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Roversi Roberto, Baldelli Pio, Bellocchio Piergiorgio, Pintore Gianfranco, Pannella Marco - 21 settembre 1971
Di fronte al »tribunale speciale il processo Lotta Continua
Interventi di Roversi, Baldelli, Bellocchio, Pintore, Pannella - Una dichiarazione di intellettuali un documento radicale

SOMMARIO: Pio Baldelli, Roberto Roversi, Marco Pannella, Piergiorgio Bellocchio, Gianfranco Pintore, Pierpaolo Pasolini, insieme alla sbarra del Tribunale civile e penale di Torino per aver "firmato" come direttori responsabili, il quotidiano "Lotta Continua", e altre pubblicazioni e volantini come "L'opposizione nell'Esercito", "Comunismo", "Vedo Rosso", "Proletari in divisa"; e quindi per avere, attraverso queste pubblicazioni, "istigato militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento prestato e i doveri derivanti dalla disciplina militare", e fatto "apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi"; per aver svolto propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello stato" e per aver "istigato a commettere delitti facendo anche pubblicamente l'apologia delgi stessi".

Per il carattere esemplare del processo, e che coinvolge le leggi che vanificano la libertà di stampa e l'utilizzazione delle norme del codice penale Rocco, i compagni che, pur non aderendo a "Lotta Continua", hanno accettato di dirigerne l'organo di stampa, rispondono a tre domande: per quale motivo hanno assunto la direzione di Lotta Continua; che significato acquista per loro l'essere incriminati; quale sarà l'atteggiamento di difesa che s'intende promuovere.

(LA PROVA RADICALE N.1 - AUTUNNO 1971)

CITAZIONE DIRETTISSIMA

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Civile e Penale di Torino

Visti gli atti a carico di:

BALDELLI Pio, nato a Perugia il 23-1-1923: res. ivi, via Beatrice 27;

ROVERSI Roberto, nato a Bologna il 28-12-1923; res. ivi, via Maiano 2;

PANNELLA Marco, nato a Teramo 2-5-1930; res. Roma, via Collalto Sabino 40;

BELLOCCHIO Pier Giorgio, nato a Piacenza il 15-12-1931; res. Milano, via Poggioli 14;

PINTORE Gianfranco, nato a Irgoli (NU) il 31-8-1939; res. Roma, via dei Giornalisti 38;

PASOLINI Pierpaolo, nato a Bologna il 5-3-1922: res. Roma.

IMPUTATI

"a) del reato p. e p. degli artt. 81 cpv. 110, 112 n. 1, 226 I· p. e cpv. 1· e 3· n. 1, 2 e 3 C.P. in relaz. agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nella qualità di organizzatori o aderenti al movimento estremista denominato »Lotta continua pubblicamente e cioè attraverso la stampa e la diffusione del periodico »Lotta Continua pubblicato su autorizzazione del Tribunale di Torino del 15-11-1969 n. 2042, dei quali si succedevano come direttori responsabili dal luglio 1970 e fino al 18 maggio 1971 il Bellocchio, il Baldelli, il Pannella, il Pasolini, il Roversi, ed il Pintore, attraverso la stampa e la diffusione di innumerevoli circolari e volantini, indicati quali supplementi a numeri del predetto periodico e comunque attribuiti alla predetta organizzazione e attraverso la redazione, la stampa e la diffusione di altre pubblicazioni »L'opposizione nell'Esercito , »Comunismo , »Vedo Rosso ,

»Proletari in divisa , anch'esse diffuse quali supplementi del medesimo periodico, ed, infine, attraverso cartelloni, manifesti, scritte murali e striscioni affissi od esposti nel corso di pubbliche manifestazioni, grida e slogans lanciati e diffusi nel corso delle stesse attraverso altoparlanti ed altri mezzi di diffusione meccanica o attraverso riproduzioni fonografiche, tutte dirette a militari in servizio, istigavano i militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento prestato i doveri derivanti dalla disciplina militare, e tutti gli altri doveri inerenti al loro stato di militari, facendo anche con gli stessi mezzi tra i cittadini opera di apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina ed agli altri doveri militari, tra l'altro accuratamente teorizzando, predisponendo ed attuando capillare opera di penetrazione e di disgregamento nell'esercito, definito »strumento del capitalismo, mezzo di repressione e di lotta di classe , opera di continua denigrazione ne

i confronti del principio di subordinazione e di gerarchia, di indiscriminato e premeditato attacco nei confronti degli ufficiali, come tali perché definiti, per altro: »porci, servi e cani da guardia del sistema e presentati ai militari ed ai cittadini quali »ruffiani, ladri e prevaricatori , incitando in ogni modo, anche con cortei organizzati dinanzi alle caserme, i militari a disobbedire agli ordini a ribellarsi alla disciplina, a contestare qualsiasi ordine ed autorità, a prender pretesto da qualsiasi avvenimento o semplice incidente per scardinare la disciplina, a disertare, affermando, infine, tra l'altro »sputtaniamo l'autorità dei superiori, di questa gerarchia di ladri, è un buon inizio per smantellare il potere di questi nostri nemici e sfruttatori , »organizziamo la disobbedienza , »all'esercito dei padroni si risponde signor no , »tutti uniti disobbediamo agli ordini e frasi del genere.

Fatti commessi dal luglio 1970 al 18-5-1971 in Torino, Nocera Inferiore, Udine, Bergamo, Casale Monferrato, in altre imprecisate località e per ultimo ancora in Torino.

b) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. 110, 112 n. 1, 272 C.P. in relaz. agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nella medesima qualità, con i mezzi e nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al capo a), svolgevano propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato, tra l'altro sostenendo pubblicamente »che in questa società ladri, delinquenti e truffatori prosperano protetti dalla Polizia , »non fermarsi dinanzi alla polizia, di fronte alla legge ed a tutti gli strumenti che i padroni usano per combatterci; oggi si lotta con lo sciopero, la propaganda il sabotaggio domani dobbiamo essere pronti ad affrontare la polizia in piazza e ad organizzarci in modo clandestino, un giorno combatteremo armi in pugno contro lo Stato, come già ora nel Vietnam , »lotta di classe, armiamo le masse e frasi del genere.

c) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv., 110, 112 n 1, 414 1· p. n. 1 e ult. comma C.P. in relazione agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nelle qualità, con i mezzi e nelle circostanze di tempo e di luogo di cui ai capi precedenti, pubblicamente istigavano a commettere delitti, facendo anche pubblicamente l'apologia degli stessi, tra l'altro sostenendo che »oggi si lotta con lo sciopero, il sabotaggio e la propaganda, domani dobbiamo essere pronti ad affrontare la polizia in piazza ed a organizzarci in modo clandestino, un giorno combatteremo armi in pugno contro lo Stato, come già nel Vietnam, in America Latina, fino in fondo, fino alla nostra liberazione dai padroni e dallo sfruttamento , »blocchiamo tutto per la strada e le ore perdute le vogliamo tutte , »nessuno di noi deve pagare l'abbonamento , »prendiamoci tutto quello di cui abbiamo bisogno, prendiamoci i paesi e le città sono n

ostre, le hanno costruite i nostri padri proletari è l'unico modo per pigliarci anche la scuola , »la prossima volta possiamo arrivare sino alla palazzina in corteo e buttare fuori i dirigenti , »se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che ci hanno rubato, se è vero che la Gescal sono dei ladri, è giusto non pagare l'affitto e così via , »le case le facciamo e poi le prendiamo , facendo ancora l'esaltazione del delitto di lesioni e di violenza privata avvenuto a Trento, pubblicandone anche la foto con la dicitura, »gogna proletaria per i fascisti ed infine, con la condotta di cui al capo a), istigavano i cittadini a commettere il reato di cui all'art. 266 C.P.

d) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. 110, 2 e 17 L. 8-2-1948 n. 47 perché, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nelle loro qualità di cui ai capi precedenti diffondevano numerosi ciclostilati, volantini e pubblicazioni varie, prive delle indicazioni del luogo e data della pubblicazione, del nome e domicilio dello stampatore, del proprietario e direttore responsabile.

Visti gli artt. 502 e seguenti Codice procedura penale

ORDINA

citarsi l'imputato innanzi questa Corte D'Assiste, via San Domenico 13, per l'udienza del 18 ottobre 1971, (Corte Assise 1· grado), per rispondere dei suddetti reati".

Il processo di Torino contro i sei direttori del periodico »Lotta Continua e 36 militanti del movimento omonimo è uno dei molti episodi di giustizia repressiva a senso unico che si verificano nel nostro paese. Per il carattere esemplare che gli si è voluto dare e per il fatto che coinvolge problemi diversi (le leggi che vanificano l'esercizio della libertà di stampa, l'utilizzazione delle peggiori norme fasciste del Codice Rocco, le modalità dell'istruttoria) abbiamo ritenuto opportuno rivolgere le seguenti domande ai compagni che, pur non aderendo a »Lotta Continua , hanno accettato di dirigere l'organo di stampa:

1) per quali motivi hai assunto la direzione di »Lotta Continua ;

2) che significato acquista oggi un tale atto con l'incriminazione da parte della Procura di Torino;

3) che atteggiamento di difesa intendi tenere al processo e che tipo di processo intendi con la tua difesa promuovere.

Roberto Roversi

"Poiché me lo chiedete, e poiché questa - invece di altre - mi pare una buona occasione e un'ottima sede, ripeterò (brevemente, solo per la chiarezza) che essendone stato richiesto accettai di assumere quella responsabilità »giuridica (del periodico di" Lotta Continua) "in segno, ed in segno esclusivo, di solidarietà e di omaggio consapevole a Pio Baldelli, il quale era all'inizio di un processo gravoso (molto serio, come si vede) e rischiava di vedersi privato dell'appoggio del proprio giornale: mi dissero che non si riusciva a trovare alcun altro, in quel momento. Sta bene. Visto come sono andate le cose, e in riferimento a quella necessità, riaffermerei il mio impegno con tranquilla coscienza; ma ritenendo che ogni azione pubblica, comunque e da chiunque consumata, debba avere sempre un risvolto di chiarezza e una pronta giustificazione (e magari documentazione), precisai subito che essendo le mie idee abbastanza autonome e anche divergenti intendevo escludere un coinvolgimento più direttamente politico

(tanto più, dunque, in riferimento ai fogli volanti, ai ciclostilati ecc. che cogliendo la realtà delle varie situazioni locali e degli avvenimenti di lotta quotidiana erano qualificanti in tal senso). Sul N. 18 del periodico c'è una mia breve lettera, proprio su ciò.

In quanto al processo, ritengo che sia uno dei tanti processi del potere, uno dei tanti processi del sistema; come i processi già consumati sulla pelle ben più dura e tartassata di tanti militanti, e come gli altri processi che si preparano e si prepareranno. Operai, studenti, disoccupati, licenziati, inurbati, sottoccupati, hippies ecc. sono stati vessati, sfruttati, emarginati, picchiati, incarcerati, processati, condannati; non vedo perché mai questa occasione debba essere così particolare e uscire dalla norma di una situazione di decisa oppressione: perché debba essere così particolare, dopotutto, o straordinaria; se non, magari, perché questa volta ci è anche coinvolto un uomo famoso. Proprio per questo le molto rispettabili gazzette di casa nostra spenderanno un po' di colorita indignazione e di cortese e furbesca curiosità su questo fatto (o atto); così come (indignazione e curiosità, intendo) si spesero al tempo del processo Tolin, subito dimenticato. S'alzerà per un momento una ondata di riflusso de

stinata a mio parere a ricomporsi rapidamente sulla grossa testa del paese - che è il paese del Sole. Se però potranno avere una piccola utilità in generale, bene anche la rapida indignazione", bene anche la strumentale curiosità.

"Non credo tuttavia che il processo, con la" gamma "assai articolata delle imputazioni, rappresenti il nocciolo della questione; e neppure che in quella direzione sia corretto politicamente l'invito all'ennesima mobilitazione delle coscienze. Il processo è il processo, cioè è questo processo (uno fra i tanti); e la magistratura, come è tradizione storica da che mondo è mondo e come è suo preciso impegno, assolve al suo mandato, che è quello di collaborare col potere e di interpretarne le esigenze, stabilendo le singole verità, le singole giustizie, al lume delle varie necessità ecc. ecc. Voglio dire che il magistrato (o i magistrati) non hanno inventato nulla, né d'altra parte potevano; ma hanno reperito prontamente nel codice i puntuali riferimenti per innalzare la congerie di incriminazioni. Il vero destinatario della piccola ira e dell'onesta indignazione di quanti si sentono offesi e mortificati da questi non troppo strani e non troppo infrequenti esercizi di autoritarismo, io credo debba essere il poter

e politico; che nulla ha mai fatto in proposito (dopo trenta anni); anzi, che puntualmente rizza un orecchio ma poi subito si rilascia a dormire, con una ingenuità che sarebbe rozzo definire disinteressata, quando la società - per non dire altro, e nella fattispecie - si scontra col mazzetto di leggi disoneste che erano del vecchio codice e immutate permangono. Per mezzo delle quali, senza venire meno a quella tale giustizia che ci si è data, si può vessare, calpestare, processare.

In quanto alla difesa (a cui voi alludete) cosa posso dire? poiché vivo non si è fatto alcuno, lasciandomi ancora solo come un ladro d polli, mi limiterò seguendo la linea degli altri processi a ribadire quanto è scritto nella mia lettera sopracitata; che condensa il necessario".

Pio Baldelli

"1 - Ho accettato di essere direttore responsabile di »Lotta Continua perché le vigenti leggi italiane sulla stampa impongono come responsabile un professionista. Non ho partecipato alla redazione dei singoli articoli su Pinelli e la sua morte, ma sono d'accordo sulla posizione assunta dal periodico. La versione ufficiale dei fatti risultava, anche nel dicembre del '69 assolutamente inverosimile. Al suicidio di Pinelli non crede nessuno che abbia un minimo di informazioni. La consapevolezza della uccisione di Pinelli si inquadra necessariamente, in una spiegazione politica, costituendo l'anello debole di una cospirazione violenta a livello internazionale culminata nelle bombe del 12 dicembre a Milano. L'obbligo di coerenza politica tra le cose che si dicono e le cose che si fanno, sbandierata ma di rado praticata dagli intellettuali, mi persuase ad assumere la direzione di »Lotta Continua .

2 - L'incriminazione da parte della procura di Torino significa oggi che le strutture fondamentali del potere intendono spegnere violentemente ogni replica politica seria, specie se autonoma e »dal basso . Cominciando a colpire nel nodo centrale costituito dalla lotta operaia a Torino. La Fiat ha sporto denuncia e movendosi la Fiat si muovono le istituzioni statuali. L'arbitrio nel corso di questo processo ha raggiunto limiti difficilmente riscontrabili in altre occasioni, diritti elementari degli imputati, manomessi; testimonianze negate, rifiutate anche quelle attenuanti generiche che si concedono per reati gravissimi, perfino ai matricidi. Eccetera. E' mancata, su questo episodio, una controinformazione adeguata, purtroppo.

3 - Ne deriva, per logica conseguenza, che nel processo di ottobre la via maestra resta quella dell'attacco politico che serva a smascherare e a mettere in evidenza i meccanismi di violenza reazionaria e di repressione adoperati dalle centrali del potere in Italia".

Piergiorgio Bellocchio

"Caro Teodori,

il questionario solleva una serie di problemi (la repressione in Italia e specificamente l'offensiva di questi ultimi mesi da parte della procura torinese; le vecchie leggi fasciste in base alle quali siamo stati incriminati: la legge neofascista sulla stampa; l'atteggiamento da tenere di fronte alla giustizia borghese, ovvero il processo politico oggi, intellettuali e impegno politico; ecc), ognuno dei quali richiederebbe un discorso non semplice né breve. Mi manca assolutamente il tempo per tentare di discuterne in modo appena decente.

Un cenno di risposta ai punti 1 e 3. Accettando di dirigere formalmente fogli, dei quali magari non condividevano la linea politica, alcuni intellettuali hanno in pratica vanificato certi effetti della legge sulla stampa e ne hanno denunciato il carattere antidemocratico e ridicolmente corporativo; ma non mi sembra che questo sia il mezzo più efficace al fine di ottenere la riforma della legge. Personalmente, poi, non sono disposto a dirigere qualunque foglio politico, neppure all'interno della cosiddetta nuova sinistra. Ho accettato di dirigere »Lotta Continua e successivamente »Comunismo perché condividevo largamente le idee e il lavoro politico di questo gruppo, anche se non ne ho mai fatto parte e non ho mai esercitato il minimo controllo su ciò di cui mi assumevo la responsabilità legale. Quanto al problema della difesa (a parte che a tutt'oggi non mi è stata notificata alcuna citazione, per cui ignoro i reati di cui sarei incriminato: quel poco che so, l'ho appreso dai giornali), l'unica cosa che pos

so dire è che non intendo tenere una" mia "linea di difesa. Mi auguro che sia possibile una difesa collettiva che accomuni militanti e direttori responsabili.

Scusa la sommarietà della risposta. Niente di male se la considererai semplicemente una lettera privata".

Gianfranco Pintore

"1 I motivi sono principalmente due. Il primo, ovvio, è che assumere la direzione responsabile di un giornale sgradito, eretico, significa assicurargli la possibilità di uscire. Questo almeno fino a che esiste la repressiva legge sulla stampa che consente le pubblicazioni solo a patto che qualcuno appartenente alla ristretta casta dei giornalisti ne assuma la responsabilità.

Il secondo è più politico, di merito. In poche parole mi sta bene che esista Lotta Continua, anche se non condivido una parte importante delle sue posizioni politiche e ritengo inaccettabili le impostazioni, diciamo strategiche, del gruppo. Anche se probabilmente non insanabili, le divergenze tra le mie posizioni personali e quelle dei compagni di L.C. sono certamente profonde. Ed è poco importante citarle qui.

Questo, tuttavia, non mi ha fatto dimenticare, quando mi e stato chiesto di firmare il giornale, che è grazie a Lotta Continua se l'»affare Pinelli non è ancora diventato una scheda d'archivio; se, ogni tanto, sulla »strage di Stato vengono fuori fatti che la stampa d'informazione si guarda bene dal rendere noti.

E' grazie a L.C. se un certo discorso sull'esercito si fa prepotente, diventa popolare proprio perché il giornale non usa piccole furbizie, facili entusiasmi che gli avrebbero potuto e gli potrebbero evitare processi del tipo di quello che in 42 affronteremo fra qualche settimana.

E allora, anche al di là di ogni discorso volterriano sulla libertà di stampa, vale la pena di assicurare a questo giornale la possibilità di stamparsi e di continuare a dire fuori dei denti quello che molti, a sinistra, pensano dell'esercito, del potere, delle carceri, della scuola in una società capitalista.

2. In fondo la mia decisione, e penso anche quella degli altri cinque direttori responsabili di L.C., potrebbe apparire sterile da un punto vista generale politico. A parte la possibilità data a quel giornale di uscire regolarmente, cosa abbiamo dimostrato? Che la libertà di stampa, così come la libertà di opinione (e di manifestare la stessa) non esistono? Certo, se si trattasse solo di questo non saremmo molto lontani dall'aver dimostrato l'esistenza del cavallo.

Tanto più sterile se si pensa all'accoglienza glaciale riservata d stampa di sinistra" (L'Unità "in testa con cinque ridicole righe in cui parla genericamente di reati commessi a mezzo stampa, quasi fossimo, i 42, volgari pornografi) alla notizia dell'incredibile incriminazione di quarantadue persone accusate di aver pensato storto, di aver compiuto o sottoscritto una corretta analisi marxista dell'esercito.

Senonché, questa incriminazione ha un significato che va al di là dell'attacco alla libertà di stampa. Rappresenta, per la gravità delle accuse e delle pene previste e per la scelta degli articoli più fascisti del codice fascista, un colpo di acceleratore alla svolta a destra in atto nel paese. E può costituire un momento importante di radicalizzazione della lotta di classe, a patto che dei motivi del processo si impadroniscano le forze di sinistra e i movimenti per i diritti civili.

Attraverso il processo del 18 ottobre, il potere vuole andare molto più in là della riaffermazione che l'esercito non si tocca. In fondo magistrato che ci ha incriminato sa benissimo che fra non molto »propaganda e apologia sovversiva e antinazionale non sarà più resa benissimo che contemporaneamente potrebbe sparire dal codice fascista che ci governa anche l'»istigazione del militare a disobbedire .

Il problema è un altro, come altro è lo scopo ultimo di questo processo alle idee (i sei direttori sono ritenuti responsabili anche, cito dall'accusa, delle grida e slongans lanciati e diffusi nel corso delle manifestazioni attraverso altoparlanti ed altri mezzi di diffusione meccanica). Si vuole suggerire a chiunque che è pericoloso avere a che fare con Lotta Continua e che la classe dominante non fa alcuna differenza fra uno che aderisce coscientemente al gruppo e uno che per esso abbia della simpatia critica.

Si vuole, insomma, creare un cordone sanitario intorno a Lotta Continua, bollato, già nella citazione, come »movimento estremista , e quindi già pre-giudicato.

Fra gli imputati, come è noto. la grandissima maggioranza è di aderenti a L.C., ma, a non voler considerare i direttori del quindicinale, un'altra parte è di aderenti ad altri gruppi extraparlamentari. Forse si tratta solo di disattenzione da parte del magistrato l'averci detto »organizzatori o aderenti a L.C. Se così non fosse, è chiaro che il processo va inteso contro l'»estremismo di sinistra genericamente inteso e non contro i quarantadue particolari imputati.

3. Proprio perché ritengo che si tratti di un processo politico del genere che ho detto, penso che si dovrà avere un comune atteggiamento. E questo non è ancora stato discusso con gli altri compagni imputati. Personalmente, comunque, penso che la miglior cosa sia quella di battersi per mostrare la legittimità del giudizio dato sull'esercito e della azione politica svolta nei confronti dei »proletari in divisa ".

Marco Pannella

"Il documento del partito Radicale diffuso a Torino, il 18 ottobre, nell'aula di Tribunale è di per sé penso, sufficiente per rispondere ad una parte delle domande che »La Prova Radicale si è posta e ci ha posto. Se la rivista pubblicherà anche, integralmente, l'atto di imputazione che abbiamo ricevuto, si darà una altro contributo per ben comprendere la realtà di questo processo, senza troppo bisogno di altre spiegazioni e commenti. Sul piano della cronaca, poi, è anche semplice dire" perché "ho assunto la responsabilità di direttore, di fronte alla legge di »Lotta Continua . Innanzitutto perché me l'han chiesto. L'anno scorso, all'inizio di ottobre, un compagno è venuto nella nostra sede, a nome dei lottatori continui. Ci ha spiegato che Sartre stava per lanciare un appello agli intellettuali italiani perché assumessero, almeno una settimana, ed a turno, la direzione responsabile del periodico. Che - nell'attesa - si trovavano senza la possibilità di uscire per le note norme o interpretazioni delle norme

fasciste. Che ... insomma altre informazioni per convincerci. Spiegai che non ve n'era bisogno. Non si trovava a casa di un intellettuale di sinistra, ma nella sede di un partito; che questo partito fu l'unico a protestare già nel 1964 contro l'adozione" all'unanimità "delle nuove leggi sulla stampa da parte del Parlamento; che, da allora, i suoi militanti, in particolare Marcello Baraghini, Aloisio Rendi ed io, avevamo di conseguenza assicurato la »direzione di almeno venticinque testate non radicali per vanificare l'effetto della legge; che, dell'appello di Sartre, non sapevamo dunque che fare; che, non per una settimana, ma fino a che avessero voluto - nella permanenza della legge o dell'interpretazione della legge da noi concretamente combattuta - sarei dunque stato il direttore responsabile di »Lotta Continua . Lo ammonii, e lo invitai a consultarsi con i suoi compagni: »Se sarò direttore responsabile, la repressione rischia d'essere più dura: prenderanno due piccioni con una fava, valutatelo. Non sono

un intellettuale e nemmeno un intellettuale isolato. Abbiamo battaglie in corso che sono scomode e pericolose, più di quanto non possiate valutare, e in ogni modo tentano già di farci fuori .

A metà gennaio appresi e controllai l'esattezza della notizia che il Consiglio dell'Ordine lombardo dei giornalisti aveva finalmente finito per far propria la nostra tesi di fondo", nostra "cioè del Partito. Aveva già comunicato a »Lotta Continua e poi, all'inizio di gennaio, confermato con una lettera a »Rinascita che sarebbe bastato d'ora in poi - a gruppi e movimento che pubblicassero loro giornali - proporre il nome di un »redattore abituale della pubblicazione per riconoscergli il titolo e funzioni di »direttore responsabile .

I compagni di »Lotta Continua mi chiesero di firmare ancora un numero, il che accettai. Dichiararono in giro, a destra (non fò per dire) e a manca che il povero Pannella, ormai oberato da tanti processi e accuse, doveva ritirarsi in buon ordine e che quindi il problema morale e politico si riproponeva. Ho parlato con Pasolini a settembre: non sapeva nulla del fatto che »Lotta Continua poteva benissimo avere un suo direttore responsabile, almeno sul piano giuridico e legale, e aveva firmato a sua volta, per una settimana, solo per gli stessi motivi per i quali io stesso l'avevo fatto. Il 18 ottobre, in Tribunale, ho scoperto che nemmeno Baldelli era al corrente.

Forse questi compagni, così agendo, si sono dati una riprova di

qualità rivoluzionarie e di realpolitik. Personalmente ritengo l'episodio in linea non con una »nuova sinistra »di classe e »rivoluzionaria ma, semmai, un sintomo di senescenza e di imbecillità. Comunque, in considerazione del fatto che la posizione assunta dal Partito Radicale da più di sette anni non è quella di difendere i diritti civili ed i perseguitati »tranne senescenti e imbecilli , se l'ordine dei giornalisti di Milano rivenisse sulle sue posizioni, se »Lotta Continua me lo chiedesse, riassumerei la direzione del periodico - anche se tornasse ad essere provocatorio e temerario com'era allora e non prudente come sostanzialmente è divenuto negli ultimi mesi.

Questo per la cronaca.

Per il processo di Torino avevo proposto ai lottatori continui di considerare l'opportunità di una posizione di contestazione positiva della iniziativa della procura.

42 imputati, 84 avvocati, un centinaio di testimoni non entrano nemmeno in una qualsiasi aula del Tribunale di Torino. Il solo appello degli imputati e dei testimoni; la sola verbalizzazione dei nomi dei difensori presenti dovrebbero occupare delle ore. E' poi impossibile assicurare la »pubblicità del dibattito, elemento essenziale perché il processo sia legale, con centinaia di persone presenti, senza quell'uso dei microfoni che ostinatamente (e non a caso) a Torino, finora, nei processi politici, non si è riusciti ad ottenere. Si poteva - in una linea di aperta non collaborazione - illustrare, da parte della difesa, con minuziose richieste di verbalizzazione, tutti i motivi" costituzionali, giuridici, procedurali "per cui il processo è abusivo e contro la stessa legge: ma senza presentare formali eccezioni lasciarli cuocere nel loro brodo; lasciare alla Procura (od al PM) o alla Corte di uscir fuori da una situazione per loro insostenibile. Passare alle 42 dichiarazioni degli imputati, non tollerando i so

liti soprusi in proposito. E così via. Fare insomma l'anatomia, ma non teorica, la vivisezione di un processo così illuminante. Ammazzarlo così, con una lunga lotta fatta dell'uso di quegli strumenti legali e di quelle procedure che non sono altro che liturgia biascicata in fretta e dismessa, mentre alla radice essi hanno giustificazioni e funzioni essenziali per il castello giudiziario »democratico . Ma il tutto sembrava »poco politico non sufficientemente »di lotta , troppo »difficile da realizzarsi . Dimenticavo di precisare che avevo anche proposto che, alla vigilia del processo, le organizzazioni coinvolte, cioè »Lotta Continua , Partito Radicale, Movimento Antimilitarista, Potere Operaio, diffondessero una dichiarazione comune dichiarando che non intendevamo accettare che un tribunale repubblicano si trasformasse in tribunale speciale fascista, e che di conseguenza avremmo scelto una linea di difesa che praticamente" bloccasse "totalmente la Corte d'Assise di Torino fino a sconfessione e condanna dell

'operato della Procura della Repubblica.

Per la verità, non abbiamo poi insistito molto: già si stava preparando la »grande manifestazione contro la repressione del 16 ottobre e si contava sul rinvio del processo. Invece questo processo aveva da essere fatto: era un processo, proprio per l'enormità dell'impostazione data dal PM Marzachi non solo politicamente, ma tecnicamente così allucinante e grottesco, da costituire senza dubbio una prospettiva" suicida "per chi l'aveva voluto e organizzato, piattaforma ideale di lotta e di attacco pubblico alle forze della repressione giudiziaria.

Ora, invece, Colli e Marzachi arriveranno a rivedere (sostanzialmente per la terza volta) il loro castello persecutorio e a riproporlo - ridotto certo, ma più pericoloso, tecnicamente almeno più decente", quando vorranno.

"Ma questo (per ora mancato) processo ha avuto anche il merito di portare alla luce un altro dato che mi sembra interessante. Cinquantadue intellettuali hanno firmato una dichiarazione di solidarietà concreta, coraggiosa e non abitudinaria, nei confronti di noi imputati. Non so se »La Prova Radicale riterrà utile ripubblicarla. Ma è un documento interessante anche perché il piano sul quale ci si è mossi è stato quello di autodenunciarsi per quelle frasi e quelle posizioni registrate nell'atto di accusa che incitano (o predicano) alla »rivoluzione armata e violenta. Non ho a portata di mano la documentazione. Ma più o meno il ragionamento è questo: state processando, un »pensiero , quello marxista e rivoluzionario, visto che le seguenti frasi non ne sono che l'espressione. Noi siamo intellettuali rivoluzionari e marxisti, quindi quelle frasi e quei concetti son anche nostri e ve li gridiamo in faccia a nostra volta.

Qui mi si consenta di nuovo - in questi appunti - d'esser sufficiente e sommario: ma dubito che di »pensiero , marxista o no, ce ne sia molto in chi pensa che »faremo la rivoluzione »impugnando le armi contro lo Stato come nel Vietnam o in America Latina . Che questo non sia un reato, ma un'imbecillità, qualcosa che mi sembra più coeva alle spedizioni fiumane di D'Annunzio che alla lotta politica odierna, non mi par dubbio. Certo, io sarò processato, e da solo, e a cominciare dalla Corte d'Assise di Milano, il 28 ottobre, per roba del genere, e - come si suol dire - sarò onorato d'essere sul banco degli imputati anziché fra i giudici o al posto del dirimpettaio (il PM). Ma, dopo un anno di silenzio, consentite però, e almeno, che non si confondano le linee politiche nostre e quelle di »Lotta Continua . Se Sofri pensava l'anno scorso che la rivolta sanfedista di Reggio Calabria era l'inizio della rivoluzione e dichiarava che nelle settimane successive lo si sarebbe visto; se diceva che si trattava ormai e so

lamente di assicurare la »militarizzazione nella lotta; se queste fregnacce voleva scriverle, dovevamo assicurargli di poterlo fare. E l'ho fatto. Ma sia a questo punto chiaro anche agli »intellettuali che non è questo il punto dello scontro, non è qui la sostanza politica dei processi che ci si stanno rovesciando addosso. Essi non costituiscono un momento »rivoluzionario , come tanti e anche loro l'intendono. Sono in causa più la Costituzione, Voltaire, Beccaria, i diritti della persona, la difesa »liberale della libertà politica e di coscienza, il" dialogo "democratico, le grandi »conquiste che s'attribuiscono di solito al »passato , speranze antiche, insomma, classiche, che il diritto alla predicazione violenta e »a pensare marxista . Scusate se è poco".

Una dichiarazione di intellettuali

"Al procuratore della repubblica, tribunale civile e penale di Torino. Noi sottoscritti intendiamo renderle per iscritto la seguente dichiarazione:

1) abbiamo integrale conoscenza della sua citazione direttissima in data primo giugno '71, di 42 cittadini, nonché di imputazioni da lei formulate a loro carico.

2) Riteniamo che questi cittadini siano soltanto colpevoli di aver esercitato con la stampa e con altri mezzi di espressione un loro diritto: proporre una interpretazione della società e dichiarare la necessità di trasformarla. Che questa interpretazione sia classista e che quella trasformazione sia rivoluzionaria non è motivo di imputabilità né materia di giudizio. Pretenderlo significa legalizzare la repressione e attentare alla libertà.

3) Quando questo avviene - e questo sta avvenendo anche per sua mano, signor procuratore della repubblica - è dovere di ogni cittadino prendere posizione, è dovere di ogni intellettuale rendere non equivoca testimonianza.

4) Testimoniamo, pertanto, che quando i 42 cittadini da lei imputati affermano che in questa società »l'esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione delle lotte di classe noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono »se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato lo diciamo con loro. Quando essi gridano »lotta di classe armiamo le masse lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a »combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato come già ora in Vietnam, in America Latina, fino in fondo, fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento , ci impegnamo con loro.

5) Dichiariamo, quindi, di riconoscere come nostre le azioni e le parole che sono motivo di imputazione per i 42 da lei convocati in giudizio il 18 ottobre e le chiediamo di recedere dalla sua accusa o di estenderla anche a noi per tutti gli effetti conseguenti.

Enzo Paci, Giulio Maccacaro, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Marino Berengo, Umberto Eco, Paolo Portoghesi, Vladimiro Scatturin, Alberto Samonà, Lucio Colletti, Tinto Brass, Paolo Pernici, Giancarlo Maiorino, Francesco Leonetti, Manfredo Tafuri, Carlo Gregoretti, Giorgio Pecorini, Michele Canonica, Paolo Mieli, Giuseppe Catalano, Mario Scialoia, Saverio Tutino, Giampaolo Bultrini, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Franco Lefreve, Elio Aloisio, Alfredo Zennaro, Renato Izozzi, G. B. Zorzoli, Cesare Zavattini, Bruno Caruso, Mario Ceroli, Franco Mulas, Emilio Garroni, Nelo Risi, Valentino Orsini, Giovanni Raboni, Luciano Guardigli, Franco Mogni, Giulio Carlo Argan, Alessandro Casillin, Domenico Porzio, Giovanni Giolitti, Manuele Fontana, Giuseppe Samonà, Salvatore Samperi, Pasquale Squitteri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Francesco Valentini".

Un documento radicale

"Con il processo che si apre a Torino, in Corte d'Assise, il 18 ottobre, contro Pio Baldelli, Piergiorgio Bellocchio, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Gianfranco Pintore e Roberto Roversi, trentatré militanti ed esponenti del movimento »Lotta Continua e tre militanti del Movimento Antimilitarista, un tribunale della Repubblica è chiamato a decidere, per volontà e istigazione della magistratura inquirente di quella città, se intende trasformarsi in un tribunale speciale fascista, avallando una procedura e richieste istruttorie che sono, in modo flagrante, anticostituzionali, antigiuridiche, antidemocratiche incivili.

A questo atto di pura, scandalosa violenza istituzionale - se non addirittura contro le stesse istituzioni e leggi - non deve essere riconosciuto nessun carattere di diritto e legalità. Il Partito Radicale - nella rigorosa applicazione dei suoi metodi di lotta non-violenta - rifiuta ogni collaborazione a questa impresa, appellandosi al giudizio democratico del paese, al sostegno dei compagni radicali, non-violenti, libertari, socialisti. Sul piano giudiziario sta ora alla Corte d'Assise di Torino, se lo vuole, se lo può, di giudicare e condannare il tentativo posto in essere dalla Procura della Repubblica di Torino, o di esserne la prima vittima e complice.

Per ora non è possibile prevedere se lo farà. Di conseguenza il compagno Marco Pannella non ha designato, né lo farà se non interverranno fatti nuovi in futuro, propri difensori al processo, e resterà contumace. Anche nel caso di una sua condanna, la stessa possibilità di opporre appello verrà preventivamente vagliata e discussa nel e dal partito Radicale.

 
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