Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mar 18 giu. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Teodori Massimo - 31 gennaio 1972
Libertà d'antenna, sinistre e rai-tv
di Massimo Teodori

SOMMARIO: Un intervento di Eugenio Scalfari su "L'Espresso" ha scatenato la polemica sulla radiotelevisione. Il giornalista, chiedendo la libertà di antenna, cioé la fine del monopolio televisivo della RAI-TV, ha aperto un fronte di dibattito proprio nel momento in cui devono essere prese importanti decisioni per il rinnovo della concessione che scade alla fine del 1972. Ciò ha provocato le reazioni violente delle sinistre.

(LA PROVA RADICALE N.2, BENIAMINO CARUCCI EDITORE, Inverno 1972)

Che il dibattito e la polemica sulla radiotelevisione dovessero esplodere clamorosamente era fuor di dubbio. Uno scandalo così profondo, una struttura corrotta e corruttrice di così vaste proporzioni, una violenza così continuata esercitata ai danni di milioni di cittadini, un problema così centrale per la sopravvivenza e lo sviluppo della democrazia, non potevano restare a lungo sotto la cappa del silenzio, rotta soltanto dalle discussioni in gergo, spesso oziose, degli addetti ai lavori dentro e fuori l'ente. Eugenio Scalfari, con il suo intervento su "L'Espresso" da »utente, giornalista e deputato ha tirato il sasso che ha agitato il pantano: ha chiesto la libertà di antenna cioè la fine del monopolio televisivo così come è oggi concretamente realizzato attraverso la concessione alla società per azioni RAI-TV con la liberalizzazione e la molteplicità delle reti.

Insomma ha indicato nella pluralità della gestione dei canali uno sbocco possibile all'attuale situazione in direzione di un assetto simile a quello della stampa. Le sue motivazioni sono state in primo luogo, di ordine politico, meglio una libertà di informazione in mano a gruppi concorrenti che non un monopolio di Stato che si riduce al monopolio di governo anzi di un partito, di una corrente del partito di maggioranza, ed in secondo luogo giustificate dalle nuove possibilità tecnologiche che permettono minori costi di impianto e maggiori alternative di produzione e diffusione. La proposta Scalfari ha fatto scandalo; ha suscitato una violenta reazione soprattutto nella sinistra rispettosa. A intorbidare le acque si è inserito quel bel rappresentante del folclore forcaiolo e paleo-scelbiano, il vicepresidente del monopolio televisivo Italo De Feo, che si è schierato per la televisione privata richiamando, addirittura, la Costituzione.

Non sappiamo se la sortita di Scalfari sia stata originata per un soggettivo accordo con determinati gruppi economici interessati ad impiantare reti private; se essa sia solo obiettivamente concordante con le operazioni private di liberalizzazione; o se sia attribuibile semplicemente alla spregiudicata denuncia del pantano radiotelevisivo nella ricerca di una possibile via d'uscita. Né è importante compiere il processo alle intenzioni. Ci basta valutarne il risultato constatando che ha avuto il positivo effetto di aprire clamorosamente un fronte di polemica e di scontro da tempo stagnante, senza pregiudizi e sacri timori, in un momento in cui devono esser prese decisive e drastiche decisioni per il rinnovo della concessione che scade alla fine del 1972. Tutta la sinistra ha reagito violentemente mobilitando gli organi ufficiali e gli apparati burocratici: "L'Avanti", il vice-segretario del PSI che si è affrettato a stabilire quale è l'ortodossia in casa socialista e quale no, i nuclei aziendali socialisti ra

i-tv tanto solleciti a polemizzare quanto inesistenti nella effettiva lotta interna all'attuale regime, "Paese Sera", "L'Unità" ("attraverso" L'Espresso "riproposte le tesi già avanzate da De Feo e da Umberto Agnelli - Il pretesto della rivoluzione tecnologica per accelerare il processo di concentrazione delle fonti di informazione" , 23-1-1972) fino alla Associazione Giornalisti della Rai-Tv (Agirt).

Molti degli argomenti impiegati nella polemica dalla sinistra sono impregnati da una serie di pregiudizi e di errori con radici molto più lontane del caso specifico e del settore particolare. E' opportuno cercare di farne una lista. Primo, si dice che il `pubblico' è sempre meglio del `privato': ciò non è storicamente vero in quanto in determinati periodi storici ed in particolari situazioni, una politica liberista è stata propria della sinistra in opposizione ad una statalista. Ci si comporta con la Rai-Tv nello stesso modo in cui per anni si è alimentato il mito dei `buoni enti pubblici' in opposizione ai `cattivi gruppi privati'. Sappiamo ormai troppo bene quanto siano negativi, oggi, ai fini dello sviluppo generale del gioco democratico ed in particolare per l'avanzamento di soluzioni in direzione socialista i grandi baracconi di gestione economica. Secondo, si scambia per `pubblico' e per `servizio collettivo e sociale' quello che è esclusivamente una gestione autocratica e mistificante del potere di in

formazione da parte di una ristretta mafia a tutti ben nota che ha come esclusivo interesse quello di servire la DC (o correnti della DC) e di rafforzare il proprio potere. Terzo, si invoca di continuo la `riforma' e la `democratizzazione' come soluzione del problema. Cosa sia questa benedetta democratizzazione predicata dalle sezioni stampa e propaganda dei partiti di sinistra e dai nuclei partitici dentro l'ente e dalle altre organizzazioni di categoria, non è dato di sapere con precisione. Si ha il sospetto che per molti significhi la conquista di maggiore potere di intervento e di controllo per le componenti organizzate, leggi i vertici burocratici della sinistra, cioè i partiti, magari i sindacati fino alle stesse svariate associazioni dei lavoratori televisivi. L'equivoco e l'errore a questo proposito è di scambiare il "diritto civile alla informazione", dei cittadini come utenti e come soggetti - quindi sia la conquista di più e migliore informazione sia l'accesso all'uso delle trasmissioni - con un'o

perazione di spartizione della torta a cui dovrebbero partecipare anche coloro che oggi non vi sono ammessi. Quarto, si parla da sinistra, ed in primo luogo da parte del PSI, della possibilità di »conquistare una svolta significativa nella politica dell'informazione facendo leva sulle forze del parlamento e sul loro controllo, riproponendo cioè sostanzialmente un problema di `equilibri'. Bene, a parte la fattività del'la proposta, i risultati della `presenza socialista' - dall'usciere a Paolicchi - che potrebbe ripetersi domani con l'allargamento ad altre `presenze', non possono altro che suscitare ilarità per la goffa illusione di conquista della stanza dei bottoni televisivi, pietà per il gregarismo dimostrato e sdegno per la colossale truffa messa in atto con la cooptazione e integrazione del personale socialista nel regime (e ci sarebbe da dire molto sulle falangi di addetti stampa, funzionari di partito, segretari particolari, dirigenti della sezione stampa e propaganda) ai danni del contribuente-utent

e.

In una articolata analisi di tutti i vari aspetti della questione, un giornalista televisivo socialista, Andrea Barbato, dopo aver bene messo il dito sulle piaghe (basso livello culturale, imposizioni esterne, sottogoverno, uso parziale degli strumenti di informazione, cattiva scelta degli uomini, ordini di servizio ricalcati sui progetti politici dei gruppi dominanti, atteggiamenti servili, pseudocontestazione negli argomenti innocui e lontani ed assenza in quelli vicini e scottanti) dalle colonne de "L'Avanti" così conclude: »"se non faremo presto, difendere il monopolio sarà impossibile. Non già perché esso sarà insidiato dalla fantatecnologia dei satelliti, ma perché cadrà il suo ruolo di servitore leale ed efficiente del diritto pubblico alla informazione" . Barbato, i socialisti non si sono accorti che già da un pezzo è arrivato il momento in cui non si può più difendere il monopolio. Che "questo" monopolio è niente altro che il risultato delle forze che, all'interno ed intorno ad esso, hanno stratific

ato la loro trama di potere e di corruzione per decenni. Che essi stessi, volenti o nolenti, sono parte, anche se marginale e subordinata, di questo assetto. Che non esiste logica né politica né di altro tipo per cui sia possibile realizzare un mutamento radicale di rotta che abbia come protagonisti dell'alternativa proprio quelle forze che partecipano dell'esistente stato di cose. Che un assetto così cancrenoso come quello della Rai-Tv può essere fatto saltare solo con una operazione che modifichi profondamente le condizioni, gli equilibri e le strutture di tutto il settore.

Non sta a noi dare soluzioni. Sappiamo che il nostro mestiere di minoranze radicali è oggi, come lo sarà domani in una mutata situazione, dar voce alle forze sociali che si battono contro il potere e la violenza delle istituzioni, contro le stanze dei bottoni, come dice il compagno Pintor del "Manifesto"; che nell'informazione come altrove si tratta contemporaneamente di sperimentare forme di autogestione e di garantire il diritto civile al comunicare a quanto c'é di vivo nella società, senza fermarsi agli equilibri delle forze organizzate. Certo tutto ciò non sarà conseguito con una moltiplicazione delle reti, siano esse soltanto pubbliche, pubbliche e private, di gruppi economici, di tipo regionale o di consorzi di giornali. Ma per far crescere e dare degli sbocchi a spinte socialiste, egualitarie, democratiche - attraverso un effettivo servizio pubblico con i maggiori gradi possibili di apertura e di libertà d'uso e quindi con la possibilità di arrivare a "mass media" non a senso unico - occorre oggi real

isticamente creare profonde contraddizioni in tutto il sistema radiotelevisivo su cui far leva per inserire delle lotte. E ciò è possibile solo realizzando immediatamente lo scasso di questa concessione esclusiva alla Rai-Tv di Bernabei (più Paolicchi e De Feo) monolitica, potente, ricca ed economicamente deficitaria, aziendalmente inefficiente, autoritaria e manipolatrice.

P.S. Durante la polemica Rai-Tv, L'Unità ed altri fogli di sinistra hanno spesso chiamato L'Espresso `radicale', come è costume frequente del "Borghese" e dello "Specchio". L'organo comunista dovrebbe essere politicamente abbastanza avvertito da conoscere le differenze tra quel settimanale, parte della sinistra rispettosa, e l'azione, le posizioni e le battaglie radicali e del PR. Per cui o si tratta della persistente svista di qualche ingenuo e malinformato cronista oppure di una voluta e mistificante confusione. Cogliamo l'occasione per precisare che nell'"Espresso" oggi di `radicale' non c'è molto: certamente non il suo attuale direttore che ci appare pieno d'ossequio verso ogni potere costituito, non il vice direttore, non le campagne di stampa ormai pressoché inesistenti, non certi metodi censori rispetto alle notizie e contro i migliori e più coraggiosi redattori interni, non, infine, il sostegno alla politica radicale.

 
Argomenti correlati:
emittenza privata
televisione
sinistra
stampa questo documento invia questa pagina per mail