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Bandinelli Angiolo - 29 marzo 1972
Valpreda, le elezioni, la FAI
di A.B.

SOMMARIO: La denuncia dello "sterile dogmatismo" contenuto nell'attacco dei compagni della federazione anarchica contro la candidatura di Valpreda nelle liste del Manifesto - E' necessario un dibattito di fondo sul rapporto fra il pensiero libertario e le istituzioni democratiche.

(NOTIZIE RADICALI n. 155, 29 marzo 1972)

Pietro Valpreda è stato dunque presentato quale candidato alle prossime elezioni dal "Manifesto". Nel momento in cui accettava la candidatura, Valpreda ha dichiarato di voler, anche così, contribuire alla "denuncia delle istituzioni" e al ristabilimento della verità, affinché il processo venga "ulteriormente accelerato", i suoi compagni "ingiustamente accusati", Gargamelli e Borghese, siano assolti, e al loro posto siano scoperti "i veri responsabili, mandanti ed accusatori della strage e dell'assassinio del compagno Pinelli".

La decisione è stata politica e non personale. Nel darne notizia, il "Manifesto" ha scritto che essa rappresenta un atto di "coraggio e di fiducia" ... "nelle grandi masse popolari, nella coscienza civile". Ci sembra un giudizio giusto, e lo condividiamo. Anzi, se con Valpreda fossero stati inclusi in lista, dal "Manifesto" o da altri - e, al momento, non ci risulta - altri detenuti, altri imputati, altri fra le centinaia o migliaia di trattenuti in carcere da procedure, metodi e prassi nelle quali si esalta a funzione di regime la cosiddetta "disfunzione" della giustizia, un passo avanti sarebbe stato compiuto nella lotta per i diritti nel nostro paese.

Non vi è tradizione di lotta riformatrice, nel lungo cammino delle forze socialiste e libertarie, che più di questa debba essere oggi, senza esitazioni, ripresa. Del resto, lo stesso PCI, in altri tempi, garanti a lungo a Moranino questa difesa, questa affermazione di un concreto diritto. Nel proporre al "Manifesto" un accordo per queste elezioni che ampliasse, negli obiettivi e per le forze coinvolte, la lotta contro il regime, il Partito Radicale rese noto che avrebbe incluso nelle liste in primo luogo, i compagni obiettori di coscienza politici che si trovano detenuti a Peschiera o in altre carceri militari.

Che questo passo fosse, più che necessario, doveroso e politicamente chiaro, è stato invece contestato dai compagni libertari della FAI. Essi si sono pubblicamente dispiaciuti e dissociati dal gesto del compagno Valpreda, pur così semplice, umile e non viziato da riserve mentali, come testimonia il fatto che Gargamelli e Borghese lo hanno condiviso. In un comunicato diffuso subito dopo l'accettazione della candidatura, gli anarchici della FAI hanno ribadito la loro opposizione, intransigente, di principio e politica, alla partecipazione elettorale, al voto, all'accettazione di questo momento come occasione valida ed utile all'avanzamento della lotta operaia e di classe.

Chi, come noi, ha ritenuto e ritiene che sia indispensabile, ed urgente, il recupero della componente libertaria nella costruzione di una nuova sinistra alternativa nel nostro paese, non può però non denunciare la presa di posizione della FAI come sostanzialmente settaria, errata e pericolosa. Ci è possibile fare questo richiamo agli amici libertari della FAI, da compagni a compagni, da posizioni chiare e non equivoche. Lo sanno i molti compagni anarchici, della FAI, che hanno condiviso, ad esempio, le lotte antimilitariste di questi anni o che hanno avvertito con quanta passione abbiamo sempre richiamato la scelta libertaria negli scontri, anche duri, con le concezioni burocratiche e settarie della sinistra tradizionale. Né, sulla questione delle elezioni, possiamo essere accusati di atteggiamenti elettoralistici: dal 1970, ormai, diamo ferme indicazioni di "astensione" dal voto, come la più adeguata delle risposte democratiche possibili di fronte al carattere truffaldino e sempre più manipolato di queste c

onsultazioni di regime, e dal 1963, tranne una eccezione in una campagna amministrativa (per colpire Petrucci: e lo colpimmo), non ci siamo presentati alle elezioni. Se ora - in subordinata all'astensione - abbiamo proposto al "Manifesto" un accordo per liste comuni, abbiamo dato a questa proposta un preciso obiettivo, quello della creazione di un ampio fronte nel quale si potenziassero ed emergessero le indicazioni libertarie che riteniamo debbano essere sempre più presenti ed operanti nella società italiana.

La scelta della FAI, ribadita anche in questa occasione, ci appare sbagliata e pericolosa, in quanto coinvolge assieme denunce necessarie e posizioni, invece, dogmatiche di chiusura verso storiche conquiste democratiche, socialiste e di classe, che non possono essere impunemente abbandonate all'avversario. E' giusto denunciare che il "sequestro" del voto e della rappresentanza popolare viene oggi in Italia esercitato anche dai vertici e dalle segreterie dei partiti che pure si richiamano alle lotto operaie e riformatrici di un secolo e più di storia. Ma quello che occorre rivendicare e riaffermare è la necessità di una opposizione che, a partire dalle lotte libertarie per i diritti civili, prepari l'alternativa, già oggi facendo avanzare il concreto deperimento del potere di questo stato corporativo, classista ed autoritario con una lunga marcia attraverso le istituzioni, dove l'opposizione ritrovi l'orgoglio e le fermezza della opposizione intransigente.

Contro il regime di fatto che insieme denunciamo, è certamente prioritaria la conquista di nuove forme di espressione politica libertaria, ma tali che coinvolgono attivamente le grandi masse, i cittadini. E non è chiudendosi nella setterietà di un antielettorismo elevato e feticcio che è possibile restituire validità di prospettiva politica a tale indicazione. Gestire questa lotta e questa presenza, cosicché essa acquisti credibilità e dignità presso le masse popolari e sia da esse compresa come superiore ai modelli burocratici e verticisti delle sinistre tradizionali non significa rinchiudersi a gestori - di vertice, sostanzialmente - di una formula. Ai cittadini, alla gente - donne e uomini che si avvicinavano spesso per la prima volta alla politica per desiderio e necessità di maggiore libertà e felicità - abbiamo dato, col divorzio, un obiettivo che ha fatto forse intravedere come più vicine una società nella quale lo Stato non sia più carceriere e gestore delle private vicende individuali, dei sentiment

i, della famiglia, o dei rapporti sessuali; ma poiché era necessario, abbiamo imposto a questo parlamento una scelta su queste cose, con un voto che è stato determinante.

La pregiudiziale antielettoristica in quanto tale è stanca ripetizione di modelli di lotta nati in società contadine e paleoindividualistiche, su ipotesi alternative astrattamente fuorieristiche. La sua difesa appare essere invece, in sostanza, l'unica realtà di lotta, l'unico tratto distintivo, dei compagni della FAI; quelli stessi con i quali invece, in concreto, ci troviamo fianco a fianco quando dobbiamo combattere per Valpreda o per Braibanti, per la liberalizzazione dell'aborto o nella lotta antimilitarista, e nei quali rileviamo - proprio in tali occasioni - l'intima contraddizione di battaglie rigorosamente condotte anche quando comportano con le istituzioni, per strappare attraverso di esse conquiste per tutti (il riconoscimento dell'obiezione di coscienza o una legge che liberalizzi l'aborto) e la posizione di intransigenza e di chiusura pregiudiziale.

Questo nodo, questa contraddizione va oggi sciolta, con l'urgenza drammatica di una scelta che ha, per le obiettive e sempre più gravi chiusure che il regime viene imponendo, scarso tempo e possibilità ancora a disposizione. Il rischio che i compagni della FAI corrono, di consegnare, all'avversario di classe e alle burocrazie di partito, un patrimonio autentico e necessario della lotta democratica, non solo coinvolge l'organizzazione anarchica, ma rischia di favorire un elusivo disfattismo in consistenti, o comunque non disprezzabili ambienti popolari. Come radicali, da tempo abbiamo sollevato il problema. Come in altra parte di questo giornale spieghiamo con più ampiezza, lo abbiamo posto anche ai compagni del "Manifesto" in occasione di questa scadenza elettorale. Ma è importante che soprattutto i militanti libertari ed anarchici siano posti di fronte a precise responsabilità e a scelte non più rinviabili.

Ci è sembrato tanto più opportuno avviare oggi, con franchezza, questo dibattito e ad esprimere queste critiche, quanto meno è possibile - oggi - negare il significato non casuale della convergenza di indicazioni, di fronte al regime ed alle sue elezioni, fra FAI e partito radicale.

 
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