il numero dei cittadini interessati direttamente al divorzio, cioè l'analisi quantitativa di tutti quegli individui che presi singolarmente hanno dei problemi personali e considerati collettivamente costituiscono una comunanza fondata sulla stessa condizione di oppressione psicologica e di emarginamento sociale. Non vi sono statistiche dirette sul numero dei separati in Italia, ma da una serie di dati è possibile, con sufficiente approssimazione, dedurne il numero. (Anche la mancanza di rilevamenti statistici ufficiali o di parte in questo campo, così come in quello dell'aborto etc., rivela l'attitudine della classe dirigente a non tener nel debito conto fenomeni della società civile di tale rilevanza). Si consideri la media annuale delle separazioni legali negli ultimi decenni (10.000 coppie = 20.000 individui), la vita media di un separato (differenza tra età media di morte, 65, ed età media di separazione, 35 = 30 anni) e si otterranno 600.000 separati legali esistent

i oggi nel paese. Si aggiungano i separati di fatto che stanno ai separati legali presumibilmente in un rapporto 1:2,5 e si avranno ancora 1.500.000 cittadini direttamente toccati dal problema divorzio. Si consideri poi che per ogni individuo separato vi sono in media almeno altri 2 individui coinvolti nella separazione - figli di separati, individui conviventi o aventi rapporti costanti con un determinato individuo separato, altri figli di separati o di conviventi - e si ottengono altri 4.000.000 di individui, senza considerare, come dovrebbe essere fatto per avere un'idea generale di questa incredibile somma di situazioni personali, tutti coloro che in qualche modo sono istituzionalmente coinvolti e socialmente interessati al problema quali genitori, fratelli e sorelle, amici stretti, ecc. Complessivamente si ha quindi un panorama, per tanti versi inesplorato, di un gruppo di cittadini sufficientemente vasto (tra il 10% e il 15% dell'intera popolazione) da rappresentare un dato 'di massa', oppresso legalme

nte dalle strutture giuridiche non corrispondenti alla pratica e ai comportamenti reali, emarginato moralmente e materialmente dalla società, e ignorato fino a qualche anno fa da quella che si è abituati a chiamare la politica. A partire da queste evidenze ci si potrebbe stupire che fino ad oggi le forze politiche tradizionali, se non altro per puro calcolo elettoralistico, non abbiano tenuto conto di questa situazione così macroscopicamente evidente, se non si considerasse la caratteristica di fondo che accomuna le forze stesse oltre le divisioni partitiche: la refrattarietà cioè a comprendere da parte delle sinistre, al di là degli schemi ideologici, le nuove forme di oppressione e di sfruttamento sempre più presenti nella società d'oggi e la costante anteposizione dei problemi di schieramento (e quindi di combinazioni) e di potere alle iniziative politiche di libertà e di liberazione riguardanti l'allargamento dei diritti civili e umani dell'individuo.

4. Su questo sfondo sociale e politico si configura il movimento divorzista che deve essere analizzato secondo tre aspetti: a) la confluenza in una medesima iniziativa con un obiettivo specificato di coloro che hanno un interesse soggettivo e personale (i separati) con coloro che politicamente e idealmente sono impegnati allo sviluppo di una campagna divorzista come parte della lotta laica e anticlericale; b) la presa di coscienza collettiva di una condizione di oppressione con la trasformazione del 'separato' in 'divorzista', e c) la trasformazione di un dato spontaneo basato su una somma di condizioni 'private' in un movimento di massa organizzato con caratteristiche spiccatamente politiche.

Quando nasce la Lega per l'Istituzione del Divorzio (LID) nella primavera del 1966, soltanto il settimanale popolare a larga diffusione ABC stava conducendo una campagna a sostegno della proposta di legge dell'on. Loris Fortuna, presentata alcuni mesi prima in parlamento. Alla creazione della LID partecipano, oltre a Fortuna, appartenenti a tutti i partiti laici oltre a personalità di diversa estrazione culturale: il nucleo animatore ed organizzatore è costituito principalmente da militanti del Partito radicale, mentre la massa degli attivisti che svolgono il lavoro nella sede centrale e nelle diverse città dove vengono prese iniziative, è, nella maggior parte dei casi, costituito da 'gente comune', generalmente priva di una preventiva esperienza politica. La novità nella costituzione della LID non sta tanto e solo nel fatto che un gruppo fortemente minoritario promuova una organizzazione aperta e destinata a divenire di massa, quanto nel modo in cui appartenenti a diverse aree partitiche si ritrovano in que

sta organizzazione ad hoc senza essere designati a rappresentare i partiti (uno degli aspetti caratterizzanti il modo burocratico tipico dei frontismi, di ogni tipo), ma in quanto individui interessati alla specifica battaglia. Ben presto, perciò, prende corpo una organizzazione del tutto informale - si potrebbe parlare quai di centro di iniziativa e di comitato di coordinamento - in cui si realizza progressivamente la fusione tra gli elementi 'politicizzati' e quelli di provenienza generica, sulla base della effettiva (e non delegata) presenza, del comportamento nel lavoro politico e sul terreno della capacità e creatività nelle iniziative di propaganda, organizzazione e pressione.

5. Con la LID si mette in moto un processo di trasformazione dei 'separati' in 'divorzisti' attraverso la crescita di un movimento che si basa soprattutto su un lavoro di informazione e di coordinamento. Infatti il mutamento di atteggiamento del 'separato' corre parallelamente alla diffusione della nozione che la sua condizione personale non è singolare e abnorme ma è il risultato di un tipo di oppressione determinata dalle istituzioni legali del paese che non corrispondono ai valori e ai comportamenti reali di una parte della società, e che questa condizione può essere superata attraverso il collegamento con tutti coloro che si vengono a trovare nella stessa condizione. E' la LID che compie tale collegamento riuscendo a far sentire progressivamente i separati parte di un movimento in cui la dimensione privata e personale si salda con quella collettiva e politica. L'analisi del modo in cui questo processo sia potuto avvenire passa attraverso l'evidenziazione degli strumenti e dei canali usati dal movimento p

er darsi una struttura, sia pure informale, e per raggiungere una non trascurabile dimensione quantitativa. Vediamone i più importanti:

a) la LID ha diffuso fogli senza periodicità fissa ('Battaglia Divorzista', 'Il Divorzista', 'Notizie LID') con tirature diverse a seconda delle necessità del momento (varianti da poche migliaia di copie a un massimo di 150.000 in occasione del primo congresso LID, dicembre 1967) inviati a indirizzari raccolti direttamente nelle precedenti manifestazioni;

b) la LID centrale ha promosso alcune manifestazioni di massa con la presenza dei suoi più conosciuti portavoce (piazza del Popolo a Roma, nel novembre 1966 con 15.000 persone, teatro Adriano a Roma nel febbraio 1967 con 2000, piazza Navona a Roma nel settembre 1969 con 8000) usando come mezzi di informazione i propri fogli, senza nessun aiuto organizzativo da parte dei partiti tradizionali e di altre forze e con il solo sostegno determinante (soprattutto per la prima manifestazione di piazza del Popolo) del settimanale ABC;

c) nel giro di tre anni si sono tenuti oltre 200 tra comizi, dibattiti, tavole rotonde e incontri a livello locale (cioè con un ritmo medio di oltre uno a settimana) promossi da gruppi LID spontaneamente costituitisi in diverse città, da circoli di diverso tipo e comunque nella maggior parte dei casi al di fuori dei canali politici tradizionali (sezioni ecc.).

Per avere un quadro attendibile del rapporto tra cittadini sollecitati e quelli partecipanti in qualche modo al movimento, occorre inoltre sottolineare che durante tutta la campagna divorzista (1966-1970) la quasi totalità della stampa, inclusa quella di sinistra o quella detta laica (come l'Espresso) si limita alla registrazione passiva delle vicende della battaglia divorzista svolgendo opera di cronaca degli avvenimenti in parlamento e delle manifestazioni senza tuttavia fare opera di promozione attiva, cioè senza essere, se non indirettamente, canale di crescita e di organizzazione del movimento.

6. A tali canali e strumenti di organizzazione corrispondono dei risultati di partecipazione e di risposta nel paese.

Esaminiamoli:

a) il settimanale ABC nel periodo ottobre 1965-marzo 1966, prima della nascita della organizzazione divorzista, invitava i suoi lettori a far pervenire all'onorevole Fortuna cartoline di adesione al progetto di legge. Al parlamentare pervennero circa 32.000 cartoline e 4000 lettere;

b) nel periodo 1966-1969, senza la promozione di una vera e propria campagna di tesseramento, la LID centrale con sede a Roma ha ricevuto circa ventimila iscrizioni paganti le quote associative;

c) tra manifestazioni nazionali e locali, di cui abbiamo parlato in precedenza, si può calcolare che 150.000-200.000 cittadini abbiano partecipato a pubbliche manifestazioni LID;

d) sono pervenute alla sede nazionale della LID circa 5000 lettere di diverso tipo (1966-1969), la cui analisi di massima permette di accertare la progressiva evoluzione dallo stadio del racconto del caso personale a quelle dell'incitamento e del suggerimento per il movimento. Altrettante lettere dello stesso tipo e con la stessa dinamica nei contenti sono pervenute nello stesso periodo di tempo all'on. Fortuna in Parlamento, indirizzate a lui personalmente o come esponente del movimento divorzista.

e) un numero imprecisato di lettere, certamente dell'ordine delle migliaia, sono pervenute negli ultimi due anni agli altri firmatari del progetto di legge unificato nel settembre 1969 (60 deputati del PCI, PSI, PSIUP, PRI, PLI);

f) durante le discussioni nelle commissioni parlamentari e in aula sono pervenuti ai deputati migliaia di telegrammi, spediti spontaneamente da ogni parte d'Italia, con l'obiettivo di premere sul fronte parlamentare divorzista affinché non venisse meno la maggioranza formalmente esistente;

g) azioni spontanee di azione diretta sono state messe in atto di fronte al parlamento, nei confronti dei giornali, dei partiti, dei parlamentari e di altre organizzazioni coinvolte a Roma e in numerose altre città;

h) una quantità assai numerosa di lettere, a giudicare solo da quelle pubblicate, sono pervenute a quotidiani e periodici dimostrando l'interesse e la partecipazione dal basso;

i) nel 1967 una petizione popolare promossa dalla LID e da ABC raggiunge nel giro di alcuni mesi 100.000 firme consegnate poi al presidente della Camera;

l) infine, una campagna di firme popolari per l'abrogazione del concordato promossa dal Partito radicale in vista della richiesta di un referendum popolare all'indomani della approvazione dell'apposita legge e fatta propria dalla LID, ha raccolto negli ultimi mesi del 1969 e nei mesi del 1970 circa 120.000 firme all'insegna dello slogan sì al divorzio, no al concordato.

7. Questi dati di riferimento possono dare un'idea della natura del movimento e della sua estensione che deve tuttavia essere messa in relazione con la modestia degli strumenti di intervento e quindi valutata nel rapporto cittadini sollecitati e raggiunti/cittadini rispondenti ed attivi. L'altra dimensione del movimento è data dagli obiettivi conseguiti e dal peso conquistato nella realtà politica e sociale.

Abbiamo già visto quale fosse l'atteggiamento dei partiti nel 1965 all'inizio della campagna: nessun partito impegnato e deciso nei confronti della battaglia, una generica adesione al tema sul piano di principio non senza forti resistenze e contraddizioni anche a livello delle affermazioni. In un quinquennio la strutturazione è mutata attraverso una evoluzione lenta ma sicura che possiamo così schematizzare:

a) tutti i partiti laici (PCI, PSIUP, PSI, PRI, PLI) si sono concretamente schierati in parlamento a favore, arrivando a firmare, per iniziativa e sotto pressione della LID, all'inizio della legislatura del 1968, un progetto di legge comune e unificato poi con la proposta liberale. Il PLI ha anche ufficialmente deliberato nei suoi organi nazionali;

b) quei partiti che anteponevano la riforma del diritto di famiglia (cioè un rinvio di fatto ed un probabile insabbiamento del divorzio) sono stati portati ad accettare la tesi del movimento divorzista che chiede il divorzio subito come possibilità immediata e poi il passaggio alla soluzione di altri problemi;

c) ormai nessun partito laico può più subordinare apertamente problemi di schieramento ('centro-sinistra', 'dialogo con i cattolici' 'grande coalizione'...), all'impegno su questo punto perché si trova sottoposto alla pressione esterna del movimento divorzista e alla pressione interna di coloro che al vertice e alla base si sono decisamente schierati a favore del divorzio;

d) questa specifica battaglia è stata imposta alla stampa: non si parla più soltanto del divorzio, ma della battaglia in corso;

e) il paese è stato progressivamente sollecitato al dibattito e alla presa di posizione su un tema specifico che ha visto coinvolti direttamente (nel movimento divorzista) o indirettamente (attraverso la stampa di ogni area) una larga fetta del tessuto sociale in modo alquanto diverso da ciò che usualmente accade con i temi in discussione al parlamento e nei vertici politici del paese e che viene riflesso nei linguaggi cifrati degli editoriali e dei pastoni politici della grande stampa, capiti dalle ben note 'tremila persone';

f) infine, un movimento autonomo ed autogestito di massa fuori (anche se non contro) le strutture partitiche tradizionali si è andato affermando nel paese cominciando ad esprimere anche dei quadri politici pronti ad impegnarsi in più larghe battaglie laiche (vedi abrogazione del concordato).

8. L'esperienza del movimento divorzista, espresso nella LID, alla luce dei dati e delle considerazioni fin qui svolte, sembra non solo costituire un dato di fatto per ciò che riguarda la specifica battaglia ma anche un'indicazione per la ricostruzione di una 'politica nuova' in un momento in cui il rapporto tra domanda di partecipazione a livello sociale e sua organizzazione in forme politiche è particolarmente cruciale. E' sorto un movimento dal basso a partire da una determinata rivendicazione non economica, si è autorganizzato, è riuscito a influenzare considerevolmente anche il momento legislativo, si è posto in rapporto dialettico con le forze politiche tradizionali ed ha imposto alla classe dirigente un tema talmente carico di implicazioni politiche dirompenti da divenire nei primi mesi del 1970 uno dei nodi centrali da sciogliere a livello della crisi di governo e della difesa della autonomia dello Stato. Una prima ipotesi che ci sentiamo di abbozzare a termine di queste note schematiche è che non so

lo a partire dal punto di produzione o da una condizione sociale come quella studentesca - che è sempre più, essa stessa, parte della struttura produzione-tecnica-scienza - sembra possibile suscitare ed organizzare movimenti di liberazione laddove determinati diritti e libertà - non solo e non tanto a livello giuridico e formale - sono compressi e repressi dall'assetto societario e/o politico. Si torna oggi a parlare di problemi di felicità come parte necessaria e determinante della lotta politica e come un momento integrante di chi si vuole muovere in direzione socialista fuori dagli schermi economicistici e dal modello che il cosiddetto 'socialismo scientifico' per decenni ha proposto come 'la rivoluzione'. Il movimento divorzista è in questo senso emblematico (per fare paragoni si veda, per esempio, il recentissimo movimento ecologico negli Stati Uniti), pure se non si deve sopravalutarne l'importanza se non come un esempio suscettibile di trovare ripetizioni ed estensioni in altre aree della società civi

le ed in altre istituzioni. Questa direzione di ristrutturazione della stessa politica attraverso una serie di movimenti antiautoritari per la difesa, la conquista e la dilatazione dei diritti civili - vecchi e nuovi - sembra essere così una delle realtà, ancora confuse ma sempre più generalizzate e generalizzanti, emerse in questi ultimi anni (non solo e non tanto in Italia) e quindi una riprova di alcune tendenze spontanee in atto a livello sociale. Detto ciò, resta aperto il problema del rapporto tra una serie di movimenti specifici e fondati sull'antitotalità e antitotalitarismo nell'affrontare la 'politica' e l'unificazione ed unità di questi diversi momenti al fine di una reintegrazione dell'ipotesi complessiva del processo di un mutamento rivoluzionario. Ma è proprio qui il nodo politico del momento che merita un discorso specifico: in Italia dove va configurandosi un 'regime' di cui ancora non conosciamo tutte le strettoie ma che possiamo ben immaginare data la natura delle forze che tale regime sost

engono e sosterranno; nell'area della civiltà tecnologica sviluppata e della società opulenta, dove i tipi di contestazione (Stati Uniti, Germania e maggio francese) hanno già rivelato di che natura sono i problemi nuovi sul tappeto.

 
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